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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Chi sei tu?
La domanda di Arjuna la notte prima della battaglia
di Mario Cialfi
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VIA CRUCIS

 

I

Potrei cominciare dicendo: l’assoluto è la verità – qualunque cosa essa sia, anche se è diversa o è l’opposto di quanto possiamo pensare, anche se è irraggiungibile, anche se è un sogno, un inganno, un non-senso, anche se verità non c’è: poiché sarebbe questa la verità, l’assoluta verità.
E tuttavia questo non basta, perché assoluto non si identifica con verità e sorpassa (potrebbe sorpassare) anche questo come ogni altro concetto, presunzione e possibilità. L’assoluto potrebbe essere qualunque cosa – potrebbe essere tutto e potrebbe essere niente, purché assoluto. Esso sorvola il suo essere (non si può dire “l’assoluto è”) e così pure il non essere. Dell’assoluto, cioè, non si può affermare e negare nulla, potrebbe essere in noi o completamente fuori – chi lo può scoprire? E’ la pura possibilità o il contrario della possibilità, e soltanto per questo è verità, perché è ciò che dà esca e resiste al dubbio e sempre si salva. Dunque non è scetticismo: c’è qui qualcosa di intrigante, in certo modo sarcastico e luminoso, perché, se l’assoluto fosse anche nulla, in qualche modo sarebbe – sarebbe questo il suo essere - se fosse l’opposto del vero, sarebbe proprio per questo il vero. Qui è il punto dove il nostro pensiero sembra andare oltre di sé e toccare una logica inconsumabile perché non è logica in base a qualche ragione, ma in base a sé stessa in uno scatto di autoconferma. Logica che non è logica e per questo è logica.
Ciò potrebbe sembrare un ben misero risultato per chi vive quaggiù.  Ma a questo punto io posso anche pensare che l’assoluto, proprio perché non si identifica con qualche cosa, rappresenta il paragone di tutte le cose, ossia assolutizza il rapporto di qualunque cosa a sé stesso, quindi di ogni senso e valore che noi possiamo inventare o subire, di tutto ciò che potrà mai apparire e che trova nell’assoluto il suo giudice, quello che dice: cercami e ti illuminerò, perché sei in rapporto con me – perché l’assoluto supera ogni definizione e catastrofe, supera perfino sé stesso ed è solamente un segno: ciò che può essere tutto.
Da una parte dunque non si può sradicare dalla nostra mente che l’assoluto è assoluto e che domina senza rivali – dall’altro che esso sta in noi o meglio nella nostra ricerca, perché solo questa, mai conclusa, inesaudita e sconfitta, ci mette in rapporto con l’assoluto e ci comunica il suo chiarore. Non solo nella nostra ricerca, ma nella vita del mondo, perché vivere vuol dire cercare, fondersi in quell’infinito che spinge a inattingibili rive – un compito che riguarda tutti, dagli atomi agli angeli, e che getta nella storia generazioni di uomini, affannati e mortali.
Quanto a me, io ho cercato, attraverso assoluto e infinito, di aggrapparmi a una logica che non possa essere vinta. Ma forse ho cercato anche una più dolce armonia poiché è qui, mi sia permesso di dire, che si può rinvenire il punto d’incontro tra fede e ragione. Il punto in cui la fede è storia e quindi ragione – ciò che sembra annunciare una unificazione completa e ridarci quella letizia cui gli uomini hanno da sempre aspirato. Se questa è l’unica luce divina per noi: poiché sembra indicare che, se anche tutto sarà distrutto, se tutto è vuoto, il nostro affanno è in qualche modo premiato dalla meta alla quale fu intento, perché l’assoluto è assoluto e sancisce, col suo crisma regale, una verità che non può essere vinta. Saremo forse distrutti ma avremo avuto, quando che sia, consapevoli o inconsapevoli, questa grazia sulla quale posare e che dà senso alla storia.

 

II

La logica sembra il fondamento della filosofia, eppure la filosofia è nata senza conoscerla e può vivere senza chiedersi che cosa essa sia. Si può ritenere che intanto la usi, la applichi come un meccanismo operante e una struttura di cui non si discute la legittimità, così come ognuno usa la sua anatomia e parla senza conoscere la grammatica – dunque senza affrontarla in sé stessa, sottoporla a quel dubbio che, là dove essa si afferma nel suo chiaro valore, dovrebbe sollevare la domanda essenziale: perché appare logico? sono certo che la logica è logica, cioè rispondente al vero? ed è possibile arrestare il dubbio di fronte ad essa?
Eppure al centro sembra esserci un fatto semplice e quasi banale, ciò che da qualche filosofo è stato detto “evidenza”. Ma a che cosa può giovare un nome? Il dubbio non può essere tolto da nessun termine e da nessuno scongiuro – è universale e inesausto, e finché si può dubitare, la certezza non c’è, la logica è senza logica.
“E’ logico” – dice l’uomo comune. “Se….allora” dice lo scienziato: modi evasivi di arrivare alla verità compiendo piccoli e grandi esercizi fino alle acrobazie della logica attuale o alla rifusione della logica nella filosofia, evitando la vera domanda, nell’illusione di identificare la logica relativa (cioè quello che appare logico a me, in questo momento) con l’assoluta, cioè con la certezza dell’assoluto – ed è questa la sola evidenza intoccabile, che si voglia o non si voglia tradurla in una proposizione: che l’assoluto è assolutamente certo, e anche se tutti i termini usati per definirlo sono aleatori e potrebbero essere soggetti al rovesciamento, dichiarati erronei e obliterati, quella proposizione va oltre sé stessa e si manifesta vera, perché contiene la sua verità. C’è una sola evidenza, quella dell’assoluto: dubbio totale e certezza infallibile.
Ma come in una divina diarchia l’evidenza si sdoppia: essa non risiede unicamente nella tautologica certezza dell’assoluto ma si apre nell’infinito. Proprio perché indefinito, l’assoluto ammette ogni possibilità cioè tutto – che per noi non può che tradursi in un procedere senza fine, un persistere e un allargarsi, quasi un voler raggiungere ciò che si ha già: e questo crea i cristalli effimeri della mente e la loro agitazione nel cosmo. Un’evidenza di secondo grado cioè   relativa? ma che si identifica all’infinito con l’altra perché nessuno potrà contestare che, comunque e qualunque sia il vero, nel tutto esso è compreso, e quella stessa forza con cui la logica dell’assoluto stringe la verità qualunque essa sia, non è maggiore della forza con cui il tutto la stringe. La logica è una, l’evidenza è una, anche se sfugge a sé stessa – o forse proprio per questo. Due logiche ci guidano in tutti i momenti della nostra avventura: la logica dell’assoluto e la logica dell’infinito  – che sono una sola logica anzi una fede.
Sì, perché io forse sbaglio a parlare di logica, sbaglio a parlare di verità, se l’assoluto prescinde anche da questo concetto e l’ansia della verità è ansia di qualcosa che l’oltrepassa e che nessun termine vale a fissare, così che si dovrebbe dire solo: “assoluto” – e neppure questo sarebbe concesso. Eppure, io devo parlare per attingere l’assoluto, devo cercare la verità qualunque essa sia e anche se non la toccherò mai, e se qualcuno obiettasse che si tratta di fede – credere senza bisogno di dimostrazioni – egli avrebbe ragione, perché una dimostrazione sarebbe una logica relativa in confronto a quella che ho sognato assoluta e che benedice i tormenti della nostra coscienza. Ma è possibile distinguere logica e fede? Solo l’assoluto è veramente logico – e la fede è fede solo se è fede nell’assoluto.

 

III
Per millenni l’assoluto si è presentato agli uomini sotto l’aspetto di dio. Essenza della religiosità primitiva sembra essere stato un impulso a impadronirsi dell’assoluto e portarlo entro il nostro orizzonte, cioè i sensi, i concetti, le aspirazioni dell’uomo; quindi una spinta alla trascendenza che si traduce in una proiezione in ciò che è vicino e reale per noi: questo è il sacro, cioè il trasfondere l’assoluto nell’aria, nella terra, in una pietra e alla fine nell’uomo – un animismo esaltante, idolatrico e utilitario. Nel contempo il primitivo sviluppa quell’emozione in una cosmica cerchia, in un’esperienza che, per quanto elementare e impietosa, per quanto fondamentalmente chiusa, fissata in strutture mitiche e rituali, sembra vivificare il tempo del mondo. Così si manifesta fin dalle origini quel tema della doppiezza che si dispiega nelle religioni evolute: un’intuizione del trascendente rappresa in simulacri e larve mostruose ed umane – un’aspirazione ad abbracciare tutto frenata in ritmi automatici e maniacali, che si oppongono alla libertà dell’essere. Libertà sacrificata in cielo ed in terra, nel trascendente e nell’immanente – da quelle maschere gettate sul volto di dio e da una creatività esuberante e insieme oppressiva, una proliferazione che è stimolo ma anche arresto dello sviluppo mentre solo una totale esperienza storica può spingere avanti individui e popoli.
Tutte le antiche religioni possono essere ricondotte a questo nodo essenziale: all’esaltazione nell’assoluto distorta in un’estasi deiforme – a un anelito verso l’armonia universale che il divino asservisce paralizzando la storia. E se le nazioni si evolvono, e le deità trascendono i lineamenti ctonici e animaleschi per assumere palesemente i tratti dell’uomo e plasmare le società dell’uomo – il religioso non abbandona il suo ruolo, la chiesa afferma il suo potere sull’arte e la conoscenza, stringe a sé la cultura e l’organizzazione civile e politica. Il tempio è il centro di questo ordine dell’universo. Ma questo non rende meno insidiosa la sua torbida fiamma. Un alito sembra sollevare l’essenza divina ma non la affranca dal contagio terrestre, erige un signore sopra i signori, cupido di sacrifici e preghiere, impositore di dogmi e di infallibili leggi, iniziatore e distruttore di mondi, anche se qualcuno lo invoca come il dio imperscrutabile e puro, teso al mistero di un’assenza sublime e della sua essenza di simbolo – mentre la civiltà fluisce blasfema e lussureggiante, fuori dagli incanti dogmatici e cerimoniali ma pur sempre esposta ai legami di un’intima liturgia, finché, nei momenti di cieca reazione, appare inesorabilmente arida e respinta al passato. La religione non ha mai cambiato questa sua doppia natura. Assoluto e infinito – i due assi della sua verità.
E forse l’avvenire esige si spingere oltre questa doppiezza, al di là di tutte le specie divine: se la trascendenza esclude qualunque rivelazione e ogni apparenza che si possa mirare e godere – e nella storia si può avere tutto pur non ottenendolo mai. Sapere che la verità è lassù anche se non la si possiede – e cercarla nell’infinito quaggiù. Ciò che si potrebbe anche tradurre così: dio è l’inciampo delle religioni; di dio non si può parlare, o si può parlare solo storicamente, cioè sapendo che è storia degli uomini e che solo così può condurre alla meta: a quell’incontro di assoluto e infinito in cui la religione diventerebbe vera.

 

IV

Abitualmente il mistico è considerato come colui che possiede dio e, anche se i mistici più radicali sembrano rifiutare questo privilegio e proclamare l’impervia lontananza, innominabilità e perfino nullità di dio, in realtà rigurgitano di visioni, la loro bocca grida e il loro spirito vaga nelle beatitudini. Nello stesso tempo il mistico è allettato dal panteismo.
Se il misticismo è il momento di punta della religiosità, in esso deve rendersi ancora più evidente l’ambiguità della fede, quella doppia essenza del religioso su cui il suo universo si regge. E forse solo a questo patto, cioè a condizione di affrontarla senza ritegno, con i tormenti che ne derivino per le coscienze sensibili, può intravedersi un avvenire del misticismo, in un’epoca che sembra sempre più allontanarsi da esso o sfruttarlo in forme artefatte e grottesche, e nell’avvenire del misticismo l’avvenire stesso della religione.
Se dio è l’assolutamente altro, non può essere conquistato, e chi lo cerca deve accettare di non vederlo e non poterne dimostrare mai l’esistenza, addirittura di credere nella sua inesistenza, anche se neppure questo deve esaltare lo spirito come la “sacra notte” dei vati romantici.
Trascendenza e immanenza: una pulsazione immortale. E se l’ascesa nel trascendente è difficile e pericolosa in ragione del suo stesso fascino e dell’apoteosi che sembra sgorgare dai gemiti di una santità allucinata e orgogliosa delle sue ferite, di una spogliazione che rimane pur sempre un godimento interiore, essa può compiersi più umilmente e forse più benignamente nell’esperienza instancabile della storia e nel respiro che attraversa ognuno fino alla morte. Ho detto che il misticismo è il momento alto della religiosità: la passione dei santi è un’elevazione di quella del popolo illetterato – quell’orgasmo visionario ed ascetico non è alla fine che un’effusione del cuore, una sublimazione dell’ardore che prende le folle e le porta a smaniare illudendosi di cogliere un raggio di paradiso: un misticismo non meno vano dell’altro, né meno presuntuoso e alla fine sterile.
L’umiltà non ha i tratti della passione, e la rinuncia alla gloria, a contemplare dio, rovesciando, come fa il mistico, la tenebra del suo volto in una più radiosa visione, non è dopo tutto che il nostro semplice mondo, dove dio non è mai apparso né apparirà, fuori di qualche piuma tremante e dell’ombra di un fuggitivo. Ma è qui la prova del mistico, di un misticismo più radicale, di un misticismo che va oltre sé stesso, che non si identifica coi rapimenti, con le magie e coi miracoli, i salmi e le lamentazioni, neppure con l’ascesi d’amore – ed è questo ora il suo compito: risolvere la brama dell’assoluto nell’ansia del processo storico, che placa quell’impeto e non lo tradisce ma lo alimenta per sempre, quasi che la distanza tra noi e il dio trascendente non possa che trovare una similitudine in quella realissima del divenire del mondo, e dio non possa essere raggiunto che nello spiegamento degli esseri, cioè nella vita e la morte e nella continuità della storia. Un tempo infinito per raggiungere ciò che balena all’istante, e che è energia, vita, cultura dei popoli, tutti i tormenti e le scoperte della coscienza, al di là di estasi e di metafisici incanti. Forse il mistico va ancora più in là ed è sui margini della perfetta eresia quando intuisce che proprio chi vede in un dio l’assoluto, dimostra la pochezza della sua fede.
Resta allora vero che egli crede nella nullità come segno dell’assoluto. Ma questa può essere ancora ingannevole se è gremita di gioia, elitaria, orgogliosa: se è possesso di dio, mentre la verissima nullità – se è questo il sigillo del mistico – è l’accettazione della storia così come è, scevra di rivelazioni e consegnata a sé stessa – che fonda dentro di sé il suo fine assoluto e realmente divino. Solo questa è un’elevazione mistica, cioè una perfetta teologia negativa: é l’atto di fede del mistico, che in tal modo si afferma come il modello compiuto del religioso – quando l’abbracciare questo mistero vuol dire serbare la possibilità di una religione futura.

 

V

“Divenire ciò che si è”: la celebre frase è la formula della storicità, che regola il piccolo e il grande, il primitivo e il massimamente evoluto. Nella sfera vivente, essa sembra confermare ciò che presumeva la teleologia, cioè che il fine è in qualche modo presente già nell’inizio e il risultato precede la sua formazione. Nelle dimensioni del cosmo è una formula che sovrasta qualsiasi fondamento, qualsiasi indagine che tocchi gli inizi. Poiché qualunque fosse quel momento fatale e comunque lo si rimandi indietro, non si può disconoscere che era già tutto, e che pure doveva diventare tutto, cioè produrre in sé il proprio avvenire, le leggi dell’avvenire o, in altri termini, l’universo. Ed è qui che la formula manifesta la sua potenza, applicata ad un universo, cioè, almeno alla nostra vista d’umani, a un infinito finito.
Naturalmente questa può non essere la verità, può essere solo un’attraente metafora o un gioco verbale, ma nemmeno chi si dichiara fedele alla scienza può impedirsi di trapassare i suoi limiti cioè di pensare, di dubitare di quelle esattezze e di ogni tentativo di misurare queste galassie – mentre solo nella sua approssimazione al tutto l’idea di universo ha il suo baleno di verità, la sua forza dimostrativa, almeno finché ci si lasci il privilegio di rinnegare, cioè di infrangere dogmi ed ipotesi, poiché solo a questa condizione l'idea di universo è più di una mera finzione, ed è qualcosa che riflette la logica dell'assoluto, se proprio rinunciando a stringere la verità io mi accosto ad essa, una verità che può comportare la distruzione o la nientificazione di tutte le forme, ossia la dimostrazione che c'è il nulla e non l'essere, ma che tuttavia è la verità, anche se non possiamo che brancolare in cerca di essa senza districarci da questo fango pensante. L’universo è ciò che va oltre sé stesso e che nessuna fisica o metafisica vale a paralizzare.
L’unica metafisica consentita è quella dell’assoluto, che domina quest’oceano stellare e ne ispira le trasformazioni. E se il mio orgoglio sembra restio a posare nel materialismo, ad abbassare o sacrificare il tutto nella morsa della fisicità – questa ha tuttavia un potere di rivelazione, quasi un invito a concepire l’illimitato, la capacità di educare gli spettatori a protendersi verso orizzonti più ampi sollecitando, al di là delle infantili pretese e delle povere idealità della specie, l’intuizione di un tutto, di cui l’universo è solo un’immagine ma che è forse veramente questo universo che ho negli occhi e dentro le vene, che mi illumina e mi porta alla fine, che ironicamente o benignamente mi mostra che la verità è davanti a me, che è questa, solamente questa, e che qualunque cosa possa avvenire in futuro, anzi qualunque cosa si crei, è qui dentro.
A che serve una metafisica? Non equivale a un rinserrare queste barriere, a soffocare piuttosto che a liberare l’energia che la scienza scopre ed insegue? Il consacrarsi a questa sarebbe dunque la testimonianza di una fede nel tutto – il ripudio di inutili orpelli, la volontà di superare le cose nel solo senso possibile di un “divenire ciò che si è”, poiché l’unica metafisica è l’assoluto, e l’universo cerca quel fine entro la sua stessa orbita, creandosi le sue leggi senza bisogno di spiriti o dei.
Un universo solamente fisico? Ma una fisica che comprende tutto, con le nostre emozioni, le conoscenze, i lirismi ed i gesti – epoche, fantasmi di civiltà – deliri che nessun cervello può contenere – quando tutto è qui dentro, in questo cosmo inventore del suo principio e di un fine che non raggiungerà mai e che è la ragione dei suoi movimenti, un abisso in cui gli uomini hanno da sempre annaspato, incontrando sconfitte e disperazione: ma di fronte alla disperazione e all’inestirpabile dubbio, esso ti porge il suo aiuto, quasi fosse l’araldo della verità, anche se non ti porterà davanti alla rivelazione finale, ma forse solo a una vaga metafora e un sogno da trasmettere alle generazioni.

 

VI

L’affinità di assoluto e infinito è, al di fuori di ogni retorica religiosa, una delle misteriose esigenze della nostra mente, e insieme ciò che si potrebbe identificare come l’essenziale struttura, o il disegno dell’universo. Sembrano come due frecce slanciarsi in due direzioni diverse e perfino opposte, se l’assoluto si innalza oltre ogni definizione e si astrae nella sua intangibile logica, e l’infinito spinge avanti, verso approdi imperscrutabili e tuttavia aperti al movimento dei mondi e all’esperienza di tutti i viventi.
In realtà un’identità imperiosa li stringe, se una logica inattaccabile sembra mostrarci che ciò che vola nella trascendenza è ciò che risplende al fondo di tutte le storie, che il trascendente non può essere ricercato che nell’immanenza inesauribile delle cose. Ed è su questa identità che si regge la nostra mente.
Sembra una parabola religiosa e quasi l’artificio di un creatore, questa sintesi di trascendenza e immanenza, o di principio e fine del mondo. Vorrei però anche condurre all’estremo questa doppiezza, affermando che solo vivendo totalmente nella storia immanente – quella che si vuol chiamare storia profana – si può sperare di raggiungere dio – ma evidentemente questa sarebbe ancora mitologia….e anche immaginando – come qualcuno ha immaginato – che un dio si sia ritratto dalla sua creazione non per scherzo od orrore ma per lasciar liberi gli esseri di fabbricarsi il proprio destino questa sarebbe ancora mitologia davanti a quella divaricazione terribile che rende possibile la salvezza solo allontanandola drasticamente e precipitando le creature nel baratro della storia vera. Ed è una storia che esce dai limiti della nostra e che traversa tutto, se in questo baratro si trovano le radici dell’essere, la linfa di tutte le specie, una fecondità che non sembra aver limiti nella ricerca di una forma assoluta: ed è qualcosa di più di una fiabesca metafora, è ciò che fa battere il cuore nascendo e inspira nell’agonia una fede che non vede dei.
Una storia infinita: e io credo che tutto sia spiegabile in rapporto a questo anelito inestinguibile, e che nel più piccolo evento sia compreso tutto, nell’aborto il perfetto e nell’occhio che muore l’immortale assoluto.

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