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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Credo credo
L'unico, il solo onnisciente, vuole e non vuole essere chiamato Zeus
di Mario Cialfi
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Credersi dio

Cominciamo con una proposizione canonica: dio è dappertutto. Proposizione infondata, dopo millenni di storia. Perché dio non c’è: non c’è nella natura, non c’è nella storia, non c’è in me che non credo  – forse solo alla fine, dove è per l’eternità inaccessibile? Sarebbe questa, oggi, la sola chance consentita a un dio, fondata sulla sua irrealtà. La sola base per chiunque voglia scommettere su di lui. Ed è il terribile stacco, il grande mistero, il capovolgimento della creazione, se ciò che si credeva all’origine è soltanto al termine, producendo di là la natura e la storia. Il dopo come fondamento del prima. Una vertigine che cancella dio, ma non l’ereditaria mania.
Dio può essere solo futuro, anche se un dio futuro sembra uno scherno davanti alle nostre tragedie. Ed è l’angoscia dell’esistenza che alimenta l’avidità di affermarlo, cioè di raffigurarlo, fissarlo, scolpirlo: come signore, benefattore, giudice dell’universo, assoggettandoci ad esso anche se in realtà mettendoci al posto di esso. Ed è un atto di forza, un imporre la nostra ossessione, la nostra misera logica, mentre dio si può solo ignorarlo e, in effetti, l’universo intero è un rifiuto di dio, quasi che solo l’abiura potrebbe servirlo. Dio sconfessato dagli atomi e dallo spirito. Ma non è lecito, dopo tutto, inventare un dio? Millenni perduti in un’inutile ebbrezza: di un dio creatore anziché un dio creato, un dio prodotto di storia. O semplicemente un fine.
Sarebbe questo un rovesciamento della logica religiosa ma non un annullamento di dio, questo renderlo un fine sottraendogli ogni altro potere. E, d’altra parte, per quanto inverosimile e assurdo, anche per un mondo laico dio è l’unico fine possibile, l’unico che il bestemmiatore ha nel cuore. Forse egli ci ha creato con l’essere fine, quindi non esistendo mai; come un nero bagliore e un ritirarsi di fronte al torrente storico. Ma non è questo ancora uno scipito umanesimo? Sì, abbiamo sbagliato attribuendo a dio forza, sapienza e moralità. Un dio così non esisterà mai. Sbagliamo buttandolo nel passato e nell’avvenire, sbagliamo chiamandolo dio: per piacere dell’analogia, per un rictus antropomorfico.
Si può spogliare il nostro pensiero di ogni allegoria e considerare dio come ciò che può essere, come l’eventualità inattaccabile: ma il considerarlo tale, il considerare dio una possibilità e magari un caso non è ancora un arbitrio? Tuttavia dobbiamo tentare. Il dio delle teologie è una fantasia vanitosa ed ipocrita, un intronarsi dell’uomo, un sublimarsi e nascondersi delle sue ingiustizie: quando l’uomo sbaglia è perché si crede dio, cioè crede in dio – dunque negare dio per sottrarlo ai nostri cupidi artigli, le preghiere siano il veleno del cuore, dardi e sfide per gettarlo più in là. Cristianesimo della materia: poiché tutto è croce, la storia infierisce per portarlo avanti, e dio è questo insulto, questa rabbia e spasimo degli universi. Questo dio impossibile e dunque possibile.
Forse dio è l’altro da sé, è ciò che non ha bisogno di sé: un dio temerario, un dio che annulla sé stesso. Un dio che vuol provare che cosa egli valga. Di fronte a quell’ardimento che cosa diviene la nostra fretta? Quel dio che ci freme dentro, che vogliamo flagellare e pregare e di cui cerchiamo di impadronirci – un dio come questo è ancora troppo vicino; dio non può essere questo, e i nostri più alati concetti, le nostre effusioni sono solo dei rantoli, degli inutili sfoghi, quando soltanto al termine dell'avventura, cioè mai, potrà essere colto il disegno di dio. Perfino l'amore sarebbe solo un accenno ma non più di un accenno: il "quasi dio".
Abbattere dogmi e decaloghi, anche se questo esige un lavoro incessante e dunque la comprensione di ogni dogma e decalogo – ed è la leggerezza del saggio: usare le forme come ombre di una verità, parlare per non dire nulla, se solo a chi è disposto a perdere tutto può essere dato di vivere. Camminare, percorrere una storia lunghissima per giungere a quel punto dove si rovescia il ritmo e si dimostra l’inutilità della marcia. Nessuna estasi può vincere l’infinito: non può vincere se non è essa stessa infinita, come un’universale pazzia.
Ma la pazzia non basta a estinguere le presunzioni, tanta è la pressione dell’assoluto su tutta la storia, perché effettivamente ci sono gli estatici, i sicurissimi, i martiri. E’ una specie di gioco con i mortali da parte di una verità sfuggente ed arguta, quasi che essa non potesse che deridere il nostro rovello, le nostre futili liturgie. Ma il gioco incomincia dalla terra o dal cielo?
L’errore è uno solo: il credersi dio. La nostra protervia si riverbera là e squalifica le rivelazioni. Ma anche dio è impregnato di presunzione. C’è una frode in quegli svolazzi – e perché l’assoluto avrebbe bisogno di questa livida maschera? Forse assoluto non significa nulla – così come dio, quest’assoluto simile a noi, mostro o talismano inservibile, grazia da rifiutare e che tuttavia ci percuote – lampi, voci che invadono la nostra scena per abbandonarci al nostro destino – vangeli e miracoli per adescarci.
Chiunque abbia avuto bisogno di dio sa che ogni raffigurazione è un’idolatria, che dio si regge sulla sua nullità. Perché tutto è simbolo: simbolo di che cosa? Un germe che si deve aprire rivelando ciò che vi è dentro. Dio, solamente un simbolo: forse l’ultima parola è questa, di felicità e di terrore. Perché, finché il simbolo non rivela la propria essenza, noi siamo condannati alle tenebre e nulla ci potrà salvare. Ma se è un simbolo tutto è possibile, tutto è vicino – anche dio, anche dio.

 

L’apologo

...più che legittima la tua diffidenza verso l’attuale rinascita religiosa e lontane le speranze di una religiosità “più coerente e più critica”, se essa non esce dalle apologie di cui si è sempre appagata e non ammette quella che è la sua condizione di verità, cioè l’inesistenza di dio. Ti meravigli della mia affermazione? Oggi questa condizione è divenuta esplicita, ma è la stessa che ha accompagnato la fede del mondo. Il Credo della beethoveniana Messa Solenne incomincia con una dura ripetizione: che ad alcuni può parere un segno di sicurezza ma cela un’ostilità tormentosa.
I fisici metafisici, gli avvocati di dio. Impegnati nello sforzo di trovargli un posto in questo universo, volonterosi e patetici, affannati a saldare le piaghe di un secolo dilacerato, a coniugare i verbi di scienza e magia. Ma la sola teodicea ammissibile oggi non può che partire dall’assunto che dio non c’è: anche se ciò non basta a dissiparne il potere, se al di là e al di sopra di tutte le apologie si può (si deve) pensare che solo trionfando della sua inesistenza dio è veramente dio, cioè lasciando che il mondo sia solo in tutta la storia. La vera prova è questa. Nessun’altra religione può offrirsi all’umanità se non quella che ammette l’inesistenza di dio non per debolezza e per ragioni di scienza ma per un’inesorabile logica: quella logica per la quale dio è colui che non c’è, che basa la sua eternità sul non essere in una sorta di definitiva - o dobbiamo dire ironica? – dimostrazione, una nullità che lascia vivere il mondo. Vi potremmo intravedere una moralità folgorante se lo scomparire di dio non costituisce un tradimento del mondo (“dove sei tu che permetti tante ingiustizie?”) ma una giustificazione, un riconoscimento dei diritti dell’essere, diritti intoccabili e quasi sacri. Perché, vista di qui, l’assenza di dio significa divinizzazione del mondo, e questo diventa il solo ideale: anche se dio non c’è, dio deve essere, non può che essere il fine  - creare dio, inventare dio – se la giustizia è quella che ci facciamo noi dovrà assomigliare a una giustizia divina, non v’è altro fine concepibile al mondo se non quest’ultimo scandalo e questa fremente creatività. Perché è questo che fa nascere il mondo, il sogno (o la tentazione) di arrivare a un dio che non c’è, che non ci sarà e proprio per questo ha vinto in eterno. Egli è solo una possibilità, dunque inattaccabile nella sua inconsistenza, il segno di una volontà impercettibile e sempre vicina, sì che quando il mondo non sarà più, dio sarà ancora. Così si potrebbe immaginare una sorta di apologo come “La vera ragione della morte di dio”.
Disgustato dal disprezzo in cui era tenuto nel nostro pianeta, rattristato dalle manie di rivolta, dall’incredulità e dall’agnosticismo dilaganti anche là dove le tribù umane sembrano lottare per una fede, Dio chiamò a rapporto i tre arcangeli del consiglio privato e chiese il loro parere su come porre rimedio alla rovina incombente, alla convinzione ormai generale della morte di Dio. L’arcangelo della forza consigliò un nuovo diluvio se non un’apocalisse: un evento purificatore e ammaestratore per migliaia di anni. L’arcangelo del compromesso suggerì di lasciare il mondo procedere secondo la sua volontà, correggendolo senza la consapevolezza dei suoi abitanti, in modo che dal male potesse in ogni modo uscire una sorta di bene e gli uomini – o gli stati – fossero condotti contro sé stessi a progredire misteriosamente. L’arcangelo dell’astuzia (era stato compagno di Satana prima della grande rivolta e se ne era staccato in extremis) propose non solo di abbandonare  il mondo a sé stesso, ma addirittura di scomparire e rendere certa e definitiva l’inesistenza di Dio. “Solo se tu non sarai, la possibilità di un Dio resterà intatta per l’eternità, e tu avrai vinto. Perché si può combattere un Dio esistente, non un Dio che non c’è”. Con rapida decisione Dio accettò quest’ultimo suggerimento e da allora e per tutti i tempi avvenire (forse anche per quelli passati) non è dato vederlo e neppure pensarlo. Da allora Dio è colui che non c’è. Ma è tanto il fascino di questa parola che non solo, come pretendeva l’angelo, essa non perirà, ma la tenebra di cui Dio si è coperto è divenuta la manifestazione, più che della sua astuzia o della sua ironia, della sua bontà. Poiché lasciar solo il mondo significa renderlo libero, creatore di sé, in grado di inventarsi un fine, di rendersi da sé stesso divino. E perché dovrebbe un Dio sentirsi umiliato? Che cosa differenzia un Dio creato da un Dio creatore? Non basta quella parola?

 

Il sussurro dei mistici

...La lettura (rilettura) di Meister Eckhart mi ha spinto a perseguire un’idea di religione che poteva apparire  solamente un gioco o un’arbitraria variazione sul tema. L’ermeneutica ci ha abituato a questo; ma forse non è illogico, in questo rifiorire di superstizioni, il ricorso a un mistico alieno da frivolezze erotiche, un’intelligenza librata a superare ogni immagine, la parola, il nome, l’idea stessa di dio. Pure dovette assoggettarsi al giudizio, perché il dogma tortura anche i mistici, che non possono dire quello che potrebbero dire ed essere ciò che veramente sono, ma devono sconfessarsi e tradire. Così Eckhart deve anche filosofare, celebrare lo Spirito, appellarsi ai padri, moltiplicare le citazioni. Ma al di sopra dell’Eckhart teologo, dell’Eckhart agostiniano predicatore, di colui che loda e si rispecchia in dio, che si umilia per piacere a dio e che è soltanto un cristiano, c’è un Eckhart lucido e duro che ha osato affermare: “Dio in quanto solo dio non è il fine più alto... Io prego Dio di liberarmi di Dio”. In questa ricerca di libertà egli è l’inventore di una fede esemplare, la sola che può stringere religioni e eresie e che può avere un futuro. “Tanto spaziosa è questa piccola rocca, tanto elevata su ogni forma e potenza, tanto unica, che nessuna forma o potenza e neppure Dio può comprenderla... Se vuol penetrarla, ciò gli costa tutti i nomi divini: né Padre né Figlio né Spirito Santo, ma qualcosa che non è né questo né quello”. Una distruzione di trinità e teologie.
Eppure c’è un fervore nel mistico che può sembrare sempre sospetto. Tentazione e abbaglio fatale. Il mistico vuol attuare l’ascesa in un attimo, vincere le esitazioni, bruciare la storia. L’estasi è la sua dannazione, perché è ancora una parte dell’uomo, una vanità, una fissazione. “Io sono la causa del fatto che Dio sia Dio: se io non fossi, Dio non sarebbe Dio”. l’uomo si mette in quel luogo e gode del suo potere: “In principio ero io”.
Riprendi il flagello dell’intelligenza, la strategia del distacco. La tua frase è una freccia senza veleno. Ed è idolatria anche inneggiare alla notte. Il mistico dimentica il suolo, supera tutto ma non la propria letizia, la convinzione di essere in alto: illusione eroica, gara per gli spazi stellari. E’ troppo forte per amare il pubblico a cui si rivolge. Eppure il suo dio può essere ancora una superstizione. Si deve gettarlo non solo al di là del suo nome ma al di là di lui stesso: il dio dell’ultima fede è un dio mentitore e superfluo – solo così promette la beatitudine. Ma che vuol dire la menzogna di dio se non la verità delle cose? Se dio non esiste, se è soltanto un sogno, si risolleva la storia: non nell’individuo o nell’attimo, nell’estasi delirante, ma nella trama ininterrompibile e laida, in quel sussurro ove dio non è mai. E’ lecito il paradosso? è possibile vivere in dio vivendo fuori di dio, vivere in dio anche se dio non c’è, avendone smarrito il nome e perfino il silenzio? Questo non è il nulla dei mistici ma la mortalità delle carni, allargantesi come onda oceanica, il sorgere per finire, il lasciare sé stessi, questo movimento dei cuori, questa verità aperta a tutti e valida dal principio dei tempi. Che sono le religioni in tale universo? e il tuo trasalire nel flusso della materia? Si deve credere in dio proprio perché dio non c’è e il futuro della fede è qui dentro. Dio non ha paura dell’inesistenza, ma che resta di noi? che cosa possiamo sperare? Una resurrezione, se la tenebra della morte è la tenebra della pietà, se il suo gemito oltrepassa i sepolcri ed è il solo che può sfiorare l’eterno; se noi moriamo negli altri, se dio è sparito perché vive in noi.

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