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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Chi sei tu?
La domanda di Arjuna la notte prima della battaglia
di Mario Cialfi
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VII

Con ingiustificata vanità noi consideriamo la storia come proprietà dell’uomo, ma essa riguarda ogni cosa dell’universo. Eppure la storia dell’uomo sembra più autentica di una storia dell’universo e portare più avanti, sollevandosi a un fine che non sarà raggiunto ma che sembra illusoriamente più chiaro mentre emergono nuove strutture e l’organismo fiorisce come uscendo da un antico caos. Il futuro sembra scuoterci il cuore portandoci – se non è presunzione – più prossimi al vero, in una lotta che è alla fine la ricerca di una fede più pura, cioè una lotta con dio.
La storia dell’uomo è un uscire dall’idolatria, cioè da un eden apocrifo, da una religiosità affascinante e crudele, che ci serra nelle sue catene: ci chiude in un cerchio dogmatico e cerimoniale, trasforma le vertigini dell’assoluto in fantasmi che hanno un ghigno di belve, in simulacri di pietra o in assurde caricature d’umani – la religione è mitologia, e se un futuro v’è in essa, deve abbattere la mitologia – per intanto la storia si vendica storicizzando la religione che tentava fermarla, sposandola a villaggi ed imperi, facendo uscire da essa una variegata cultura – sentimenti, arti, saperi, leggi e morali che rendono prolifica e ricca la storia….Sono le forme attraverso cui si snoda la nostra vicenda e che nel loro succedersi (forse non solo ideale) portano l’umanità verso il tutto – un’eventualità che sovrasta sempre più una somma di parti e si trasforma in ideali valori, esce dall’orizzonte terrestre per aprirsi in orizzonti più vasti, porta a trascendere l’universalità materiale e biologica in una coscienza che brucia l’idolatria eppure non è che l’effusione di quel primo incenso, di quel seme in cui era racchiusa la pianta del mondo.
Così si effonde la pulsazione che è l’anima della storia, e che nella religione dei primitivi ha trovato la sua fatale espressione, quell’ascendere nell’assoluto per ritornare al mondo comune e alle arti della mera sopravvivenza, e rifluire più avanti – e non è neanche questa la prima onda dell’essere perché si può guardare più indietro, quando sboccia una forza che si lancia al futuro per far scaturire il passato e di qui risalire al futuro, una nebulosa che è già una stella, un’energia che è nebulosa, un nulla che è tutto – e l’intera storia si spiega in questo insondabile nodo – un retrocedere per portarsi oltre.
Potere del ritmo, che traspare a tutti i livelli, in piccoli e grandi fenomeni, ci sorprende e ci esalta, si riverbera nell’evoluzione di un cosmo che fin dal principio è tutto e deve essere tutto attraverso cicli di materia e di vita – e nelle forme del nostro sviluppo, che sembrano ributtarci nel primitivo per farne uscire il futuro poiché tutte rampollano dalla fine e volano verso la fine, quando un impulso cala sull’uomo e lo spinge avanti, accende in lui la forza di esprimersi e lo incita a parlare gonfio di quell’impulso, s’insinua il pensiero e si torce a travolgere la parola, il sentimento, la vita e ancora più indietro la terra – ma ecco il lampo della moralità ad afferrare tutto il passato per ricrearlo….è l’ultima forma? No, la vita non si ferma e se la materia sembra precedere tutto l’umano, l’umano ritorna ad essa e la trascina in verbi ed azioni – ma quale nuovo respiro sentiamo scorrere nelle nostre vene? angeli o diavoli sono davanti a noi? Per ora possiamo solo sognare ciò che la morte ci porterà ineluttabilmente.
E chi, impressionato dal potere dei cicli, dal sovrapporsi di questi ritorni, da ciò che è inscritto nella sostanza e nel nostro modo di essere e di morire, fosse spinto a pensare che siamo incatenati a uno scoglio e che lo slancio più audace  non potrebbe che riportarci là, a farci mordere il cuore dall’aquila prometeica, pensi che ogni ritorno è un’onda che trasporta avanti, che qualunque cosa fosse all’origine era nel contempo alla fine, e che si risolve per noi e per chi è più indietro di noi nel sorriso di un ampio orizzonte.
Dunque nulla deve essere causa di disperazione, perché tutto è già stato ottenuto quello che non è ancora nostro, e anche nel più squallido aborto l’individuo è compiuto ed è oltre sé stesso, mentre il ritmo è al centro di quel “divenire ciò che si è” che si conferma, al di là delle nostre frasi, come il canone di ogni processo. Da un ritmo a un ritmo e da una forma a una forma, sprofondati in noi stessi mentre ci sembra di essere prossimi al compimento e anche a una misteriosa letizia, e dall’universo stellare a quello morale il ritmo diviene la sintesi di trascendenza e immanenza, sintomo di quell’armonia che la religione ha da sempre sparso sui popoli e che forse è la grazia ultima della storia.
Ma la storia non cessa e le religioni sono travolte con lei, e quello che dico non mi accosta minimamente al vero, forse anzi ne sono tanto distante che qualunque letizia sarebbe un sopruso. L’uomo non è un essere privilegiato: tutto è una ricerca del tutto, e questa luce, questa tenebra-luce che vibra nel cuore dei mondi è ciò che stimola e irride la nostra superbia. Ma è questo sforzo intrapreso, questa ansia della ricerca, questa epopea d’infinito che in qualche modo, e nel solo modo possibile, ci conduce avanti illuminando il pensiero con una logica che, se ammette l’errore, il dubbio e l’umiliazione di non pervenire alla meta, è tuttavia una fede nel tutto, ossia nel fine assoluto.

 

VIII

Un universo infinito sembra abolire la necessità di un creatore. E se a una creazione si vuol pensare, cioè a un principio dell’infinito, essa non può che trovarsi nell’universo stesso, che si sarebbe determinato da sé con tutte le sue leggi, tempi e possibilità di sviluppo. Si potrebbe ribattere che questo non esclude l’esistenza di un dio, ma lo crocifigge alla sua nullità: al paradosso di un dio che è, come se non ci fosse – “io sono colui che non è” – qualunque cosa questo possa significare – gioco, ironia o grande benevolenza.
Ma anche un’elevazione oltre ogni possibile accusa per le cattive leggi del mondo – radiose e cattive – perché sono leggi create dal mondo e che avrebbero potuto essere differenti, non fondate sulla violenza e la morte, o sulla morte come necessità della vita. Certo, c’è la possibilità di trasfigurare queste leggi cattive e di scorgere nella morte una specie di grazia se essa, dopo tutto, estingue il dolore – perfino una via di salvezza, se essa insegna a guardare oltre sé stessi, ma ciò non basta a smorzare l’accusa che possiamo estendere a tutti i viventi e che si propaga a chiunque esista, fosse anche un dio. E non si tratta dei numi di una vecchia mitologia, ma di quello che diciamo l’unico bene – il dio di Giobbe e di Abramo – dio cinese, sciamanico, indiano, dio sublime o lebbroso, dio di ogni fede selvaggia o nirvanica, che dovrebbe redimere e ci lascia chiusi nel nostro egoismo.
Dunque un universo responsabile di sé stesso, fin da quando, non avendo vita e coscienza, esibiva la sua rabbia cosmica e saettava traiettorie fatali. Basta questo a liberare dio da ogni accusa? ma lasciare che esista o rendere possibile un tale universo non è già un capo d’accusa? lasciare la libertà di colpire affranca dalla connivenza? è un alibi inattaccabile o anche solo una traccia di moralità? Per questo voglio che dio non esista, se è l’unica garanzia d’una perfezione e se è per salvarlo che l’ho crocefisso. E tuttavia potrei farlo risorgere, liberandolo dall’inferno della sua dannazione, se lo definissi come un puro fine, creatore in quanto fine e non in quanto principio, che è qualcosa di più di un semplice guizzo verbale. In questo modo egli potrebbe essere ancora il santissimo, perché si ritrarrebbe al di là di qualunque esistenza pur conservando il suo ideale potere – in questa sensazione di un fine che è nostro e non è più nostro, e dove potrebbe vibrare il prodigio di una creazione che si strappa al suo orrore. Eppure anche così, anche se dio è il fine, in qualche modo diviene principio, anche se tra i due estremi sembra frapporsi una tale distanza da liberare dio da ogni compiacenza verso la malizia degli esseri. Ma anche una distanza infinita collega in qualche modo gli estremi, se non altro nella nostra mente o nella nostra emozione, e dio torna a farsi responsabile di questo mondo. Pare dunque che non possiamo stornare l’accusa che gli viene rivolta, se non annientandolo e dedicandogli una paradossale teodicea. Ed è proprio questo l’ideale del mistico, che si protende all’annientamento come al momento della verità, perché solo se dio non è dio – se non nel nostro misero dizionario – se trascende ogni verbo ed è ignaro di lode e di biasimi, nessuna difesa o bestemmia lo tocca ed è veramente dio.
Eppure, anche questo è un arbitrio, questa ostinazione a fare di dio l’essere santo – una resa alle nostre esigenze, alla nostra moralità, alla ristrettezza del nostro pensiero – o a brandelli di vacua letteratura. Io ho creduto che lasciare l’universo a sé stesso potesse salvare dio – mentre in questo deserto passava il lampo di una grandiosa parabola, come un arco che collega fine e principio – ancora un lampo di mitologia. Certo se dio è quello che noi chiamiamo dio – noi, di qualunque religione e di qualunque pianeta patetici figli – dio non è dio: ma questo dipende dalla nostra avarizia mentale e dalla smania di giudicare chi, come assoluto, non è giudicabile. Ma ritorna il dubbio terribile: che bisogno ha l’assoluto di chiamarsi dio?
Così io abbandono quest’ultima teodicea e ritorno nella laicità di questo universo, nella crudele banalità della storia.

 

IX
Più che da un mutamento dell’identità delle specie, l’evoluzione è contrassegnata da un raffinarsi della percezione degli altri: in questo senso l’evoluzione rappresenta insieme un impoverimento e un progresso verso la totalità – poiché nessuna totalità può essere solo una somma di parti. Ma essa dipende anche dal fatto che la forma non si cancella, che la forma inferiore non può consumarsi in quella più alta, ma ne è in certo modo riassunta: così l’emozione non sparisce nell’espressione e questa nella conoscenza e alla fine nella moralità, una forma che è a un livello più alto, più prossima all’universale, indipendentemente da qualunque giudizio venga dato sull’individuo e sulla sua personale riuscita: una forma che porta – se questo è in qualche modo pensabile – ai margini dell’assoluto. In altre parole, il destino dell’umanità può concepirsi realizzato nell’ultima forma piuttosto che nella prima, e l’ultima forma è, per il nostro grado di evoluzione, la forma morale. Ultima forma? Forse la moralità è già vicina a mutarsi rompendo i limiti dell’individuo e premendo per allargarsi a sfere più vaste cioè a quello che identifichiamo come coscienza sociale e politica – un’attività che dalle età primordiali è origine di ingiustizie e sciagure rappresentando, invece che un’affermazione di civiltà, la più oscura, vischiosa, ancora barbara attività degli umani. La coscienza, ora appena albeggiante, di una responsabilità verso altri viventi e la stessa natura è forse il segno che non si può ipotizzare una meta definitiva.
Dunque la moralità come forma più alta, che può mettere in crisi ogni altra forma e l’intera vita di un individuo – forse la vita del mondo – una forma che non ha bisogno di genio per sostenersi. E in essa, al di là o attraverso il tormento della propria coscienza, la spinta verso quell’ideale che io chiamo pietà e che mi appare come il solo criterio possibile,  il canone augusto e sovrano  –  quella che può illuminare il futuro dei popoli, sentimenti, arti, filosofie – cristallina e sfuggente come una legge che non trova rispondenza nel mondo, non impone nulla e consente tutto: la legge dei senza dio.
Proprio per questo non è possibile, anzi non è lecito giudicare: nessuno potrebbe, dominando gli anfratti di una coscienza, compilare un decalogo della pietà. Che sovrasta e sembra annullare i codici della terra e del cielo, e non è mai realizzata e deve andar contro di sé per realizzarsi e non vede limiti davanti a sé. Come una straziata carne materna, fremente di nuova carne destinata a morire.
Forse questo trascorrere di moralità lungo l’intera storia, senza speranza che si possa giungere a una parola definitiva, può apparire un risultato misero e deludente – si vorrebbe un comando esatto, fulmineo, emanato dal cielo e inciso sulle pietre del mondo. Ma una moralità assoluta non è concepibile, più che rinchiudersi in una definizione potrebbe comprenderle tutte, e sorreggere qualunque massima. La moralità che inseguiamo è soltanto nostra, è quella che costruiamo e violiamo nella continuità della storia e non potremo mai sapere se è davvero l’ultima o se la nuova generazione l’ha già sorpassata, mentre la tensione verso di essa è ciò che la rende imperiosa fino a distruggere una coscienza – questo protendersi a un fine che oggi mi è parso di poter identificare con la parola pietà. Ma non è pietà, perché è una pietà che va contro sé stessa, che non può incarnarsi, e che solo in tal modo si approssima all’assoluto, imponendo di soffrire per esso, di disprezzarci per non averlo saputo realizzare, tuttavia non lasciandoci mai, dai nostri più miseri atti ai gesti magnifici e coraggiosi, dalla moralità ancora ferina a quella santificante, dal chiuso del focolare alle imprese dei sovrani del mondo. Solo in questo modo essa rappresenta la forma più alta, sintetizzando assoluto e infinito.
Eppure no, non è tutto. Perché niente può arrestare la storia, e la stessa moralità – lo sperimentiamo in questa epoca atroce – è gravida di un intento più arduo, di una forza che sembra straziarla davanti ai popoli e al mondo – mentre dalle nostre forme usciranno altre forme e fluirà un’altra storia, con altre catastrofi, speranze e rivoluzioni. L’infinito è infinito e nessuna previsione è possibile, il solo conforto che possiamo trarre dall’abisso dell’avvenire è che in qualche modo vi siamo già dentro – se non altro col nostro pensiero, cioè il pensiero dell’infinito.

 

X

Se un dio di giustizia si librasse sul mondo, potrebbe giudicare ognuno in rapporto a quanto ha fatto per approssimarsi al tutto – sentire, immaginare, sapere e operare per una vita più larga, amare e morire nell’oceano senza confini.
Con questo criterio non saprei se considerare più degna di lode la Grecia di Omero o la Grecia di Eschilo, l’epica o la tragedia. L’epica fa della Grecia un’epoca aurea, il modello di una civiltà universale fondata sul valore della pura apparenza e su un esistere che non trova altro limite se non nella volontà di comprendere tutto e nella forza di conquistarlo, attraverso cicliche storie nelle spire di un mito che fa della stirpe dei Greci l’unica stirpe nell’unico mondo possibile, col tema sempre ripreso della gesta eroica, nell’esplicarsi di una sostanza in cui tutti appaiono eroi – uomini e dei intrecciati in lotte ed amplessi, non giudicabili se non in rapporto alla qualità dell’impresa e alla capacità di proseguirla per sempre, celebrata nelle forme di un’arte innocente, al di là dei vincoli di una religiosa obbedienza.
In questo mondo il tragico affonda lo sguardo e ne dissolve il valore: il mito rivela la futilità della storia, l’epos è l’allucinazione demonica, le sue figure non sono innocenti, gli eroi sono falsi eroi, dei e uomini accomunati nella violenza e nella fornicazione, finché solo la morte diventa un’ombra di grazia, svuotando la scena in una finale purificazione. E solo gli eroi sono degni di questa fine – l’immortalità degli dei è piuttosto un tragico scherno, che il poeta smaschera concedendo la sua adorazione non agli oracoli dell’Olimpo ma allo Zeus inconoscibile e nero.
Se un dio di giustizia si librasse su questo mondo, nessun eroe, cioè nessun esistente dovrebbe essere risparmiato, e la purificazione potrebbe giungere solo da un’abolizione del mito, ossia dalla fine del genos e della sua inutile gloria. Ma il tragico non sembra appagarsi di questa giustizia stellare, e se non tutti i cuori sono colpiti, se la storia in qualche modo permane, ciò non avviene per debolezza logica ma forse perché la giustizia non può essere una soluzione, recedendo davanti a un’altra catarsi, che non esige la cancellazione dell’essere della scena ma si celebra con l’istituzione del coro.
La tragedia greca non è scena ma coro, e il coro non è uno stuolo di poetiche larve ma il sangue greco nel suo angoscioso travaglio. Questa suprema invenzione dell’Ellade, questo “altro popolo” che sostituisce il popolo della gesta e che, di fronte alla scena eroica sa solamente patire e cantare, cioè uscire dal dramma mentre lo soffre compiutamente, incarnando di fronte alle stragi e al crepuscolo degli eroi la pietà della Grecia, che da questa si allarga superando i margini di un teatro ed effondendo nell’intera storia e non più solo in un mito i ritmi della colpa e della rinascita. E se la tragedia non finisce in Grecia, ma ritorna su altre scene del mondo, colpendo le epoche d’oro e bruciandole nella vanità del loro splendore, violando le aristoteliche leggi, spezzando il meccanismo troppo perfetto dell’antica tragedia, penetrando individui e popoli e l’intera cultura, sciogliendo lo scempio di Eschilo nell’amarezza infinita del mondo – il coro dell’Ellade diviene il coro di tutti i vivi ed i morti, il mito è la storia nel suo anelito di liberazione.
Il teatro mi apparve un tempo la verità, ma forse non è questa la verità, poiché la storia non ha bisogno di quinte teatrali, di scultoree evidenze e neppure di stanze poetiche – se essa è drammatica nella sua inafferrabile essenza, eroica e dannata, feroce e proprio attraverso la morte, redenta – ma questo significa identificare la tragedia con l’universo – e chi oserà concepire questa arte totale, chi oserà portare dio sulla scena tragica come Eschilo ha sognato di fare, chi ardirà di ucciderlo nel respiro del coro?

 

XI

La morte tragica è una morte ambigua: effetto della violenza e principio di purificazione quando, avendo ghermito l’eroe, sembra portarlo al di là dell’azione e gettare, nel suo ultimo rantolo, una misteriosa luce.
La tragedia – come io la vedevo – sembra vivere di questa luce e celebrare un’ascesa verso l’idea della morte. Al grado più elementare la morte è giustizia: se colpisce l’eroe è perché è un falso eroe, i cui atti apparentemente gloriosi sono i gesti di un folle; e nell’eroe sono tutti gli uomini, tutte le stirpi, tutte queste forme mitiche ed incoscienti – dai mostri agli dei. Dunque ogni morte è giusta e colpisce un cuore colpevole.
Ma la morte avviene in un coro, e quel riecheggiare il grido dell’eroe moribondo, quell’osservare e patire, quell’accogliere il tragico evento in una folla attenta e accorata, quel non saper agire e trovarsi immersi e oltre la lebbra del sangue, è un invito alla pace che, vincendo le futili glorie e le magie della favolosità popolare, dal coro di Atene si allarga a tutti i luoghi ed i  tempi, in cui la morte di uno è un donare ad altri la vita, uno spalancare le braccia e offrirsi come una vittima al pubblico dell’infinito. Morte come pietà: una metafora in cui sembra librarsi un annuncio morale, tale da trasformare il senso del mito e illuminare l’epos di tutte le stirpi.
E’ questo che ci spinge all’amplesso e alla generazione? questo bisogno di essere altri che trova nella morte il suo compimento, e che si accende nella notte della concezione – quando nessuno sceglie di nascere ma altri l’hanno voluto donando un respiro che sarà presto fatale e trapassato in nuovi destini.
E’ forse questo che spiega l’enigma di una morte che è condanna e salvezza, e dà una risposta alla domanda: perché, se la morte è una prova d’amore, sentiamo il bene di un vivere senza fine? perché vogliamo salvarci, proteggerci, a costo di nuocere agli altri, di nutrirci del loro sangue pur di continuare, noi, ad esistere? Quest’opporsi alla luce che viene è il nostro inestirpabile errore, il vizio d’origine, oppure c’è qualcosa lì dentro di meno cattivo e noi cerchiamo di prolungare la vita perché questo è un simbolo dell’infinito? Ma quale distanza fra la nostra piccola vita e la vita del tutto, che illusione in questa fame di luce, in questo cupo eroismo che non ci porta la gloria se non nei cantici degli aedi e nel delirio di folle che si aggrappano a fantasmi di dei. Ed è un delirio che invade gli stessi dei, che li spinge ad oracoli truffaldini e muove le loro schiere a combattersi e uccidersi, che rovescia le religioni perché altre trionfino. Gli dei non sono diversi dagli uomini, generazioni sopra generazioni e cadaveri sopra cadaveri, così che io devo cercare un più sottile concetto di morte; sì, perché si potrebbe pensare che il nostro dio è più alto di tutti e intoccabile da questa ridda famelica - mentre è anch'esso, il dio più sublime, soltanto un usurpatore. Poiché nessuno che si chiami dio può pretendere il titolo d’assoluto, nessun dio può salvarsi dal dubbio, e una vertigine oscura lo ha già sfigurato. La morte ritorna al suo eterno lavoro, al compito di andare incontro a chi esiste, con la sua mannaia purificatrice.

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