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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Chi sei tu?
La domanda di Arjuna la notte prima della battaglia
di Mario Cialfi
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XII

E’ difficile sottrarsi al fascino della mitologia: anche alla mitologia della morte, e quello che ho detto è forse, ancora una volta, soltanto mitologia. Certo è che qualunque cosa io dica di dio, della morte e della vita di dio, è una maschera imposta sull’irriconoscibile volto dell’assoluto. Ma è possibile evitare questo? è possibile essere religiosi senza parlare di dio?
Neanche i più ardimentosi slanci dei mistici sono scevri di retorica e mitologia, e anche chi riduce il suo salmo a una sillaba è preda di essa – quella sillaba scivola fra le pietre del mondo e si arresta ai piedi di un idolo.
Mitologia, cioè ricorso a una fede sgargiante ma debole nell’assoluto, e che ha bisogno di pathos, grida, gesti teatrali, se non altro di frasi eleganti e quasi geniali, dunque una dimostrazione di infantile primitivismo, che è il vizio di una religione anche là dove assurge a un’astratta dottrina e a un’ascetica prassi morale. In un certo senso il mito sembra compensare la rigidezza del dogma con la sua capacità di trasformazione, lasciando l’assoluto nella sua lontananza e dando vita alla storia: tuttavia quel proliferare di forme diviene una stereotipata inventività, una libertà maniacale, è il cosmo illusorio di una tribù, a meno che divenga – come è stato in Grecia – il fondamento di una vera cultura, una prova espressiva, un’esplorazione dei poteri della fantasia.
Ho pensato che il futuro ci porterà ad abbandonare le religioni senza abolire la fede, che non ha bisogno di nessun apparato esteriore, e nemmeno di una passione del cuore, nemmeno del nome di un dio e forse neppure del suo pensiero – poiché basta respirare per essere religiosi, anche se perfino un respiro può offuscare quella purezza – anche concepire dio come un simbolo, cioè come un’ombra del vero dio – mentre solo la morte può forse realizzarlo portandoci – come altre volte si è immaginato – davanti alla verità: un dio che è simile solo alla nostra morte e che possiamo raffigurare come quello che non ha questa vita. Ma qui dobbiamo fermarci perché nessuna immaginazione è consentita oltre la nostra agonia, dove si posa la spada che sbarra il cammino. Ma che diventa la fede in questo deserto? Eppure i fedeli, i veri fedeli, di quella fedeltà che nessun errore può ledere, hanno sempre accettato questo, cioè che si adora dio senza ricevere nulla, senza vederlo o sentirlo: e tale fede deve essere portata più avanti, fino al coraggio di guardare fisso all’inesistenza di dio cioè alla realtà della storia – non v’è altro mezzo di essere religiosi e ogni altra specie di fede è senza futuro. Sì, bisogna sacrificarsi alla storia perché dio viva – il dio vero, il dio puro, il dio che rinuncia al suo incanto, alla mitologia trinitaria, alla notte dei magi, al suo stesso calvario - il dio inconoscibile eterno.
Ma ciò che è in alto è anche in basso. Anche la storia si deve sottrarre all’incanto, dunque alla metafisica, alla superstizione e all’ebbrezza stessa dell’infinito. La storia è soltanto storia, e in essa tutto fluisce e niente dunque è respinto, né metafisica né superstizione né favole di questo o di un altro pianeta. Arriviamo qui a un punto di penetrante finezza: l’infinito sembra imporre il superamento di ogni illusorio confine, il non potersi arrestare nello spazio e nel tempo, la vanità di un universo che abbia un principio e una fine. E’ come se il baleno dell’assoluto distruggesse ciò che in qualche modo potrebbe pervenire ad esso, disperdendo qualunque speranza – anche se, immergendoci nella storia, dunque in noi stessi con le nostre emozioni, arti, scienze e filosofie, ci sembra che l’immagine di un universo non possa essere cancellata e che quest’ultima comunione di un principio e una fine si avvicini alla verità e rechi un’impronta in qualche modo divina.

 

XIII
Per quanto lontano nel passato si affondi lo sguardo, la storia incomincia con ciò che possiamo chiamare dio. Forse si preferisce pensare che l’uomo prima cominci col provvedere alla propria esistenza e poi pensi a dio – che il lavoro preceda ogni immaginabile estasi. Ma una religione non è la sola manifestazione di un rapporto con dio, e forse dio è qualcosa che evade dal tempo, che si libra sopra ogni forma ed evento, anche là dove l’umano non è ancora nato, e che è sempre già prima – fino a trascinare l’impulso vitale, i cristalli della materia, l’energia nativa e le prime cifre dell’universo.
Ma quando l’umanità si acquista una vera storia, dio non è più una fuggevole scia, ma una religione, che diviene il principio e la regola della cultura, costituisce la legge di un popolo, dà una forma e un carattere all’assoluto. Da questo momento, la storia trova il suo grande nemico: lungo millenni essa lotta contro quel potere, cioè contro la rete che cerca di chiuderla nelle sue maglie, piegando la scienza ad obbedire a perentorie ingiunzioni, governando i destini  dei popoli, imponendo la fede in un dio che è soltanto una proiezione dell’uomo.
Perché è questa l’essenza della religione, questo spegnere la libertà del mondo, questo spregiare la richiesta di verità e chiuderla in una icona infocata e feroce. Grandezza e miseria del religioso, mentre attraverso la sua ipocrisia, le sue indegnità e i conflitti di corpo e pensiero la storia confuta quel carisma e sgretola quei simulacri trasportando macerie nella sua corsa, spingendo a inventare altri nomi e altre maschere, a sostituire ai dogmi altri dogmi, in una sequenza grottesca e magnifica, che strappa le aureole dei santi e condanna le religioni a succedersi a quindi a finire.
Forse proprio questo celebra la vittoria dell’assoluto che non ha forma né legge, non ha labbra né orecchie, non risponde alle nenie sacerdotali: non impartisce sconfitte o trionfi, non effonde sentenze e nemmeno anatemi, rendendo inutili sacrifici e preghiere.
La nostra religione parla d’amore. Ma se l’uomo ama dio, può dio non avere un lampo di femminilità? e se la donna ama dio….Il pensiero si perde nel sarcasmo dei cieli. Bisogna dunque odiarlo? No, né odio né amore, dobbiamo lasciare queste futili divagazioni, questi sentimenti che offuscano la nostra intima fede e sono rozzi come le scosse di un verme. I nostri più alti ideali sono solo apparenza, e se non possiamo oltrepassare, neppure morendo, questi confini, possiamo desiderare di farlo, aspirare il soffio dell'assoluto. Forse è questo il senso della pazzia? Ma c’è una pazzia buona e una cattiva. Ci sono mistici che hanno creduto nella purezza della prostituzione e nel dovere dell’assassinio, altri si sono portati dove non è più possibile nessuna discriminazione morale. Dunque bisogna scegliere: l’assoluto o la storia. Ma io oggi cerco la pace e seguo gli inviti ad una silenziosa armonia. Penso all’ingresso del generale romano nel tempio di Gerusalemme, dove non vide nulla: forse non era la dimostrazione della fallacia del dio degli Ebrei o la condanna di Roma; quella tenebra poteva indicare una suprema conciliazione e un abbraccio di tutte le fedi. Ed è forse questa, alla fine, la visione dell’ultimo prete prima della distruzione del tempio.
Egli guarda questo universo e lo accetta fino all’estremo, non gli basta una sola esperienza ma le vuole tutte mentre intravede la misteriosa unità delle cose e il suo cuore batte nel cuore di tutti gli uomini anzi di tutti i viventi, mentre il suo conforto nasce da questo, questo morire per vivere in un orizzonte più ampio. Questo votarsi a un dio che  è il respiro di tutti, conciliando non solo Roma e Gerusalemme ma realizzando la sintesi delle fedi, l’incontro di tutti i nomi e i fantasmi di religione. Ma no, l’ultimo prete ha fissato senza paura quella terribile tenebra alla ricerca di ciò che è al di là di ogni devozione e martirio – che può essere tutto o il contrario di tutto, può essere un mostro o un amante, lontano da tutto ciò che pensiamo e potremo fino alla morte pensare. Tanto che sembra di poter concludere – e questa potrebbe essere non la bestemmia ma l’adorazione più alta – che l’assoluto è più divino di un dio, perché un dio ha sempre i tratti dell’uomo, ed è un talismano o un complice dei suoi misfatti. Ma, d’altra parte, un dio come questo – un dio che è unicamente assoluto – non può essere nominato e bisogna accettarlo per virtù di fede: e solo con esso la religione si salva, se non potrà mai essere dimostrata vera, ma neppure falsa.
E’ difficile liberarsi da dio – voglio dire dal dio delle religioni: nel momento della negazione uno stilo s’insinua nel nostro pensiero, come una fine vendetta o il riso di un demone – proprio quello che altri tempi contrapponevano a dio, eppure qualcosa mi avvicina allo sguardo di quell’ultimo prete e alla sua rinuncia a pregare.
Tutte le teologie sono scienze fittizie, un dio assoluto non è il dio dei libri, non è il dio pensato o inventato dall’uomo, non è il dio di geni od idioti – non è il dio che chiamiamo dio – è un dio che non è dio: e non mi resta che credere solo nell’assoluto, qualunque esso sia e qualunque destino ciò comporti per me, col solo conforto di sapere che l’assoluto è assoluto e che giustifica la mia fede senza concedermi altro che questa povera e inesorabile storia.
Anche se, come mi è apparso all’inizio di questa Via Crucis, l’assoluto non si chiude in una tenebra impenetrabile, la sua essenza si sdoppia e il suo riflesso trema nel fiume del mondo – e con esso la nostra fede trova quasi un compenso. Quello che è in alto è là in fondo, e se non potremo mai dire di averlo raggiunto, possiamo tuttavia sanguinare per esso, cercare la verità nella storia, poiché solo questa si apre alle nostre forze, e qualcosa ci obbliga a riconoscere che ciò che essa ci offre è assoluto come quello che è balenato lassù. E’ questa la sola “prova” cui possiamo aggrapparci, se il trascendente che sfida ogni volo e rifiuta la grazia è lo stesso che intravediamo al termine delle cose – con lineamenti in qualche modo più dolci – una filigrana che nell’infinita distanza può richiamare i nostri ideali, il nostro bisogno di pace, i miti irrinunciabili della nostra specie, come la vittoria dell’essere sul non essere, della verità sulla falsità, del bene sul male.

 

XIV

Una trinità non è mitologia, dunque una caricatura dell’assoluto? E attribuire all’assoluto un qualunque riconoscibile tratto, drappeggiarlo con i nostri ideali, i nostri isterismi, la nostra smania di procreare e i nostri deliqui leziosi, non è un tornare alla mitologia, preparare il veleno che lo contamina e, una volta iniettato, non si arresta più?
Ciò che penso, ciò che dico dell’assoluto, ciò che ho detto in queste pagine può essere stimolante od inutile, tutt’al più un’oziosa metafora: io devo vivere nella storia, pensare nella storia, parlare nella storia – il resto è superfluo. La profanissima storia, che ignora rivelazioni e giudizi divini.
Assoluto o storia – in mezzo è una ridda di spettri, un susseguirsi di fedi e di riti, uno srotolarsi di teologie e di inverosimili ipotesi….ma io non posso continuare in questa forsennata dialettica, in questa  giaculatoria non meno superflua di ciò che si biascica nelle chiese del mondo: dio come possibilità, dio come fine, dio come creazione dell’uomo, dio futuro, dio simbolo di un altro dio….tutte invenzioni che non scalfiscono la sua potenza e lo lasciano ridere al fondo della sua icona. Assoluto o storia. Eppure, è davvero così lontana dal divino la storia?
Anche se porto l’assoluto al di là di ogni verbo e concetto, mi sembra di sentire un fremito e di vedere una luce, di sognare che in qualche modo l’assoluto ci tocchi – che abbia assistito alla nostra nascita e attenderà la nostra rovina. Forse è impossibile evitare questa puerile febbre della materia vivente e nel più deciso sforzo di abbandonare le superstizioni rimane il guizzo del satiro e il piacere di un oracoleggiare che nei momenti di commozione potrei interpretare così: se l’assoluto sovrasta tutto, esso è insieme fine e principio di un universo che non ha fine o principio, come un oceano senza rive. Un arco proteso in una illimitata estensione e pure in qualche modo concluso e afferrabile dai nostri sensi, facendoci intravedere il dominio di un solo potere quando, allargando lo sguardo al di là di ogni termine e spingendo all’estremo la nostra brama di assoluto e infinito, essi sembrano tuttavia ricongiungersi e in quel punto apparire dio – come colui che pone il suo stemma su tutto il creato. Certo è soltanto mitologia, quest’identità presagita – un’ultima frode, un mostro causato dalla debolezza dei nostri cervelli. La falsa catarsi di un dramma che ci siamo inventati.

 

XV

Se altre epoche si sono distinte per religiosa passione, con tutto quello che di bene e di male ciò ha comportato per l’uomo, l’epoca a noi più vicina ha innescato la passione storica, che ha trovato nella rivoluzione il suo massimo emblema, suscitando enormi illusioni e sciagure.
La rivoluzione – presa in ciò che costituisce la sua essenza e si riflette in tutte le sue varianti teoriche e pratiche – è un attacco contro la storia con la presunzione di rigenerarla totalmente e senza ritorni, quindi una rapina dell’assoluto, cioè  una specie laica di religione, o meglio una furibonda crociata, che unisce in sé i delitti escogitati dall’uomo e quelli pretesi dal cielo, trovando nella fede cieca il suo nemico e alleato. Questo grottesco connubio non è stato inventato dal Novecento, visto che la seduzione attraversa i secoli e non si è ancora dissolta, anche se pare stemperata al momento nelle nostre regioni: poiché il fantasma della rivoluzione – questa profanazione della libertà nella pretesa di cambiare le cose, di incenerire la storia coi suoi sentimenti, le arti, le filosofie, rovesciando la moralità e facendo della spietatezza un onore, della menzogna un dovere, dei carnefici degli eroi – non poteva sorreggersi, anzi era già condannato nel momento che come mostro si levava sul suolo e intossicava le coscienze dei popoli. La rivoluzione non poteva finire che nella tragedia e, attraverso di essa, in un sanguinante ritorno dell’intelligenza storica e di ciò che possiamo ancora chiamare l’amore.
Storia – la storia che non inebria i popoli – significa conservazione di tutto il passato nell’invenzione dell’avvenire quindi in una moralità superiore, che è l’unica condizione per una salvezza dell’uomo o per la sua metamorfosi in una nuova specie. Ma anche l’inverso è vero, cioè che la moralità non è possibile se non attraverso la storia e ciò che sappiamo compiere nella storia, non solo rinunciando all’ossessione rivoluzionaria, ma perfino a congelare il tempo in quegli spettri di epoche d’oro che sono le apoteosi di assassini ed eroi. E quello che è vero quaggiù è vero lassù: rinunciare alla fede selvaggia, agli eroi del cielo così come a quelli del suolo, a quelle contraffazioni dell’assoluto e all’alibi che ci porgono a coprire fatuità e nefandezze; rinunciare a credere che i nostri orgasmi siano benedetti dal cielo e che quando un dio ci comanda di uccidere, il nostro gesto possa dirsi santo. Quell’orgasmo è nostro, l’ingiustizia è nostra, la giustizia – se ne siamo capaci – è soltanto nostra: i secoli ci hanno insegnato che non senza dio ma con dio tutto è permesso. Dunque storia, soltanto storia, anche per chi non rinuncia alla fede, per chi ha in sé il respiro di dio. Vivere nella storia col respiro di dio: forse è questo il canone dell’avvenire, il segreto della religiosità futura, con l’abbandono di ogni mitologia, di ogni dogma o decalogo – adesso o fra un millennio che importa? – poiché nessuno può opporsi alla storia se questa ha il respiro di dio, un dio che non è lo spettro dell’assoluto e che solo rimanendo intatto nella sua purezza, cioè nella sua inesistenza, può costituire il fine di un universo.
E se questo non sarà un cammino felice, se ci copriremo di piaghe, se le catastrofi si succederanno come antichi diluvi, se ci accorgeremo di correre al precipizio, forse ciò non è nulla, perché l’infinito è davanti, e dopo di noi saranno altri a procedere, altre specie e altri universi, e non si arresterà la vita nella morte di un essere. Non si pongano limiti ai popoli delle stelle, dunque a ciò che oltrepassa la vista degli uomini. I forti slanci e le costruzioni più audaci sfumano in una nebulosità che riflette quella delle origini cosmiche: ma non possiamo essere certi di nulla, l’universo precipita in ciò che non è né nulla né essere e l’unico nostro conforto sta in questo pensiero più grande di ogni tragedia, suscitante dal nostro grido il vagito dei figli e da colpi assassini le tenere dita di un coro. Scannati e purificati nell’infinito. Per quello che noi possiamo capire, la pietà è ancora l’ultima forma possibile e ciò che ci può far credere in un dio della storia, cioè un dio che dalla sua trascendente astrattezza vola nell’abisso nel quale siamo gettati e ci viene incontro di là fino a rendere insulsa la parola storia e a trasformarla, al di là di qualsiasi umano e ultraumano avvenire, in una parola di grazia. Dunque proprio qui sta la nostra speranza. Noi possiamo dimenticare ogni fattezza divina, ma se l’infinito balena nel nostro pensiero col raggio che nessuna ferocia e nessun genio nichilistico e rivoluzionario può cancellare, è come se fossimo invitati a un incontro supremo e alla carezza di una indistruttibile essenza. E’ difficile, pensando all’infinito, essere disperati. Ho creduto che questa fosse la strada del nostro martirio, della fatica di dover dare un senso alle cose e di strappare dall’odio l’amore – ma forse in questa parola è un gemito di armonia e quell’etereo equilibrio di cui ogni esserci al mondo è solo un piccolo turbamento, una grinza che si deve placare finché nel distendersi di ogni elemento sia cessato l’affanno e raggiunta la meta.
Benedetto sia dunque il tempo infinito, che solo ci illumina e ci può dare pace. Credere nell’infinito: che è quanto dopotutto unisce l’assoluto e la storia, risuscitando in noi la figura di Cristo.

 

XVI

Ma Cristo credeva in dio? Nel dio padre, creatore e vendicatore? Nel dio figlio e dio spirito, o guardava al di là di questo e di tutti i fantasmi dei suoi fedeli presenti e futuri, al di là di ogni mito di sé? quindi a vivere in questo ininterrotto travaglio, in un calvario privo di consolazioni e che pure è percorso da un vigilante respiro. E se dal dio mitologico egli poté sentirsi tradito, non lo fu da questo dio senza forma e senza parola.
Come un lampo che illumina una strada lunghissima ed è già perduto. Un fuoco che non è qui né là e neppure ha i tratti di dio, ma forse quelli di amici, nemici, una bestia, un tramonto dorato. Un impulso che conduce avanti mentre il deserto sembra pietrificarsi tra noi. Forse il contrasto eterno fra il cielo e la terra, un lasciare la certezza per l’incostanza e l’errore, poiché questo non vuol dire tradire, e il consacrarsi alla terra e alla sua drammatica mutevolezza è un afferrarsi all’unico sogno che ci rimane, ricordo di quel lontano bagliore che ha giustificato, una volta per tutte, il faunesco dondolio delle stelle e lo sciabordio delle onde.
In questo senso io l’ho chiamato il dio inesistente, cioè il dio della storia, perché solo la storia può portare l’uomo al di là di sé e dei suoi lividi spettri. In fondo, non basta questo alla fede, e non è sufficiente a far vivere, generare e accettare la fine? come può un tale messaggio chiudersi in un vangelo, un’umanità, un universo? E se la tenebra ci circonda, se siamo abbandonati nell’agonia di Getsemani e nessuna voce conforta, forse non è tutto perduto, poiché dio è il nostro bisogno, il nostro respiro, la nostra illusione di essere dio, ciò che chiamiamo dio non per fatuità e presunzione ma perché è l’assoluto, e l’uomo è qui, davanti a quell’assoluto. Cristo è ciò che noi siamo davanti agli occhi dell’assoluto, Cristo è il dio in noi  – e beati coloro che sentono questo anche in punto di morte.
Ma sono sicuro di quanto io affermo? Credo veramente in Cristo, cioè in un dio che si agita nelle mie membra e nelle membra del mondo? credo nel mistero della pietà? o la fede ha bisogno solo dell’assoluto? Dopo tutto c’è una sola fede: la fede nell’assoluto – e c’è una sola logica cui si può prestar fede: la logica dell’assoluto. E che importa, se l’assoluto è diverso da tutto ciò che ci sembrava divino? Forse non è necessario parlare di dio, non è neppure necessario credere in dio, ma solo credere in questo – il resto è superfluo. Il resto ci sarà dato in più.

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