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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Chi sei tu?
La domanda di Arjuna la notte prima della battaglia
di Mario Cialfi
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...il nostro concetto di storia può estendersi a tutto: storia è il modo in cui può esistere un tutto. E’ storia in un atomo, in una pietra, in un seme e in un animale; è storia nel pensiero e nella demenza, nell'estasi e nell'agonia, in tutto ciò che può essere e quindi non essere -  è storia nelle genesi e nelle apocalissi e, se dio esiste, è storia anche in dio.
Sembra, guardando gli astri, che la storia segua una strada segnata, con una veemenza frenata in rigidi ritmi e diretta a inflessibili mete - ma nessuno è certo della inviolabilità delle leggi e di ciò che possono significare gli eventi, che avrebbero potuto essere altri fin dall'inizio - nessuno può gettare lo sguardo nei momenti iniziali e finali, nel più piccolo e nel più grande, mentre le scienze  scoprono fondamenta irreali. Tutto si regge - si è detto - su un getto di dadi e su occasioni fortuite, su leggi non necessarie e su qualche illusoria esperienza, tanto che non sappiamo neppure se siamo in questo o in altro universo, mentre la nostra ansia di afferrare tutto è sorretta dall'impossibilità di raggiungerlo, il tutto si dilata in dimensioni molteplici, in una pioggia di eventualità, nell'inimmaginibilità di qualunque confine e di qualunque giustizia poiché, al di là di ogni scientifica ipotesi, se di tutto si può dubitare, tutto diviene possibile, anche il rovescio di tutto e il nulla in luogo dell'essere. Dov'è la certezza che storia sia qualcosa di più di un vanaglorioso vocabolo e che il fuoco delle costellazioni segua la freccia di un arciere celeste? Ma non sta proprio in questa aleatorietà degli eventi il principio della libertà cioè di una vera storia? La fisica è soltanto un gioco in confronto a ciò che una volta si è definita dialettica per costringerla in un unico senso, ma anche la dialettica è un labile schema davanti al mare delle possibilità e all'arroganza dell'uomo, alla sua volontà di annientare e rifare le cose, di precipitare nel nichilismo o danzare nei cieli dell'utopia. E' questa la libertà della storia? Se la natura non sembra dopo tutto evadere dalle sue leggi e l'umanità non porre limiti alla sua facoltà di sognare, forse è soltanto un risibile tentativo di mettersi al posto di dio e di usurpare la sua forza generatrice: ma noi non siamo che un anello della catena, a noi non è dato che questo universo e questa storia con le sue maligne e dolci avventure - gente che corre e si ferma a guardare, a parlare di Cesare o di una libellula, a odiare ed amare, a unirsi e dividersi in un intreccio che non sembra interrompersi mai. Il nostro universo è forse un inganno o soltanto un simbolo - ma noi non possiamo che vivere in esso e in esso cercare le tracce dell'assoluto, una coscienza che possa comprendere tutto, ciò che è stato, che è e che sarà nel suo snodarsi di forme, morti e generazioni facendo sbocciare, dai semi gettati in questo pianeta, altri esseri e specie quanto più matura l'evoluzione e il sangue si erge verso i suoi fini finché il cervello che ha inventato il tempo e lo ha imposto alla stessa materia, saprà aprirsi a quell'orizzonte che supera ogni orizzonte e che dà il brivido della libertà. A noi non è dato di sapere tutto ma di aprirci a tutto infrangendo le squame dell'egoismo, ed è questo che rende poca cosa l'immaginazione più trasgressiva della scienza e dell'arte di fronte a ciò che è reale e ci obbliga a credere in questa storia e a vivere in essa, l'unica dove siamo noi e chi verrà dopo di noi, mentre sotto ogni sasso si annida una serpe e il cuore lucente può nascondere un mostro. Ma è questa putrefazione segreta, la ferocia degli elementi, il caos che ci portiamo dentro, ciò che richiama al misterioso dovere di continuare una storia che non abbiamo cercato e di amare e morire per portarla avanti. La conciliazione è lontana, la morte sembra non avere senso e uccidere quell'ideale che nel nostro intimo è il solo futuro, quando la sopravvivenza di uno significa la rovina dell'altro, e il velario è sempre pronto ad aprirsi su una scena tragica. Ma dove è tragedia è catarsi - io pensavo nella mia adolescenza - e la storia riprende dopo ogni gaudio e catastrofe e qualunque sia il tempo in cui ci è toccato di esistere, solo essa può spingere in quell'infinito in cui vapora l'altare di tutte le fedi e che forse è il margine estremo degli universi. Forse la nostra condanna è la distrazione, l'incapacità di convincerci che potremmo avvicinarci alla meta, e ci lusinghiamo del sentirci in crisi, del dissolversi di identità e di valori, finché ci sentiamo sfiorare dal soffio dell'idiozia o dall'incenso di un misticismo artefatto e drogato, o dal delirio di una rivolta che divora sé stessa - e stati interi  precipitano, popoli sono condotti al macello, l'amore non si distingue dall'odio, lo sguardo non va al di là di un orrendo e fatuo spettacolo. Eppure la storia continua, anche se il nostro io sembra sfuggirci e l'umanità perdersi in spirali di nebbia, ed è come se ci pervadesse, dopo lo sforzo, una naturale indolenza finché riprendiamo il cammino e vediamo qualcosa che, riducendoci in polvere e abbattendo orgogli e viltà, restando inaccessibile a qualunque mortale, sembra in qualche modo amico, coerente con ciò che da sempre cerchiamo, intrecciato alle nostre mani e alla nostra voce, in una trama che prosegue, al di là dei limiti del teatro, verso uno sfondo che vorremmo chiamare divino. "Chi sei tu?" è la domanda di Arjuna e di tutti gli eroi quando vedono un'ombra aleggiare sul campo prima della decisiva battaglia. E' un dio senza dio, che ci lascia soli in questo universo dove a nessuno è dato di sottrarsi alla colpa e alla disperazione quando si accorge che anche quell'ultima ombra è passata e che ciò che si credeva il suo regno è un paradiso infernale di fronte a cui non resta che fingersi pazzi o nascondersi nelle fosse del sottosuolo.
Urli e silenzio, balbettii che si perdono in un incessante monologo.... dio è scomparso dal mondo lasciandoci soli, ma questo è il trionfo non la squalifica della storia, se nel nostro pensiero c'è qualcosa di più di un maligno arabesco, e anche balbettando, anche morendo, non riusciamo a liberarci dall'infinito.

 

…..chi pecca contro la storia? il religioso? il rivoluzionario? colui che non agisce e non pensa? e chi pecca contro la storia infinita? Altre volte ho creduto che la vita fosse il perdurare di un ritmo e la morte il passare da un ritmo a un ritmo più potente e più vasto. Eppure esso è forse il veleno dell’infinito.
Non penso a quel ritmo che è nel sangue dei primitivi e li spinge a una frenetica danza e a inebriarsi di miti che portano solo a un gioco di labili forme; mentre il loro avanzare è un recedere, un gettarsi con occhi aperti in un luogo e un tempo che non sono quelli reali – penso a quel popolo che mi è sempre parso come il creatore della nostra  cultura e il principio di una coscienza libera della storia.
Il tempo della conoscenza si è aperto per me con la scoperta dei Greci, quando mi apparve, nel suo primo fulgore, il mutamento che attraverso il mito essi avevano impresso alla storia del mondo, staccando il mito dalle sue religiose radici e consegnandolo alla fantasia e al potere espressivo dell’uomo come principio generatore di arti e filosofie. E quello che rappresentava il centro dell’ordine mitico non era più il dio ma l’eroe, che diveniva, nello snodarsi di epici cicli e nella continuità delle stirpi il modello umano perfetto, fondatore e ideale di un’unica civiltà. E tuttavia proprio qui si spargeva il sottile veleno, quella mania, quel mirabile ritmo che esaltava ma anche chiudeva la forma dell’essere, in quel modello che era inesorabilmente e soltanto greco, in un lampo di stilizzazione che doveva alla fine paralizzare la fluidità della vita così come la religione aveva fatto e avrebbe continuato a fare cogli altri popoli della terra, soggiogando la loro storia col peso del dogma e di una infrangibile liturgia.  Sì, era il veleno del ritmo che, alimentato dai  grandi cicli dell’epos, sembrava inquinare la coscienza greca e condurla alla morte in un bagliore di rigida e illibata bellezza.  Ma fu la tragedia, cioè il supremo prodotto del genio, a far vacillare le mie certezze.
Potrei dire infatti, con altrettanta sincerità, che il tempo della conoscenza si è aperto per me con la scoperta della verità tragica, ossia con la rivelazione del significato della tragedia greca nell’opposizione alla cultura del popolo e quindi all'epica omerica, alla mitologia nazionale, alla fede nei valori dell'eroismo e nella sua sostanziale innocenza. Il poeta tragico aveva osato giudicare il mito e considerarlo come una storia d'orrore, rovesciando in tal modo la percezione comune dei Greci, quasi si fosse squarciato il velario e fosse apparso il ghigno di quel mostro bicipite che sintetizzava in sé eroismo e ferocia facendo balenare il più alto e forse il solo momento morale della grecità, con tale terribile effetto da affascinare ma non trasformare il pubblico del teatro, il quale avrebbe continuato ad onorare Omero coltivando, propagando e banalizzando il disegno eroico in un’armoniosa e infine manieristica celebrazione dell'uomo ellenico. Poiché il pubblico non era il coro e l'altare di Dioniso non era l'altare della pietà. Una volta sfollato il teatro, la storia ricominciava il suo mitico corso, traducendo la gesta dell’eroe nella rissa delle città, e l'ideale di gloria nell'aspirazione, così suggestiva per i tempi avvenire, a vivere in un'epoca aurea mentre questa era già tramontata, colpita dalla freccia del tragico: un fantasma che avrebbe da allora esaltato il genio degli uomini come l'ideale delle civiltà della terra, rese apparentemente felici perché ignare del male che le ha prodotte.
Ma proprio in tali epoche o fantasmi di civiltà sembrava ogni volta aprirsi il sipario della tragedia, cancellando ogni altro stile e maniera - epica, commedia, lirismo - e risuscitando l'osceno connubio di eroismo e ferocia, su cui rideva la morte, insieme creatura del male e misteriosa via di salvezza, nel respiro di un coro che aveva perduto i caratteri etnici del teatro arcaico e allargava le sue spire all'umanità intera. Come se la tragedia non potesse essere contenuta in quei ritmi e fra le pietre di quel teatro e volesse ristabilire il perduto potere in un orizzonte più grande chiamando i popoli della terra a un giudizio che li sottraesse al delirio del mito, all'adorazione di false divinità, alla pazzia di un'esistenza ricondotta incessantemente a sé stessa e alla sua fame di voluttà e di potere.
Ma quanto più seguivo la storia, tanto più mi pareva che quell'idea di tragedia si dissolvesse, non solo perché dopo Shakespeare nessuno appariva capace di riesumare quell'arte travolgendo in essa lo spirito dei Rinascimenti, ma perché quella stessa tragedia era, nella sua logica adamantina, troppo semplice e alla fine falsa, mentre la storia non solo fosse incapace di recepirla, ma addirittura fosse più tragica, spezzando quell'anello di colpa e di morte, allargando all'infinito la miseria degli uomini e il candore utopico della catarsi. Ed ecco, la storia intera diveniva il grande teatro, i personaggi erano gli uomini stessi e il coro non era più il coro dei satiri ma la folla del mondo - e come l'evento drammatico aveva rotto i limiti della scena ateniese, così la catarsi perdeva la sua arcana astrazione e si fondeva col procedere di una storia vera. Era come se la tragedia non fosse più necessaria per illuminare la nostra specie ed evocare giustizia e pietà.
Fu dunque la tragedia che mi portò alla verità della storia, in cui la vedevo affermarsi e negarsi; dapprima fu come se la storia si trasformasse in un solo atto tragico condotto alla catastrofe e alla purificazione finale, ma anche questa era una astratta e artificiosa scenografia, neanche quei limiti potevano essere sopportati, e la tragedia diveniva veramente infinita, quindi una catarsi infinita e quasi una commedia infinita - seppure non esauriva il suo compito, e la sua potenza rimaneva sul fondo come uno spettro pronto ad emergere e a imporre la sua terribile logica a colpire la fede di coloro che credono nella favola degli eroi - o meglio nel mito degli uomini - e nella loro innocenza: un abbaglio che mi sembrava contagiare i popoli del Novecento attraverso la loro brama di guerre e rivoluzioni. Ci fu un momento in cui di fronte alle follie che avevano conquistato il mondo, il tragico mi sembrò la sola forma possibile della coscienza e insieme la manifestazione della sovranità della storia, che in effetti ha abbattuto gli eroi rivolgendo contro di essi le armi che avevano usato, e con gli eroi i popoli conniventi e arrendevoli, incapaci di acquisire la consapevolezza della propria infamia non appena asciugate le lacrime sparse sopra i loro morti. La giustizia sembrava sfumare in un grottesco rituale e la pietà vendere i suoi favori riducendosi a un insignificante presepe - l'umanità sembrava risprofondata nella creta terrestre. Ma forse era anche questo un errore, se la tragedia, così come l'avevo intesa, era soltanto un'arte, soltanto spettacolo, un'astrazione del mio esaltato cervello, qualcosa che nella storia vera non esisteva e aveva bisogno di quinte e di maschere, mentre tutto invece fluiva in un fiume di male e di bene, gli uomini-dei non esistevano più o non erano mai esistiti e il coro di satiri era stato spazzato dai venti di un più maligno e fecondo universo. Nessuno sapeva più inscenare una perfetta tragedia, ma l'evoluzione dell'arte era la prova che la storia è più forte di ogni invenzione del genio, che rigettava le sue sublimi ossessioni e che il vero coro andava al di là di qualunque  teatro poiché era il coro dell'infinito ossia il coro dell'infinita miseria e dell'infinita pietà. Coro che non inneggia agli dei e che abbandona i cicli del mito per la realtà della storia.

 

...come trovare, in quest'oceano, una plausibile rotta? a quali stelle puntare?
Un punto d'onore dei grandi filosofi stava nell'adempiere questa missione e formulare regole di condotta per risolvere tutti i problemi e vivere giusti e felici. Oggi questa pretesa è sparita, e non è solo il pensiero debole che consiglia prudenza, visto che la osserva anche chi crede nella forza della verità e, come ho cercato di esprimere in queste pagine, ha fede nella libertà degli altri e nella incrollabile moralità della storia.
Noi non possiamo che vivere nella storia, cioè senza dio: il che dovrebbe semplificare l'impresa. Vivere nella storia, cioè in questo universo o in questa piccola zolla di terra, sospesi alle nostre emozioni, cercando un’immagine e una parola, usando il pensiero senza perderci in metafisici incanti, nutrirci di frutti strappati ad altre bocche e altre mani, servirci della nostra ferocia per andare oltre di essa e delle nostre ferite per innalzare la nostra idea della gioia, dell'assurdità di essere nati e di un'identità che c'è e non c'è per capire di più, vincendo nell'opera l’idiozia delle fiabe e il fascino dell'annientamento.
Forse proprio la difficoltà del compito ci rende leggero il cammino, poiché la meta è una sola, da qualunque punto salpiamo, e nessuna rotta s’intravede al di là della storia, che è tutto e ha tutto ciò che serve per vivere e per morire mentre, guardando là in fondo, ci sembra di vedere una luce. E' come se qualcuno volesse salvarci ma non potesse farci uscire dal vortice - o come se per arrivare all'amore ci dovesse costringere all'odio e questo fosse una sorta di velata bontà - per quell'ordine misterioso di andar contro sé stessi, che riassume l'evoluzione del cosmo e nel suo vertiginoso non-senso è la ragione della nostra speranza. Ma a noi, in questo punto dell'evoluzione e nel tempo che ci viene incontro, in una civiltà che ha perduto la vena delle grandi epoche, che forma prende questa impossibilità di approdare e questa negatività irreparabile? Ho pensato che in questo oceano non si mira a nulla perché la mira va al di là di qualunque porto così che, se fosse possibile chiudere in una massima ciò che rifiuta ogni massima, potrei suggerire: vivi come se la tua vita fosse infinita, cioè accetta, quando viene, la tua stessa fine.
Un giorno mi sono illuso di aver trovato la parola che definisce una meta, almeno fino a quando saremo rinchiusi in questa forma d’umani, anzi la parola che va oltre ogni parola e che comprende non solo la tua vita ma quella degli altri e non solo la tua morte ma quella degli altri, che contiene l'avvenire di tutte le specie e che mi pareva di poter ripetere come il segreto del viaggio, anzi come la meta assoluta - la parola  pietà.
Ho biasimato la retorica del misticismo, e cado nello stesso errore. Troppa spiritualità, troppa grazia, in questo cosmico arpeggio: l'infinito non può diventare una beatificante mania, e questo fissarsi nell'ideale può allontanarci da esso e dalla vera pietà, da coloro che sono incatenati a un corpo deforme e a una verità delirante. Ma nessuno è padrone dell'infinito, che abbraccia il più grande e il più piccolo, fino ad assomigliare, più che a un'apoteosi, a un’ingenua apatia o a un umbratile idillio. Del resto, che cosa è stata la mia esistenza se non una storia banale, priva di disastri e successi, solamente un vivere ed un morire? che altro dovremmo aspettarci nell'avvenire, se abbandoniamo le cieche speranze?
Sono ben conscio dell'incertezza di ciò che proviamo e della frivolezza della nostra logica, anzi di tutto ciò che si pensa e si compie e che è soltanto un'onda sul dubbio e sull'oscurità universale: ma il dubbio è possibilità, e non ci esime dal cercare il vero, inventare un fine, un metodo che ci apra alla comprensione del tutto come all'unica forma sostenibile di civiltà: quella in cui ha creduto la Grecia attraverso e al di là dei suoi dei, attraverso e al di là dell'icona in cui la sua umanità sembrò congelarsi, attraverso e al di là dell'orrore tragico, senza rinunciare a cercare l'idea compiuta e perfetta - in sé e al di là di sé - cioè al di là del suo sangue, al di là di caste, popoli, età - un fine come fine dell'infinito.
Ancora una volta mi lascio trasportare dall'emozione, dall'idea che il progresso dell'umanità dipenda da un individuo o da un popolo, e che, sull'esempio dei Greci, sia l’eroismo, l'arte, il sapere a portare avanti le masse - ma forse, guardando dall'alto, abbiamo tutti lo stesso volto e lo stesso valore, presi in un'infima trama, spinti a cercare nel groviglio dei nostri destini, una fatua ghirlanda. Eppure è proprio questa la nostra epica impresa, poiché se l'unica gloria è quella dell'assoluto, a noi  - esseri storici - è dato di aggrapparci alla nostra fama modesta, cioè a verità esposte al riso e alla confutazione, sottraendoci a quell'insostenibile incanto, a quello spettrale chiarore che cala a imprigionare la storia soffocando la sua ansia di libertà: libertà da ogni raptus celeste e demonico, da ogni moralità imposta o negata nel nome di chi esula dalla storia. La moralità nostra è la sola che ci può illuminare, la nostra debole vita è la sola che ci può far sognare gioie d’amore anche se conduce all'amarezza e alla morte. Ma forse neppure la morte è una vera sventura, poiché amare tutto vuol dire vivere nella morte, in un cerchio che non si chiude mai. E a noi non resta che cercare la vita dentro la morte, ciò che prosegue, che è senza confini e balena al di là di estasi e crocefissi. Anzi, essa diventa la linfa della resurrezione, se siamo capaci di concepire qualcosa di più di una ricomposizione di corpi, come sentiamo quando siamo spinti a salvare la vita anche sapendola malefica e sventurata, e come in queste pagine io tento di oltrepassare il frammento, che mi ha sempre allettato come la sola specie possibile di una verità nel tempo e che ora mi appare come una debolezza da vincere.
E se sono pur certo che l'assoluto evade da qualunque forma e quindi non potremo mai dire di esserci accostati al vero, so che la logica dell'assoluto si riverbera in tutta la storia giustificando questo sforzo di esistere, di costruire e combattere, e se ho detto che la rivoluzione va contro la storia, neanche questo è esatto, poiché la storia è sì grande che può opporsi a sé stessa, quindi accogliere la rivoluzione e fonderla in sé, così come l'eroismo e l’inerzia glaciale, la fede cieca e la più oltraggiosa follia. Ragione contro ragione, pietà contro pietà. E' questa ambigua e multiforme potenza che, ora e per sempre, consente di non disperare, sebbene la storia non sia solo nostra e la speranza affondi nei vortici degli universi.
Siamo in un tempo terribile e seducente, un'epoca che impedisce persino di capire la grandezza di un infernale disegno e la sublimità del veleno che ci corrode e trascina a un'esistenza larvale. Presi, gettati in un'indecifrabile trama, ridotti a frammenti e travolti in osceni episodi, come in un film in cui il regista stesso non c'è. Eppure qui dobbiamo tentare di esistere, anche se sappiamo di essere soltanto ombre. Forse sta originandosi la specie futura e un'intelligenza più alta è dentro di noi, ma qualunque siano i poteri della nostra mente la storia è la stessa per gli infimi e i massimi, il dovere è uno solo, un piccolo passo nell'infinito. Forse è già l'albeggiare, forse siamo sull'orlo del baratro - respira, e sei in qualche modo già oltre. Respira, e sei prossimo all'ultima cerchia: tutti in un coro, poiché in questo tenderci all'orizzonte invisibile - non una ribellione ma in qualche modo un amore - è il mistero dell'uno, cioè l'assoluto. Del resto, se il nostro mondo è solo un simbolo di più larghi orizzonti, una catastrofe non chiuderebbe la storia. La fine non incombe solo su noi ma su tutte le cose e se è così essa nutre la vita, e se ci chiediamo "perché?" oltraggiati dal male che vediamo attorno e dentro di noi, qualcuno sussurra che forse noi siamo già oltre e che il male è dissolto nell'inesauribilità della storia. E può darsi che questo significhi che siamo immortali se, dopo tutto, noi abbiamo il tremito dell'infinito nel momento stesso che siamo condotti alla fine.
Dunque vivere nella storia, anche se la storia è un errore. Vivere senza dio col respiro di dio.

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