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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

La filosofia e la filosofia della storia

di Matteo De Bonis - Maggio 2010

La filosofia è lo sforzo, tipico di quel commediante e commediografo farsesco che è l’uomo, l’impeto, tramite cui analizza, investiga, ricerca un significato al microcosmo da lui frequentato e da cui ha interesse a ricavare le coordinate. Su ciò penso non ci siano molti dubbi o qualora ci fossero rimandiamo ad altre sedi il dibattito. Adesso quel che è necessario chiedersi è: che cos’è la filosofia della storia? La storiasofia (termine coniato da Gershom Scholem) è pensabile come pratica teleologica? Essa possiamo rappresentarla con un andamento lineare, ciclico e ha ancora senso discutere, se mai lo ha avuto, di filosofia della storia come scienza esatta (così  la pretese Marx)? Tutti converremo sul fatto che l’espressione ‘filosofia della storia’ ingloba sia il termine filosofia che il termine storia. La storia ci appare il complesso di tutti gli eventi del passato, i fatti e i misfatti dell’antichità altresì una definizione più realistica la limiterebbe al passato che ci è noto, e, in particolare aggiungo che noi (miopi) umani, solo da poco, stiamo iniziando a interessarci ad una storia naturale ossia ad una storia riguardante gli animali e le piante et cetera. La storia è dunque filantropica e anzi antropomorfa, costituita da tutte le forze reali e da ogni esperienza presente nella memoria dell’uomo (capitalismo, autodeterminazione, diritto alla vita) che oggi viene a costituire il sub-stratum in cui l’uomo nasce, vive, muore. Heidegger sostenne che l’uomo, alla sua nascita, si trova in un contesto storico (cioè sorge in un Tempo e nel Tempo) e non può esistere a prescindere da esso, addirittura, anche i suoi sogni sono influenzati dal tempo in cui si trova, sono forgiati dal periodo presente che egli vive, se nasce durante il ventennio fascista il ragazzo non potrà che aspirare ad entrare nei giovani Balilla, diventerà, è già, un progetto gettato. Tralasciamo argomenti ontologici e torniamo ad occuparci del tema principale. Ho esaminato quanto basta il significato di storia. Ho detto che l’uomo è condizionato nella sua stessa essenza dal tempo poiché esiste solo nel processo temporale della storia. Le forme dello spirito (intendo ad esempio tecnica, musica, religione, diritto) si manifestano nel tempo, e la storia del mondo è una determinazione dello spirito, dell’uomo in genere, nel tempo. Verrebbe quindi piuttosto da chiedersi: perché l’essere (o l’ente) umano, essendo nella storia, dovrebbe disinteressarsi dalla filosofia della storia? Spiego meglio: Un turista, che si accinge a visitare la Gran Bretagna, non può far a meno di apprendere che lì la guida è a destra, che lì si parla l’inglese, che gridare <viva l’Inghilterra> in Irlanda non è forse una buona mossa! Ed è indispensabile per il turista imparare queste cose per la sua sopravvivenza.  Se egli non sa che la guida è a destra nell’attraversare la strada rischia la pelle. Se egli non studia per tempo l’inglese, in caso di sete crepa senza la possibilità di richiedere un bicchiere d’acqua salvifico. Se al turista nessuno mai ha riferito che l’Irlanda ha più volte tentato l’indipendenza, lui, non si raccapezza qualora viene pestato al grido <viva l’Inghilterra>. Badate bene. E’ già una gran cosa, per me, essere arrivato a dimostrare il valore vitale della disciplina storiosofica. Ora cercherò di smentire il mito, messo da parte solo dalla corrente pragmatista e dal ‘pensiero debole’, dell’innata passione per la verità unica e incontrovertibile, l’uomo spenderebbe il suo tempo ad approfondire dilemmi da un miliardo d’euro poiché il suo spirito (come capita nell’epistème platonica) ha vissuto la bellezza della verità e nel mondo (dell’apparenza) vuole ri-conoscere le idee.  Gli esempi che sopra ho portato invece portano a credere che il turista si avvicini allo studio dell’inglese solo per necessità di comunicare e non per una ‘mistica indole’ a conoscere la lingua inglese. Allo stesso modo, l’uomo si butta a capofitto nello splendido esame di senso della filosofia della storia perché è dentro la storia, poiché sapere le regole del suo passato (in quanto uomo partecipa alla memoria dell’umanità) e applicare con successo quelle regole al presente lo tranquillizzerebbe sul suo futuro. Severino proporrebbe la filosofia della storia medicina che libera dall’angoscia del divenire. Infatti secondo quella categoria della ragione, che tanto criticò Davide Hume, l’uomo vedendo un fenomeno ac-cadere nel passato e ri-ac-cadere nel presente pensa che si verificherà anche nel futuro e nell’eternità intuendo una legge mentre maggiori probabilità ci sono affinché sia ripetizione infinita di eccezioni. Dopo aver provato l’inesistenza di alcuna indole nell’indagare la vera verità, farò notare che se ci fosse una certa tendenza nell’uomo sarebbe una tendenza per il niente. E’ niente la verità, non esiste una verità che noi possiamo ammirare e anche questa non è una verità. La storia, cosicché, non è scienza matematica. La filosofia della storia, a parer mio, si può leggere come interpretazione costante.  La mia idea riguardo la storia è che la realtà è propriamente realtà ed Essere storico, e che quindi la verità, a sua volta, non è un immutabile e non sta nel cielo ma è filia temporis, riflette il sentiero delle varie epoche e attraverso queste varie epoche offre la varietà dei suoi aspetti. Ne deduco la fenomenologia della storia, oggetto di speculazione della filosofia della storia, cangiante direzione e fini e ritmi a seconda dei bisogni reali dell’uomo nel momento storico. E in questo frangente storico l’uomo quali esigenze sente? Come e in che modo sono trasformati i soggetti, i ritmi, i fini? Foucault e Derrida ci offrono un’affascinante teoria di ciò che l’uomo ora si aspetta dalla storia. L’uomo si aspetta una storia disponibile a lasciarsi decostruire, vedersi mettere a soqquadro le obsolete strutture anacronistiche per far emergere un nuovo tipo di società più libera e più giusta. Il senso di giustizia soprattutto in Derrida è evidenziato. Secondo un giudizio personale, però, è anacronistico parlare ancora di giustizia. Il senso comune desidera decostruire la storia per costruire una società migliore non per un vezzo di giustizia quanto per convenienza, per amor proprio, sente che le forze attuali lo schiacciano. Infatti il cosiddetto Sistema (tanto decantato dalla scuola di Francoforte) impedisce la felicità dell’essere umano.  Il soggetto della storia è quest’ultimo. Giustappunto la filosofia della storia di Hegel decise che l’Assoluto, ente metafisico e impersonale, guidasse la storia e l’intero corso degli fatti, servendosi di individui e istituzioni attraverso l’astuzia della Ragione, a realizzare per mezzo pure di dolori e catastrofi l’utopia della completa libertà. Hegel pecca, qui, alla luce del suo stesso metodo. L’assoluto - sempre affermò- non è un punto di partenza (la notte in cui tutte le vacche sono nere) ma è un processo che si compie solo alla fine. La storia, tuttavia, qui, non è presa come punto d’arrivo e vuol dire non fondata da singole persone. La storia di Hegel è già persistentemente nei piani dello Spirito del Mondo che si impossessa dei vari spiriti nazionali al fine di soddisfare il suo universale obiettivo, non avviene come dovrebbe. Non avviene che i  spiriti nazionali accordino  le loro aspirazioni nello spirito assoluto (protagonista della storia) come condivisione sociale. La seconda importante domanda a cui mi tocca rispondere è se esiste un fine nella nuova concezione di storia. Garimberti insegna: il fine corrisponde con la fine. Per la fresca filosofia della storia alla storia si può attribuire un fine solamente alla fine della storia.  Non si può pensare uno scacco più grande all’idea di Hegel. anche, di Nietzsche con la sua metafisica del super uomo. Almeno possiede una direzione e un verso, vi chiederete in tanti. La storia secondo questa filosofia della storia ha una direzione ben precisa, essa cambia di epoca in epoca, essa dipende dai desideri sviluppatisi in seno a ogni singolo individuo e vengono compiuti per mezzo delle nazioni e ulteriori istituzioni e persino movimenti. Tutti i buoni pensatori liberal-democratici, del XX secolo, sono obbligati a , sì, indicare le direzioni e le mete possibili, ma senza aver la pretesa di dare un giudizio morale su quale sia la direzione e la meta più giusta. Non posso, io come pensatore, aver il diritto di scegliere la direzione opportuna in vece della totalità. Ho il solo dovere intellettuale di vagliarne le conseguenze. Vorrei avviarmi alla conclusione del testo soffermandomi prima su d’un ultimo importante punto. Nel secolo scorso sembrava messa da parte ma solo apparentemente, negl’ultimi decenni è  particolarmente cresciuta di importanza l’idea di progresso.  I totalitarismi (d’inizio secolo) avevano utilizzato e sfruttato, a qualsiasi livello, l’ideale di Afterburg. Nella politica estera miravano a superare incessantemente i propri confini territoriali fino al punto di conquistare il mondo e forse… come allude un cortometraggio satirico, andato in onda quest’estate su rai 3, forse avrebbero reso colonie la luna e le altre stelle. In politica interna il nazismo spacciava l’obiettivo di superare addirittura l’uomo, biologicamente, il super-uomo nazista è l’ autentico Afterburg. In seguito alla fine del secondo conflitto mondiale il Mondo nella sua totalità (sia pur divisa in regno capitalistico e comunista) si fondò proprio entro l’orizzonte culturale antagonista a qualsivoglia Progresso.  E’ accaduto in Italia che la Costituzione, scritta nel 1946, ancora vigente, sia nata nell’autentico spirito anti-fascista. Il progresso, probabilmente, cessò soltanto di essere visibilmente condiviso (da chi? Dall’Apparato severiniano o direbbe Vattimo dalla società liberal-democratica) destinato ad assumere un ruolo più subdolo. L’apparato liberal-democratico, nel nuovo millennio, contiene alla base l’idea di Progresso. Precedentemente affermavo che lo stato occidentale ‘vuole di volere’ (perdonate il neologismo) uno stato perennemente più libero, più ricco, tecnicamente più progredito. In tal modo l’homo post-bellum ha contraddetto i suoi stessi principi. Prestare fede alla concezione di una storia razionale, perché progredisce verso il meglio, giustificatrice, in quanto giustifica il minimo negativo in vista di un positivo (sbuca di nuovo la filosofia della storia di Hegel, Hegel è sul serio il filosofo dell’occidente) espone al rischio, a detta del filosofo di Rocken, che il popolo accolga ogni evento apocalittico. Il filosofo del ‘sospetto’ paventò  la possibilità di una plebe fatalista pronta ad accettare anche le menzogne dei politici di turno, alleggeriti dalla speranza di un bene più ampio e che giustifichi l’azione del politico. Io non azzardo una previsione, non sono capace di dichiarare se  una prossima società sceglierà di eliminare ed effettivamente abrogherà la categoria del Progresso. Posso rispondere: esistono i margini entro cui pensarci! La filosofia della storia si troverebbe a fare i conti con una storia finalmente libera, libera da ogni scopo o mezzo, libera da ogni razionalità o istinto, l’Essere sarebbe Ereignis fuori da ogni storiografia. L’Essere storico potrebbe essere avvicinato ‘veramente’  con una solida ermeneutica, usando un linguaggio moderno, vedendo l’essere con gli occhi di una darshana (visione), mi rifaccio ora ad un linguaggio molto più antico (quello induista).

 

Matteo De Bonis

 

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