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Riflessioni sull'Alchimia

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di Elena Frasca Odorizzi   indice articoli

 

Il trattato sul Picatrix e i suoi rapporti con la magia

di Roberto Taioli - Giugno 2009
Capitolo 3) La cosmogonia del Picatrix. La teoria del cielo
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3) La cosmogonia del Picatrix. La teoria del cielo
       Incontreremo in questo paragrafo uno dei nodi concettuali del Picatrix, vale a dire la possibilità e la costituzione di una cosmogonia, e di come questa sia al suo interno armonizzata e orchestrata, per quali finalità e come agisca nei confronti degli uomini che ne fanno parte. Non secondariamente il problema riguarderà anche la formulazione - nel trattato - di una teoria del cielo, essendo quest’ultimo non il cosmo ma parte di esso.
       Per cosmogonia nel Picatrix intendiamo l’organizzazione complessa delle stratificazioni dell’essere in una simbiosi nella quale, pur rimanendo se stesso, ogni elemento, legandosi agli altri, forma un insieme che chiamiamo intero e che è un cosmos, cioè un ordine.
       Nel cap. sesto del Libro primo l’autore affronta la questione: in che misura ciascuno sia nel mondo e come si pervenga alla conclusione che l’uomo è un microcosmo ed è assimilato al microcosmo, secondo una linea di pensiero che risalirà fino alla visione umanistica e rinascimentale.  Ma qui ora ci interessa sviscerare la fitta riflessione dell’autore sul tema  e come egli tratteggi il profilo dell’uomo.
       Ancora e sempre rivolgendosi all’anonimo interlocutore, l’autore scrive:

 

«Sappi che la conoscenza è qualcosa di molto nobile e alto e che colui che la studia e opera per suo mezzo ne acquisisce nobiltà e altezza. La conoscenza è come una scala, per cui una volta avuta padronanza di un gradino, subito ne appare un altro. E’ perfetto colui che raggiunge l’ultimo gradino della conoscenza e ama e ha cura dei suoi gradini: coloro che perseguono questo fine sono detti filosofi in greco e “amanti della conoscenza” in latino. Chi invece non si affatica nelle scienze è manchevole e di poca autorità e perciò non deve essere detto “uomo” se non per modo di dire, perché ha forma e aspetto di uomo, in quanto [colui che è veramente uomo] si preoccupa di indagare le scienze con le quali si apprende l’uomo in sé e come sia il microcosmo simile al macrocosmo e il corpo si completi con lo spirito razionale e diventi un essere animato e razionale e sia perciò separato, con questi tre spiriti, da tutte le cose del mondo in quanto razionale».(23)

 

          Nel sottolineare la persistente filosoficità del tessuto argomentativo del Picatrix, va subito evidenziata la presenza della dignità dell’uomo, consistente nel suo ascendere alla conoscenza come chiamato ad essere uomo nel microcosmo per similitudine e somiglianza del macrocosmo; non si tratta del rispecchiamento meccanico dell’uno nell’altro ma del più complesso partecipare dell’uomo razionale alla perfezione del cosmo. Tale dignità viene bene espressa nella figura di colui che sale di gradino in gradino, anelando sempre a quello successivo, e dell’uomo che non cessa di voler apprendere e indagare le scienze che lo sorreggono nell’ascesi.
       Chi non si affatica nelle scienze, depurandosi di quanto non è necessario, è manchevole, cioè rinuncia alla propria umanità e quindi alla partecipazione all’ordine universale. Solo chi anela a quest’ordine ed a farvi parte è veramente uomo.
       Emerge quindi una modalità che potremmo chiamare la consapevolezza, ma questa è parola estranea sia alla lingua sia alla sensibilità di allora. Nel linguaggio del Picatrix si parla invece di spirito razionale come luogo in cui si completa il corpo o -  per dirla in forma migliore - si integra in una armonia. L’unione del corpo allo spirito razionale fa sì che l’uomo diventi un essere animato e razionale, separandosi e distinguendosi da tutte le altre cose del mondo che non lo sono.
       Il profondo umanesimo filosofico che percorre l’intero trattato tesse dell’uomo un vero e proprio elogio, celebrando mediante l’uomo stesso e le sue qualità, la grandezza e sapienza di Dio:

 

       «La razionalità ha lo  stesso valore di una garanzia con la quale si possono capire i fatti contingenti, determinare ciò che non è vero, capire le cose del mondo e in qualsivoglia posto del mondo apprendere per mezzo del proprio sapere e del proprio intendimento, memorizzare come per forza e capacità proprie ciò che si sente dire e, in base a questo, vale a dire con l’uso dell’intendimento, sapere cosa può accadere negli eventi esterni o nell’uomo, cioè nel microcosmo, che è  simile al macrocosmo cui si assimila per forma e per le cose che in esso vivono. L’uomo è simile agli animali in tutte le  cose naturali, ma da essi è separato per i suoi precetti e le sue conoscenze. Egli ha sei movimenti, le ossa dure, tutto ciò che si muove dalla parte della larghezza naturalmente allineato e rettamente ordinato. Ha dita e palmi, composti in linea retta, e una testa rotonda, capacità critica di apprendere le scienze e la scrittura, di scoprire precetti e di respingere tutti gli animali, mentre egli non può essere vinto da nessuno. Ride, piange, singhiozza».(24)

 

       L’umanità dell’uomo non è vista in contrapposizione a quella animale, ma solo come appartenente a una qualità diversa nella scala di gradazioni dell’essere. Capace di logos, egli rifrange con le vie dell’intendimento il logos di Dio, l’amore universale che tiene insieme macrocosmo e microcosmo. Non imita Dio, ma partecipa come simulacro  nelle forme imperfette a lui concesse di anelare a Dio:

 

       «C’è in lui il potere di Dio e la conoscenza della giustizia per governare le città. Egli è un simulacro che ha dentro di sé una luce ed è potente nello spirito e uniforme nella sua raffigurazione. Sa ciò che giova e ciò che nuoce, si applica  e si ingegna e ugualmente con applicazione e ingegno si ritrae dagli altri. Egli ha scoperto sottili precetti e le sottigliezze di questi, opera miracoli e meravigliose rappresentazioni ed è in grado di capire l’astrattezza delle scienze. Separato da tutti gli animali dotati di sensi, Dio lo fece tale da scoprire e formulare le sue scienze, spiegare le sue qualità e quelle di tutte le cose del mondo, in gradi di recepire lo spirito profetico, i tesori della sua sapienza, di conoscere tutto ciò che esiste al mondo e in che rapporto sta una cosa con l’altra. Cosicché l’uomo comprende tutte le intelligenze e i rapporti tra le cose di questo mondo con l’intelletto, mentre queste  non lo comprendono».(25)

 

       L’uomo è un illuminato di una luce di cui è scia e rifrangenza, e che lo orienta nel suo cammino. Dio ha voluto per lui una forma di separatezza  rispetto agli animali dotati di sensi relegati nella mera animalità, dotandolo (come un dono) del privilegio del conoscere e spiegare, scoprire ed esprimere in un senso profetico, cogliendo i legami tra le cose, la scienza delle connessioni e delle relazioni, la syllàpsis di cui scrive anche Eraclito. Egli esplora il mondo oscuro delle relazioni,  ove le cose giacciono mute e isolate nella loro meccanicità, senza poter comprendere l’affinità che le congiunge. Il Picatrix rimarca continuamente l’esistenza di questo legame ma anche ne sottolinea la natura arcana e non evidente, l’ignoranza che ne hanno gli altri non-uomini e le cose. La sympatheia è sempre operante, ma nascosto è il suo funzionamento per quanti non abbiano avuto in attribuzione l’intendimento.
       L’uomo può quindi aspirare alla conoscenza delle relazioni, ma non subito, improvvisamente, senza una iniziazione.
       Dotato di intendimento, egli tuttavia non è signore delle cose ma solo un po’ più avanti nei gradini della conoscenza:

 

       «Tutto è al suo servizio, mentre egli non è al servizio di nessuno. Con la voce imita qualsiasi animale quando gli fa piacere e forma figure che gli assomigliano. Conta con le mani e con la voce, racconta e spiega la natura e il comportamento degli altri esseri viventi. Non c’è animale che abbia le capacità intellettive proprie dell’uomo, o che possa mutare la propria voce, mentre l’uomo è in grado di produrre, con la sua voce naturale, i suoni di tutti gli animali e di cambiarne l’aspetto e la somiglianza come più gli fa piacere. Egli è maestro di se stesso nel darsi delle buone regole e agli altri animali queste insegna e ve li guida».(26)

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NOTE

23) p. 53.

24) Picatrix, cit., pp. 53-54.

25) Ibidem,p. 54.

26) Picatrix, cit., p. 54.

 

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