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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Chi sei tu?
La domanda di Arjuna la notte prima della battaglia
di Mario Cialfi
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Doppiezza divina

Tutto è dubbio fuorché l’assoluto: a dio posso credere solo se è l’assoluto. E’ questa la logica del divino, o meglio la logica della fede in dio, l’emozione, il pensiero, il dramma dell’assoluto – e il problema al quale è spinta la nostra ragione: è possibile identificare l’assoluto con dio? Quel dio che ci si prospetta in due modi sui quali si atteggiano le religioni dunque le filosofie del mondo, senza poter scongiurare l’altro potere, se nessuno di essi è il modo perfetto e non possiamo strapparci da dentro quella misteriosa ferita.
Nei riguardi del trascendente, cioè dell’assoluto che nessuna definizione e nessuna esperienza può cogliere anche se è inconfutabilmente certo – posto che si possa parlare di certezza dell’assoluto – la fede lo rappresenta, persino nell’ascesi impervia dei mistici, come un dio che oltrepassa il mondo ma non lo smentisce, che è là e anche qua, sottratto alla vita e immerso nelle sue torbide onde. E non si tratta del mondo ma del nostro mondo, in ultima analisi si tratta dell’uomo: la fede fa dell’assoluto un fantasma screziato dalle vene dell’uomo, cioè dal suo orgoglio, dalla sua volontà di godere, o voluttuosamente sparire; e se si attribuisce a dio una virtù, c’è una perversione di fondo in questa teologia.
Anche l’esperienza immanente, quella che si affida al cammino storico – la natura e la storia – per giungere all’assoluto e che non riconosce nessuna verità se non dentro la storia, non resiste alla smania di anticipare l’evento, di cogliere il frutto, di dettare i fini dell’infinito folleggiando nella devota impudenza e nella pretesa di avere tutto per sé. Nell’una e nell’altra sorte, che si guardi in alto od in basso, l’errore sta nel vedere dio, che è la fatale imperizia, la paura di gettarsi nel vuoto, l’originaria illusione di credere in una cosa e alla fine in sé stessi, quella che è da sempre l’ossessione dell’essere e la sua cecità, il vizio che condiziona le epoche, che sparge l’incenso idolatrico, condannando l’umanità a un succedersi di estasi e abiure, nel vortice di una follia metafisica, dove dio non è che l’ombra dell’uomo e quindi un travisamento dell’assoluto.
Nell’una e nell’altra sorte si tradisce la verità. E la religione è un intrecciarsi o alternarsi di questi due errori, un artificio in cui l’assoluto è smarrito o, se preferiamo il dialetto logico, è contraddetto da sé, poiché l’assoluto non è il relativo e nessun profeta può renderlo tale. Da una parte un assoluto che ordina di oltrepassare tutto, dall’altro un assoluto che ordina di comprendere tutto, e forse è un unico ordine, se la logica dell’assoluto è una sola e la contraddizione è nella debole fede dell’uomo, cioè nella sua incapacità di portarsi avanti costi quello che costi fino a dimenticare dio. Ora è inutile appellarsi ai profeti e agli idioti: solo la logica è degna di fede, ed è una logica che non ha bisogno di dimostrazioni e che, al di là di ogni schema grammaticale, si conferma da sé.
Non c’è via di scampo a questa rovina? il sacrificio di dio è inscritto nei fati? Una soluzione che appare possibile – almeno dove non è più in uso la parola “eresia” – sta nell’accettare la sfida e radicalizzare il contrasto,  spingendo all’estremo trascendenza e immanenza, che solo a questa condizione possono esprimere il loro valore, dimostrare se soccombono o sopravvivono alle fiamme dell’assoluto.
Come una temeraria ordalia: una prova che costringe ad abbandonare la religiosità ufficiale e la religiosità del cuore, quella che impone una catena di dogmi e quella che restringe i termini a un rapporto lagrimante e gioioso con l’aldilà. Di fronte all’assoluto – trascendente o immanente – nessuna religione sembra adeguata e nessun dio sembra reggersi: il dio trascendente perché sempre inferiore a sé stesso e quindi a un dio più divino finché l’esistenza gli è tolta – l’immanente perché l’immanenza è la storia, cioè l’impossibilità di uscire da essa e da una ricerca che non può che farsi infinita – se la storia è divina, dio non esiste più. Eppure questa prova non annienta la fede, ma quello in cui la fede non dovrebbe credere e che la morte, comunque, dissolve irrimediabilmente. Ma la morte non tocca trascendenza e immanenza nella loro somma astrazione – questi due raggi dell’assoluto, queste valve dell’Unico. Dio non è dio perché non sappiamo portare fino in fondo il nostro pensiero, là dove ciò che sembra distruggerlo lo reintegra armoniosamente, lo fa incredibile e certo. Dunque il segreto di dio sta nella sua ambiguità, cioè nel separarsi e specchiarsi di trascendenza e immanenza e in quell’affinità trepidante che la religione comune ha da sempre avvertito e che, provata nel fuoco dell’estremo giudizio, potrebbe ispirare il testamento dell’avvenire.
Non una “generatio aequivoca” o il mito di un Padre che si specchia nel Figlio e nelle forme del mondo. La fede è una sola, ed essa avvicina in qualche modo trascendenza e immanenza, unendole in un’eterna alleanza, quasi la prova materiale di dio, se l’assoluto trascendente è lo stesso assoluto immanente – il primo in quanto verità indubitabile nel suo stesso nulla, l’altro in quanto infinità della storia e quindi totalità degli eventi, che non si toccherà ma che all’uomo si offre come assurda certezza – all’uomo e a chi verrà dopo l’uomo – qualcosa che, pur non essendo, viene incontro agli strazi del mondo e che il mondo può chiamare dio, almeno nell’idioma barbarico di popoli e geni. L’assoluto che non ci respinge, il nodo che sancisce la perfezione del tutto. Ma l’assoluto – se mi si lascia usare questa metafora – è duplice o uno?
Per una inveterata abitudine – o per un’ignota acutezza – la nostra mente è portata a rispettare fini e principi e a considerarli sacri, a collegarli in qualche modo alla verità. Anche adesso, se mi volgo all’assoluto del trascendente, non posso liberarmi dal pensiero che sia il principio degli esseri, che incombe su noi imponendo un rapporto inscindibile con la certezza, se nessuno – neppure morendo – può cancellare quell’altissimo sguardo e sottrarsi al suo fosco bagliore. D’altra parte non si può districare un’esperienza storica dall’intuizione di un senso al quale essa tende o che può costruire, trasformando a ogni istante il sapere in un sapere più ampio, la moralità in una moralità più sottile. Ed è come se quelle parole scivolassero su un piano più familiare e concreto, quali il semplice inizio e il termine di un processo. Che cosa dunque impedisce di colmare l’abisso e identificare il principio col fine, l’assoluto lassù e l’assoluto quaggiù, immaginare che il trascendente, per quanto lontano, possa in qualche modo toccare la storia e aver somiglianza con i nostri tratti? Chi ha il pensiero dell’infinito è in qualche modo redento, ed è questo che ci consente di credere ancora e di ripetere il nome di dio. E’ come se si richiudesse l’anello, come se la fede abbracciasse sé stessa e la dimostrazione fosse – al di là di spazi e di tempi – prossima a compiersi.
Ci sono esperienze di religione che sembrano spezzare l’anello, rifiutare questa commedia dell’assoluto, riserbarsi per l’Unico, a costo di anestetizzare il pensiero e umiliare il lavoro – e forse è qui il discrimine ultimo fra Oriente e Occidente, fra le due avventure massime della fede. Ma sembra che questo picco non si possa reggere e l’asceta precipiti fatalmente, mentre, come in un’arguta rivalsa, trascolora nella beatitudine, assume la smorfia del santo, e lo sguardo ridiscende nel mondo affollandolo di mitiche larve nell’angosciante delizia di un divino che respira in noi.
La religione è fonte di tutte le verità e di tutti gli errori. Essa è in ogni caso un incontro, che nella devozione dei popoli diventa un colloquio audace e ossequioso, uno spronarsi alla lotta e un confortarsi nella sventura, una facile trasfigurazione per coloro che non sanno affrontare sé stessi e creare il futuro, vivere e morire in quest’oceano che riflette la trascendenza più ardua. E, se vogliamo attenerci alle gradevoli fiabe, possiamo ancora pensare che la trascendenza divina è una sconfinata pietà e che la storia si svolga per rispondere a quella pietà, finché il fine diventi principio nell’abbraccio del creatore. Intramontabile gusto del mito.
Eppure questa può essere più che una fiaba, il sogno di una religione veramente libera ed universale che sposa l’assoluto con l’infinito cioè la trascendenza con l’immanenza senza arrendersi a mitologiche superstizioni, cioè la visione di un dio che è fine e principio in un incontro amaro e felice, possibile ed impossibile, separazione e unità –  una breve illimitata esperienza, un ritmo che si effonde dall’uno fin là dove, dissolta la tela dei sogni, dimenticati i dialetti propiziatori e i conforti sacramentali, non si spegne il veleno dell’estasi e la storia riafferma la sua verità, in un’empietà redenta dal suo coraggio. Potrebbe essere questa la mitologia del futuro, finché il futuro avrà un senso e non sparirà nella verità del principio.

 

Per un misticismo avvenire

Ho ammirato i mistici per il loro ardimento, ed ora, tornando a incontrarli, mi appaiono meno originali di come vorrei, anche se era loro difficile, credo, osare di più. Il misticismo di Eckhart è stato osteggiato, ma anche spontaneamente corretto da un’autocensura che gli fa rispettare il volume teologico tradizionale, a tratti lacerato da vertiginose infrazioni. Per quanto riguarda i due assi dell’assoluto, la sua passione non gli fa superare l’incanto di una antropomorfica trascendenza e la rugiadosa visione di una vita divina del mondo.
Il dio trascendente è modellato da Eckhart sulle parole di filosofi e patriarchi, rimandato a un fondamento altissimo ma definito (identificato con l’uno, l’essere, il logos…): solo a tratti sembra portarsi oltre, verso una verità superiore all’esibizione personale di dio e alla trinità sancita dal dogma, ma che non esce dai limiti di una teologia fondata su un principio intellettuale-generativo, cioè un potere umano esaltato e rovesciato sul mondo – mentre la vita del mondo prosegue abbellita dalla saggezza dei santi e da una devozione evangelica e sacerdotale coronata da un’estasi che s’impregna del vigore divino e paralizza più che nutrire la linfa terrestre.
E’ la storia di sempre. Il mistico aspira all’assoluto trapassando riti e superstizioni – ma è frenato dagli ordini delle chiese e dalle sue stesse emozioni, uno slancio che gli dà la sensazione di essere più in alto di tutti mentre è quello che lo trattiene in sé, nel fervido eloquio e nel deliquio amoroso. Così non trascende ma rafforza l’errore della religiosità, che sta nell’adorare dio come uomo trasfigurato. L’uomo ambisce  di vincere e si fa dio. Ambisce di essere amato e fa che dio l’ami. E’ conscio della sua bassezza perciò vuole che dio lo punisca e alla fine lo salvi. Dio come arma, dio come narcisistico affetto, dio come liberatore, dio come fissazione suprema. Se volge lo sguardo sul mondo egli s’inebria della sua infinità, ma è un’infinità posseduta da dio e quindi dall’uomo, un panteismo che è delirio di grandezza dell’uomo. In alto e in basso, l’assoluto è soltanto dio, dio del tripudio, delle crociate e delle maledizioni, che l’audacia del mistico non riesce a purificare e a sottrarre alle sue proprie passioni e alle sua avventure di tenebra e luce.
Il misticismo ha un futuro? o sarà immolato alla religione di pontefici e folle? Forse l’unica chance che  gli resta è di avanzare più ostinatamente sulla propria strada, perfezionare il suo slancio e portare la fede al suo limite. Ed è questo il momento di tentare la prova, visto che non si usa più scoccare anatemi sul capo dei mistici e che essi possono dire tutto. Al di là delle religioni finite il mistico può varcare le barriere dogmatiche ed emozionali, credere nel dio che non è, cioè nel dio che nessuno vede e che lascia la storia libera di foggiare sé stessa, di accendere la sua luce nella notte celeste, di inventare il suo dio e di contraddirlo, di negarlo o plasmarlo con le sole sue forze, col suo lavoro, con la sua giustizia, coi suoi gemiti e i suoi piaceri terrestri. Al mistico appariva essenziale identificarsi in dio: ma questo può essere ottenuto solo attraverso una storia, ciò che non è una sconfessione ma forse una straordinaria conferma, se dio è dio anche se non esiste, se non fu mai visto né mai si vedrà, o se egli è solo la nostra capacità di crearlo. L’assenza di dio potrebbe essere la prova dell’umanità, cioè dell’avvenire ideale della nostra specie se, non credendo nella nostra malvagità radicale, immaginiamo che dio si nasconda per lasciar liberi noi, evocando in tal gesto la nostra bontà. Ma questa potrebbe essere ancora un’insulsa metafora  e il tentativo ultimo di trascinare dio nella nostra arena. No, considerare dio come il sublime ed il moralissimo è ancora un abbaglio.
Questa è la Via Crucis del misticismo futuro e il suo difficile itinerario in dio: rinunciare a versare in lui i desideri dell’uomo, cioè la sua avidità di potere, i suoi vizi e le sue virtù, a costo di perderlo, di non saperlo più amare, soffrendo quella lacerazione fino a una indelibata catarsi, perché se dio può essere inteso come ciò che trapassa tutto e ciò che comprende tutto – come l’inconcepibile e l’infinito – egli non è e non sarà, ma perciò sarà sempre, la sua certezza si innalza sulla sua inesistenza, su una fede che non ha bisogno di lui se non come quel serpente che striscia fra i sassi e ha negli occhi l’abisso dei cieli. Forse si può arrivare all’estrema rinuncia, cioè abbandonare il nome stesso di dio, il pensiero di dio – come a tratti sembra che il mistico sappia tentare – rinnegare dio per confidare solo nell’assoluto. Che bisogno ha dio stesso di possedere un nome? non è troppo poco per la fede del mistico? Assoluto! soltanto assoluto! Quello che nessuno comprende e che pure è la verità, anche se dovesse sanzionare la fine di tutte le mitologie e tutte le  religioni del mondo.
Ma perché quell’avventura mi avvince? Forse si ode il sussurro di una misteriosa promessa? Riemerge quell’ambiguità impenetrabile dell’assoluto, quella necessità di sentirlo contemporaneamente astratto e concreto, perdutamente ignoto e adagiato sull’orizzonte del mondo? E quell’ambiguità ci seduce, ci sembra impossibile da cancellare, quasi fosse questo il vangelo supremo – dopo la folgore uno sterminato cammino.
Il consacrarsi alla folgore come hanno fatto per secoli i mistici, bruciando nel pathos dell’innominabile e nell’illusione di stringere l’assoluto, non è più eroico ma alla fine sterile; essi dovranno trapassare le nuvole, cioè le chimere della retorica e della passione, alzando all’assoluto un pensiero che non abbia più nulla di umano – e vivere interamente quaggiù, dedicando alla storia tutto il loro potere di studio e di azione nella ricerca di un fine che non sarà raggiunto e di un divino che è soltanto una possibilità, soltanto un fruscio, e che solo in tal modo assomiglia al respiro di dio, anche se li conduce immancabilmente alla morte. Ed è forse qui il segreto ultimo del misticismo: avere tanta passione per l’assoluto che solo una storia infinita lo può soddisfare, finché il privilegio mistico non esiste più e tutto è un costante scorrere della materia.
Dimenticare la storia sembra permetterci di volare più alto, di esaltare con forza la trascendenza, donando al santo un’ebbrezza più rara, portandolo al di là di conoscenza ed azione, veramente al di là del bene e del male – ma solo la storia può consentire una trasformazione e può portare al di là di tutti i valori. Si dice che la religiosità dell’Oriente oltrepassa i limiti di una singola fede: eppure non esce da puerili fantasmi, da altre mitologie e da una ridente ossessione – dalle stimmate clownesche dell’assoluto – mentre il mistico del futuro non potrà cedere a nessuna visione beatifica, non potrà che guardare i duri fatti del mondo, impegnandosi in un cammino sempre aspro e precario, non sapendo neppure decidere se la verità è l’essere o il nulla, conservando fino alla fine quel pulsante respiro, poiché solo qui, dopo tutto, può vivere dio.
Non ci sono barriere di terre o di sangue, è la religione che deve rompere la sua gabbia mitica, quella soffocante maschera dell’assoluto, quella fissazione di spettri, quell’aggrapparsi a un tempo e a uno spazio sacro. Spezza il giogo dei primitivi, fa che la tua fede si allarghi e non aver paura di ciò che sgretola l’orizzonte perché dio è sempre al di là – se nulla può sciogliere quell’identità di trascendenza e immanenza che è la struttura diamantina dell’universo. Sembra che questo comporti la vanità di ogni preghiera e di ogni sublime conforto, ma quel negare le mitiche fantasie, quel negare dio nella terra e nel cielo è ciò che lo afferma in un senso più alto di come lo dipingono le religioni finite. Forse si può immaginare una più profonda similitudine tra il dio che fugge e quello che abbraccia, tra il dio che non è e il dio che sarà – quasi una metaforica lotta di Abramo – ma se abbandoniamo l’ossessione di dio e non pretendiamo di averlo con noi, forse lo sentiremo ancor più presente e saremo condotti ad una confidenza serena, cioè a riconoscere che ciò che s’immaginava inarcarsi sopra la storia è simile a ciò che la storia costruisce nella sua infinità, salvando in tal modo, attraverso la morte, i nostri tratti profondi, la nostra speranza e il nostro pallido amore. In questo incontro si celebra il rito più alto: quello che sancisce la salvezza della storia e di dio, la pietà della storia e la pietà di dio, se il più profondo mistero – quello che vorrei chiamare il gaudioso mistero – non è che dio esista ma che il fine sia il bene – ciò che per l’universo è il bene: una verità che nessuna morte potrà consumare e che lampeggia come l’eterno avvenire.
Anche se per l’incontentabile mistico questa potrebbe essere ancora una presunzione, un’ombra davanti a ciò che è tanto lontano dal bene quanto nessun individuo potrà, nella sua follia, immaginare – e l’antica fede non sarà bruciata in un simile sacrificio. Chi può escludere che dio non sia proprio questo, questo superare tutto ciò che si può pensare di noi e di lui, perfino l’odio e l’amore – in quel trascendere che corona, in Oriente e Occidente, la purità religiosa, se la fede è soltanto fede – cioè fede nell’assoluto.

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