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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

Derrida e il suo Monolinguismo.

Il linguaggio come ponte fra il me e il tu

Di Massimiliano Uberti - Febbraio 2016

 

La lingua è senza dubbio l’elemento che più contraddistingue il nostro essere e che contribuisce maggiormente a formare la nostra identità culturale e sociale. Se questa però è la posizione teorica sostenuta con veemenza dai linguisti e, più in generale, dagli esperti della comunicazione; di natura differente pare l’interesse che Derrida mostra di nutrire nei riguardi della lingua tra le pagine del saggio Il monolinguismo dell’Altro o la protesi d’origine.

La lingua di cui ci parla il filosofo francese, in questo breve saggio pubblicato in Francia nel 1996, non è la lingua delle grammatiche, dei saperi tecnici, delle scienze, dei mestieri; bensì essa è lingua materna. Una lingua dunque che è lingua viva e vivificante al tempo stesso: viva perché è la sola lingua che udiamo da piccoli direttamente dalla madre (o da chi si occupa di noi fin dai primi istanti di vita) e soprattutto perché è attraverso di essa che, letteralmente, veniamo al mondo; vivificante perché è la sola in grado di potenziare le relazioni nelle quali siamo immersi/e(1). Per questo proprio riferendosi all'idioma francese (che pure utilizza per parlare in pubblico e per scrivere i suoi libri), Derrida ribadisce quanto segue: “Sì, non ho che una lingua, e non è la mia”. Quel francese, il cui studio veniva imposto in Algeria nelle scuole di ogni ordine e grado dall'Autorità coloniale, appare così a molti (compresi ai figli di coloni francesi o di origine francese) come la lingua dell'Altro.

Una lingua, quella francese, che quindi affiancava altri idiomi (arabo, berbero, ebraico), ma la cui fonte, le cui norme, le cui regole e la cui legge erano situate altrove(2). Dunque è senza dubbio un paradosso, quello vissuto dal pensatore francese, l'aver a che fare con una lingua che pur essendo la propria lingua materna appare quale una lingua straniera, una lingua dell'Altro. La Francia è in effetti la patria del francese, non l'Algeria.

Nel rapporto complesso che Derrida dichiara di intrattenere con la medesima lingua francese (con il francese delle grammatiche) si cela, in realtà, una riflessione più acuta e profonda, sarebbe a dire un chiaro e contraddistinto rimando all'alienazione che ogni lingua comporta di per sé. L'uso di una lingua (specie di una lingua straniera) diviene così sempre una fuoriuscita da sé stessi che si traduce in una “tensione” verso l'Altro (3), verso quell'Altro il quale esattamente come l'Io, proprio nello spazio linguistico, riscopre il senso del suo essere alterità come pure del suo comune appartenere ad unico genere, quello umano.

La lingua, ogni lingua, è quindi al contempo uno spazio che unisce e separa, poiché essa è pronunciata e scritta esattamente come tutte le altre, ma è pure dotata di una sua irriducibile singolarità. Questa pluralità ed unicità del linguaggio fa sì che non vi sia discorso che possa farsi Assoluto, Totalità; piuttosto questa stessa aporia è ciò che condanna ciascun essere parlante ad una parzialità che non ammette repliche.

La stessa lingua materna altro non può essere che già lingua dell'Altro, almeno secondo l'interpretazione che ne offre il filosofo della Decostruzione; essa è infatti allo stesso modo sia un qualcosa che mi appartiene intimamente fin dai primi istanti di vita sia ciò che mi permette di andare oltre l'Io, al di là del me per “aprirmi” a ciò che ancora non so, a chi non conosco e non posso cogliere appieno se non per mezzo della sola comunicazione verbale.

Nel presente testo, Derrida chiarisce pure la maniera in cui questi tratti della lingua rendano pressoché vano ogni tentativo di traduzione del discorso dell'Altro; non è un caso perciò che arrivi a dichiarare in proposito: “Niente è intraducibile in un certo senso, ma nell'altro senso tutto è intraducibile, la traduzione è un altro nome dell'impossibile(4). La traduzione di un discorso da una lingua ad un'altra è pertanto quasi “una violenza”, o quantomeno è qui percepita come l'intenzione di ridurre, di banalizzare il discorso altrui e il senso che quest'ultimo porta con sé. Il discorso dell'Altro è allora intraducibile, anzi è l'intraducibile per eccellenza.

Se solo si pensa alla radice etimologica latina del verbo tradurre, cioè tras-ducere (letteralmente “condurre da...a...”, o ancora, “condurre attraverso”), si può comprendere la ragione per cui l'Altro e il suo discorso non siano mai riconducibili a me, in quanto l'alterità è irriducibile nella singolarità che la contraddistingue. L'Io e l'Altro restano così entità separate, sostanze indipendenti che tuttavia non cessano di risultare collocabili entro una relazione di dipendenza, di corresponsabilità nel “buon esito” dell'incontro tra i due. Ciascuno resta dalla propria parte, così l'Io e l'Altro preservano il proprio essere anche quando si guardano, quando si toccano, quando si parlano...

Lingua come “ponte” fra l'una e l'altra sponda dell'esistenza, lingua come nesso fra il me e il tu, come ciò che intreccia due identità distinte senza per questo ambire a scalfirne l'essenza dell'una o dell'altra. Ogni lingua è, sostiene Derrida concludendo il testo, sempre e solo una monolingua, quella monolingua dell'Altro, dove il “del” non sta ad indicare tanto la proprietà quanto la provenienza: la lingua dell'Altro, venuta dall'Altro, la venuta dell'Altro(5) Una venuta dell'Altro a me che fa da contraltare al mio sopraggiungere a lui, mediante lo scambio, ancora una volta, di parole.

 

   Massimiliano Uberti

 

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NOTE

1) Vi è tanta letteratura femminista, anche recente, che si è occupata di analizzare il concetto di lingua materna e che ha ridato vigore ad un'accezione della stessa quale, appunto,quella di lingua viva e vivificante.

2) Jacques Derrida, Il monolinguismo dell'Altro o la protesi d'origine., trad. it di Graziella Berto, Cortina Editore, Milano 2004, pag. 50.

3) Corsivo mio.

4) Jacques Derrida, Il monolinguismo dell'Altro o la protesi d'origine., trad. it di Graziella Berto, Cortina Editore, Milano 2004, pag. 74.

5) Cfr. Ivi, pag. 90.

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