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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Estetica, prelinguaggio, poesia

di Roberto Taioli - Settembre 2015

 

Un verso poetico, pur se disancorato dall’intelaiatura che lo precede e lo oltrepassa, può essere un esercizio per il pensiero.  E il pensiero ha bisogno di sfide per attuarsi e concretarsi, in un itinerario senza sponde né argini, affrancato da una precostituita ragione legislatrice. L’avventura del pensiero ha inizio da una sorgente, da un moto spontaneo e sempre rinnovato che attraversa l’essere grezzo, come scrive Maurice Merleau-Ponty, da un atto che resiste e si oppone alla forza passiva della materia.

Incontriamo e ci vengono offerte parole senza contorno definitivo e apparentemente riconoscibile, schegge isolate, orfane, lasciate cadere, precipitare e dissolversi in un luogo labirintico che pare non avere mai fine.

Ogni  soluzione ci riconduce sempre daccapo, a riproporre l’atto iniziale, la nascita che è in noi e che riapriamo e riformuliamo nel gesto del linguaggio. Un verso è una monade, anche se strutturalmente imparentato con altre monadi, con altri segmenti di senso. La parole sono veicoli del mondo o, come scrive Hermann Broch, vocaboli della realtà(1), ma di un mondo che si nasconde nelle parole.

C’è  un pudore del linguaggio verso l’oggetto con cui si sente a volte in una artificiale relazione. La costruzione del linguaggio è così  violazione e privazione di una verginità. Ogni formazione poetica e unità di senso, sfiora e lambisce una condizione liminare e arcana.

Non c’è verso poetico che pur in sé linguisticamente conclusus, non alluda a quel piano zero del linguaggio, a quell’entroterra precategoriale che anticipa ogni significazione e non convochi e trascini con sé un silenzio del linguaggio che sta sotto il foglio e la stessa tramatura del testo, in un depositarsi di strati costituitisi per lento accumulo, che è presente ma non visibile a occhio nudo anche nella pagina più affollata e abitata di parole.

E’ silenzio che muove la parola come attore muto e segreto, come insieme non organizzato di ombre e momentanei  schiarimenti  lapsus, intermittenze, vuoti. Schermi  e svelamenti, apparizioni e scomparse che il testo ha in sé sigillati, come  una cifra sepolta, viva ma eternamente mancante e assente alla superficie, dove s’agita e si deposita materializzandosi  solo l’ultimo atto della recitazione.

Noi vediamo e leggiamo così solo l’epilogo, splendente e grandioso, linguisticamente trionfante, della lunga attività del dire che ha inizio altrove dalla pagina, che nasce e si muove fuori dal contesto gerarchizzato di segni giunti alla soglia dell’evidenza.

Interroghiamo allora quel foglio muto che non è neppure la pagine vergine che attende, non è neppure la nostra vita attenta e vigile e non siamo neppure solo noi. Più ci spingiamo indietro e ci addentriamo nel territorio a noi retrostante, affondiamo in uno specchio d’acque che non ci rifrange come siamo, ma nasconde e rannuvola la nostra origine, la nostra stessa tensione all’apparire, di cui il linguaggio, parlato e scritto, è la soglia più immediata e vicina. Ogni linguaggio è una crosta, una stasi, una sporgenza che affiora.

Siamo nati ad un linguaggio muto e silenzioso, ad una  conversazione misteriosa che si serve di noi e utilizza la nostra momentanea apparizione. Interroghiamo una natura sempre fungente. La poesia non svela se non questo nostro  intrattenersi provvisorio nel reticolo delle parole, nella griglia della  lingua.

La pulsione al dire, il coraggio della parola che sempre muore e sempre rinasce oltre le forme registrate e certificate di una comune e riconosciuta grammatica, ci accompagna con il volto di una volizione imperiosa, di un comando che è l’urgenza della vita stessa, della sua brutalità e barbara volontà di affermazione; nel principium individuationis, che è la forma del presentarsi, del giungere alla concretezza, emergendo dal mare vastum dell’ignoto e dell’amorfo cui siamo misteriosamente saldati.

Ma è questa saldatura che viene meno, che sfugge al maglio del nostro sguardo, pur facendosi percepire e avvertire  nel nostro io, nella nostra casuale abitazione del mondo.

C’è una sproporzione insanata e insanabile tra la soggettività della nostra comparsa – breve e per questo più convulsa e frenetica – e la calma dell’immenso bosco ai confini del quale siamo stati sospinti dalle forze cieche della vita e della physis.

L’erotismo della parola, il suo emergere, installarsi, radicarsi, durare, è lo stesso eros che anima la vita, del colore più vivo che vince il grigio cupore, del grido che spezza l’anonimo presentarsi e reiterarsi del giorno. Ogni forma del linguaggio è al servizio del desiderio, come anche Kierkegaard(2) notava, ed è sottomesso alla sua volontà di affermazione.

Il linguaggio al servizio del desiderio, della forza cieca e bruta, dell’indistinto moto, è quello che si riafferma nel trascendimento del linguaggio ordinario e quotidiano. In questo senso il “linguaggio al  servizio del desiderio” è sempre operante nella parola poetica che non descrive la realtà ed è refrattaria alla sua coercizione.  Si riversa in questa negazione.

La parola descrittiva è prigioniera del mondano, è irretita e feticizzata... Nel commercio con altre parole, anch’esse consegnate alla funzione descrittiva, si aliena come in un legame chimico, ove è con esse allineata, in una attesa anonima, al termine della quale non c’è, a volte, che l’incomprensione: il palese che compare, nel suo presunto ostentarsi, nel suo rigido imporsi, si nega ad una vera relazione.

Il mondi resta  là, muto, indecifrabile, anche se interpretato in molte parole, tradotto in molte lingue; il mondo mi viene  rubato, sottratto, proprio quando sembrava disciogliersi e risolversi completamente nel linguaggio.

L’oggetto si nasconde, si eclissa nelle parole, come splendidamente ha scritto Giorgio Caproni:

 

Le parole.  Già.
Dissolvono l’oggetto.
Come la nebbia gli alberi, il fiume: il traghetto”.
(3)

 

E’ qui accennata, forse con echi heideggeriani, la presenza del gran potere distruttivo e annientante del linguaggio come impalcatura anonima, apparato, macchina della comunicazione impersonale.

Occorrerebbe, rispetto a questo congegno, ent-werden, dis-venire il linguaggio, come dice Meister Eckhart, dis-fare il già fatto per ricominciare l’esercizio della tessitura. In questo smagliamento, che è poi un riapprendere a vedere, forse l’oggetto potrà rivendicare la propria integrità e la parola risorgere in una rinnovata attenzione verso la cosa.

 

   Roberto Taioli

 

Roberto Taioli nato a Milano nel 1949 ha studiato filosofia con Enzo Paci. Membro della SIE- Società Italiana di Estetica, è cultore di Estetica presso l'Università Cattolica di Milano. Il suo campo di ricerca si situa all'interno dell'orizzonte fenomenologico. Ha pubblicato saggi su Merleau-Ponty, Husserl, Kant, Paci e altri autori significativi del '900.

Negli ultimi tempi ha orientato la sua ricerca verso la fenomenologia del sacro e del religioso e dell'estetica. Risalgono a questo versante i saggi su Raimon Panikkar e Cristina Campo.

 

NOTE

1), H. Broch L’Irrazionale nell’edificio dei valori, in Poesia e conoscenza, trad. it. di Saverio Vertone, Lerici, Milano, 1965, p. 415.

2) S. Kierkegaard, In vino veritas, trad. it. di Icilio Vecchiotti, Laterza, bari, 1993, p. 34.

3) G. Caproni, Il franco cacciatore, Garzanti, Milano, 1984, p. 74.

 

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