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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Credo credo
L'unico, il solo onnisciente, vuole e non vuole essere chiamato Zeus
di Mario Cialfi
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Peccato d’origine

...è lecito spingere avanti l’immaginazione eretica? Ma non sono tutte le religioni eresie, non è l’eresia una ricerca di dio; l’ultima eresia non porterà la verità nella storia?
E’ qui dentro che si inventano i numi: come se la storia stesse sollevandosi da un’inesauribile lava e visioni più auguste animassero le generazioni: quando dalla crudeltà degli eroi, dal rantolo dei profeti, vediamo librarsi una giustizia più chiara e una serenità più dolce dell’antica catarsi. Forse è l’eco di un creatore che si perde lontano, o il riso di qualcuno che ci viene incontro? Ma quanto più prossimo il salvatore tanto più grande il pericolo. Pericolo di una mente inetta, di una fantasia viziata, di un’informe emozione: di ciò che, nella presunzione di ammansire Zeus e il suo cosmico strale, rinuncia all’ardimento eretico e si aggrappa al passato. Ma c’è un limite al di là del quale questa umiliazione non regge e dimostra la sua inconsistenza, la vanità di una fede – è il limite dove può giungere il genio, dove è solo davanti alla tenebra, dove, lasciando le religiose sirene, egli deve vivere come se dio non ci fosse, e non è solo un destino ma un austero dovere, il dovere di seguire un pensiero nell’universo. Sì, l’universo è lasciato alle sole sue forze, non c’è elevazione se non c’è libertà, dall’iniziale energia al lirismo più impervio. Quanto più in alto, tanto più solo e reietto, legato al suo scoglio. E’ questa, se mai c’è, la clemenza di un dio: questo lasciarlo solo nel mondo perché salvarlo sarebbe una violazione della sua stessa opera. L'errore delle religioni è di aver voluto un dio antichissimo e sempiterno invece di osare di plasmare dio, di tradirlo, di nutrirsi della sua bellezza. E’ il peccato d’origine e quanto ci rende poveri fra le stelle, distanti dalla redenzione – forse erano più vicini ad essa i barbarici eroi; o dobbiamo apprezzare l’accortezza dei Greci? Abbiamo voluto un dio degli schiavi invece di un dio di esseri liberi. Ma è un effimero abbaglio, la terra circonda il Titano e raccoglie il suo grido d’amore e la fede che l’attraversa – fede in un dio che non c’è, non ci fu e non ci sarà mai, e la cui inesistenza è la condizione della nostra ascesa. Come in un’eresia senza termine.

 

Salvare dio?

...di fronte a un problema come quello da lei delineato, è difficile rimanere nei limiti. Mi consenta perciò questa patetica intromissione.
Anch’io mi domando se la fede è davvero in pericolo, se il caso è così forte da sconfiggere dio: o, quando la scienza avesse incontrovertibilmente dimostrato che l’universo è frutto del caso, dio non ne sarebbe toccato. Innanzi tutto si tratterebbe di questo universo; inoltre, se dio è dio, si può presumere che possa agire sul caso, e in una sorta di feedback fulminante, averlo regolato fin dall’inizio, senza dover neppure destreggiarsi fra mondi diversi (come immagina Leibniz) – così i filosofi sintetizzano necessità e contingenza e i teologi libertà dell’uomo e potere di dio; il caso potrebbe costituire il “fiat lux”.
Ma anche se ci poniamo fuori delle fantasie religiose, se rimaniamo nel campo delle ipotesi “logiche” e lasciamo il caso agire secondo la propria regola, non si potrebbe pensare che da esso può uscire, come una combinazione felice, il mondo di dio o addirittura dio? Se non è illogico che da una serie indefinita di “coups de dés” possa uscire una qualunque combinazione numerica e una qualunque poesia, perché non potrebbe dal caso, cioè da una serie tendenzialmente infinita di eventi casuali, uscire il dio della Bibbia? Certo, le possibilità sarebbero equivalenti per tutte le religioni passate e future, gentili o mostruose, ma perché non per la nostra? (con probabilità forse meno evidenti della verità pascaliana, ma comunque non uguali a zero, tanto più che il nostro dio sarebbe infinito e avrebbe avuto a disposizione, una volta prodotto dal caso, tutti gli spazi e l’eternità).
E tuttavia: si può veramente affermare che la scienza (quindi la logica) è vinta da sé? Non sarebbe anche questa una funzione logica cioè la sconfitta di dio nel suo stesso impero? Dunque si torna al conflitto iniziale: dio o la scienza, dilemma che strazia le anime belle e ispira le più varie conciliazioni.
Ma non c’è bisogno di appellarsi alla scienza: basta il pensiero. Se noi non vediamo dio è forse sufficiente pensarlo, l’intera filosofia occidentale si è aggrappata a questo, cioè in ultima analisi all’argomento di Anselmo, anche se proprio radicalizzando l’uso della ragione, conducendo all’estremo il dubbio metodico, superando la logica nella logica, si può sconfiggere dio: se è pur possibile concepire che tutto sia il contrario di tutto, rovesciare le cose, pensare che tutto sia falso, anche dio, e se questo è possibile, chi può assicurarmi che non  sia vero? Come può reggersi un dio che non vince la libertà del pensiero, un metafisico a mezzo, come può reggersi dio di fronte a un’intelligenza che non ha paura della sua nullità e fonda su di essa la storia?
E tuttavia, proprio qui può annidarsi l’asso vincente: se proprio accettando la nostra impudenza, consentendo all’irrealtà, scomparendo nel mondo e rinunciando alla parola creatrice, dio si è sottratto al nemico. Un dio esistente può essere rovesciato, un dio inesistente è un dio irraggiungibile, che attraversa i secoli e ride di là. Un dio che può essere è un dio vincitore.
Per credere in dio – hanno detto i mistici – bisogna coprirlo di tenebre, cioè gettarlo al di là di sé stesso. Ma si può andare oltre e proclamare la sua irrealtà. Il dio della fede è un dio trafitto e negato – o forse sarà questo il dio del futuro. Perché senza dio si può ben essere religiosi, e questo non è un sofisma né spirituale magia, se è possibile detergere quell’ultimo altare, vivere in dio vivendo fuori di dio, di questo calore profano e dell’eloquenza dei mistici. Dio non può aver paura dell’inesistenza, e se è vero dio trionfa di questa abbattendo ogni logica, dell’identità e della contraddizione: seppure anche questo è uno sforzo dell’intelligenza, un’acutezza e quasi un’ingiuria della ragione.
Bisogna dedurre da questo che la logica non ha coscienza della sua forza? che è l’esercizio dei primitivi, che potrà irrompere come i Titani dal Tartaro e riprendere senza indecisioni la lotta? Pure il confronto finale è al di là della logica, se quella desolazione di storia, quell’aggrapparci alle nostre misere leggi, quell’assenza di oracoli e solitudine delle carni rappresenta e per così dire ingigantisce la moralità terrestre, quell’afferrarci al nostro destino, quell’anelito che ci fa ghermire e abbandonare la vita – è questo che trafigge dio e lo solleva nella tenebra del pensiero? Forse è l’ultima vetta sulla quale possiamo sognare: che l’amore terrestre si rifletta nel cielo facendoci immaginare che la scomparsa di dio sia la manifestazione di una infinita bontà, un lasciar vivere il mondo col suo sangue cupo e prezioso, quasi aspettando che all’amore risponda l’amore.
Così io posso credere nonostante la logica e le sue presunzioni, posso comprendere dio e perfino adorarlo. Ma chi può dire come nasce l’amore, se è un caso, un’allucinazione o, per così dire, una grazia?

 

Titani

Noi non vogliamo abbattere dio ma trovare il dio adorabile, vero. Ma perché dio non dovrebbe essere un mostro? perché piegarlo alle nostre brame? perché volere un dio diverso da Zeus? un dio senza folgori e aureole, un dio meno potente ma puro?

Forse è questa la sola via per poterlo adorare: cancellarne il volto, toglierlo alla roccaforte della sua certezza. Dio è qualcosa di diverso dal nostro bisogno di dio, dalla nostra sete di grazia?

Inventare dio, elevarlo sui nostri labari. Forse nella nostra impresa passa ben più di una furia purificatrice, forse è lo strazio di una bellezza distrutta e che vorremmo salvare.

Salvare dio: è questa l’utopia dei titani. A costo di rinunciare a condurre fino al fondo il nostro pensiero, di piegare le lance e di sacrificarci.

Ma è l’astuzia suprema di dio la nostra pietà: accettare quest’ansia di pacificazione, questo nitore sollevato sopra gli spalti, il credere in uno Zeus più dolce e senza menzogne.

No. Io riprendo la lotta e rinnego te e la tua stirpe, la tua falsità. Cieco è chi crede e chi gli attribuisce il nome di dio: io adoro ciò che è oltre quel nome e lascia liberi i peccatori.

Incaténami, Zeus: il pensiero non può essere avvinto. Io neppure ti vedo, aggrappato a questo ruvido scoglio, alla tortura inflitta al mio petto. Ma guardo l’oceanica onda e il suo benigno sorriso.

Sì, vedere dio vuol dire morire: non perché egli è il più forte, ma perché non esiste, perché è un sogno della materia, perché è solo là in fondo, un respiro nella nostra fine.

 

Il sogno

...sogno un dio che vuole che l’uomo sia libero o che lo raggiunga liberamente, che diffidi di lui e divenga lui stesso dio: per questo egli cessa di esistere.
Tu ribatti che dio non è ciò che si vuole e che si pretende che sia, che quell’annullarlo è un sottometterlo al nostro volere. Ma io rinuncio a quel sogno e lo cedo a dio stesso, io sono più cristiano di te, affermo che dio è ciò che solo dalla sua morte potrebbe rinascere, e in tal modo sfugge all’idolatria. E’ lui che ha assunto il destino dell’uomo e si spezza davanti a un potere più grande. Dio è colui che si confronta con l’assoluto e che l’assoluto costringe a trapassare sé stesso, dunque ritorno al principio: o non è dio o è un dio inesistente. Forse – ho detto – colui che apparirà all’ultimo istante di storia e che l’interminabilità della storia distanzia vertiginosamente. Colui che traspare nelle agonie. Il volto che incarnato cessa di essere il volto divino. L’essere che rapportato al mondo non è, e che è puerile accusare o adorare. Eppure sembra che dio si rifiuti a questo confronto e a questa folle trasfigurazione, che voglia imporre il suo stigma. E allora non c’è che combatterlo in nome di un diverso dio come hanno fatto i popoli della terra, in cerca di quello che si può credere dio. Sì, perché il fine è quello, il fine è divino, non c’è più nobile sogno che inventare un dio. Il dio che sarà è più alto di quello che era, e quello che potrebbe rappresentare un arbitrio o una impudente eresia è un anelito di limpidezza, che annulla dio di fronte a sé stesso. No, anche questa sarebbe una fragile teodicea. Hai ragione, dio non può essere ciò che si sogna, neppure in nome di una santità immacolata. Dio è l’assoluto, ed è nulla perché è l’assoluto.
Eppure la storia non precipita nella tenebra ma si regge nella propria tragedia, nell’inesorabile perdizione come, in un disegno più vasto, questa nuvola dell’universo.
Possiamo noi avere inventato un tutto? il pensiero dell’assoluto? Viviamo in un sole accecante, un vortice che abbraccia l’intera natura, l’annienta e la compie in sé. Non è dato d’iniziare un cammino, di affrontare un pericolo se non c’è in qualche modo una soluzione e se il cammino non è stranamente adempiuto, espresso dal suo stesso termine. L’intera esperienza ha qualcosa di ritmico, anche se il nostro compito è di sciogliere il ritmo o di estenderlo illimitatamente, di tessere una trama rifacendo il disegno che sembrava perfetto. In quest’opera di costruzione noi andiamo contro la luce, se la conoscenza discende di là, da quella realtà inconsumabile, mentre noi dobbiamo abbassare lo sguardo, dimenticare il frutto radioso, morire per essere là. Ora non sono più così certo della libertà o della vocazione laica dell’universo e mi pare piuttosto di vedere in questo compito storico una sorta di lotta con una potenza invisibile: la nostra creazione contro la sua creazione. Dio ci pervade e noi dobbiamo inventarlo, cercarlo nel vuoto, mentre la nostra vita è rovesciata nella miseria, resa squallida e oscena. Forse è la partita finale del nostro pensiero. Forse è davvero un sogno. Dal rifiuto di dio alla lotta con dio: potrò un giorno ricominciare a credere nella sua grazia?

 

L’ombra della mania

...vorrei riprendere il pensiero accennato al termine della mia lettera, portando l’ombra della mania nell’empireo (“la suprema mania è quella di dio?”).
Anche lassù si sono avvicendate monarchie, lotte e destituzioni trasfigurando per così dire le smanie terrestri. Ma è chiaro che parlo del concetto di dio, del fantasma in sé, della fissazione che attraversa i secoli. Certo, c’è un modo tradizionale di superare questa mania rinunciando a dio per la storia, ma ho il sospetto che questa soluzione non sia sufficiente, che la saggezza storica sia troppo debole di fronte a quella riottosa follia. E può darsi che proprio dio ci comunichi questa follia, come un Dioniso unico e senza rivali.
Si può dominare anche in cielo la vecchia demenza ammettendo l’assurdità della fede, riconoscendo che è un dio irreale anzi impossibile: ma sarebbe anche questa una guarigione ingannevole, un modo ingenuo per far trionfare la sua strategia, il suo gioco astuto e faunesco – se contro un dio che esiste si può combattere e vincere, ma contro un dio che non c’è noi siamo già vinti. Forse è questa la fede: la follia o l’eroismo di credere che dio è dio anche se non esiste: che è il solo fine concepibile all’uomo, e che un dio creato non è meno dio di quello creatore.
Ho parlato di astuzia divina; ma l’eroismo titanico non è meno insensato: nessun eroe ha meritato il trionfo e la ribellione non fa che portare la pazzia dal cielo alla terra. Dunque nessuna speranza? Eppure il dio inesistente è il dio che si adora, il dio perfettissimo, il dio che si spoglia di tutto, dio che non è nella storia per amore della storia stessa – sarebbe questo l’unico creatore che si riscatta, la folgore delle superstizioni, una grazia che non travolge nessuno e che non è paradiso ma ci lascia liberi, appesi alla nostra croce. Fuori di questo soffio di carità, dove è rinvenibile dio?
Perdona quest’ultima ombra della demenza: ma toglierla significherebbe uccidere definitivamente dio, se neanche il dio che rinuncia ad esistere è dio.

 

Paradossi mistici

...credo che la religione si sia sempre nutrita di paradossi: consentimi di difendere il paradosso di un dio che solo perché inesistente è dio.
Potrei vedervi una sottigliezza oziosa od ironica, se un dio che non c’è non sarà mai sconfitto, e la sua scomparsa diventa uno stratagemma  per assicurarsi l’eternità. Potrei, più seriamente, limitare quell’ “inesistente” a un “inesistente per noi”, cioè perché dio non corrisponde alla nostra idea d’esistenza, perché la sua verità trascende la nostra in tutte le forme, e allora il paradosso potrebbe essere accettato da un mistico ardimentoso. Oppure potrebbe trattarsi di attesa: perché dio non può essere ciò che sarà, perfino ciò che il semplice caso può produrre sulla tavola dell’eternità? Ma vorrei dire di più: che dio non può vincere la categoria del possibile che il pensiero gli tende, che dio può non esserci, cioè non esserci mai, senza per questo distruggere quell’immagine di totalità e perfezione che tradizionalmente identifichiamo con dio. In tal caso il dio vero potrebbe essere questo, questo fine inventato, questo raggio nella morte dell’essere; dunque un’ebbrezza, una peste, un delirio – un sorriso che non possiamo comprendere né tanto meno vedere, e solo per questo è il sorriso di un dio. O, per converso, il suo seppellimento nel fango stellare, poiché, se l’essere non ha dio, l’essere stesso è dio. Possibilità o necessità, identità o contraddizione: non c’è via di scampo per l’antica figura.
Annientato dalla sua stessa logica: solo se non esiste egli è dio, non appena realizzato è degradato a non-dio, non è più l’ente perfetto. Contro il biblico “io sono” l’inaudito “non sono” – dio negato dalla sua verità; ma così è stato sempre per tutte le religioni: si crede solo in un dio che non c’è, in un dio che si ha da sempre tradito. Fede come un’ipocrisia: non nel senso nietzschiano, ma per un ascoso bisogno di purità o per un gioco fervoroso ed ingenuo, che diventa drammatico nel cuore dei mistici, come brace di un’eterea certezza, intuizione che l’ipocrisia può dare ali al pensiero gettandolo oltre l’incapacità di afferrare il vero, violando l’opacità dei linguaggi e le logiche della terra. D’altra parte, non è l’unico modo di rendere buona la fede questo non possederla nell’intimo, questa leggerezza che preclude d’imporla e di uccidere per convertire, anche se è una legge sospetta ai potenti e se l’ideale dei predicatori è quello dei roghi e degli anatemi. Ed è l’infedeltà che riscatta le fedi e ci illumina silenziosamente, con una luce così sottile che appare come una perversa malia; ma qual è il significato vero di questo aldilà, di una religione priva di ogni sanzione istituzionale, di ogni pubblico e sacerdotale compiacimento? di questo culto arcano e impudente; di questa chiesa invisibile, la sola che avrà un avvenire?
Proprio perché essa non c’è, si affranca la storia del mondo, si scioglie dai supremi vincoli e, nel momento che si concede di bestemmiarlo, si innalza e fonda la sua giustizia. Sì, perché questa potrebbe essere la via del riscatto, se il mondo si eleva a dio senza credere né pregare, avendolo sacrificato con la sua stessa lama, in un rifiuto di dogmi e miracoli, una solitudine senza confini, in quel baratro dove si lancia una sola scommessa: “io posso fabbricare dio”.
Dunque è l’insulto faustiano l’inizio della storia vera e nell’apocalisse di dio è la salvezza del mondo? o si profilano paradossi più sconcertanti? Forse un dio che sancisce l’inutilità, l’utopia, l’orrore stesso dell’essere? Orrore come riscatto della creazione; così come la furia dell’inquisitore è trasfigurata dalla sua vergogna segreta. Ma forse c’è qualcosa nella creazione che va al di là dell’orrore e scorre sorridente nelle nostre vene.
Io ho creduto di cogliere qui il suo baleno essenziale. Che cosa vuol dire abbandonarsi alla storia, questo vibrare degli atomi, questo sbocciare di membra, questo errare delle nazioni, se non un gettarsi nell’infinito, quindi un riflettere il gesto di dio, carpirne l’esempio, quell’annientarsi per far vivere gli altri?? E’ questo il paradosso glorioso, l’imitazione veramente cristiana, l’incantesimo del Venerdì Santo? Eppure può colpirci un’insinuazione più maliziosa, quasi un rovesciamento mitico delle parti, se è l’immaginazione dell’uomo che si riverbera in cielo, creando questo patetico dio, questa inquieta comparsa, guidandola nel cammino della passione e nella drammaturgia della morte: un sacrificio per far vivere noi. Finché posso arrivare all’ultimo paradosso: se, per salvare dio, io debbo annullarlo.
Demonico suggerimento, o futile leggerezza – quello che scrivo in queste mie lettere, quello che si osa dire di dio. Ma in questo oscillare di gioie e di spasimi, in questo abbraccio non sai se d’odio o di pace, in questa verità-ipocrisia può esprimersi, ancora una volta, il mistero della pietà. Pietà del mondo o di dio? Sarebbe qui, in ogni caso, che se ne ode il respiro.

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