Riflessioni Filosofiche a cura di Carlo Vespa
Considerazioni sul pensiero scientifico
di Clericus
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Premesse generali
Questo saggio non è destinato principalmente
agli specialisti che indagano sul carattere della "scienza" e che ne
investigano il processo di formazione, cioè gli epistemologi. E' scritto
piuttosto per chi, avendo tempo e voglia di riflettere sull'oggetto della
parola "scienza" e non avendo una preparazione specifica in merito, possa
trarre un vantaggio dall'analisi di alcuni temi che si sono presentati nello
sviluppo di questa forma di indagine. Ma non è neppure un sommario di
epistemologia; può essere letto con qualche profitto da chi abbia la
preparazione e la forma mentis
di un bravo diplomato del Liceo Scientifico, e che abbia un'idea, p.es., del
contenuto della filosofia di Kant, dell'approccio di Mach, e del problema della
demarcazione in Popper.
Infine, ho ridotto al minimum
minimorum citazioni e rife rimenti ad
autori, anche di grandissima importanza, in quanto questo saggio sviluppa una
logica essenzialmente interna, che nelle sue grandi linee può essere compresa
senza la conoscenza specifica di opere specializzate.
Natura non facit saltus, ma la
scienza sì
Lo sviluppo della scienza (e
della matematica, che si svolge in parallelo a quello) è, secondo lo schema
tradizionale generalmente accettato fino ad ora, caratterizzato dai seguenti
momenti: [1]
1. le sue fasi iniziali avvengono
nella Grecia classica, in corrispondenza dell'affe rmarsi
della pòlis; questo processo, pur ammettendo che in qualche misura -
peraltro difficilmente accertabile - sia stato indotto o influenzato da
contatti con le civiltà dell'Oriente, sarebbe avvenuto in modo autonomo
seguendo una propria linea di sviluppo;
2. Raggiunto un massimo di
sviluppo nel tardo ellenismo, inizia in Occidente un regresso che
perdura sino al Rinascimento, durante il quale apporti dal mondo arabo e da
Costantinopoli, fondendosi con le tradizioni platonica e aristotelica,
consentono di porre le basi per un nuovo rilancio in grande stile. Durante
questa fase si pongono i fondamenti dell'algebra e della prospettiva, e si
costituiscono o si affe rmano le sedi nelle
quali si produrrà il dibattito scientifico, cioè le Università;
3. Nel corso del XVII secolo,
avviene in Occidente qualcosa di mai
visto prima e che non ha luogo in altre culture, e cioè la nascita della
scienza galileiana-newtoniana, cioè la sintesi della conoscenza logico-matematica
e fisico-fe nomenica.
4. Il processo iniziato nel '600
[in realtà, un po' prima; ma la consistenza del fe nomeno
diviene evidente intorno alla metà del secolo] prosegue, portando alla
formulazione di complesse teorie formalizzate il cui successo pone
un problema: in che cosa il pensiero scientifico si distingue da ciò che
scienza non è? Ma questa formulazione non è sempre espressa chiaramente,
perchè il "pensiero scientifico" forse non "nasce" in un solo momento
preciso; o, meglio, si potrebbe affe rmare che
"nascono" le singole fasi in cui esso si articola storicamente, come p.es. la
fisica classica, nel senso che, ad un
certo punto, si manife sta una discontinuità
irreversibile nel processo di elaborazione delle idee: qualcuno dice
qualcosa che non è stato ancora detto o ripropone con forza qualcosa di già
detto, ma dimenticato, riportandolo all'attenzione del mondo - salvo che...non
sempre ci si accorge subito che è effe ttivamente
sorto qualcosa di nuovo.
[1] questa ricostruzione estremamente sommaria
non è universalmente condivisa; vedasi ad es. le critiche di George Gheverghese
Joseph, in The Crest of the Peacock: The Non-European Roots of Mathematics ;
trad. it. "C'era una volta un numero - la vera storia della matematica" , ed.
il Saggiatore.
Le rivoluzioni scientifiche [e non solo]
In realtà, la discontinuità -
insomma, la novità - viene notata, dato che non vi è dubbio che i contemporanei
- almeno, quelli che avevano occhi per vedere - capirono la novità insita p.es.
nel contenuto della rivoluzione copernicana, ed è fuori discussione che
l'impatto della meccanica quantistica nella comunità dei fisici del primo '900
può essere considerato un vero trauma, forse ancora più violento di quello
copernicano. Dunque, vi è consapevolezza del "nuovo" quando questo appare;
almeno così sembrerebbe da quanto appena detto, ma a ben guardare, le cose non stanno
esattamente così; sarebbe più corretto ipotizzare che viene chiaramente
percepito l'insorgere di una novità, ma la reale portata di tale novità emerge
lentamente e attraverso un processo spesso confuso, tortuoso, intricato di
equivoci: e ciò perchè la novità implica, attraverso le sue conseguenze che
inizialmente sono appena intraviste, la ricostruzione della forma
mentis o, se si prefe risce, l'affe rmazione
di un nuovo modo di collegare i termini del discorso scientifico.
A questo proposito, mi si
permetta una digressione. Non può sfuggire - e difatti non è sfuggito - che un
simile processo, una volta giunto ad un certo grado di sviluppo, ha molto in comune
con le rivoluzioni politiche. La "novità" - cioè, il "non ancora visto"
era, a giudicare dalle stesse interpretazioni dei contemporanei, ben presente
nel 1789; ma in che cosa consistesse questa novità, possiamo, con non poca
indeterminazione, stabilirlo solo dopo, molto dopo l'insorgere della
discontinuità.
Non solo, ma la "discontinuità"
nel campo storico, insomma la rivoluzione mantiene molto di ciò che era
prima: al punto che, completatosi il processo, ci si può chiedere se veramente
c'è stata negazione di ciò che era, o piuttosto riaffe rmazione del momento precedente attraverso il confronto con la sua negazione. Non si
creda che la dialettica di Hegel nasca da chissà quali elucubrazioni
solipsistiche: il tecnicismo attraverso cui il pensiero viene esposto, la
lontananza dall'epoca nel quale il pensiero è stato formulato, la complessità
dell'info rmazione e dell'esperienza che stanno
alla base della formulazione di un sistema ne rendono pressochè impossibile la
completa ricostruzione e comprensione: bisogna limitarsi a interpretare il pensiero passato. Tale dialettica è, molto verosimilmente, intimamente
connessa alla riflessione sul ritorno al momento precedente: un ritorno
che però incorpora il nuovo - l'antitesi al vecchio ordine di cose e idee - e
che quindi è sintesi, ricon
fe rma-superamento
al contempo.
Questo schema, però, non è perfe ttamente
applicabile allo svolgersi del pensiero scientifico. Il "nuovo" infatti qui si
manife sta anzitutto in quanto al contenuto,
mentre è la forma che viene in realtà messa in discussione; solo che ciò
avviene - se avviene - in un secondo momento. Nella rivoluzione politica è la forma [la costituzione politica e il governo] che viene attaccata per prima; il contenuto [Marx direbbe: la "struttura"] mantiene un certo grado di autonomia, e la sua
inerzia - cioè, il fatto che i suoi tempi di evoluzione sono lenti rispetto a
quelli della forma] fa sì che la forma debba, in una certa misura, recedere. La
forma non può oltrepassare troppo il contenuto, ma deve adeguarsi come un abito
ad un corpo. Questo porta ad una forma del processo di tipo hegeliano: utile,
nella storia dei fe nomeni politici.
Ma il processo di formazione del
pensiero scientifico rivela una sottile divergenza rispetto a questo schema
storico: nelle crisi, il primo momento è l'emergere di una nuova tesi, a cui
si giunge ragionando secondo uno schema preesistente che guida il ricercatore
il quale, rimanendo coerente al paradigma, propone una novità o come
alternativa a / superamento di una posizione già consolidata perché si accorge
che negandola non emergono contraddizioni, e quindi la novità non è
impossibile, o perché le conclusioni imposte dalla coerenza al paradigma sono
contraddittorie con i risultati delle osservazioni o portano a contraddizioni
interne al paradigma.
Un esempio del primo genere sono
le Geometrie non-Euclidee. Lo schema formale sottostante è sempre il
ragionamento ipotetico-deduttivo secondo cui si ordina la stessa Geometria
Euclidea; la novità - cioè la formulazione di geometrie che negano o non
contengono il V postulato [1] - non porta a contraddizioni, dunque le
nuove geometrie sono possibili.
[1] "Se, in un piano,
una retta, intersecando due altre rette, forma con esse, da una medesima parte,
angoli interni la cui somma è minore di due angoli retti, allora queste due
rette, se indefinitamente prolungate, finiscono con l'incontrarsi da quella
parte".
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