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Riflessioni sull'Alchimia

Riflessioni sull'Alchimia

di Elena Frasca Odorizzi   indice articoli

 

Un Alchimista di nome Orfeo in una tarsia rinascimentale senese del 1500

Aprile 2008
Revisionato nel mese di Gennaio 2012
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  1. Introduzione

  2. La Tarsia di Orfeo e l'ermetismo neoplatonico rinascimentale

  3. Orfismo, Sciamanesimo e Alchimia

a) Le Vicende di Orfeo
b) Orfeo sciamano e profeta
c) I Legami tra lo Sciamanesimo e l'Alchimia.

  1. La Testa e lo Specchio

  2. La descrizione della Tarsia e i riferimenti alchemici

  3. Chi è dunque l'Orfeo Senese?

Introduzione
Il mio primo incontro con l'Alchimia avvenne all'età di 23 anni, nella Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena, in via della Sapienza. All'ombra del motto (1) dell'omonima Accademia cinquecentesca, avrei dovuto studiare ben altro, ma la mia attenzione fu attratta dal trimestrale di cultura massonica Hiram, che se ne stava in bella mostra, tra i quotidiani e i notiziari in libera consultazione.

All'epoca l'Esoterismo non era, come oggi, un argomento sulla bocca di tutti e io mi immersi in quella inconsueta lettura con gran curiosità e voracità. Trovai particolarmente interessante un articolo su Jung e l'Alchimia e uno schema, che ancora conservo, nel quale la Via Umida e la Via secca erano dicotomizzate in esperienze spirituali, cognitive e sensoriali diverse, con accenni a una terza Via, detta Regia o Media, che le riuniva e conciliava. Da quel momento volli saperne di più e iniziai a consultare vari testi, soprattutto le testimonianze dirette dei più celebri alchimisti.

Il linguaggio era oscuro e allusivo, di natura simbolica e allegorica, composto in prevalenza da metafore e immagini emblematiche, quasi oniriche, che non parlavano solamente di procedimenti chimici, ma anche di filosofia e mistica. Mi fu presto chiaro che  l'Alchimia, era riuscita a mantenere uniti l'aspetto speculativo, mistico e filosofico con quello Operativo, grazie alla sua capacità di attrarre e codificare in sé ogni genere di contaminazione culturale, compatibile con la sua visione panteistica del Tutto è Uno (2). Configurandosi come una “Via di mestiere” proto-scientifica, era riuscita a non scomparire e a influenzare, non solo l'Evoluzione delle scienze (parergon), ma anche delle Coscienze (ergon).

I testi non spiegavano in modo chiaro come ottenere determinate sostanze chimiche, capacità psichico-fisiche o trasmutazioni spirituali, ma erano comunque indicati gli strumenti, le materie prime e le fasi di un processo di trasformazione, che poteva essere ottenuto da Chiunque lo avesse sperimentato in prima persona, impegnandosi con perseveranza, secondo le formule del Liber Librum Aperit (3), (libro apre libro), e del Lege, lege, lege, relege, labora et invenies (4), (leggi, leggi, leggi, rileggi, fatica e troverai).

Non appena mi resi conto che l'Alchimia, nel suo aspetto di via di trasformazione spirituale, era ciò che stavo cercando da tempo, decisi di intraprendere anche io questo affascinante Cammino, provvista solamente di quell'impalpabile filo rosso, fatto di indizi e sensazioni, che si dice conduca tutti i Viaggiatori dello Spirito al centro del loro Labirinto interiore.

Nel cercare informazioni iniziai a seguire le orme (5) dell'Alchimia, come fosse una Musa ispiratrice, ma prestoimparai che dovevo stare attenta alle Sirene, cioè a quella massa confusa e indistinta di curiosi annoiati, pseudo-alchimisti, studiosi di tuttologia, ed Esoteristi della Domenica, che passano il loro tempo ad attirare e imprigionare gli Esploratori Spirituali nei Meandri senza uscita delle loro vane chiacchiere. Gli antichi Alchimisti li chiamavano “brucia carboni”:

 

Chi tenta di entrare nel Rosaio dei Filosofi senza chiave è pari a un uomo che vuol camminare senza piedi»; Il Rosaio della Sapienza di fiori diversi; Ma la sua porta è sempre chiusa da duri chiavistelli: la sua unica chiave è cosa sprezzata dal mondo, se non l'hai vuoi far strada senza gambe. Affronti invano l'erta del Parnaso, se a stento stai saldo sul piano (6).

 

Era chiaro che anche io non avevo la Chiave per entrare nel Rosaio e propormi come Giardiniere. Mi mancava il “principio agente” descritto come necessario in tutti i libri. In parole povere non conoscevo nessun Alchimista di cui divenire Apprendista e non sapevo proprio come trovarne uno. A questo punto non so dire se sia vera quella storia secondo la quale se l'Allievo è pronto il Maestro arriva, oppure che devi stare attenta a quello che chiedi perché potrebbe realizzarsi, fatto sta chedopo qualche mese  incontrai la Guida che cercavo.

Di questa Persona non posso raccontare niente, «è un'altra storia e la si dovrà raccontare un'altra volta» (7), posso solo dire che ho ancora vivido nella Memoria il momento nel quale espressi con forza il desiderio di incontrarla e immediatamente ebbi l'irrazionale certezza che il mio “sogno a occhi aperti” si sarebbe realizzato. Me lo ricordo bene, perché ero seduta sulle scale esterne della Basilica di San Domenico e subito dopo aver rivolto mentalmente la mia richiesta a Santa Caterina da Siena (8), le cui reliquie si trovavano nella Chiesa alle mie spalle, avvertii una strana sensazione, una specie di brivido intenso e piacevole lungo la schiena, un formicolio, che serpeggiando dentro di me, come una leggera scarica elettrica, rese quell'istante unico e indimenticabile (9).

Nei mesi successivi, Santa Caterina divenne per me una sorta di presenza protettrice (10), una compagna di viaggio il cui mondo interiore, descritto nelle sue biografie (11), quell'intimo luogo di riflessione spirituale che Lei chiamava la «Cella del Conoscimento di Sé (12)», mi sembrava lo stesso misterioso posto che l'acronimo alchemico del V.I.T.R.I.O.L. (13), e il motto delfico, Gnosce Te Ipsum (14), mi invitavano a visitare.

Sulla scia di questa sottile affinità, la sera, prima di tornare a casa, presi a fermarmi nella sua Cappella, per scorgere un incoraggiante sorriso in quegli occhi fuori dal tempo. In una di queste occasioni notai che sul pavimento del reliquario era rappresentato un soggetto alchemico e paganeggiante, apparentemente insolito per una chiesa cristiana. Il passare del tempo aveva consumato l'immagine, ma l'acquisto di una cartolina mi confermò che si trattava di Orfeo in mezzo agli animali. Un Orfeo seduto tra il Sole e la Luna, che invece di tenere in mano una Lira, reggeva uno Specchio, attributo che lo rendeva più simile a Narciso, un altro personaggio mitologico con un significato molto preciso nel cammino che avevo avevo appena intrapreso.

All'epoca le mie conoscenze non erano sufficienti a farmi comprendere di più e dovetti aspettare molti anni, prima di trovare, “per caso”, nel ripiano più basso e polveroso di un vecchio scaffale dell'antica libreria Marzocco di Firenze, un'altra rivista massonica, un numero de L'Acacia, (rivista trimestrale della Serenissima gran loggia del Rito simbolico italiano), che si apriva con un articolo di 11 pagine intitolato, Sotto la quercia di Orfeo, la magia degli opposti in una tarsia marmorea di età rinascimentale, scritto dal professor Vinicio Serino.

Sorpresa per la coincidenza e felice di veder confermata la mia sensazione che nell'Orfeo Senese si celasse un messaggio ermetico, in questi anni ho provato a cercare altre informazioni, ma poiché fino a oggi non ho trovato nessun altro saggio sull'argomento, mi sono convinto a iniziare la mia Rubrica sull'Alchimia scrivendo io stessa un articolo proprio su quest'Opera Esoterica, pressoché sconosciuta, che per anni è stata al centro delle mie Riflessioni.

L'analisi si incentrerà su un confronto tra la Tarsia e l'immaginario dell'ermetismo neoplatonico rinascimentale, ma anche sulla figura di Orfeo come personaggio simbolo delle dottrine Orfiche, Sciamano e Alchimista.

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