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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

Critica a Vedere le cose come sono di John Searle

Di Giulio Bonali - Settembre 2016


 

Nell' ultima sua opera tradotta in italiano, Vedere le cose come sono, John Searle sostiene la correttezza dell' atteggiamento verso l' esperienza e la realtà noto come "realismo diretto” o “ingenuo”, contro un "cattivo argomento" che secondo lui avrebbe fortemente condizionato in senso negativo e indotto gravemente in errore un po’ tutta la filosofia occidentale a partire dal XVII secolo e precisamente da Cartesio.
Questo cattivo argomento consisterebbe per Searle nella pretesa che il nostro "accesso" cosciente alla realtà sia limitato, almeno direttamente o immediatamente, ai dati fenomenici di sensazione: nient' altro che percezioni o sensazioni, cioè meri eventi facenti parte della nostra esperienza fenomenica; mentre l' esistenza reale di altro che sia indipendente dal nostro percepire, dagli eventi costituenti la nostra coscienza, se effettivamente si desse, comunque potrebbe solamente essere arguito o congetturato, magari dimostrato, ma non direttamente esperito o immediatamente constatato.
Esso può essere efficacemente espresso sinteticamente con le celeberrime parole di Berkeley "esse est percipi".
Searle, come la gran parte degli altri filosofi che hanno affrontato la questione, si focalizza per comodità sull' esperienza visiva, ma ovviamente le sue considerazioni - e dunque  anche le mie che le criticano - sono facilmente estendibili ad ogni altro tipo di sensazione esterna (sensazioni di "cose materiali" conseguite, per lo meno se autentiche, cioè non allucinatorie od oniriche, mediante gli organi di senso corporei; altre essendo le sensazioni "interiori" di pensieri, ricordi, immaginazioni, sentimenti, ecc.).
Secondo la concezione criticata da Searle a ben considerare le cose tutto ciò che viene sentito coscientemente non è reale (non accade) continuativamente, anche indipendentemente dalle sensazioni (di cui é costituito), cioè anche quando non viene percepito: se qualcosa esiste realmente anche allorché Searle (per usare l' esempio che frequentemente propone in quest' opera) non vede la scena che gli si presenta alla coscienza quando é nel suo studio a ...Berkeley (ironia della sorte!), in California, dal tavolo con i libri in primo piano all' estremità opposta della baia di San Francisco sullo sfondo e oltre, e che fa si che non si tratti di un sogno o un' allucinazione e che il nostro filosofo riveda immancabilmente la scena stessa ogni volta che si reca in quel luogo e guarda nella giusta direzione (o che riapre gli occhi), ebbene questo "qualcosa" non può essere costituito dalle qualità sensibili (forme, colori, ecc.) di cui é fatta (che costituiscono) la scena visiva (che infatti in tali circostanze - quando non la vede - con tutta evidenza non accadono realmente, non esistono), ma casomai da “qualcosa d’ altro” (su cui i filosofi occidentali degli ultimi quattro secoli hanno proposto varie teorie reciprocamente alternative, comunque tutte inficiate, secondo Searle, da questa premessa fondamentale gravemente errata).
Per confutare questo cattivo argomento e superare questo errore fondamentale Searle propone una concezione della percezione sensibile, che denomina "intenzionale presentazionale”, secondo la quale le sensazioni stesse, tanto quelle effettive, autentiche (che generalmente chiama “veritiere”, “veraci” o addirittura “vere”) quanto quelle illusorie (oniriche o allucinatorie) hanno tutte necessariamente un “contenuto intenzionale” soggettivo (che le costituisce; e che erroneamente ritiene si situi “nella testa del soggetto percipiente”; ma su questo errore ritornerò più avanti), mentre possono avere o meno (a seconda che siano sensazioni effettive o autentiche oppure illusorie) un diverso, da non con fondersi con esso, “oggetto intenzionale” (diverso e da non confondere con il contenuto intenzionale, e che tuttavia nel primo caso, di percezioni della realtà autentiche, non allucinatorie od oniriche, con il “contenuto intenzionale” soggettivo stesso si identifica, coincide: è la stessa cosa”. Sic!).
Il “contenuto intenzionale” fenomenico soggettivo (che si situerebbe nel cervello del soggetto percipiente) sarebbe costituito dall’ insieme dei “qualia” soggettivi esperiti coscientemente, comune alle esperienze sensoriali autentiche e a quelle illusorie (e indistinguibile, di per sé, nei due casi alternativi), mentre l’ “oggetto intenzionale”, che pure con esso si identificherebbe (non sarebbe alcunché d’ altro, pur persistendo anche allorché la percezione sensibile di esso non accade più o non accade ancora) sarebbe proprio solo delle prime e si identificherebbe con le “cose in sé” oggettivamente esistenti/accadenti nella realtà, per l’ appunto anche indipendentemente dalla presenza o meno del soggetto percipiente e dalla eventuale percezione da parte sua (anche se e quando esse -le cose in sé- non sono oggetto di sensazione).
In questo modo Searle cade a mio avviso in un fraintendimento che è proprio di gran parte della filosofia analitica, sostenuto con particolare impegno da John Mc Dowell (e sposato in un primo momento, fra i molti altri, anche da Hilary Putnam, che in seguito l’ ha severamente criticato): quello circa il presunto “mito del dato”, cioè la pretesa indiscernibilità fra dati “bruti” di coscienza (o “puri qualia” non integrati da ulteriori considerazioni) da una parte e pensieri, considerazioni, “teoria” relativa ad essi di cui i qualia, secondo questa concezione a mio parere erronea, sarebbero sempre e comunque, inevitabilmente, necessariamente, inscindibilmente “carichi” dall’ altra parte.
Le sensazioni o qualia (inevitabilmente carichi di teoria) “veritieri” (quelli costituenti esperienze sensitive autentiche) avrebbero effettivamente “oggetti intenzionali” reali, analogamente ai predicati o giudizi veri (per la precisione i giudizi “positivi” o “affermativi”, non i “negativi”), mentre le sensazioni o qualia (inevitabilmente carichi di teoria) allucinatori od onirici ne sarebbero privi, analogamente ai giudizi o predicati (affermativi) falsi. E questi “oggetti intenzionali” delle sole esperienze sensibili veritiere si identificherebbero puramente e semplicemente con gli insiemi dei dati di coscienza (o qualia; inevitabilmente “carichi di teoria”) da cui esse sono costituite (ma lo sono anche, e in maniera del tutto simile, assolutamente indistinguibile se ci si limita ad essi stessi, le allucinazioni e i sogni che ne invece di oggetto intenzionale sarebbero del tutto privi!).
A questa argomentazione di Searle avrei due fondamentali obiezioni da opporre.

 

Innanzitutto mi pare insostenibile una simile pretesa di “caricare di teoria” le sensazioni (i qualia o dati fenomenici immediati che le costituiscono); questi infatti, contrariamente ai predicati o giudizi da cui possono o meno essere accompagnati e in generale alle “considerazioni mentali”, alle variabili “prese in considerazione” o “attenzionamenti” eventualmente possibili a proposito di essi, sono meri “eventi generici” e non affatto “intenzionali”: quando Searle vede la solita scena standosene nel suo studio semplicemente accadono (nell’ ambito della sua esperienza fenomenica cosciente) alcuni eventi che non significano, non alludono a, non “intenzionano” alcunché (di diverso da essi stessi, eccedente se stessi). Essi non sono e non possono essere veri o falsi (in caso di allucinazione o sogno) per il semplice fatto che non predicano alcunché, ma soltanto reali (se accadono) o meno (se non accadono). Veri o falsi possono essere casomai (le sensazioni interiori o mentali costituenti) i pensieri o predicati circa di essi; pensieri che possono accompagnare o meno le sensazioni (i qualia o dati fenomenici immediati), che non necessariamente li accompagnano, che spesso di fatto non li accompagnano punto (suppongo per esempio quando Searle è immerso nei suoi pensieri circa il presunto “cattivo argomento” e concentrando la sua attenzione sul tentativo di dimostrare il realismo diretto “non fa caso” a ciò che accade intorno a lui, semplicemente lo ignora; anche se ne ha sensazione): in caso di effettiva, autentica visione ad esempio le considerazioni, i pensieri che accompagnano i dati empirici immediati sono veri se ne predicano l’ intersoggettiva constatabilità anche da parte di eventuali altri osservatori, il futuro non venire meno in seguito a un risveglio, ecc. e falsi se negano tutto ciò ovvero ne affermano caratteristiche contrarie; in caso di allucinazione o sogno ad esempio sono veri se ne predicano la non intersoggettiva constatabilità anche da parte di eventuali altri osservatori, il futuro venire meno in seguito a un risveglio, ecc. e falsi se negano tutto ciò ovvero ne affermano caratteristiche contrarie.
Se c’è (realmente) qualcosa con cui le sensazioni (esteriori o materiali), come la solita scena visibile in parte nello e in parte oltre lo studio di Searle a Berkeley, in qualche modo “si riferiscono”, “alludono” o “si relazionano” (fedelmente, correttamente) se effettive o autentiche mentre ne sono prive (ovvero questo “qualcosa” non c’ è realmente) se allucinatorie od oniriche, allora questo “qualcosa” non può puramente e semplicemente identificarsi con gli insiemi dei dati fenomenici di coscienza (o qualia) da cui esse sono costituite; infatti di questi, esattamente allo stesso modo, sono costituiti anche sogni e allucinazioni; e infatti questo “qualcosa” continuerebbe ad esistere anche allorché le sensazioni materiali stesse, i dati di coscienza di cui sono costituite, non esistessero, sia pure momentaneamente (non più e/o non ancora).
Questo “qualcosa” che spieghi la costanza relativa e l’ intersoggettività delle sensazioni fenomeniche materiali autentiche (il fatto che se Searle chiude ripetutamente gli occhi puntualmente ogni volta che li riapre le sensazioni costituenti “la scena nel-dal suo studio” tornano ad accadere realmente e inoltre possono essere verificate o constatate da chiunque altro, purché si collochi nella giusta posizione e guardi nella giusta direzione, al contrario di quanto accadrebbe nel caso fossero sensazioni illusorie), allora questo “qualcosa” di esistente anche allorché non esistono le sensazioni fenomeniche non può che essere “altra, diversa cosa da esse”, pena la caduta in una patente contraddizione (altrimenti tale “qualcosa” esisterebbe anche allorché non esisterebbe!); non può essere che qualcosa di diverso dalle corrispondenti sensazioni fenomeniche, qualcosa non di apparente (dal greco e a la Kant: “fenomeno”), bensì di meramente ipotizzabile, pensabile, congetturabile (dal greco e a la Kant: “noumeno”).
Dunque le sensazioni, al contrario dei giudizi o predicati circa le sensazioni, non sono fatti “intenzionali” nel senso di dotati, “soddisfatti” o meno di un “oggetto intenzionale” (oltre che necessariamente di un preteso “contenuto intenzionale” da cui immediatamente sarebbero costituite), non sono “vere” o “false”; e ciò a cui possono in qualche modo essere in relazione correttamente, effettivamente, autenticamente o meno (cioè rispettivamente se effettive o autentiche oppure se allucinatorie od oniriche) non può essere il medesimo, identico insieme di “contenuti fenomenici soggettivi o qualia che le costituiscono, che con esse si identificano” (sempre necessariamente; fra l’ altro del tutto indistinguibilmente anche in caso di illusorietà delle sensazioni stesse), bensì una ben altra, diversa, non apparente, non percepibile ”realtà in sé” o noumeno, che ad esse può essere considerato biunivocamente corrispondente (e non affatto identico, esistendo realmente anche allorché esse non esistono realmente) in caso di “sensazioni autentiche”, e che non esiste in caso di sogno o allucinazione.

 

In secondo luogo ritengo che in sostanza Searle, partendo da questa indebita pretesa di trattare le sensazioni, analogamente ai predicati o giudizi, come “eventi intenzionali” aventi o meno, a seconda dei casi, “condizioni di soddisfazione”, finisca per cadere in contraddizione con l’ attribuire la condizione di soddisfazione (cioè appunto l’ oggetto intenzionale) alle sole sensazioni autentiche e non alle illusorie ma pretendendo che l’ oggetto intenzionale stesso (ovvero la condizione di soddisfazione), reale nel caso delle autentiche, non sia nient’ altro che (si identifichi tout court con) il loro contenuto intenzionale del tutto indistinguibile da quello delle illusorie, che di condizioni di soddisfazione sarebbero invece prive.
I predicati o giudizi circa la realtà) possono essere veri o falsi; e sono comunque, in entrambi i casi, caratterizzati da concetti (di cui predicano veracemente o meno la realtà, se predicati affermativi; la non realtà se negativi, ma in questo ragionamento basta considerare per semplicità soltanto gli affermativi); e la differenza fra quelli veri e quelli falsi sta nel fatto che nel caso dei primi (veri) i concetti di cui predicano (la realtà), oltre a un senso o connotazione (teorico, epistemico; comune anche ai concetti predicati dai giudizi falsi), hanno (o per dirlo “intenzionalisticamente a la Searle”: sono soddisfatti da) anche un riferimento o denotazione (reale, ontologico) mentre nel caso dei secondi (falsi) i concetti di cui predicano (la realtà) non hanno (non  sono soddisfatti da) un riferimento o denotazione (reale, ontologico), ma solamente un significato o connotazione (teorico, epistemico; comune anche ai concetti predicati dai giudizi veri, e che infatti hanno inevitabilmente tutti i predicati, veri o falsi che siano).
Analogamente Searle pretenderebbe indebitamente che le sensazioni siano caratterizzate (tutte) da un “contenuto intenzionale” (come i predicati tutti sono caratterizzati da concetti aventi un senso o connotazione); che possano essere “veritiere” (ma sarebbe meglio dire: effettive, autentiche) o illusorie (come i predicati possono essere veri o falsi); e che la differenza fra quelle effettive e quelle illusorie stia nel fatto che le prime (autentiche) hanno anche (sono soddisfatte da) un “oggetto intenzionale” (come i concetti dei predicati affermativi veri da una denotazione o riferimento reale), mentre le seconde (illusorie) non ne sono soddisfatte (come i concetti dei predicati affermativi falsi non sono soddisfatti da una denotazione o riferimento reale) ma sono soltanto caratterizzate dal loro “contenuto intenzionale” (come i predicati falsi lo sono solamente da una connotazione o senso teorico dei loro concetti).
Peccato che secondo la sua concezione nel caso di sensazioni autentiche aurtocontraddittoriamente il “contenuto intenzionale” (soggettivo; reale esattamente allo stesso modo anche nel caso di quelle illusorie, cioè anche qualora si trattasse invece di sensazioni illusorie: i qualia) sia la stessa identica cosa che l’ “oggetto intenzionale”; il quale però nel caso delle sensazioni illusorie non c’ è realmente, mentre c’ è pur sempre inevitabilmente il “contenuto intenzionale” che però è la stessa identica cosa dell’ “oggetto intenzionale” stesso, realmente esistente, di quelle veritiere (su questa identità Searle conduce fra l’ altro una serrata polemica, che occupa un intero capitolo del libro, contro la concezione del “disgiuntivismo”, che respinge anch’ essa il “cattivo argomento” e sostiene parimenti, ma con una diversa interpretazione dei rapporti fra sensazioni autentiche e illusorie, il realismo immediato o ingenuo).
Tutte le sensazioni, che siano autentiche o illusorie, hanno un contenuto intenzionale indistinguibile nei due casi alternativi (non è da questo che si può capire se sono autentiche o illusorie, come pretenderebbe il disgiuntivismo); e se sono autentiche, allora hanno anche un oggetto intenzionale; il quale, quando c’è (dunque nel caso delle sensazioni autentiche) è la stessa, identica, medesima cosa del (loro) contenuto intenzionale. Ma allora anche le sensazioni illusorie, che hanno un contenuto intenzionale indistinguibile da quello delle autentiche il quale è indistinguibile dal, (=è la stessa cosa del) loro oggetto intenzionale, hanno per la proprietà transitiva dell’ uguaglianza o identità il contenuto intenzionale (lo stesso che se fossero autentiche: caso dal qual non solo non si possono distinguere per il loro aspetto meramente fenomenico soggettivo o contenuto intenzionale, ma non si distinguono proprio per nulla, in nessun senso o modo, “sotto nessun aspetto”!), contro la premessa affermante (per definizione) che non l’ hanno.

 

Riassunto schematico delle tesi di Searle:

  1. contenuto intenzionale delle sensazioni illusorie (CII) = contenuto intenzionale delle sensazioni autentiche (CIA);

  2. contenuto intenzionale delle sensazioni autentiche (CIA) = oggetto intenzionale (OI) reale, che c’ è realmente;

  3. l’ oggetto intenzionale (OI) non è reale, non c’ è realmente nel caso delle sensazioni illusorie.

Ma da
CII = CIA (1)

 

E da
CIA = OI (reale) (2)

 

Per la proprietà transitiva dell’ uguaglianza-identità consegue che
CII = OI (reale)

 

Ovvero che anche le sensazioni illusorie hanno un oggetto intenzionale reale coincidente con l’ oggetto intenzionale (lo stesso che avrebbero se fossero autentiche), in palese contraddizione con la tesi (3).

 

Per evitare la contraddizione bisognerebbe che l’ oggetto intenzionale (reale, che c’è) delle sensazioni veritiere non fosse la stessa cosa del loro contenuto intenzionale (fenomenico) il quale è del tutto identico a -indistinguibile da- quello delle sensazioni illusorie il cui oggetto intenzionale non é reale, non c’ è), proprio come la denotazione o riferimento dei concetti (reale, che c’ è) nel caso di predicati affermativi veri non è la stessa cosa del loro senso o connotazione (del tutto identico a -indistinguibile da- quello dei predicati affermativi falsi -che i predicati avrebbero, del tutto identico, anche se fossero falsi- e dunque anche in assenza di riferimento o denotazione reale). Bisognerebbe che tale oggetto intenzionale fosse un’ altra, diversa cosa, per quanto a quei determinati fenomeni che costituiscono il contenuto intenzionale biunivocamente corrispondente, una cosa “in sé” o noumeno, proprio come la denotazione o riferimento reale, che c’ è, dei concetti dei predicati affermativi veri è un’ altra diversa cosa, per quanto ad esso biunivocamente corrispondente, dal loro senso o connotazione: come l’ esistenza reale dei riferimenti o denotazioni dei concetti dei predicati affermativi veri, ai loro sensi o connotazioni biunivocamente corrispondenti ma diversi -altre cose!- ne sono la condizione di verità (in particolare; e in generali di “soddisfazione”, se vogliamo seguire Searle nell’ uso di una terminologia “intenzionale”), così l’ esistenza di enti ed eventi in sé (noumeno) ad esse biunivocamente corrispondenti ma da esse diverse -altre cose!- sono la condizione di esperienza effettiva, autentica e non illusoria (di “veridicità” o “realismo” o meglio di “autenticità” in particolare; e di “soddisfazione” in generale, se vogliamo) delle sensazioni fenomeniche coscienti.
Quale potrebbe essere il rapporto fra cose in sé e fenomeni?
Questa domanda non consente risposte basate su constatazioni empiriche “a posteriori”, le quali sono inevitabilmente limitate per definizione ai soli fenomeni senza alcuna possibilità di estendersi al noumeno e ai suoi rapporti con i fenomeni; e nemmeno su dimostrazioni logiche “a priori”: non disponiamo di argomenti logici nemmeno per dimostrare che oggetti in sé esistano oltre alle sensazioni fenomeniche immediatamente esperite, che non sarebbe contraddittorio ipotizzare (e dunque è teoricamente possibile) che esauriscano la realtà in toto, che in realtà non esista alcunché d’ altro oltre ad esse.
E’ una domanda alla quale si possono dare soltanto risposte ipotetiche, inevitabilmente prive di certezza, prendibili in considerazione nella misura in cui possono costituire spiegazioni soddisfacenti di quanto direttamente osservato fenomenicamente, percepito ovvero sentito coscientemente.
Una spiegazione interessante consiste nell’ ipotizzare che nell’ ambito delle cose in sé vi siano entità alle quali sono correlate a (ovvero: che sono “soggetti di) esperienze fenomeniche coscienti”, di modo che a certi determinati eventi in sé nell’ ambito di queste entità noumeniche corrispondano necessariamente:

  1. certi determinati eventi fenomenici nell’ ambito delle rispettive esperienze coscienti (di cui esse sono i soggetti);

  2. nell’ ambito di altre, diverse esperienze fenomeniche coscienti (per lo meno potenzialmente, attuandonsi effettivamente se si danno certe determinate circostanze) certi determinati eventi neurofisiologici in certi determinati cervelli (a loro volta corrispondenti a tali certe determinate entità noumeniche “soggetti di esperienza cosciente” e ai rispettivi eventi fenomenici di coscienza).

Si potrebbe inoltre ipotizzare che gli eventi in sé accadenti nel corso del divenire delle “entità noumeniche soggetti di esperienza cosciente” che sono corrispondenti nell’ ambito delle loro rispettive esperienze fenomeniche coscienti a sensazioni interiori o mentali (sentimenti, desideri, immaginazioni, pensieri, ragionamenti, ecc.) e inoltre alle sensazioni (apparentemente) esteriori o materiali ma illusorie (oniriche e allucinatorie: sensazioni in entrambi i casi puramente soggettive) accadano allorché tali “entità noumeniche soggetti di coscienza” sono in determinati rapporti “intrinseci” con se stesse e con nessun’ altra entità noumenica. E che invece gli eventi in sé accadenti nel corso del divenire delle “entità noumeniche soggetti di esperienza cosciente” che sono corrispondenti nell’ ambito delle loro rispettive esperienze fenomeniche coscienti a sensazioni esteriori o materiali autentiche (e intersoggettive) accadano allorché tali “entità noumeniche soggetti di coscienza” sono in determinati rapporti “estrinseci” con altre da se stesse diverse entità noumeniche (anch’ esse soggetti di esperienza fenomenica cosciente o meno) le quali costituiscono gli “oggetti” delle sensazioni fenomeniche esteriori materiali (autentiche) nell’ ambito appunto delle esperienze fenomeniche coscienti dei rispettivi “soggetti”; e in particolare che qualora queste altre entità noumeniche oggetto di sensazione che sono con dei soggetti di esperienza cosciente in rapporti “estrinseci” tali che nelle esperienze coscienti di questi ultimi accadano sensazioni fenomeniche esteriori materiali autentiche siano a loro volta anch’ essi (altri) “soggetti di esperienza cosciente”, allora queste sensazioni esterne materiali autentiche ad esse e alle loro proprie esperienze coscienti corrispondenti nelle (altre) esperienze coscienti rispetto ai quali esse sono oggetti di sensazioni siano certi determinati encefali con certi determinati eventi neurofisiologici in atto nel loro ambito i quali corrispondono alle certe determinate sensazioni fenomeniche in atto nell’ ambito delle esperienze coscienti di queste entità noumeniche soggetti di coscienza che di fatto si trovano (anche) ad essere oggetti delle esperienze coscienti di altri soggetti ad essi simili.
Per illustrare meglio questa complessa ipotesi esplicativa circa i rapporti fra fenomeni e cose in sé o noumeno conviene riprendere e criticare l’ affermazione errata di Searle secondo cui tanto le sensazioni autentiche quanto quelle oniriche o allucinatorie sarebbero localizzate letteralmente “nella testa” dei soggetti percipienti (e in particolare, con tutta evidenza, nei loro cervelli).
In realtà la testa dei soggetti percipienti non è che un insieme di sensazioni solitamente indirette, acquisibili in teoria (anche) da essi stessi attraverso uno specchio o meglio, per arrivare al “contenuto che conta” della testa, cioè il cervello, mediante l’ imaging neurologico (ma di fatto solitamente accadenti nell’ ambito di altre esperienze fenomeniche coscienti, diverse da quelle costituite dalle sensazioni considerate, nelle esperienze coscienti di “osservatori” di tali soggetti di esperienza sensibile); e in essa (nella testa dei soggetti percipienti) non si possono trovare affatto le esperienze coscienti, né materiali e nemmeno mentali, che tali soggetti percipienti stanno esperendo (per esempio nel solito caso di Searle nel suo studio l’ esperienza visiva delle suppellettili dello stesso, della baia di San Francisco, ecc.: queste cose -queste sensazioni- non sono assolutamente nella sua testa, né se le sta realmente vedendo, né se le sta sognando o ne ha l’ allucinazione). Nella sua testa di soggetto percipiente vi sono invece (accadono) unicamente certi determinati eventi neurofisiologici (certe determinate trasmissioni di impulsi nervosi lungo fasci di assoni, attivazioni e inibizioni trans-sinaptiche, ecc.) i quali con le certe determinate sensazioni costituenti tali sue esperienze coscienti possono essere considerate necessariamente in corrispondenza biunivoca (non si possono dare le une senza le altre e viceversa, come ben dimostrato dall’ imaging neurologico funzionale e in generale dalle neuroscienze), ma sono assolutamente diversi: tutt’ altre cose! Proprio come i riferimenti reali dei concetti dei predicati affermativi veri sono corrispondenti ma diversi dai loro sensi o connotazioni: tutt’ altre cose!.
Allorché Searle vede “veracemente” (effettivamente) la solita scena (nell’ ambito della sua propria esperienza fenomenica cosciente; mentre nel suo cervello si potrebbe -si dovrebbe; anzi: si deve necessariamente, se si ha la possibilità di osservarlo in maniera adeguata- rilevare un certo determinato stato neurologico funzionale -principalmente o forse esclusivamente localizzato nella corteccia visiva dei lobi occipitali- corrispondente biunivocamente con la sua esperienza sensibile) si può ipotizzare che nell’ ambito della realtà in sé l’ “entità noumenica soggetto di esperienza cosciente J.S.” (cui è “correlata” l’ esperienza fenomenica cosciente di J.S) si trovi in determinati rapporti “estrinseci” con una serie di altre “entità noumeniche” biunivocamente corrispondenti a tutti gli oggetti fenomenici percepiti (dal tavolo coi libri in primo piano al mare e al cielo sullo sfondo); e che a questi determinati rapporti “estrinseci” fra tali “enti ed eventi noumenici” (“J.S:” e gli altri) corrispondano biunivocamente nelle esperienze fenomeniche coscienti di (per lo meno potenziali) “osservatori” le sensazioni fenomeniche materiali degli oggetti presenti sulla scena; in particolare, fra l’ altro, delle riflessioni dei raggi luminosi visibili su di essi e da essi (in parte) alle retine di J.S. con tutte le conseguenze fisiologiche ben note: stimolazione delle cellule recettrici dei coni (soprattutto) e bastoncelli e successive trasmissioni ed elaborazioni di impulsi nervosi nella retina stessa, lungo i nervi ottici, attraverso i tratti ottici, i tubercoli quadragemini superiori, i nuclei talamici fino alla corteccia visiva occipitale e successive determinate elaborazioni neurofisiologiche corticali degli stessi, ecc. E che tali elaborazioni fisiologiche soprattutto (o forse unicamente) corticali (che sono tutto ciò che c’ è o accade “nella testa” -encefalo- del soggetto percipiente J.S.: altro che le sue sensazioni fenomeniche! La quale -la testa di J.S.- può invece trovarsi in altre esperienze fenomeniche coscienti, quelle di eventuali, diversi soggetti percipienti -percipienti J.S. e la scena tutta- e non di J.S. stesso), corrispondano biunivocamente alle determinate sensazioni fenomeniche coscienti di J.S.: la sua visione effettiva della scena.
Invece allorché J. S. ha il sogno o l’ allucinazione di trovarsi nel suo studio e di vedere la scena (e nel suo cervello si potrebbe -anzi: si dovrebbe, si deve necessariamente se si ha la possibilità di osservarlo adeguatamente- rilevare il medesimo certo determinato stato neurologico funzionale -principalmente o forse unicamente localizzato nella corteccia visiva dei lobi occipitali- corrispondente biunivocamente con la medesima -indistinguibile da quelle autentica- esperienza sensibile (di J.S. stesso), ma non conseguente causalmente a eventi neurofisiologici iniziantisi dalla stimolazione dei coni e bastoncelli della sua retina in seguito alla riflessione luminosa da parte oggetti esterni al suo corpo, bensì conseguente causalmente, in questo caso, a determinati altri eventi neurofisiologici intrinseci al suo encefalo), allora si può ipotizzare che nella realtà in sé l’ “entità noumenica J.S.” (cui è correlata l’ esperienza fenomenica cosciente di J.S) non si trovi in quei determinati rapporti “estrinseci” con quella serie di altre “entità noumeniche” da essa diverse di cui sopra, corrispondenti all’ esistenza degli oggetti della scena e all’ arrivo di luce riflessa ai suoi occhi nel caso di esperienza sensibile autentica (le quali “entità noumeniche da essa diverse” in questo caso, di allucinazione, invece non ci sono, non sono in tali relazioni estrinseche con essa), bensì che essa (l’ entità noumenica soggetto di esperienze coscienti J.S.) si trovi in determinati rapporti (“intrinseci”) con se stessa, tali che ad essi necessariamente corrisponderebbero nelle esperienze coscienti di eventuali osservatori per l’ appunto quegli eventi neurofisiologici intrinseci al cervello di J.S. che porterebbero come conseguenza causale a quei determinati stati funzionali principalmente o esclusivamente corticali, identici al caso della visione effettiva della scena, e che corrisponderebbero anche in questo caso alla sua esperienza fenomenica cosciente allucinatoria, identica a quella che avrebbe se vedesse effettivamente e non illusoriamente la scena; i quali rapporti intrinseci all’ entità noumenica J.S. sarebbero eventi (nell’ ambito della realtà in sé o noumeno) del tutto identici a quelli che in essa accadrebbero anche qualora fosse invece nei determinati rapporti “estrinseci” con quelle altre “entità noumeniche” che corrispondono ai contenuti della sua esperienza fenomenica cosciente effettiva, autentica della medesima scena visiva, ma in assenza di tali rapporti “estrinseci” con quelle altre “entità noumeniche” (rapporti che non accadrebbero, nella realtà in sé, in questo caso, cioè in caso di allucinazione).
In questo modo si spiegano facilmente l’ intersoggettività delle esperienze fenomeniche esteriori autentiche: in questi casi nell’ ambito delle esperienze coscienti di tutte le “entità noumeniche soggetti di esperienza fenomenica cosciente” (di ognuna e di qualsiasi di esse) che si trovassero in certi determinati i rapporti “estrinseci” con gli stessi enti o eventi noumenici diversi da ciascuna di esse, avverrebbero sensazioni esterne tutte in corrispondenza biunivoca con i medesimi enti o eventi in sé, e pertanto -transitivamente- reciprocamente corrispondenti fra tutte loro (corrispondenti per così dire “poliunivocamente” fra tutte le esperienze coscienti e fra ciascuna di esse e il noumeno); nonché la mera soggettività o non intersoggettività delle esperienze fenomeniche coscienti interiori (mentali: pensieri, concetti, nozioni, ricordi, immaginazioni, sentimenti, ragionamenti, ecc.) e anche di quelle illusorie (apparentemente” esteriori”; comunque costituite da qualia “di tipo fenomenicamente materiale” come queste e non mentali come sono solitamente quelle “interiori”): mera corrispondenza biunivoca di esse con determinate condizioni della sola “entità noumenica loro soggetto”, eventualmente (nel caso di sogni e allucinazioni) simili a quelle in cui essa si troverebbe allorché fosse in relazione ad altri enti o eventi in sé qualora si trattasse invece di percezioni esterne autentiche, e tuttavia in assenza di tali altri enti o eventi in sé da essa diversi ma invece in seguito a “eventi noumenici” unicamente ad essa “intrinseci” (senza corrispondenza biunivoca con alcun altra “entità noumenica soggetto di esperienza cosciente”; ovvero “poliunivoca” fra più diverse esperienze coscienti).

 

Secondo questa la teoria ipotetica dei rapporti fenomeni/noumeno a rigor di termini l’ esperienza fenomenica cosciente non è propriamente causata da determinati eventi neurofisiologici cerebrali, al contrario di quanto sostiene Searle (anche se non può darsi senza di essi, anche se l’ esistenza reale di essi ne è una conditio sine qua non; e viceversa).
Per la imprescindibile chiusura causale del mondo fisico gli eventi neurofisiologici possono solo essere causati da, e a loro volta causare, altri eventi neurofisiologici o comunque altri eventi fisici (fisiologici, comunque in ultima analisi riducibili a eventi fisici o anche “immediatamente fisici”: stimolazioni di recettori sensoriali, contrazioni muscolari, ecc.) e gli eventi fenomenici di coscienza possono solo essere necessariamente in corrispondenza biunivoca con determinati eventi neurofisiologici, non in propriamente in rapporto di causazione fisica (non esserne propriamente causati, né causarne, trattandosi di ambiti della realtà reciprocamente non comunicanti, non interferenti, trascendenti, anche se in divenire biunivocamente corrispondente, per così dire metaforticamente “parallelo su piani diversi”).
E allo stesso modo il pensiero (l’ esperienza fenomenica cosciente mentale; in particolare la volontà di agire interiormente, mentalmente avvertita) non causa propriamente i movimenti volontari, che invece possono essere causati unicamente da eventi neurofisiologici, in ultima analisi fisici: stando a un altro esempio più volte proposto erroneamente da Searle nel libro, non è la mia (oppure la sua) volontà cosciente (mentale) di alzare un braccio a causare il fatto che, in seguito alle opportune contrazioni coordinate degli appropriati gruppi muscolari, quel mio (oppure suo) braccio si alza, ma per la chiusura causale del modo fisico può invece esserlo solo qualche evento in ultima analisi fisico: gli eventi neurofisiologici che nel mio (oppure nel suo) cervello necessariamente corrispondono biunivocamente alla mia (o rispettivamente sua) volontà cosciente (fenomenica; mentale) di alzare quel braccio, ma che con essa non si identificano affatto: sono ben altre cose!

 

Un’ ultima considerazione critica, fra le altre che si potrebbero muovere al libro di Searle riguarda la sua distinzione arbitraria fra “caratteristiche di base” e “caratteristiche superiori” della “fenomenologia soggettiva della percezione”, per usare le sue parole (cioè dell’ esperienza fenomenica cosciente, costituita per l’ appunto da sensazioni: “esse est percipi”! Quella che chiama anche “contenuto intenzionale” delle percezioni”); pretesa distinzione con tutta evidenza strettamente legata al fraintendimento del preteso “mito del dato” ovvero al preteso inevitabile “carico di teoria dei qualia”.
La “fenomenologica soggettiva della percezione” è costituita da meri fatti “bruti”; mentre qualsiasi distinzione mereologica o anche qualsivoglia altra (arbitraria e soggettiva) “interpretazione” nel suo interno (o a proposito di essa) è un’ elaborazione mentale di quei fatti fenomenici (dell’ insieme delle sensazioni), è considerazione, pensiero circa di essi.
Qualsiasi presunto “livello superiore” della percezione è in realtà (arbitraria) “presa in considerazione”, “attenzionamento”, pensiero, teorizzazione circa le percezioni stesse, che non si aggiunge a un loro presunto “livello inferiore”, bensì semplicemente si aggiunge tout court alle sensazioni stesse (ai “dati bruti”, realissimi in quanto tali, di sensazione!) indistintamente nel loro insieme, nella loro, “bruta immediatezza del tutto scarica di teoria” per così dire.
E infatti, come nota anche Searle stesso, esso dipende da ciò che si sa (o meno) e non immediatamente, necessariamente, in modo immediato, indipendente dalle nozioni disponibili, fisso e automatico per così dire, dal presunto “livello inferiore”, che è uguale per tutti, salvo patologie della percezione, mentre il preteso “livello superiore” può essere e di fatto è diverso dipendentemente dalla cultura di chi lo stabilisce o considera (e non immediatamente percepisce); per fare un’ altro esempio ricorrente nel libro, Searle non “vede” propriamente (come erroneamente sostiene) la sua macchina (come preteso “livello superiore” a quello “inferiore” costituito dalla forma, dal colore, ecc. di essa, simili a quelli di tante altre); Searle invece “sa”, pensa, crede, deduce da vari ricordi e conoscenze di cui dispone (in aggiunta alle mere sensazioni che ne costituiscono la visione) che quella macchina (quell’ insieme di forme e colori) è proprio la sua macchina e non quella, magari del tutto simile, di un altro. E infatti questa sua conoscenza (il preteso “livello superiore”) potrebbe anche essere errata o falsa (si può sbagliare, se ne vede una del tutto identica senza riuscire a leggerne la targa), mentre la sua visione della macchina “bruta”, non caricata di teoria, le sue sensazioni (il preteso “livello inferiore”) sono solo reali (o meno; in quanto tali: meri dati fenomenici; casomai sono effettive oppure oniriche o allucinatorie), e non vere o false (veri o falsi possono essere a loro volta a seconda dei casi ulteriori considerazioni o pensieri sulla loro natura effettiva oppure illusoria; oltre naturalmente che sul fatto che si tratti o meno della sua macchina).

 

Giulio Bonali

 

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