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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

Considerazioni sul pensiero scientifico

di Clericus

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[1] questa tesi non deve affatto sorprendere, e non è recente. "La conoscenza non sta nelle [singole] conoscenze" è detto nel Teeteto , e si potrebbe riflettere sulla consistenza di una proposizione del tipo "conoscere cosa sia la conoscenza".


Ciò non toglie che ciò che noi indichiamo usualmente con "pensiero scientifico" abbia avuto un inizio nel tempo; e tanto meno che il nostro modo di pensare (ammesso che vi sia una unità di fondo) non sia affatto identico a quello del Neolitico. [2] In effetti, si possono riconoscere due importanti fratture almeno, nel modo di pensare: quella del XVII secolo, con l'applicazione sistematica della matematica alla fisica; e il sorgere della scienza greca, accompagnate dal declino della
teologia medioevale e del mito, rispettivamente. Ma la prima divenne tale per via delle conseguenze del suo verificarsi; o, per meglio dire, essa si produsse inizialmente all'interno di paradigmi consolidati: né Galilei né Newton ragionavano secondo una logica diversa dai contemporanei. E che dire della seconda? E' un'ipotesi, tra l'altro smentita dagl'interessati, dato che i Greci asserivano che la geometria venisse dall'Egitto. In realtà, è molto improbabile che ipotesi particolari o singole scoperte possano essere poste all'inizio del processo, come premesse sine qua non di sviluppi ulteriori, come se la scienza abbia bisogno di ipotesi senza la cui formulazione non possa sorgere. Sarebbe come aver trovato una formula della "scienza" prima di possedere la scienza. Un progetto è tale perché contiene la struttura del risultato (io architetto so come sarà fatta la casa prima di averla costruita) ma non posso sapere quale sarà lo sviluppo della scienza. Se fosse così, saremmo scienziati sin dall'origine dei tempi.

 

[2] veramente, questa proposizione non ha carattere immediatamente fattuale. E' solo un giudizio, cui si può giungere osservando che il modo di pensare degli antichi fosse diverso da quello dei moderni. Peccato che, ragionando fino alle estreme conseguenze, si troverebbe che non esisterebbe una unità del concetto di "pensiero". Con questo non voglio stupire chi legge asserendo proposizioni paradossali; è solo che noi organizziamo il nostro pensare su pregiudizi - ovvero su punti fermi - la cui verità incontra dei limiti.


E' un po' quel che succede quando si asserisce che vi sono logiche diverse. Se fosse così, in base a quale di queste logiche si arriverebbe a tale conclusione? Proprio perchè vi sono logiche diverse, dovrebbe essercene qualcuna nella quale la conclusione sarebbe proprio quella opposta.

 

E' molto più probabile che le mutate condizioni storiche e sociali abbiano esercitato una nuova e diversa pressione, che ha inibito certe cose e favorito altre: come dire che, nell'indefinito caos di tutte le potenzialità, la particolare situazione che venne a crearsi, nella Ionia del VI sec. a.C. , stimolò certi esiti, a scapito di altri. Ma il pensiero scientifico è una modalità insita nella struttura stessa di ciò che va scoprendo: se non fosse così, non si avrebbe scienza, ma libera creazione, fantasia chiusa in sè. Quindi non può nascere prima del risultato; nasce col risultato, anzi viene riconosciuto come tale dopo, forse molto tempo dopo, quando il risultato è così acquisito da far sembrare assurdo ogni punto di vista con esso incompatibile, e che sarà ormai identificato come errore. [3]

 

[3] questo destino capita anche ai sommi scienziati. Newton fu severamente criticato da E. Mach, il quale ebbe a ridire che egli non si sarebbe attenuto al "fattuale" ["non fingo hypotheseos..."]. Einstein verosimilmente si sbagliò nei confronti della meccanica quantistica. Per non parlare di Aristotele, della cui fisica nulla sta più in piedi. O dell'idea per cui la geometria euclidea fosse l'unica possibile. E non si tratta di errori limitati a qualche problema specifico, ma su questioni assolutamente fondamentali, al punto che per capire i punti di vista ormai classificati come errori bisogna, in certi casi, operare uno sforzo, per tentare di ricostruire una logica ormai abbandonata. Non sosterrei quindi l'idea di un inizio netto e preciso del pensiero scientifico nei confronti del mito, e tanto meno quella di una presunta rivoluzione metodologica originaria, perché la sua relazione col mito sembra avere molto in comune con quella tra fasi successive dello stesso pensiero scientifico.


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