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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

Una filosofia per la ricerca della realtà.
Una ricerca razionale, quasi scientifica della realtà e di Dio.

 

A voi che reputo persone intelligenti perché non vi accontentate delle favole che raccontano le varie religioni o le varie filosofie, che avrete sicuramente riflettuto a lungo, cercato, ragionato e non trovato risposte convincenti ed esaurienti, a voi voglio portare alcune riflessioni.
Riflessioni su temi che hanno rappresentato per secoli argomento di studio per il pensiero umano, esposti in una forma che non prevarica il raziocinio dell’uomo, ma ad esso si uniforma, rifuggendo per principio il dogmatismo tipico delle “verità rivelate”. Riflessioni che hanno il fine di affrancare l’uomo dalla propria ignoranza, dalla paura dell’ignoto, dall’erronea visione di se stesso al centro di una realtà caotica e apparentemente senza scopo, per avere la possibilità di ritrovare il senso di ciò che siamo e che facciamo, non già affermando che il valore di tutto sta in una vita oltre l’umana, ma comprendendo l’importanza del presente e perciò della nostra attuale esistenza.
Non è più tempo di religioni, di enigmi, di superstizioni e idoli dementalizzanti, ma anzi è venuto il tempo di superare tutto questo, di andare oltre l’illusione in cui finora l’umanità è vissuta e ha sofferto.
Per chi ne senta il desiderio o il bisogno, esiste la possibilità di comprendere la realtà delle cose, che è ben diversa da quella che l’uomo ha finora creduto e che mai lo ha appagato, attraverso una conoscenza libera da
dogmi, condizionamenti, pregiudizi, limitazioni e che non vuole costituire o avallare una nuova religione, nuovi rituali, nuovi alibi per l’evasione dalla vita, ma anzi a distruggere intimamente tutto questo. Né c’è la volontà di fare proseliti o di convincere chi sia tranquillo nelle sue opinioni, quali che siano.
Ma da chi vengono queste conoscenze? Chi ce lo dice che siano vere? In seguito, se siete interessati a proseguire, al momento opportuno, verrà spiegato, per ora vi diciamo:
La Verità è tale qualunque sia la fonte che la proclama, anche se fosse scritta su un sasso da una mano ignota.
La verità è, e basta. Una cosa vera rimane vera detta anche da una pietra, se la pietra potesse dirla. Una cosa non vera, non è vera neanche se Cristo stesso la dicesse.
L’individuo la deve ritrovare nell’intimo suo, è una sua conquista, da solo deve saper discernere la Verità. Deve ragionare, esaminarla, analizzarla, vedere se resiste alle obiezioni che egli stesso muove in questa analisi.
La verità non ha bisogno di difensori, si afferma da se stessa. La verità non ha bisogno di chi la imponga: a mano a mano che l'uomo procede si scopre da sola.
Galilei scoprì la rotazione della Terra; per pressioni esterne fu costretto a ritrattare, ma nonostante il parere diverso del Papa, nonostante la ritrattazione di Galilei, la Terra girava lo stesso e gira tuttora.
La verità non ha bisogno di crociati e chi si organizza per diffonderla dimostra di non averla capita. Quindi chi scrive non è una organizzazione per diffondere la verità, perché ogni organizzazione finisce sempre per l’essere più importante delle idee che professa, così, per non nuocere all’organizzazione si giunge a rinnegare i principi sui quali è fondata. “Stiamo lontani dalle organizzazioni che mirano a diffondere una idea con lo scopo di sfruttare la vostra adesione per conservare dei privilegi. Chi soffre se non è creduto e seguito, non comprende la Verità, ma se ne serve per soddisfare in qualche modo la propria ambizione”.
Questi insegnamenti possono essere accettati dalle menti scientifiche. Ciascun scienziato che sia dedito alla ricerca scientifica, alla scienza pura, osserva  fenomeni e formula delle ipotesi. Le ipotesi possono anche andare oltre la realtà dei fenomeni osservati, ciò nondimeno sono ipotesi scientifiche. Allo stesso modo è di questi insegnamenti. Esiste in essi tanta logica - e non potrebbe essere diversamente - tanta chiarezza, tanta Verità che può essere accettata anche dalle menti scientifiche, anche da coloro che vogliono avere sempre, come testimoni, i fenomeni che possono osservare. Anche da coloro che non fanno atto di fede se non nell’accettare le ipotesi scientifiche. Ebbene, per loro questo insegnamento può essere una ipotesi scientifica, perché ha tutti i presupposti per esserlo, in quanto è la Verità.
Ma per ben comprendere un concetto, complesso che sia, occorre affrontarlo con la massima semplicità. Affrontare con la massima semplicità un concetto significa liberarsi di tutte quelle che sono state, fino a qual momento, le convinzioni personali. Infatti, se si vuol comprendere in profondità un concetto non si deve, di primo acchito, paragonarlo a ciò che noi crediamo. Chi vuol comprendere l’arte moderna deve abbandonare, nell’attimo della comprensione, l’arte antica. Se fa un paragone prima di aver compreso, questo paragone, questo raffrontare, gli impedisce la comprensione.
Questi insegnamenti contengono riferimenti che abbracciano tutto il sapere umano.
Possiamo cominciare con il chiederci se esiste quella realtà forse causa di tutte le altre realtà che cadono sotto i nostri sensi. Quella realtà chiamata Dio.

 

PREMESSA

Più che Dio ad aver fatto l'uomo a Sua immagine e somiglianza, è vero il contrario.

L'esistenza della Divinità è sempre stata un argomento che ha interessato l'uomo di ogni epoca. Tutti si sono domandati se Dio esiste: dal raffinato filosofo al selvaggio. Qualunque sia stata o sia la risposta certo è che nessuna idea in proposito è così soggettiva come quella della Divinità. Partendo dalla naturale intuizione di ognuno che qualcosa esiste oltre ciò che appare, si sono accumulate nei tempi quell'insieme di opinioni, ad uso e consumo dei popoli, chiamate religioni. Ciò che la filosofia può dire sulla Divinità, pur contenuto sul filo della stretta logica, o è troppo estraneo al cosiddetto «creato» da risultare pura astrazione, o ne fa tanta parte da acquisirne la natura finita e mutevole.
L'idea che qualcosa esista oltre ciò che appare è il concetto della Divinità ridotto ai minimi termini; così, sfrondato da tutti gli apporti soggettivi, non può che trovare unanimità di adesioni anche presso i cosiddetti atei e la scienza positiva.
Per scoprire la vera natura di ciò che non fa parte della realtà della quale siamo a conoscenza, dobbiamo partire dal concetto base della Divinità, liberarci di tutte quelle sovrastrutture create per spiegare un mondo sconosciuto con la sola metrica di quello che ci è consueto.
Infatti, tanti secoli di pensiero religioso, filosofico e scientifico hanno dimostrato che le ipotesi sull'esistenza e sulla natura di Dio, formulate secondo la metrica umana, non sono capaci di conciliare la realtà di un mondo in continuo divenire con un'idea della Divinità che sia accettabile, che non abbia nulla, cioè, da doversi spiegare ricorrendo all'allegoria per renderla logica e quindi credibile.
Non interessandoci, perciò, di tutto quanto gli uomini nei tempi hanno sognato della Divinità, viene qui proposto il concetto di un Dio Assoluto, seguendo il quale si perviene alla scoperta che la Realtà che esiste oltre ciò che appare è del tutto diversa da quella che l'uomo suppone.
Forse perché la Verità non è supponibile, fino ad ora si è potuto credere in Dio solo per un atto di fede, mentre il concetto della Divinità è essenzialmente logico, anche se di una logica che va al di là della consuetudine umana.
Le comunicazioni che seguono hanno lo scopo di condurvi sulla linea di un nuovo orizzonte, per farvene conoscere la bellezza e la Verità, dal quale è finalmente comprensibile ciò che per l'uomo è sempre stato impenetrabile mistero.
Ogni concezione della vita non prettamente materialistica distingue l'uomo dal suo corpo fisico. Infatti se si ammette che alla
morte del corpo l'«essere» sopravvive, una tale distinzione ne è logica conseguenza.
È nostro sentito proposito illustrare tutto ciò in modo e con parole più semplici possibile per rendere accessibile un punto di vista estraneo alla dimensione umana, sì da far intravedere la Realtà che è oltre l'illusione.

 

VARIE IPOTESI SU DIO

In linea generale, esaminando un po' tutto quello che il pensiero dell'uomo, le religioni e le filosofie possono averci offerto da quando l'individuo ha cominciato ad usare la mente fino ad oggi - senza occuparci di quelle civiltà che sono scomparse senza lasciare traccia della loro cultura - quali sono state le configurazioni o i concetti più alti che l'uomo ha avuto di Dio?
Tralasciamo tutta la parte che riguarda la forma panteistica e tutta quella che si rivolge alla non esistenza di Dio: tutta quella cioè che fa nascere l'Universo da una fortuita coincidenza o da una spinta che avrebbe la materia di eternare se stessa o di creare qualche cosa che la trascenda, che vada al di là della sua natura. Tante cose sono state scritte e dette, ma noi dobbiamo guardarle oggi con occhi di uomini moderni che vivono in questa epoca e che cercano di intendere le varie interpretazioni con la logica che è propria di questa epoca. È vero che questo nostro tempo è il tempo del positivismo, della scienza, ma è anche vero che la scienza non è più negatrice ad oltranza della sopravvivenza dell'
anima, o di ciò che non può ancora cadere sotto i suoi strumenti di verifica e di esperienza. Rimane in un atteggiamento di attesa: ed è su un piano tale che considera, tanto la probabilità che esista Dio, quanto la probabilità che non esista, sullo stesso livello. Cioè dice: «...siccome io non posso dimostrare l'esistenza di Dio, io non posso credervi». Ma allo stesso tempo dice: «...siccome niente può dimostrare che Dio non esiste, altrettanto io non posso dire che Dio non esista». Questo è l'atteggiamento attuale degli scienziati più avanzati.
Ecco, noi tralasciamo le ipotesi che negano Dio, perché questa visione della materia che emana la vita così per una spinta interiore o per un caso fortuito, è certamente destinata ad essere annoverata fra le teorie o le ipotesi poco probabili o del tutto improbabili. Altre volte lo abbiamo detto: ciò che è frutto del caso non può che essere una cosa così instabile e precaria e fortuita, che non potrebbe creare una catena di cause stabili, ordinate e durature. Potrebbe sì creare qualcosa di vivente ma questo qualcosa di vivente, nella congerie delle probabilità così fortuite che l'hanno originato, cadrebbe immediatamente per non apparire forse mai più e non potrebbe riprodursi secondo un ordine stabilito e così minuzioso fino a creare l'uomo.
Allora qualcosa deve esistere che va oltre quello che noi vediamo o che dicono certi scienziati. È forse azzardato chiamarlo Dio o parlare di Dio, ma certo è che qualcosa che vada oltre ciò che fisicamente si è abituati ad indagare e a sperimentare, esiste. Ora, quale figura noi possiamo prospettare ad uno scienziato che appaghi in qualche modo la sua mente e che sia abbastanza vicina alla realtà? Possiamo forse noi prospettare la figura che ci viene dipinta o descritta dalle varie religioni? Tutte, più o meno, parlano di un Dio antropomorfo (già si fece un enorme passo avanti quando dall'Olimpo degli Dei si passò ad un Dio unico), ma questo Dio ha tutte le caratteristiche dell'umano: crea il mondo, in qualche modo si inserisce nelle vicende umane, è con i vincitori ma risuscita i vinti, e così tutte quelle cose che non possono reggere ad una critica logica ed obiettiva, che non possono appagare né una mente scientifica, né una mente razionale.
Quale altro concetto di Dio possiamo mostrare a questa mente razionale o scientifica, a questa mente che obiettivamente valuti questo concetto e dica: è probabile che sia così?
Chiediamo ausilio alla filosofia, visto che la religione non può esserci di aiuto. La
filosofia!... Anche qui quante cose sono state scritte e dette! Ma forse, dando un rapido sguardo alla storia del pensiero dell'uomo, noi vediamo che un concetto più completo - e più logico in un certo senso - che ci mostra i vari problemi connessi alla figura di Dio, della sopravvivenza, dell'aldilà e via dicendo, noi lo troviamo nel pensiero orientale. Ma, strano a dirsi, nel pensiero degli orientali raccolto dalle menti occidentali. La teosofia, l'antroposofia, la filosofia dei Veda, la filosofia Yoga, ci danno una descrizione della struttura dell'uomo che va al di là del fisico, e illustrando certi problemi che hanno qualcosa di fascinoso che stimola l'intuizione dell'uomo, presentano teorie abbastanza valide, ipotesi abbastanza soddisfacenti di ciò che vogliamo dire.
Ebbene, se noi esaminiamo quello che queste filosofie dicono a proposito di Dio - e che è quindi quanto di più valido l'uomo di oggi sia riuscito ad avere circa la figura di Dio - vediamo che per quanto avanzati questi concetti siano, hanno dei lati non convincenti.

 

UN’IDEA DI DIO LA PIU’ ADERENTE ALLA REALTA’
Può darsi che l’uomo non possa mai comprendere Dio, tuttavia questa opinione non lo esonera del meditare su questo argomento non fosse altro per capire come Dio non può essere. E può darsi anche che questa
meditazione non sia di grande valore per l'uomo, ma certo si è che se noi vogliamo capire la realtà nella quale viviamo e che cerchiamo di affrontare da diversi punti di vista ottenendo un bagaglio di pensieri e conoscenze chiamato cultura, non possiamo prescindere dall'idea di Dio. Io sono fermamente convinto che l'uomo di media cultura di questa civiltà, con gli strumenti che ha a sua disposizione, cioè le sue conoscenze e la sua intelligenza, possa farsi un'idea di Dio che non sia un oltraggio alla ragione e che, al tempo stesso, sia aderente alla Realtà.
Allora, per verificare questa mia convinzione, mi calerò nei panni di un siffatto uomo e cercherò di capire se egli può ragionevolmente credere a Dio. Perché deve finire l’idea romantica di Dio. Non deve essere più una convinzione strettamente personale, per voi. In questa epoca di grande razionalità forse non può esservi la prova provata, palmare, incontrovertibile dell'esistenza di Dio, tuttavia - lo ripeto - voi avete il dovere di capire, sulla base delle vostre conoscenze e con la vostra intelligenza, a quale Dio potete credere. Non dovete più dire: «lo credo perché ho fede!». Dovete certamente conservare la vostra fede, ma dovete, per quanto possibile, documentarla con argomenti ragionevoli, che resistano ad una logica critica.

 

La Realtà nella quale ci troviamo, il Cosmo
Siccome a Dio si fa risalire l'origine di tutto quanto esiste, prima di credere che Dio esista è lecito che io, uomo di questa civiltà, mi domandi se l'Esistente ha avuto un'origine, oppure non sia esistito da sempre; che parta cioè dalla posizione dei cosiddetti atei e mi ponga come ipotesi di lavoro che la realtà nella quale siamo immersi sia perfettamente materiale e che non sia stata originata, cioè sia esistita da sempre. È chiaro che in questo caso non avrebbe una fine, perché ciò che fosse esistito da sempre non potrebbe cessare di esistere. Io posso immaginare che una civiltà distrugga se stessa ma non che la materia, posta come unica realtà esistente, cessi di esistere.
Se invece posso ragionevolmente credere che il Cosmo - ossia l'insieme degli universi (galassie) - finisca consumato dalla sua stessa esistenza, allora è chiaro che ha avuto un'origine, e se ha avuto un'origine è altrettanto chiaro che tutto quanto è esistito, esiste, esisterà, non è tutto in senso assoluto, perché, oltre quello, esiste per lo meno una causa generatrice, cioè una causa che era prima che l'esistente fosse. Vedremo poi quali considerazioni potremo fare su questa causa.
Le osservazioni sistematiche degli astronomi moderni hanno portato alla constatazione che viviamo in un cosmo in espansione, cioè che gli universi si allontanano gli uni dagli altri e da un centro dello spazio, centro ideale, ovviamente. Sulla base di questi dati di fatto incontrovertibili, sono nate due principali ipotesi per spiegare l'origine e lo sviluppo del moto di traslazione degli universi: entrambe le ipotesi concordano sull'origine che sarebbe la conseguenza di un'esplosione avvenuta in questo punto ideale, in questo centro ideale del cosmo. Esse divergono, invece, sullo sviluppo. Infatti, secondo la prima, la materia che compone i corpi stellari, quando questi hanno raggiunto una velocità critica di allontanamento dal centro si smaterializzerebbe e causerebbe così la graduale, ma totale fine del cosmo astronomico.
Questa ipotesi è perfettamente azzeccata, come lo dimostra la formula einsteniana - azzeccata anche quella - secondo cui la massa di un corpo in movimento è eguale alla massa dello stesso corpo a riposo, diviso la radice quadrata di uno, meno il quadrato della velocità a cui è sottoposto il corpo, diviso il quadrato della velocità della luce.
Einstein chiama questa velocità critica «velocità della luce». La pone, la identifica, non ha importanza. Pone che la velocità a cui è sottoposto il corpo - nel nostro caso la velocità di traslazione di questi sistemi stellari che si espandono - raggiunga la velocità della luce, ossia una velocità critica e vedete, voi matematici, che cosa succede della massa del corpo in movimento secondo questa formula. Tenga presente ciò l'astrofisico Allan Sandage che ipotizza un cosmo in perenne espansione, in barba alla matematica.
Secondo l'altra ipotesi, invece, gli universi - raggiunto un punto dello spazio - invertirebbero la marcia e tornerebbero a concentrarsi nel punto ideale dal quale partirono e dove, a seguito di una nuova esplosione, nuovamente ripartirebbero e così via. Ora, noi intanto possiamo osservare che il limite dove, secondo la prima ipotesi, la materia che compone i corpi stellari si smaterializzerebbe, o, nell'altra ipotesi, che gli universi invertirebbero la marcia e tornerebbero a concentrarsi nel punto ideale centrale, sarebbe in ogni caso un limite al Cosmo, anche se lo spazio fosse di tipo euclideo, cioè infinito e indipendente dalla materia. È chiaro, vero? Dunque secondo l'una e l'altra ipotesi, il Cosmo sarebbe limitato e necessariamente di forma sferoidale (anche secondo la teoria della relatività generale, si perviene a pensare che lo spazio sia curvo). Ora, ciò che è limitato non può avere una durata illimitata, e questo mi basterebbe per concludere che se il cosmo finisce, è chiaro che ha avuto un'origine e quindi una causa. Ma io preferisco invece proseguire nell'esame delle due ipotesi per vedere se mi conducono ad una diversa conclusione. Ripeto: secondo la prima, il destino del cosmo astronomico sarebbe la graduale ma totale fine per smaterializzazione; secondo l'altra sarebbe una sorta di moto perpetuo, di andirivieni dal centro alla periferia di questi corpi celesti, di questi universi.
Ora, se io mi reputo un ateo serio e coerente, debbo prendere in considerazione solo la seconda ipotesi perché, come ho detto prima, se ammetto la prima ammetto la fine del cosmo e quindi l'inizio e quindi la causa; debbo invece vedere se posso ragionevolmente credere che il cosmo sia una sorta di perenne «pulsazione», un moto perpetuo di questi corpi celesti, oppure una trasformazione continua della materia che lo compone. Il «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma», sembrerebbe confermare questa ipotesi.
Ora io so che il principio della conservazione della massa, dichiarato universalmente valido dalla meccanica classica, ed il principio di conservazione dell'energia - visto che si è scoperta la relazione che lega la massa all'energia - sono stati invece smentiti - direi in modo dirompente - dalla scoperta dell'energia atomica. Non solo, ma anche più recentemente, dall'esame di certi fenomeni che avvengono nello spazio intergalattico. Ora, la mia cultura, non specialistica, di uomo medio di questa civiltà, non mi consente di addentrarmi con osservazioni scientifiche nell'esame di eventi cosmici, è chiaro. Però posso capire dai fatti con cui mi scontro tutti i giorni, un principio molto importante per me, e cioè che per fare un lavoro ci vuole energia, e che nessuna macchina e nessun sistema produrrà mai più energia di quanta ne consumi, altrimenti il moto perpetuo non sarebbe un assurdo meccanico.
Vedete, noi possiamo immaginare in teoria, che so... un moto rettilineo uniformemente accelerato che prosegua all'infinito; oppure immaginare un gas che non divenga mai l'omonimo liquido a qualunque pressione e raffreddamento sia sottoposto, il gas vero di Gay Lussac. Oppure credere nello spazio come lo postula la meccanica classica che abbiamo rammentata prima: cioè uno spazio tridimensionale, infinito, vuoto, permeabile dalla materia, indeformabile e tutto quello che volete. Ma tutte queste sono favole, non corrispondono alla realtà fisica, perché la realtà fisica è diversa dal mondo delle astrazioni.
Lo spazio sembra più simile - quello esistente, s'intende - a quello postulato dalla teoria della relatività generale che nega l'esistenza di uno spazio vuoto, infinito, indeformabile, immutabile; che nega che il tempo e lo spazio siano assoluti ed oggettivi e pone che lo spazio sia una sorta di emanazione della materia e che il tempo sia la quarta dimensione dello spazio. Tanto che le scoperte scientifiche che via via si registrano, sembrano confermare questa teoria; difatti, alle leggi della meccanica classica la scienza umana non dà più un valore assoluto, ma semplicemente un valore di prima approssimazione.
Allora, tornando alla mia teoria, mi pare che io possa pensare con ragione che se anche questo moto di va e vieni dal centro alla periferia dei sistemi stellari si ripetesse indefinitamente, l'energia necessaria a questo moto - ancorché si rigenerasse in qualche modo, magari a spese della massa della materia - non si rigenererebbe mai in misura totale, per cui a lungo andare sarebbe la stasi, cesserebbe il moto del cosmo.
Che poi questa stasi riguardi il divenire della materia o la materia in se stessa, per l'aspetto che mi sono posto del problema non fa alcuna differenza perché pervengo a concludere che se il divenire cessa, vuol dire che ha avuto un inizio ed una causa e questo mi basta. Tuttavia mi sembra più logico pensare che, se cessa il moto in seno al cosmo, non cessa solo il moto di traslazione degli universi, ma cessa il moto delle particelle e dei corpuscoli in seno alla materia, e quindi cessa la materia, e cessa lo spazio emanazione della materia, e cessa il tempo dimensione dello spazio. Dunque tutto mi pare che mi porti ragionevolmente a credere che il cosmo, per quanto immenso possa apparire, è limitato e destinato a finire, con la materia che lo compone, con lo spazio ed il tempo in cui sono localizzati gli eventi cosmici. Se il cosmo finisce è chiaro che ha avuto un inizio e se ha avuto un inizio è chiaro che deve esistere una causa generatrice. Vedremo la prossima volta quali considerazioni possiamo fare su questa causa.
Voi sapete che noi abbiamo parlato del cosmo come dell'ambiente della manifestazione, e che la manifestazione comprende due momenti: l'emanazione ed il riassorbimento. Quand'è che finisce l'emanazione e comincia il riassorbimento? Noi possiamo fissare convenzionalmente questo momento quando è manifestato l'ultimo piano, il più denso, il piano fisico. E noi abbiamo visto che l'inizio del cosmo, quindi del piano fisico, è nato con un'esplosione della materia nel centro ideale dell'ambiente cosmico-astronomico. Da quel momento noi possiamo cominciare a fissare convenzionalmente l'inizio del riassorbimento. Quand'è che cessa il riassorbimento nel piano fisico? Quando l'ultima materia del piano giungerà al limite massimo dell'area cosmica e l'ultima materia sarà smaterializzata.
Allora viene fatto di domandarci: «Come mai gli astronomi che sono così avanti nelle loro osservazioni, che giungono a percepire energie che da Novae, da altre fonti lontanissime nello spazio stellare, non percepiscono l'enorme energia che si dovrebbe manifestare in questo limite alla circonferenza del cosmo?». Mi seguite nel ragionamento? Possiamo fare tre ipotesi: cioè, la prima, che ancora nessuna materia, cioè nessun corpo stellare, nessun universo, sia giunto, abbia raggiunto quella velocità critica necessaria alla smaterializzazione e quindi abbia raggiunto il limite esterno del cosmo fisico. Prima ipotesi. Seconda ipotesi: che qualche universo abbia raggiunto quel limite, ma che questo limite sia tanto lontano dalla nostra Terra che ancora l'onda che dovrebbe portare l'energia, la percezione di questo fenomeno grandioso, non sia arrivata ancora alla Terra. Seconda ipotesi. La terza - che è quella vera, invece – è che quando la materia si smaterializza per il raggiungimento della velocità critica di cui parlavo prima, l'evento oltrepassa la dimensione fisica, oltrepassa lo spazio fisico: siamo in un altro mondo e quindi, dal punto di vista del piano fisico, è il silenzio. Cioè, sparisce la materia, sparisce lo spazio, sparisce la possibilità di comunicare da quell'evento a chi è nello spazio antecedente.

 

LA PRIMA CAUSA
Mi rimane un argomento da concludere, quello che iniziammo la scorsa volta: io espressi la mia convinzione che l'uomo di media cultura della vostra civiltà, con i mezzi di cui dispone, cioè la sua intelligenza e le sue conoscenze, può credere a Dio senza fare alcuna affermazione fideistica. Naturalmente le mie sono affermazioni ipotetiche, ma se esse si fondano su dati di fatto e sulla logica, posso tenerle in considerazione fino a che non siano smentite in qualche modo; ciò non è contrario né alla ragione né alla scienza positiva. Per convincersi di questo basta pensare che la concezione atomica della materia è un'ipotesi di questo tipo e voi tutti siete a conoscenza di quanta strada sia stata fatta dalla scienza positiva con questa concezione.
Se io identifico la «prima causa» con Dio, potendo credere che l'Esistente ha una causa come vedemmo la scorsa volta, fino da ora potrei ammettere l'esistenza di Dio. Però preferisco ragionare su questa «causa» per vedere in quale Dio posso credere. La «prima causa», antecedente al tempo, allo spazio, alla materia, deve essere necessariamente diversa da tutto quanto cade sotto la nostra attenzione nel mondo del finito, del limitato, del transitorio. Posso immaginare che il rapporto che esiste fra questa prima causa e il causato, non è lo stesso che esiste fra causa ed effetto nello spazio-tempo. Anche senza addentrarci in considerazioni sul rapporto che esiste fra causa ed effetto nella realtà fisica - che per altro, badate bene, è messo in dubbio da taluni che non lo ritengono realmente esistente, ma lo ritengono frutto della nostra abitudine a considerare costanti i legami fra certi fenomeni osservati - posso capire che causa ed effetto, azione e reazione quali la scienza li coglie, sono eventi spazio-temporali, che appartengono cioè ad un dato tipo di realtà, ma che di tutt'altra natura deve essere il rapporto che lega questi tipi di realtà con ciò che ne ha determinato l'esistenza. Perciò io, solo per comodità di linguaggio chiamo «prima causa» la Realtà antecedente alla realtà esistente, tenendo presente che il rapporto che esiste tra queste è tutto da determinare. Allora, con questa premessa, posso continuare nelle mie considerazioni.
La causa del Tutto, cioè la «prima causa», deve essere indipendente da tutto. Non deve dipendere da alcunché; cioè deve essere la «prima causa increata», altrimenti dovrei spostare il mio esame fino a trovare la causa esistita da sempre. Ora, poiché siamo al di fuori del tempo e dello spazio, mi pare opportuna una precisazione, cioè sostituire l'avverbio di tempo «sempre» con un vocabolo più adatto e questo è: «eternamente», perché nel linguaggio comune - io non voglio improvvisarmi filologo - ma nel linguaggio comune si confonde il significato di «eterno» con quello di perpetuo e di perenne. Noi intendiamo per eterno: senza tempo. Mentre perpetuo è qualcosa che ha avuto un inizio e che continua in un supposto tempo senza fine, perenne, che non si esaurisce mai, è vero? Intendiamoci sui vocaboli!
Dunque la «prima causa» è eterna. Se è eterna - cioè senza tempo perché ovviamente siamo al di là del tempo e dello spazio - è immutabile, perché se mutasse avrebbe in qualche modo una successione. Poi deve essere assoluta, cioè indipendente da tutto altrimenti non sarebbe «prima causa». Se è eterna, immutabile, assoluta, deve essere una. Se è una è tutto quanto esiste, occupa tutto quanto esiste: allora è illimitata. Se è illimitata, vuol dire che niente la limita, e quindi posso affiancare a questo concetto l'altro concetto: è infinita. Se è infinita non esiste un punto ove essa non sia, quindi è onnipresente, e poiché è eterna è l'eterna-onnipresenza. Se allora è eterna, immutabile, assoluta, illimitata, infinita, eterna-onnipresenza e se confronto i caratteri di questa «prima causa» con quelli universalmente riconosciuti dalle filosofie e dalle religioni a Dio, vedo che posso chiamare questa mia «prima causa» Dio. Salvo poi a vedere quali altri caratteri posso attribuire ad essa.
Se è onnipresente è a contatto del Tutto, niente quindi può esserle ignoto; allora è onnisciente. Ora se guardo con quanto ordine e intelligenza si svolge la vita naturale del creato, non posso non credere che altrettanto ordine, equilibrio, intelligenza non sia in ciò che ne è stato la causa. Per cui questa «prima causa» - o Dio - deve necessariamente essere per lo meno tanto intelligente, e quindi sapiente, della totalità di ciò che ha generato. E proprio il «generato» mi conduce a fare un'altra considerazione, e cioè che non posso pensare che tutto quanto esiste sia stato tratto dal «nulla», ma che l'unica conclusione alla quale posso logicamente pervenire è che Dio l'abbia tratto da Se stesso, cioè che sia stato «emanato». Non solo, ma non posso pensare all'«emanato» come a qualcosa di staccato da Dio, che ne viva autonomamente, senza negare a Dio il Suo carattere Assoluto, perciò l'emanato deve rimanere in Dio. E se è così, non posso pensare a Dio completo dell'emanazione, del creato, e a Dio privo della Sua creazione, come a due momenti diversi della Sua Esistenza, perché negherei a Dio il Suo carattere immutabile ed eterno. Perciò l'emanato, non solo deve restare in Dio, ma deve esservi sempre stato.
Se allora causa e causato sono una Realtà unica, quell'inizio e quella fine che ho ricercato e ritrovato nell'Esistente, non sono eventi oggettivi, sono illusioni, sono apparenze. Allora quanto noi percepiamo non è la Realtà, è l'apparenza di essa, sono congetture che la nostra mente costruisce su informazioni che le pervengono dai sensi, ma non è la Realtà di ciò che è. La Realtà è ciò che è e non ciò che i nostri sensi ci fanno ritenere che sia.
Allora, come è conciliabile questa apparenza con una Realtà diversa? Certo deve esservi un modo comprensibile che concilia questi due aspetti del problema ed è proprio da questa spiegazione che debbono scaturire i valori antropologici, non il contrario. Cioè, errato sarebbe da valori umani immaginare la Realtà di Dio e su quello creare un'etica; e mi pare che proprio questo errore sia stato fatto: cioè, partendo da ciò che i nostri sensi ci fanno ritenere realtà, gli uomini abbiano tratto tutte quelle concezioni del divino che ne fanno un Essere antropomorfico, se non nell'aspetto, per lo meno nel comportamento. Invece mi pare più proprio pensare che Egli sia la «causa» di tutto, e che «causa» e «causato» siano un'unica Realtà.
Oppure Lo posso immaginare come un ordinatore di un caos preesistente ma se fosse realmente così, ciò contrasterebbe con la Sua Natura immutabile ed eterna.
O Lo posso immaginare come Essere da cui traggono origine tutti gli altri esseri, ma se fosse realmente così, ciò contrasterebbe con la Sua Natura infinita ed indivisibile. Allora, che cosa significa?
Significa che io posso immaginare Dio come più mi aggrada, come più mi fa
piacere, ma per essere veramente tale Egli non può che essere l'unica Verità, l'unica Realtà, perché solo così Egli è: immutabile, infinito, indivisibile, eterno, perfetto, completo, onnipresente, onnisciente, Assoluto. Questo è il Dio al quale posso credere senza far torto alla mia ragione!

C. F

 

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