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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

La durata nella poesia di Peter Handke

di Roberto Taioli - Ottobre 2016

 

O durata mia quiete!
O durata mia sosta!

 

 

Il canto alla durata di Peter Handke non è un poema nell’accezione classica del termine. Si tratta, semmai, di un’opera che provenendo dal continente della prosa, trasporta nella poesia territori e frammenti del suo registro. E’ quindi un’opera di poesia che incontra la prosa e soprattutto la filosofia come nucleo centrale ed orizzonte di senso.
Il tema di fondo è quello del tempo e del rapporto tra istante e durata, tra ciò che si consuma e si brucia e ciò che permane. Ma interessante sarà vedere le forme di questa permanenza che sembra sfidare le leggi fisiche del tempo.
Nel cosiddetto proemio o intenzione, l’autore così si esprime:

 

E’ da tanto che voglio scrivere qualcosa sulla durata,
non un saggio, non un testo teatrale, non una storia –
la durata induce alla poesia.
Voglio interrogarmi con un canto,
voglio ricordare con un canto
dire e affidare a un canto
cos’è la durata.(1)

 

La durata è infatti qualcosa di più e qualcosa di meno di uno stato d’animo. Incardinata nel fluire del tempo, si lega all’avvenire storico delle cose, abita le persone e gli spazi, retrocede ed al contempo avanza quando riaffiora al nostro sentire.
La percezione della durata è un quid che riemerge in noi e che dura, per parlare ancora di sé, benché sia avvenuto e si sia consumato.
La durata trattiene il tempo dalla disperazione dell’oblio assoluto, nel quale le cose precipitano dando luogo alla sedimentazione, all’inerzia e immobilità. La durata riattiva la funzione energetica del tempo che si fa sgomitolare e vive in noi come tempo rappreso, conservato. Essa è però ardua da percepire e ardua da gustare. Il senso comune la cancella in nome d’un frettoloso procedere delle cose, protendersi all’infinito.
Nel poema di Handke non è che la storia venga meno, cancellata; ci sono infatti, gettati qua e là come isole, squarci di narrazione storica o più propriamente personale ( vedasi il lungo excursus sul lago di Griffen o il lago Doberdò vicino a Trieste, ove tuonarono le armi nel primo conflitto mondiale):

 

il Doberdò vicino a Trieste,
l’unico lago del Carso.
E questo gambo nelle mie mani scricchia
e io sento di nuovo le prime gocce di pioggia di allora
cadere nella nostra barchetta.
E’ maculato o forse soltanto muffito
e appena lo rompo
ne esce fuori polvere
con un odore più dolce, più dolciastro di qualsiasi paglia
e che mi fa sentire ancora adesso il rumore dei manzi(2)

 

E’ quindi la rimemorazione che ridà vita e durata a questo piccolo e ormai dimenticato luogo, forse perfino scomparso dalle carte geografiche per la sua insignificanza.
Il canto alla durata è così un poema archeologico che scava nel profondo perché la durata è connessa al vivere. Si vive perché si dura.
La discesa nel tempo non ha nulla di un’impresa epica né ridonda di segni ancestrali. Sono le realtà che quotidiane che nel loro porgersi si fanno sponde propizie per il lavoro del poeta. Egli è un ricercatore, che con sensi attenti, scandaglia l’esperienza del tempo vissuto, fermandosi laddove viene lambito da un fremito interiore. La bellezza estetica ed estatica è così suscitata dall’esterno, ma ha bisogno dell’interno per essere fissata e contemplata, per non passare inosservata e trascurata.
Handke scardina cosi i cardini di una bellezza classica canonizzata ed eleva a cifra delle bellezza quanto dura nel tempo e ci richiama. E’ l’appello infatti delle cose, il loro aprirsi entro le fessurazioni del tempo che alimenta l’animo del poeta:

 

Vorrei avvicinarmi comunque
all’essenza della durata,
potervi accennare, parlarne nel modo giusto,
farla vibrare,
quell’essenza che ogni volta mi ridà slancio.
Eppure in un primo momento mi viene da intonare
 soltanto una litania fatta di singole parole:
sorgente, prima neve, passeri, piantaggine,
albeggiare, imbrunire, benda sterile, accordo.(3)

 

Emerge la difficoltà per Handke di dare un nome a quell’essenza bipolare che è fatta con la carne del mondo ed al contempo si staglia come locus metafisico, non reificabile. La durata non è una cosa né un insieme di cose, ma un sovrappiù di senso che nelle sue varie facce ci attraversa.
Esperienza singolare, ultima, difficilmente comunicabile e scrivibile come altresì pensabile. Essenza che raccoglie e sintetizza un tempo lungo in un segmento, in una inserzione sempre fungente che sotto traccia riappare. La durata non si sovrappone al tempo reale ma lo complica, lo ricarica, lasciandone intatto il fluire. La durata è il paradosso del tempo che scorre e permane in altre forme e profili dispersi come una semina nel campo della storia e della vita. La durata salda particolare ed universale, uno e molteplice.
La durata induce alla poesia(4) ma non è in se stessa poesia; è semmai poesia allo stato nascente, una condizione di sospensione del tempo che rallentando si dilata in un tempo più ampio della scansione fisica e si rapprende e focalizza in un centro di senso nel quale abitiamo.
Vi abitavamo già, ma nella forma anonima ed impersonale di un continuum indifferenziato, senza sporgenze ed insenature, senza consapevolezza, come in uno stato di lunga sonnolenza.
La durata è simile ad una scossa che spezza l’anonimo fluire e ci restituisce una porzione di mondo nel quale riconoscersi e ritrovarsi:

 

La scossa della durata
già di per sé intona un canto,
dà un ritmo senza parole
che,
elemento scatenante
nelle mie vene fa battere il palpito di un epos
in cui alla fine il bene trionferà.(5)

 

Il luogo privilegiato della durata è per Peter Handke un paesaggio immerso nel bosco di Clamart e Meudon, vicino a Parigi. Un locus amoenus di poche e concentrati elementi, ove il poeta transitava frequentemente per necessità quotidiane. Egli così lo descrive in un passo decisivo del poema:

 

Se mi chiedessero dove sia per me il centro del mondo
direi la Fontaine Sainte- Marie.
E in effetti essa è un centro;
vi facevo sosta
passando per il bosco
quando venivo dal sobborgo di Clamart
per andare al sobborgo successivo di Meudon
a prendere la bambina a scuola
e ora rifaccio quel percorso
ogni volta che posso.
Nella vicina Parigi scorre la Senna,
le acque scorrono nelle cunette,
ma per il resto tutt’intorno nulla.
Quei pochi ruscelli d’un tempo
scorrono sotterranei ricoperti dal cemento.
Nella Fontaine Sainte- Marie
ho trovato l’unica sorgente di questa metropoli,
l’unico rivolo vivo, naturale.
Quando mi avvicino a questo luogo,
mai scendendo da un veicolo,
sempre a piedi,
già sul limitare del bosco
posso sperare nell’incanto
in cui ogni mio rimuginare si dissolve
e il mio pensare diviene un puro riflettere sul mondo.
Le chiacchiere dentro di me,
un tormento fatto di molte voci,
lasciano il campo alla meditazione,
una sorta di silenzio redentore,
dal quale poi arrivando in quel luogo
s’innalza un pensiero esplicito, il mio pensiero
più elevato:
salvare, salvare, salvare!(6)

 

L’autore compie qui una esperienza fenomenologica di riorientamento che per il tramite dell’epochè, gli consente di immergersi in un nuovo giacimento di senso. Il mondi gli riappare, dopo che era stato coperto ed occultato, come in una proibizione. La sorpresa e lo stupore aprono la possibilità di un nuovo linguaggio della natura e delle cose che non teme la forza inerziale della iterazione. La durata è l’apparire dal nascosto, il passaggio dall’occulto all’evidente.
Opera nella durata una donazione di senso (Sinngebung). Il paesaggio sempre uguale riceve nuova luce. Lo sforzarsi, il protendersi verso le cose rende più puro il riflettere sul mondo . Ci inchiniamo come in un atto devozionale:

 

In una scossa così dolce quanto violenta
gli occhi si spalancano
e celebro nella radura
la festa del ringraziamento per l’esistenza di questo luogo.
Il doberman nero ripiegandosi sulle zampe
può ora tranquillamente fiutarmi dietro le ginocchia.
In certi giorni la trattoria è chiusa,
in certe stagioni la sorgente è asciutta,
-forse presto finirà sotto il cemento-,
ma questo non ha nessuna importanza:
eccolo qui, il luogo della durata
dove io, allora come adesso, descrivo la mia parabola,
la terra raffigurata dal cespuglio di nocciolo adorno di amenti
agli inizi della primavera,
l’umanità rappresentata dalla donna
che sulla strada rialzata davanti al lungo muro
sospinge verso l’orizzonte la carrozzella col bambino(7).

 

La durata è nelle cose ma ha bisogno di un soggetto che la attivi e ne renda possibile l’epifania.
Essa non è un’entità ontologica ma un residuum esistenziale nel quale installarsi e che va raggiunto. Questo crediamo siamo il senso del verso di Handke io devo andare incontro alla durata(8), che allude ad una intenzionalità, ad un moto verso, senza il quale la durata resta velata e oscura.
La durata è un disvelamento che ha a che fare con il tempo interiore scavando un’ansa nel tempo esterno che non cessa di fluire.
Nei versi di Handke è forte il sentimento del tempo di ungarettiana impronta che attua un sentire più sottile, sfaccettato e articolato. Ma anche, come è stato notato, ci fa pensare a La camera da letto di Attilio Bertolucci(9), ad un poema della memoria che è anche una storia epica di se stessi.
Tempo e memoria attuano uno sposalizio. Il termine tedesco Dauer (durata) è riempito da Hanke di una connotazione particolare simile alla intuizione di Bergson. Siamo bipolari perché situati nel tempo fisico misurabile ed al contempo nel tempo interno della durata.
Il grumo del tempo subisce una scossa (Zeitruck) che apre il corso di una narrazione nel tempo di adesso (Jetztzeit). Ma in realtà la durata non è mai una stasi, una pura immobilità, è un “andirivieni” tra un ante e un post passando attraverso il bruciore dell’istante. Peter Handke scrive un poema filosofico sul tempo non rinunciando alla narrazione che è un racconto interiore:

 

Restando fedele
a ciò che mi è chiaro e che è la cosa più importante,
impedendo in tal maniera che si cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nel sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo.(10)

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

NOTE

1) P. Handke, Canto alla durata, traduzione di Hans Kitzmuller- testo a fronte – Einaudi, Torino, 2016, p. 6.

2) CD, p. 33. D’ora in poi riporteremo i riferimenti all’opera con questa sigla.

3) CD, pp.19-21.

4) p. 5.

5) p. 51.

6) pp. 41-43.

7) p..43.

8) P. 47.

9) Ne fa accenno Hans Kitzmuller nella Postfazione, p. 64.

10) p. 23.

 

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