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Riflessioni sull'Alchimia

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di Elena Frasca Odorizzi   indice articoli

 

Il trattato sul Picatrix e i suoi rapporti con la magia

di Roberto Taioli - Maggio 2009
Capitolo 2) Lettura ed esegesi del Prologo
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2) Lettura ed esegesi del Prologo
Il Prologo del Picatrix  esordisce come  una preghiera rivolta ad un Dio con animo fiducioso di trovare accoglienza ed ascolto, ma è anche una fonte di informazioni che l’autore, in questo caso l’orante, inserisce nel testo. L’incipit è fortemente sacrale, mistico, implorante e celebrante:

 

«A lode e gloria di Dio, Altissimo e Ominipotente, nella cui potestà ricade la rivelazione dei segreti del sapere a coloro che vi sono predestinati, nonché a vantaggio della sapienza dei letterati e dei dotti Latini che hanno carenza di libri pubblicati dagli antichi filosofi, Alfonso, per volere di Dio magnifico re di Spagna e di tutta l’Andalusia, ordinò che il presente libro, detto Picatrix, fosse tradotto dall’arabo in spagnolo con la massima attenzione e diligenza».(6)

 

Si stabilisce qui subito una connessione tra Dio e coloro che sono predestinati e scelti a ricevere i misteri, e quindi investiti di un potere sacrale avuto per volontà divina. Costoro non potranno perciò agire e operare motu proprio ma solo in forza di una energia che li raggiunge, li penetra e li trascende.  Ma vediamo anche che l’autore in qualche modo si nasconde e si mimetizza nella figura del re Alfonso di Castiglia, mediatore terreno della volontà divina e committente della traduzione del sacro testo in lingua spagnola.
E ancora altre informazioni affiorano dal testo nelle sue prime righe:

«Quest’opera venne a compimento nell’anno del Signore 1256, di Alessandro 1568, di Cesare 1295 e 655 dell’anno arabo. Il sapiente e filosofo Picatrix, il nobile e onorabile, diede il proprio nome a questo libro, compilandolo da duecento e più libri di filosofia.
In nome del Signore. Amen».(7)

       L’autore fornisce così, secondo le possibili tipologie di calendario, elementi per la collocazione cronologica del trattato, rivendicando inoltre a se stesso la sapienza e la onorabilità del proprio spirito per l’alto compito assegnatogli, e il carattere eminentemente filosofico dell’opera.  E’ questa una notazione importante perché il Picatrix è un libro di filosofia, anche se non nel senso tecnico del termine invalso nella tradizione occidentale; la sua filosoficità risiede, ci par nel capire, nell’essere un momento di quella philosophia perennis che si dipana attraverso i secoli senza mai concludersi in un solo pensatore. Questa filosofia è vicina allo stato della mente naturale e si richiama a sorgenti di saggezza e sapienza che non possono cristallizzarsi e depositarsi; il suo principio è fluido,  imparentato ad un eterno scorrimento, ad una incessante metamorofosi. Scrive della philosophia perennis Elemire Zolla:

 

«Questa filosofia perenne fu formulata sin dai primordi delle civiltà occidentali nel pitagorismo e via via nei secoli è affiorata in modo compiuto o parziale, sempre comunque costretta a mascherarsi dietro le persuasioni dominanti».(8)
       
       A questo stato aurorale possiamo quindi annettere il trattato del Picatrix, riconoscendogli in tal modo l’appartenenza alla filosofia. Del resto nel Prologo, poco dopo l’esordio, l’autore riprende la lode a Dio, ad un Dio cosmologico ordinatore e legislatore, creatore e svelatore dei segreti, Egli stesso principio di cambiamento e trasformazione perenne, non definibile, non circoscrivibile, non dicibile. Le parole del Prologo disegnano un’icona della divinità non lontana dalla percezione di un Dio universale e di una religione simpatetica in cui tutto è nell’uno e l’uno è nel tutto, senza scissioni e lacerazioni. Si respira la presenza di una entelechia, di una perfezione che abita la profondità e l’altezza senza mai confinarsi in una di queste:

 

«Egli, infatti. è potente e per mezzo suo tutto si rinnova riproducendosi, senza che egli abbia contatto con alcunché né alcunché sia separato da lui, poiché non è circoscrivibile in uno spazio finito, e nulla, al di fuori di questo spazio, può esistere: egli è infatti lo spazio stesso. Le creature di questo mondo non possono descrivere le sue opere o spiegare le sue facoltà: molteplici sono infatti le sue  meraviglie e niente gli è sconosciuto. Sia quindi lodato e gli sia resa obbedienza, come pure ai suoi profeti e ai suoi santi che per suo volere furono resi edotti, cosicché indicarono in questo modo le [sue] vie agli uomini, cioè a coloro che possono attingere alla scienza e alla sapienza di Dio. Per tutto ciò supplichiamo affinchè ci accolga nella sua grazie e misericordia e ci accompagni nella gloria eterna.»(9)

 

       Fonte di una religiosità universale, questo passaggio dedicato a Dio non sarà l’unico - nel trattato - a parlarci diuna divinità fondativa di ognireligione particolare. Troviamo infatti riferimenti alla potenza di Dio e ad un tempo alla sua non identificazione in alcunché che sia  risultato della sua azione, ad un Dio presente e sfuggente, perché opera senza essere in contatto con le cose; un Dio che crea ma non concede alla sue creature di descrivere il loro creatore e tuttavia non un Dio minaccioso ma accogliente e misericordioso, non insensibile e indifferente al travaglio umano, e che epifanizza la sua voce per mezzo dei profeti e dei santi da Lui prescelti e consacrati a dire ciò che Egli rende dicibile della sua immensità. I santi e i profeti godono del privilegio, arcano e insondabile, di poter parlare di Dio agli altri uomini che non conoscono e non conosceranno alcunché della sua potenza se non per il tramite degli altri eletti.
       Un Dio che agisce e parla quindi per mediazione, ma che tramite i pochi raggiunge i molti. Per questo l’autore, nel prosieguo del Prologo, annuncia solennemente di aver pregato Dio perché il libro finisca solo nelle mani dei sapienti, capaci questi di farne buon uso, di distillarne il significato, di non restarne travolti e sconvolti, a differenza del popolo e degli “uomini comuni” che non capirebbero, non saprebbero, poiché, se questa scienza fosse rivelata senza mediazioni, “avrebbe minacciato l’ordine dell’universo”(10).
       L’autore parla della arti negromantiche e si rivolge personalmente ad una élite ansiosa di conoscere ma preparata e predisposta, non indotta e incolta. Ancora qui si fa cenno al sapere dei filosofi che, come sacerdoti  di un culto, hanno tenuto nascosto agli uomini comuni il significato profondo della scienza, custodendola come un tesoro che, messo in mani incaute, verrebbe dilapidato. Essi - i filosofi - hanno parlato e parlano per simboli e figure, allusioni e segni, senza nulla concedere al linguaggio dell’evidenza. Il filosofo vela e amministra la scienza secondo una arcana posologia, e quindi è un maestro dell’occultamento e del nascondimento. Egli non deve svelare ma semmai coprire,  chiudere, non aprire:

 

«Per questo ne parlarono in maniera figurata, in modo che il lettore comune non potesse attingervi né fosse, come loro, illuminato dalla conoscenza, dando però, sotto questi velami, percorsi e regole in modo che i sapienti potessero avvalersi di quelle loro scoperte e penetrare nell’essenza di ciò che espressero in forma occulta».(11)
 
        L’autore prefigura quindi una cerchia esoterica di eletti ai quali i filosofi fanno intravedere percorsi e regole perché essi possano avvicinarsi a ciò che è stato sancito in forma occulta. Cioè filosofi e sapienti si parlano in una lingua misterica entro la quale ciò che viene detto è solo una traccia sbiadita del profondo.  Per questo la preghiera e l’implorazione dell’autore è quella di potersi in qualche modo iscriversi alla ristretta cerchia e di essere autorizzato a pronunciare “per mezzo di concetti e parole più semplici” quanto nei libri occulti è nascosto in espressioni e formule indecifrabili e inviolabili.

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NOTE

6) P., cit., p. 25.

7) Ivi.

8) E. Zolla, La filosofia perenne. L’incontro tra le tradizioni d’Oriente e d’Occidente, Mondadori, Milano, 1999, p. 10.

9) P., cit., pp. 25-26.

10) Picatrix, cit., p. 27.

11) Ivi.

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