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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

La gestione del punto di vista. Spunti per un'ermeneutica del cambiamento in Epitteto.

di Lucio Scognamiglio - Febbraio 2009

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  • Di cosa parliamo?

  • Epitteto: chi era costui?

  • I riferimenti del suo pensiero

  • Consigli riferiti al soggetto percettore

  • Consigli riferiti all'oggetto percepito

Di cosa parliamo?

 

            Le dinamiche cognitive e relazionali risultano spesso sempre meno stabili e sembrano assumere un’accelerazione crescente,  fino a determinare contesti che sfuggono alla comprensione di coloro che ne sono coinvolti.

            Gli oggetti della nostra conoscenza, così come le diverse realtà che circondano i nostri ruoli, si modificano, cambiano, mutano molto più velocemente della percezione personale, rendendo inadeguate le chiavi di lettura di cui disponiamo. Quando il presente si guasta, quando cioè non riscontriamo più coerenza tra essere, agire e vissuto, in altri termini quando, in tutto o in parte, il panorama della nostra esistenza perde senso, quando cioè non siamo più in sintonia col presente, rischiamo di diventare preda dello sgomento, non sapendo come intervenire, dove andare, disorientati da una  condizione non più comprensibile, chiusa o che sfugge dalle nostre redini. Quando ciò accade, siamo dinanzi a una situazione di “non leggibilità” del contesto in cui siamo calati.

            Se tentiamo di resistere agli eventi applicando, quasi forzosamente, i modelli consueti che fino a un dato momento ci hanno guidato e che normalmente hanno contribuito a produrre i risultati attesi, quei modelli che consideriamo come i più naturali, i più condivisi e condivisibili, rischiamo paradossalmente di ottenere risultati perversi.

            Non sappiamo da che parte guardare, non sappiamo cosa sia successo, ci sfugge il prologo di un dato stato, fatto o evento che, a volte all'improvviso, diventa incomprensibile. Il disorientamento può riguardare qualsiasi profilo dell'esistenza, anche quelli che potremmo considerare con maggior distacco, non essendo direttamente coinvolti. Diventa forte la tentazione di trovare una soluzione immediata cambiando lavoro, famiglia, amici, città, con la voglia di crearsi – il più presto possibile - una situazione nuova più comoda, meno problematica che funzioni senza troppi problemi e che sostituisca quella vecchia, al pari della macchina, del telefonino o del PC difettosi. Quasi che attendessimo il cambio di scena per recuperare il nostro ben-essere. Forse inconsciamente convinti che si possa superare uno stato di disagio solo attraverso un cambiamento del contenitore della nostra esistenza e non del contenuto, senza neanche considerare la possibilità di attivare processi innovativi di trasformazione consapevole.

            L’insufficienza della capacità di lettura delle situazioni complesse o in forte divenire è intimamente legata all’insufficienza del nostro essere, o meglio all'insufficienza della nostra capacità percettiva che soffre di calcificazione, proprio come le articolazioni ossee che rimangono a lungo ferme. Il nostro angolo visuale – anche perché non ne “conosciamo” altri – tende a non spostarsi dal luogo dov'è solitamente collocato che  coincide con l'attuale rappresentazione, quella contingente del qui e ora. La nostra percezione rimane così  ancorata all’orizzonte della nostra esperienza pregressa, incardinata lungo la scala dell'esistenza, impermeabile al flusso complesso e multiforme del reale di cui, invece, simbioticamente siamo parti. Anzi il “mantenere le proprie posizioni”, senza aprirsi al divenire,  appare come un punto di forza piuttosto che di debolezza.

            Guardare la realtà  solo attraverso prospettive date ci fa rimanere impantanati nella crisi e ci impedisce di scorgere il nuovo, quindi di far emergere spazi evolutivi. Com'è vero che per far spazio al nuovo occorre liberarsi del vecchio, così le nostre convinzioni possono invecchiare senza che ce ne accorgiamo, proprio come gli arredi di casa che abbiamo sempre sotto gli occhi ai quali, a ben vedere, siamo legati più per nostalgia che per funzionalità.

            Se non controlliamo i nostri strumenti di approccio al reale, rischiamo di far divorare tutto dai tarli e quindi di perdere anche quei pezzi pregiati che potrebbero essere salvati. Inconsapevolmente siamo preda della nostra stessa storia che ci limita e ci condiziona, col risultato di farci notare della realtà che ci avvolge, solo certi profili – quelli che siamo abituati a percepire - e non altri. Valutare l'esistente attraverso i consueti filtri (che neanche noi conosciamo perché provenienti dai livelli più nascosti del nostro essere e della nostra storia, spesso legati a istanze di tipo emotivo, egoistico, economico, politico, sessuale…) significa - di fatto - affrontare la complessità con una “percezione a imbuto” che progressivamente restringe la nostra visuale, riproponendoci in continuazione la stessa rappresentazione.

            Occorre allora trovare le risorse per rovesciare l'imbuto, per allargare l'orizzonte percettivo. Se non è più possibile fare le stesse cose allo stesso modo, è necessario porsi in una  dimensione diversa ribaltando l'oggetto della nostra attenzione e anche il nostro punto di osservazione. Da qui si può partire  per  esplorare il diverso: fare le stesse cose in altro modo, fare cose diverse allo stesso modo, fare cose diverse in modo diverso. Qualcosa deve essere cambiato per adeguarsi al divenire: la regolarità non è sinonimo di garanzia; purtroppo ce ne accorgiamo quando il meccanismo si è ormai rotto.

            Altri elementi concorrono a complicare ulteriormente la nostra visione. Da un lato la comunicazione che ci subissa di informazioni e di visioni altrimenti sconosciute che ci annullano caricandoci, al tempo stesso, di ansie, aspettative e di desideri; dall’altro l’evoluzione tecnologica che, se ha ampliato enormemente le nostre capacità cognitive e aumentato esponenzialmente le nostre reti relazionali,  ha reso ancora più complessi i nostri riferimenti. Ambedue hanno dilatato, fino a farli diventare evanescenti i nostri consueti confini, facendoci ormai ritenere possibile tutto e il contrario di tutto. È sempre più difficile “prendere le misure” in uno spazio così vasto, problematico e dinamico, avendo un bagaglio culturale, per certi versi, arcaico.

            Come se non bastasse, cambiare punto di vista implica anche il cambiamento delle nostre strutture mentali, modificare un'organizzazione neurale radicata. Non a caso è ricorrente l'invito ad “aprirsi la mente”. Le convinzioni più profonde, il modo di atteggiarsi  non si cambiano come una camicia, sono parte anche del nostro cervello, che fisiologicamente continua a pensare e a farci percepire l'ambiente circostante secondo i  suoi tradizionali parametri che oramai lo hanno in-formato. Forse si riferiva a questo Einstein quando diceva che: “E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”, col risultato di continuare a soffermarci sul dito, avendo ormai perso la luna.

            Per tentare di capirci qualcosa siamo costretti a renderci disponibili ai cambiamenti, soprattutto interni, con un approccio cognitivo umile, orientato alla conoscenza da perseguire con onestà intellettuale, consapevoli che è meglio “far morire, al nostro posto, le nostre ipotesi” (Popper). La conoscenza del nuovo non è solo quella riguardante nuove nozioni, ma è l'interiorizzazione di nuovi  processi cognitivi che richiedono  l'amputazione, non fisica di parti del nostro corpo, ma morale e intellettuale di parti del nostro essere. Dovremmo essere disposti a eliminare - se necessario - anche ciò che riteniamo più caro o insuperabile, cioè quelle parti che consideriamo insostituibili e che, a volte, percepiamo come “principi”, rivestendole di una sacralità che non hanno.

            La sostituzione degli abiti mentali è la sfida più difficile; il cervello non cambia idea da solo, ma esclusivamente a seguito di un livello di maggiore consapevolezza che può essere indotta dall'allenamento (ragionamento, esercizi spirituali, analisi del contesto, nuova conoscenza e nuove esperienze ...) o da shock, o da eventi della vita che, per la loro portata, mettono in crisi il personale sistema di riferimento.

            Armando Massarenti nel suo Lancio del nano (Guanda, 2006) riporta la storiella di Mister Pollo, tratta dal libro sull'infinito dello scrittore americano David Foster Wallace (Tutto, e di più): “C'erano quattro polli in una stia di ferro e il più intelligente si chiamava Mr Pollo. Tutte le mattine, quando il bracciante della fattoria arrivava nella stia con un certo sacco di iuta, Mr Pollo iniziava ad agitarsi e a dare beccate di riscaldamento per terra perché sapeva che era l'ora di mangiare. La cosa avveniva tutte le mattine alla stessa ora t e Mr Pollo aveva capito che t (uomo + sacco) = cibo, e così stava dando tutto fiducioso le sue beccate di riscaldamento anche in quell'ultima domenica mattina in cui il bracciante all'improvviso allungò una mano, prese Mr Pollo, gli tirò il collo con un unico movimento elegante, lo ficcò nel sacco di iuta e se lo portò in cucina.”

            Massarenti cita questa storiella per avvertirci saggiamente che: “non tutte le nostre giustificazioni sono giustificate ... Mr Pollo sa bene che con la conoscenza non si scherza, si rischia di lasciarci le penne.”  Ma Mister Pollo ha fatto tutto quello che poteva? Probabilmente se avesse avuto delle certezze in meno e dei dubbi in più avrebbe rinviato di qualche settimana l'arrostitura. Che ci faceva il fattore col sacco di iuta? È stato lui il più sfigato della stia a essere acciuffato per primo o qualche suo collega ci aveva prima già rimesso le penne?

            La pratica del dubbio, anche se rende il percorso tormentato,  ci apre gli occhi e ci fa percepire segnali che, altrimenti, passerebbero inosservati. Certo la consuetudine della certezza è una strada più comoda e confortevole, ma non è quella che ci fa tenere gli occhi aperti, come sa bene Mister Pollo; ma in qualcosa dovremmo pur differenziarci dagli animali!

            Esiste anche una diversa sensibilità a seconda della prospettiva generazionale. Quella  di mezzo è forse la più esposta in quanto, pur essendo impegnata ad affrontare forti cambiamenti, ha spesso dentro di sé  la presunzione  fuorviante  di poter continuare a condizionare, quasi meccanicamente, il proprio destino. L’elemento generazionale rappresenta quindi un’ulteriore variabile da considerare, assieme a quella derivante dalla condizione del singolo agente, dai suoi tratti caratteriali e culturali, dalla sua capacità problematica e introspettiva, oltre che dal fattore tempo che muta coscienze e conseguentemente opinioni.

            L’unica certezza sembra allora essere l'incertezza: la variabilità esasperata dei panorami, la  mutevolezza che diventa costante. Probabilmente dai tempi di Eraclito è aumentata (... e non di poco!) la velocità del fiume. Questo provoca disagio perché i significati sfuggono ancora più in fretta e sembra che le diverse scene della rappresentazione di vita, trovino solo in se stesse giustificazione al loro rappresentarsi, al di fuori di un qualsiasi canovaccio logico che non sia quello determinato dalla “potenza”.

            Proprio la potenza del fattore più forte è forse l’unico elemento che tutti  immediatamente riconoscono ed è quello che condiziona gli altri, “assorbendone” i significati che vengono perciò fagocitati o oscurati da quello preponderante. Ma certo non può essere questa un’attribuzione di significato appagante per orientare l’esistenza individuale. Ciò ci renderebbe del tutto simili a Mister Pollo,  semplici “consumatori” di vita e pedine di realtà incomprensibili e impermeabili ai nostri apporti, alla tensione verso nuova conoscenza e nuovi  livelli di equilibrio e consapevolezza.

            Ci troviamo perciò  di fronte all’esigenza “vitale” di recuperare un orizzonte di senso (innovativo e condiviso) che comprenda anche noi stessi come soggetti partecipi e consapevoli. Tale necessità impone il superamento di una dilagante visione riduzionistica che, invece, ci colloca spesso come elementi passivi di realtà inconoscibili, con conseguenze devastanti. Impone la scoperta di percorsi nuovi che aiutino a forgiare  diverse chiavi di lettura utili alla comprensione di dinamiche sconosciute, complesse e spesso contraddittorie, con un atteggiamento non rinunciatario e neanche meramente volitivo, ma aperto all’individuazione di nuove forme e nuovi equilibri che altrimenti risulterebbero inesplorati.

            Il punto di partenza negativo, derivante dallo stato di disagio  di sentirsi  soggetti passivi, vittime inermi  di contesti non voluti, può trasformarsi in evento positivo di cambiamento. Gli ambiti possono essere i più diversi: personali, economici, organizzativi. Il disagio è la condizione di partenza più comune e forse più importante se saputa sfruttare. Questo stato fornisce all'agente l'energia necessaria ad attivare un'esperienza evolutiva che altrimenti non avrebbe esperito, come la pallina che rimbalza solo dopo aver toccato il suolo. Da qui può partire una pratica del dubbio come sistema personale di lettura dell'esistente che può aiutare a uscire dall'impasse, a progredire nella conoscenza personale, a  sviluppare le  parti migliori di se stessi per orientarle verso un’esistenza più consapevole e appagante.

            L’approccio ermeneutico che qui si intende tracciare ha quindi le caratteristiche della funzionalità, di una metodologia che aiuti “far pulizia” delle ridondanze cognitive, delle vecchie incrostazioni, delle troppe mistificazioni, delle diverse giustificazioni e delle eccessive aspettative. Bisogna “asciugare la realtà”, riportandola, almeno nella nostra percezione,  ai termini essenziali e da lì partire  per meglio orientarsi in quelle situazioni negative in cui si piomba senza rendersene conto o, improvvisamente, dopo un “crash”, oppure in quelle che, apparendo “aperte” “spalancate”, “fluide”, “inconoscibili”, siano definibili come caos nel quale, in qualsiasi momento, dell’esistenza,  ognuno può trovarsi.  “Navigare nella minestra, ma cercar di capire come è fatta” (Gadda, Il Castello di Udine), appare la sintesi più appropriata del lavoro che qui s’intende affrontare.

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