Home Page Riflessioni.it

        DOVE IL WEB RIFLETTE!  16° ANNO

Menu sito

Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

La massa

Di Alfredo Canovi   Agosto 2011
pagina 1/3   .: pagina successiva

 

Ho parlato svariate volte, all’interno di questo scritto di un’entità strana, figlia della Rivoluzione Francese, cresciuta nel XIX secolo ma che sta marciando, sempre più spedita fino ai nostri giorni e penso per molto altro tempo ancora; sto parlando della “Massa, della Folla”, e per farlo mi devo appellare al testo più importante su questo argomento, e cioè “Psicologia delle folle” (edito nel 1895) di Gustave Le Bon, noto sociologo e psicologo francese nato a Nogent-le-Rue il 7 maggio 1841 e morto a Marnes-la-Coquette il 13 dicembre 1931.
Il suo pensiero è stato, suo malgrado, travisato ma basilare alle dittature europee del Novecento, Hitler lo aveva letto svariate volte, come anche Stalin e Lenin.
Mussolini, si racconta che lo conoscesse praticamente a memoria.
Era una vera e propria miniera d'oro per chi voleva comprendere il comportamento della massa, il nuovo soggetto che si affacciava sulla scena politica negli ultimi decenni dell'ottocento e che avrebbe dominato tale scena nel novecento. La nascita della massa, intesa come "grande quantità indistinta di persone che agisce in maniera uniforme" che iniziò a prendere forma sul finire del XIX secolo.
Scrive Le Bon, nella parte finale, nell’epilogo del suo sabbio:
La “folla” è un’entità, e come tale va studiata, come qualcosa che ha un inizio ed una fine, ed in mezzo un “pensiero dominante”, all’interno di essa confluiscono migliaia di persone pervase da un fremito comune… normalmente distruttivo… e nel farlo subiscono un processo di svuotamento, di disumanizzazione: ”La moltitudine è sempre pronta ad ascoltare l’uomo forte, che sa imporsi ad essi. Gli uomini riuniti in una folla perdono tutta la forza di volontà e si rimette alla persona che possiede la qualità che ad essi manca.”

E’ proprio da qui, da questo splendido pensiero di Le Bon che cominciamo a discutere di quali ne siano i due aspetti antitetici, la individuazione e la deindividuazione.
Lo stato di individuazione mantiene il pieno autocontrollo, delle azioni, dei pensieri e delle pulsioni personali, ed una corretta valutazione delle conseguenze dei comportamenti effettuati;  essa garantisce il pieno funzionamento dell’attività psicopatologica dell’individuo e garantisce la presenza dei freni inibitori, (meccanismi psicologici senza i quali l’uomo agirebbe praticamente in maniera  istintiva).
Nello stato di deindividuazione nell’uomo si indeboliscono le forze che impedivano l’esecuzione di atti istintivi e nocivi, ed egli diventa capace degli atti più impensabili e meschini. Il controllo dell’azione viene meno, e si genera confusione e caos. Quando è associato ad altri in gruppi di vaste dimensioni, subisce trasformazioni anche impressionanti (Freud infatti dice che “nello stare insieme degli individui riuniti in una massa, tutte le inibizioni individuali scompaiono e tutti gli istinti inumani, crudeli, distruttivi, che nel singolo sonnecchiano quali relitti di tempi primordiali, si ridestano e aspirano al libero soddisfacimento pulsionale”.
In un altro passo della sua trattazione, Freud continua a caratterizzare la situazione psicologica dell’uomo della folla, sostenendo che all’interno di questa è facile notare “la scomparsa della personalità singola cosciente, l’orientarsi di pensieri e sentimenti nelle medesime direzioni, il predominio dell’affettività e dello psichismo inconscio, la tendenza all’attuazione immediata delle intenzioni via via che affiorano”.
Come Le Bon, anche Freud intuisce la capacità della “folla” di fagocitare oltre la corporeità anche la psiche di un soggetto, ed a nulla vale la cultura e l’intelligenza dello stesso, un quanto l’appiattimento delle capacità di discernimento non risparmia  anche il più studioso degli uomini.
Ormai è assodato, l'uomo è un animale feroce, distruttivo, che senza regole forti si comporterebbe a suo piacimento, ecco che necessariamente si sono creati paletti religiosi, legislativi, morali entro i quali si muove sentendosi controllato e protetto… ma legato dai lacci della socialità!
L'unico momento in cui l'uomo, anche il civilissimo occidentale si sente di non essere controllato e di poter fare quello che vuole, quando cioè si deresponsabilizza è quando diventa uno di una massa, e questa sensazione si dimostra propedeutica a comportamenti violenti, è come se la compressione della sua natura creata di rigide regole etico-morali esplodesse in quel vagito di “libertà (dalle costrizioni sociali) che, paradossalmente si rivolge ad uno stato di prigionia (nella massa).
Non nego, anzi sostengo entrambe le teorie di LeBon e di Freud, secondo le quali le pulsioni della folla verso il “superiore” che le guida e le anima, siano il frutto di una sorta di ipnosi, di “estasi collettiva” secondo Le Bon oppure, come conclude Freud da una sorta di “Fascinazione morbosa”, va da sé che per gestire una folla necessita una persona estremamente carica di charme, di dialettica, della capacità di infiammare la folle.
Però, nella mia ricerca mi sono imbattuto in un altro aspetto che non è stato preso in considerazione in questo frangente, quello che spinge la gente a radunarsi in masse ordinate non può essere unicamente dovuta alla passione per un leader, deve esserci anche qualcosa di ancestrale, di atavico, un retaggio di quella parte “bestiale” che, oggi come ieri condizione inconsciamente il nostro comportamento.
Ecco che allora tutto si riconduce all’'inconscio collettivo, che secondo Jung, rappresenta un contenitore psichico universale, vale a dire quella parte dell'inconscio umano che è comune a quello di tutti gli altri esseri umani. Esso contiene gli archetipi, cioè le forme o i simboli che si manifestano in tutti i popoli di tutte le culture. Gli archetipi esisterebbero prima dell'esperienza e in questo senso sarebbero istintivi.
Quindi, secondo Freud l’inconscio è un baule che ci viene dato vuoto alla nostra nascita e che viene mano a mano riempito dai frutti delle esperienze negative fatte nell’arco della nostra vita, cosicché la sua teoria psicoanalitica si basa sulla ricerca e sulla standardizzazione di tali episodi, in una ricerca arida dell’anamnesi del paziente e nel susseguente trattamento “Distaccato” del terapeuta.
Per Jung, invece l’inconscio è un baule già pieno di quei concetti che egli chiama “Archetipi”  ed è collettivo, in quanto è comune a quello di tutti gli altri esseri umani.
Essendo “parametri condivisi” l’azione del terapeuta diventa personale, egli deve con grave sforzo, trarre da se stesso le esperienze necessarie per risalire alle problematiche del paziente ed esercitarle.
Relativamente alla massificazione delle persone il concetto di inconscio, deve necessariamente, a mio avviso, essere collettivo, visto che, come ampiamente scritto in precedenza, qualunque persona, sia istruita che colta, uomo o donna, sia intelligente che ignorante, si comporta sempre alla stessa maniera, subendo un omogeneo processo di livellamento, indipendentemente anche dalle esperienze accumulate nel corso degli anni.
Una evidente conferma a ciò arriva da due esperimenti, uno fu l’esperimento carcerario di Stanford, ideato da Philip Zimbardo che  consisteva nel selezionare da una rosa di 75 studenti universitari che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano 24 maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi, e meno attratti da comportamenti devianti.
Costoro furono poi divisi casualmente nel gruppo dei detenuti o in quello delle guardie. I prigionieri furono obbligati a indossare ampie divise sulle quali era applicato un numero, sia davanti che dietro, un berretto di plastica, e fu loro posta una catena a una caviglia; dovevano inoltre attenersi a una rigida serie di regole. Le guardie indossavano uniformi color kaki, occhiali da sole riflettenti che impedivano ai prigionieri di guardarle negli occhi, erano dotati di  manganello fischietto e manette, e fu concessa loro ampia discrezionalità circa i metodi da adottare per mantenere l'ordine. Tale abbigliamento poneva entrambi i gruppi in una condizione di deindividuazione.
Zimbardo riprese alcune idee dello studioso del comportamento sociale Gustave Le Bon,  in particolare la teoria della deindividuazione la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l'identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali.
Orbene, l’esperimento, che in origine doveva durare molto più, fu sospeso dopo soli cinque giorni, con un certo disappunto da parte delle “guardie”.
I prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva seriamente compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico.
L’aspetto “iconografico” dato dalle divise opportunamente preparate per ingigantire la sensazione di veridicità dell’esperimento è parte integrante, ed assai spiacevole, di quest’ultimo.
L’uomo è fin dalla sua nascita circondato da simboli, condizionato da essi, sia che essi siano fisici (il colore rosso tende a metterci sul “chi va là”, i segnali stradali ci costringono a comportamenti predefiniti, ecc…); mentali (Le convenzioni della socialità ed anche i freni inibitori condizionano la nostra vita) oppure inconsci (subliminali ed anche archetipi condivisi).
I risultato a mio avviso più importante di questo studio è che la presenza di detti segnali, solo per il fatto che essi esistano, anche al di fuori del reale contesto sociale normale (le cavie sono persone normali, non carcerati o galeotti) conformino la “visione della realtà” attraverso essi, condizionando stati d’animo ed umori.
Un altro basilare esperimento fu quello di Milgram.“
“Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un collaboratore complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di "allievo" e di "insegnante": il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l'esperimento. L'insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente  elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell'ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1-4) scossa leggera, (5-8) scossa media, (9-12) scossa forte, (13-16) scossa molto forte, (17-20) scossa intensa, (21-24) scossa molto intensa, (25-28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29-30) XXX.
All'insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:
Leggere all'allievo coppie di parole, per esempio: "scatola azzurra", "giornata serena";
ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: "azzurra – auto, acqua, scatola, lampada";
decidere se la risposta fornita dall'allievo era corretta;
in caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l'intensità della scossa a ogni errore dell'allievo.
Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell'intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.
Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l'insegnante: "l'esperimento richiede che lei continui", "è assolutamente indispensabile che lei continui", "non ha altra scelta, deve proseguire". Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell'ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima di interrompere la prova. Al termine dell'esperimento i soggetti furono informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa, che il loro comportamento era stato del tutto normale, che anche tutti gli altri partecipanti avevano reagito in modo simile.

pagina 1/3
.: pagina successiva

Utenti connessi


Cerca nel sito

Iscriviti alla Newsletter
Un solo invio al mese

Iscriviti alla Newsletter mensile


seguici su facebook


I contenuti pubblicati su www.riflessioni.it sono soggetti a "Riproduzione Riservata", per maggiori informazioni NOTE LEGALI

Riflessioni.it - ideato, realizzato e gestito da Ivo Nardi - P.IVA 09009801003 - copyright©2000-2016

Privacy e Cookies - Informazioni sito e Contatti - Feed - Rss
RIFLESSIONI.IT  -  Dove il Web Riflette!  -  Per Comprendere quell'Universo che avvolge ogni Essere che contiene un Universo...