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Riflessioni sull'Alchimia

Riflessioni sull'Alchimia

di Elena Frasca Odorizzi   indice articoli

 

Il pacifismo ermetico del Botticelli nel dipinto «Venere e Marte».
Un messaggio moderno in un quadro antico. Giugno 2008
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La divina proporzione e l'allegoria furono gli strumenti dell'Arte, con cui molti artisti rinascimentali produssero opere letterarie, monumenti architettonici, affreschi e dipintiintrisi di una rinnovata forma di religiosità pagana. Lo scopo di questa sorta di manifesto artistico era quello di diffondere la fiducia in un'armonia cosmica superiore intrinseca alla realtà materiale, da scegliere come via naturale per il superamento di ogni opposizione in forma di conciliazione. L'idea di fondo era che si sarebbe potuto instaurare un clima di pace universale se si fosse passati dall'attesa passiva di un intervento divino provvidenziale, alla consapevolezza che l'azione umana poteva divenire riflesso e tramite dell'ideale perfezione celeste, seguendo la via proposta dall'ermetica legge delle corrispondenze (così in basso ... così in alto). Una visione evidentemente utopistica, se si considera che signori della guerra come i Medici ed i Malatesta, erano gli stessi patrocinatori di questa nuova cultura della pace, nella quale riversavano il loro desiderio di conquista ed emancipazione dalle interferenze politiche e sociali dei vari Papa-Re.
Tra i grandi artisti che operarono in questa direzione, ritagliandosi uno spazio tra idealismo e realismo, ci fu Sandro Filipepi  famoso come il Botticelli, che frequentando il circolo neoplatonico di Lorenzo il Magnifico, animato da Pico della  Mirandola e da Marsilio Ficino, incorporò nelle sue opere, non solo la geometria sacra del numero aureo, ma anche elementi di ermetismo e magia naturale.
Nel suo celebre dipinto della Primavera, rappresentò per esempio, sia il pensiero ficiniano, che una forma pionieristica di arte magica,  un «amuleto taumaturgico [1]», il cui scopo, in base ai principi della magia simpatica, doveva essere quello di attirare su di sé «la benefica energia astrale [macrocosmica], per  rifletterla su chi si specchia in esso [microcosmo]», in questo caso Giuliano, il fratello di Lorenzo de' Medici.
Nell'opera Venere e Marte, del 1483 [2], l'artista indicò, invece, la Via per armonizzare ogni contrasto, cosa che mi impedisce di considerare il quadro come una semplice allegoria del matrimonio [3], che esaurisce il suo significato nella funzione decorativa di un mobile o in quella “educativa” degli sposi, senza tener conto anche della complessa personalità del Botticelli ermetista. Proprio nel rinascimento assistiamo, infatti, alla nascita della figura dell'Artista, che da semplice esecutore di temi sacri, si trasforma in intellettuale che esprime e veicola attraverso la sua arte il suo stesso modo di vedere  il mondo. Di conseguenza, il significato del soggetto, pur rimanendo nelle richieste del committente, andava obbligatoriamente oltre, trasformandosi in strumento di divulgazione delle idee pacifiste di Gemisto Pletone [4], filosofo neoplatonico, all'origine  della fondazione del circolo esoterico fiorentino del quale anche Botticelli, con la sua Arte, era parte attiva non meno dei suoi illustri compagni.
Non sorprende quindi che l'opera sembri “il ritratto” di un passo del De Rerum Naturae di Lucrezio, che di certo il pittore fiorentino ben conosceva, nutrendosi come tutti in quel tempo di testi classici e filosofici, ritrovati, tradotti e riadattati dagli esponenti della sua cerchia iniziatica.

 

« Poiché tu solamente governi la natura delle cose,
e nulla senza di te può sorgere alle divine regioni della luce,
nulla senza te prodursi di lieto e di amabile,
desidero di averti compagna nello scrivere i versi
che intendo comporre sulla natura di tutte le cose,
per la prole di Memmio diletta, che sempre tu, o dea,
volesti eccellesse di tutti i pregi adornata.
Tanto più concedi, o dea, eterna grazia ai miei detti.
E fa che intanto le feroci opere della guerra
Per tutti i mari e le terre riposino sopite.
Infatti tu sola puoi gratificare i mortali con una tranquilla pace,
poiché le crudeli azioni guerresche governa Marte
possente in armi, che spesso rovescia il capo nel tuo grembo,
vinto dall’eterna ferita d’amore,
e così mirandoti con il tornito collo reclino, in te, o dea,
sazia anelante d’amore gli avidi occhi,
e alla tu bocca è sospeso il respiro del dio supino.
Quando egli, o divina, riposa sul tuo corpo santo,
riversandoti su di lui effondi dalle labbra soavi parole
e chiedi, o gloriosa, una placida pace per i Romani (vv. 20.40) »

 

L'angoscia per l'avidità che genera violenza e miseria, che ai tempi di Lucrezio attanagliava i cittadini di Roma e delle sue “Province”, sembra stemperarsi nell'ottimismo ideologico del Botticelli i cui tempi non erano certo migliori. Il significato del dipinto ricalca perfettamente i versi dell'epicureo poeta latino, al punto che sembrerebbe di non poter aggiungere altro a quanto detto, ma è proprio la triste consapevolezza che ancora nel mondo non regnano  pace e benessere per tutti, a spingere chi osserva ad abbandonare la lettura storico oggettiva del dipinto per quella intuitiva e  soggettiva, riflettendo più profondamente sul senso che l'opera ci ispira. Una volta, infatti, che l'arte  esce dalla mente e dalle mani del suo “genitor” questa vive di vita propria, trova la sua strada nel mondo come qualsiasi creatura e smette di esprimere unicamente la visione del suo artefice. Diventa cioè uno specchio nel quale gli altri cercano e trovano più significati di quanti l'artista stesso pensasse di aver comunicato, poiché il simbolo è come un cristallo pieno di sfaccettature che ci conducono ad approfondire sempre di più  lo stesso concetto.

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NOTE

[1] Vedi www.italica.rai.it/principali/argomenti/biografie/botticelli.htm

[2]  Oggi conservato alla National Gallery di Londra. Per una bibliografia artistica completa sull'opera http://iconos.it/index.php?id=3088

[3]  Probabilmente commissionato per la spalliera del letto nuziale della famiglia Vespucci. La presenza di vespe nel quadro sembra infatti che si riferisca al nome di questa famiglia, altrimenti l'autore avrebbe probabilmente scelto le api, sebbene sia da prendere in considerazione anche l'interessantissima ipotesi di Edgard Wind che vede nelle vespe gli animali “combattivi” di Marte. EDGAR WIND, Misteri pagani nel Rinascimento, Milano, 1971, pp. 112-113 .

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