Riflessioni sull'Alchimia
di Elena Frasca Odorizzi indice articoli
Un Alchimista di nome Orfeo
in una tarsia rinascimentale senese del 1500. Aprile 2008
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Il mio primo incontro con l'Alchimia avvenne, molti anni or sono, nella Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, all'ombra del motto [1] dell'omonima Accademia cinquecentesca che nel XVIII secolo si era trasferita tra quelle mura. Il libro galeotto fu la rivista Hiram, in bella mostra tra i quotidiani e le riviste in libera consultazione. Mi capitò di leggere un articolo su Jung e l'Alchimia ed un articolo sulla Via Umida e la Via secca da un punto di vista spirituale. Conservo ancora la fotocopia dello schema che le dicotomizzava in esperienze cognitive e sensoriali diverse. Non contrapposte, ma semplicemente diverse con accenni ad una terza Via detta Regia o Media. Dal quel momento i miei interessi si focalizzarono sulla ricerca di testi riguardanti l'Arte trasmutatoria, ma soprattutto sulle testimonianze dirette dei celebri alchimisti. Mi accorsi rapidamente che il linguaggio alchemico era composto in prevalenza di metafore, allusioni ed immagini. Era cioè di natura simbolica, con una sua mitologia personale, quasi onirica, che nel più puro spirito eclettico alessandrino aveva attratto e stratificato dentro di sé ogni genere di contaminazione culturale compatibile con la visione panteistico-filosofica dell' “en to pan [2]”. Digiuna di qualsiasi nozione di esoterismo, che all'epoca non era argomento sulla bocca di tutti, mi sentivo all'ingresso di un affascinante labirinto, provvista di un impalpabile filo rosso, intessuto di indizi e sensazioni che mi avrebbe guidato da un punto all'altro dello stesso percorso. I testi e le immagini fornivano informazioni sottoforma di descrizioni che somigliavano più a dei consigli, che a delle formule precise. Non erano spiegati i modi esatti in cui ottenere determinate capacità fisiche, chimiche e psichiche, ma venivano indicati gli strumenti e le fasi di un processo di trasformazione che andava sperimentato in prima persona fino a quando, attraverso la costanza del “Lege, lege, lege, relege, labora et invenies [3]” ed una sorta di “illuminazione”, non si sarebbe trovato quello che si andava cercando. A quel tempo non immaginavo che alchimisti, studiosi e curiosi, da secoli, si perdessero in questioni storico – metodologiche e tendessero a schierarsi in opposte posizioni sul fine ultimo dell'alchimia. Non sapevo neanche che in molti rifiutavano la semplice constatazione che sotto un unico simbolo potessero celarsi più messaggi, che ci fossero cioè più livelli di lettura e più significanti legati allo stesso significato, così come una scala è composta da vari gradini [4]. Io credevo solo di aver trovato un'antica via di trasformazione interiore, capace di attraversare i secoli e le epoche, come “Via di mestiere”, grazie alla sua intrinseca capacità di coltivare e mantenere uniti l'aspetto speculativo, mistico e filosofico, insieme a quello operativo. Vedevo, ed ancora vedo, l'Alchimia come un Musa capace di ispirare nuove generazioni di “giardinieri”, desiderosi di seguire le sue orme [5] ed entrare nel suo Hortus Conclusus [6], tra rose ed api [7]. Leggendo di Newton [8] e Kekulè [9], la scoprivo partecipe, secolo dopo secolo, nell'evoluzione non solo delle coscienze (ergon), ma anche delle scienze (parergon), tanto da poterle ritenere, a buon diritto, quasi tutte sue figlie (chimica, biochimica, fisica, farmaceutica, metallurgia, psicologia, filosofia, semeiotica, arte, ecc.). Io di certo, in quel particolare momento, mi sentivo attratta più dalla Madre, che dalla “illuminata” e moderna prole, anche se non sapevo come trovare un elemento che i libri indicavano come indispensabile: un alchimista del quale divenire apprendista. Deve essere vera quella storia per cui se desideri veramente qualcosa, essa accade. Ricordo, ancora, distintamente, il momento ed il luogo in cui ho espresso questo desiderio con tutto il mio cuore. Ero sulle scale di una chiesa ed avvertii in modo inaspettato quella tipica sensazione di energia che si muove nella colonna vertebrale sottoforma di brivido piacevole. Un scarica elettrica del sistema nervoso che all'improvviso si irradia dal basso all'alto, per esplodere in centinaia di piccoli brividi nella testa, ricadendo subito in basso, quasi venisse riassorbita indietro con movimento serpentino. Non sapevo cosa fosse, ma di due cose avevo chiara la consapevolezza: che quell'istante si era impresso nella mia memoria per sempre e che nella basilica alle mie spalle c'era la reliquia di una Santa, una grande Santa, alla quale avevo affidato l'unico grande desiderio che avevo in quel momento. Nello stesso periodo delle mie ricerche ero venuta a conoscenza della vita di Santa Caterina da Siena [10]. Avevo letto della sua «Cella del Conoscimento di sé»: un luogo intimo di riflessione spirituale [11] che nella mia fantasia si sovrapponeva all'invito alchemico del V.I.T.R.I.O.L. così come all'esortazione delfica del Gnosce Te Ipsum [12]. Questa similitudine non si era fermata qui. Attratta dalla possibilità di cercare fisicamente un sorriso sul volto della Santa, la cui testa era conservata nell'omonima cappella, avevo preso l'abitudine di fermarmi a cercare un po' di tranquillità nella Basilica di San Domenico, che distava poche centinaia di metri dal luogo dei miei studi, in Via della Sapienza [13]. Notai fin dall'inizio l'originalità dell'immagine riprodotta sul pavimento sottostante alla sacra reliquia: una rappresentazione di “Orfeo in mezzo agli animali”. A parte il soggetto paganeggiante, insolito per un luogo cristiano, era soprattutto il dettaglio dello specchio, uno strumento dell'Arte, al posto della cetra, che mi incuriosiva, tanto che ero indecisa se si trattasse di Narciso o di Orfeo. In quel momento ero in grado di cogliere solo istintivamente la presenza di simboli a me familiari, non avendo conoscenze di altra natura. Potevo anche sbagliarmi, ma qualche anno dopo, nella libreria Marzocco di Firenze, ebbi la “fortuna” di scovare, nel ripiano più basso e polveroso di un vecchio scaffale del reparto esoterico, due numeri di: l'Acacia, Rivista di Studi Esoterici. Il numero 1, di Gennaio 1997, si apriva proprio con un articolo di 11 pagine dal titolo Sotto la quercia di Orfeo, la magia degli opposti in una tarsia marmorea di età rinascimentale, del professor Vinicio Serino. Rimasi sorpresa quando vidi che l'immagine era quella che mi aveva così tanto incuriosito e fui più che contenta di scoprire che avevo ragione: il soggetto celava un messaggio ermetico come pensavo e qualcun'altro l'aveva notato prima di me. Conservai gelosamente l'articolo, pensando e sperando che forse un giorno avrei accumulato sufficienti conoscenze per provare a comprendere il messaggio della tarsia, ma si trattava evidentemente di un'opera alchemica quasi sconosciuta, perché quando in questi giorni ho deciso di scegliere proprio questo soggetto per scrivere il mio primo articolo per Riflessioni.it, non sono stata in grado di trovare nessun altro studio da consultare. La stessa immagine è introvabile su internet [14].

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La Tarsia di Orfeo e l'ermetismo neoplatonico rinascimentale.
Il mio unico referente resta a tutt'oggi il Serino, che riguardo all'autore dell'opera così scriveva:
«Si tratta del finissimo pavimento a connessi marmorei raffigurante “Orfeo in mezzo agli animali” di autore incerto. Il Berenson lo attribuisce a Domenico Beccafumi – pittore al quale non erano affatto estranee conoscenze alchemiche – mentre lo storico della pittura senese Pietro Torriti lo assegna a Giovanni di Stefano, lo stesso autore che avrebbe realizzato all'ingresso della Cattedrale di Siena, la tarsia di Ermente Trismegisto. Recentemente è stata ipotizzata la mano di Francesco Martini, pittore, ma anche architetto insigne, definito – cosa che spiace molto ai suoi concittadini - il Leonardo di Siena. In ogni caso gli studiosi sono sostanzialmente concordi nel ritenere che l'opera risalga ad un periodo compreso tra la fine del '400 e gli inizi del '500, un momento in cui a Siena è viva e vitale una grande cultura di segno ermetico [15].»
Queste poche parole, dopo tanti anni, sono state per me più che illuminanti. Anche se non è possibile sapere con certezza a chi vada attribuita la tarsia, è certo che essa si colloca nel filone della tradizione magico-filosofica rinascimentale che aveva il suo centro a pochi chilometri da Siena, nella Firenze del cenacolo di Cosimo de' Medici. In esso operarono personalità di spicco nelle arti e nella filosofia, come Botticelli, Poliziano, Pico della Mirandola, per citare alcuni dei più importanti, ma a noi, in questa sede, interessa essenzialmente Marsilio Ficino, fautore della rinascita della corrente neoplatonica e della magia ermetica. L'espressione « Fratelli in Platone » usata dal filosofo bizantino Gemisto Pletone [16] ispiratore della prolifica Accademia fiorentina [17], doveva essere più che un semplice augurio di fratellanza, se proprio a Siena, storica nemica di Firenze, fu rappresentato sul pavimento del Duomo il manifesto del pensiero ficiniano. Il sacerdote, medico, filosofo di Figline Valdarno formatosi su testi cristiani, platonici, neoplatonici ed ermetici (da lui stesso tradotti [18]), aveva difatti, accolto e proseguito l'idea di una pace religiosa universale [19], (la “prisca theologia”) che attraverso una catena ininterrotta di sapienti e filosofi antichi era culminata nel pensiero teologico di Platone, giungendo a risvegliare secoli dopo anche i “neoplatonici” del rinascimento, passando per gli scritti dei neoplatonici ellenistici. A differenza di Pletone, il Ficino poneva l'origine di questo pensiero, non in Zoroastro, ma in Ermete Trismegisto ed a suffragio di questa sua concezione di continuità tra paganesimo e cristianesimo adduceva la testimonianza di “Padri della Chiesa” come Lattanzio, il quale indicava proprio il divino sacerdote egizio come rivelatore di verità cristiane. Le immagini di Ermete e delle Sibille vennero così poste all'ingresso del Duomo di Siena tra i Saggi ed i Profeti [20].
Ermete Trismegisto
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Ad ogni Sibilla fu associato un cartiglio con le parole che la profetessa avrebbe pronunciato per annunciare la venuta di Cristo e di conseguenza la salvezza per tutti quei pagani che ne avessero accolto il messaggio. Con lo stesso scopo nella tarsia dell'egiptico sapiente furono riportate le parole che avrebbe pronunciato per indicare al mondo il mistero della creazione divina e la prossima venuta del Cristo: « Deus, omnium creator secum Deum fecit visibilem et hunc fecit primum et solum quo oblectatus est et valde amavit proprium Filium ». La frase, sostenuta da due sfingi con le code intrecciate a formare un 8, derivava dal Poimandres [21], l’opera principale del Corpus Hermeticum, tradotta proprio da Ficino. Vestito secondo la moda orientale, il Tre Volte Grande, appare ritratto nell’atto di divulgare la sacra scienza egizia, adombrando forse anche la trasmissione dei testi al bizantino Gemisto e quindi da lui “a noi”. Il libro che il mitico capostipite dell'alchimia dona ai suoi due interlocutori riporta le parole: « Suscipite o licteras et leges Egyptii » (accogliete le opere ed i precetti o Egizi).Si tratta quindi, di un sapere, magico - religioso considerato non eretico da un sacerdote cristiano quale era Ficino, perchè non disgiunto dal rispetto per la rivelazione divina. A conferma, poi, della sua autorità di sapiente e profeta del cristianesimo, in un cartiglio posto al di sotto del mosaico, si viene informati che il Trismegisto fu contemporaneo di Mosè: «Hermes Mercurius Trismegistus Contemporaneus Moysi». Non solo, secondo Ficino forse Ermete e Mosé erano proprio la stessa persona, prima e dopo la conversione al monoteismo, come ravvisa il professor Aldo Rossi che scrive:
« Al riguardo Marsilio aveva addirittura adombrato l'idea che Mosé ed Ermete fossero la stessa persona, o per meglio dire che il secondo fosse il Mosé egizio prima d'esser illuminato sul suo compito storico: “ Mercurio Trismegisto descrive con maggior chiarezza questo momento originario della creazione del mondo. Ne dobbiamo meravigliarci che costui sapesse tutto se Mercurio altri non era che lo stesso Mosé. In particolare sapeva che la Parola Creatrice era il Figlio di Dio: 'Ille [Moses] potenti verbo Domini cuncta creata nunciat, hic [mercurius] verbum illud lucens, quod omnia illuminet … filium Dei esse asseverat'.”» [22].
Gli studiosi contemporanei hanno dunque già chiarito quale fosse il messaggio del pavimento della cattedrale senese, ma qual'è il significato dell'Orfeo posto in San Domenico, ai piedi della preziosa testa di Santa Caterina [23]? Che cosa ha a che vedere con l'Ermete Trismegisto del Duomo al quale è evidentemente collegata per stile, periodo di realizzazione e forse per committenza ed autore?
A metterci sulla giusta strada sono ancora le parole di Ficino [24] che indicano Orfeo come erede naturale e diretto di Ermete Trismegisto [25].
« Nel tempo in cui nacque Mosé fioriva l'astrologo Atlante, fratello del fisico Prometeo e zio materno di Mercurio il Vecchio, il cui nipote fu Ermete Trismegisto ". [...] "Egli è detto il primo degli autori di teologia; gli successe Orfeo, secondo fra i teologi dell'antichità: Aglaofemo ch'era stato iniziato all'insegnamento sacro di Orfeo, ebbe come successore in teologia Pitagora, di cui fu discepolo Filolao, il maestro del nostro divino Platone. Vi è quindi una prisca theologia ... che ha la sua origine in Mercurio e culmina nel divino Platone.»
Valutare questa “informazione” da un punto di vista soltanto storiografico renderebbe vani gli sforzi di coloro che hanno cercato di trasmetterci le loro aspirazioni spirituali. In campo esoterico il rigore storico deve procedere di pari passo con il sentire personale. L'uno non deve piegarsi all'altro, ma neanche devono escludersi a vicenda. Non si tratta, quindi, di raccontare i fatti unicamente da un punto di vista oggettivo, ma di penetrare nel regno degli archetipi permettendo ai simboli di espandere i confini della nostra anima e della nostra mente. Certe opere d'arte non sono state fatte per dire noi eravamo qui, ma per incuriosirci e spingerci a bussare alla loro porta: i messaggeri se interrogati, infatti, rispondono ancora. Cosa può raccontare una tarsia esoterica cinquecentesca ad una persona del XXI secolo? Lo scopriremo scomponendo [26] e ricomponendo [27] i suoi elementi cercando di coglierne il significato complessivo più come una intuizione che come una verità assoluta.
Ho identificato almeno tre livelli di lettura che interagiscono insieme:
la storia di Orfeo e del suo culto misterico,
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la sua connessione con il neoplatonismo
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la descrizione della tarsia e degli elementi alchemici, in essa inseriti.
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