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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Credo credo
L'unico, il solo onnisciente, vuole e non vuole essere chiamato Zeus
di Mario Cialfi
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Perché lodarlo?

Dimentichiamo le divagazioni poetiche e popolari, atteniamoci all’essenziale: ma perché dio dovrebbe rappresentare non solo l’assoluto, ma l’assoluto come lo vogliamo noi, cioè i nostri alti valori – esistenziali mentali morali? non è ancora una mitologia, non vuol dire imporgli una maschera, abbellirlo senza motivo? Dio potrebbe essere altro, ed è concepito così da un cervello selvaggio od estatico. E come si concilia questo dio con la verità, la bontà, la giustizia? Perfino davanti ai suoi atroci disegni siamo portati a inneggiarlo, come dimostrano i casi di Giobbe e di Abramo, davanti a cui si sono piegati leggendari cervelli. O quell’infrangere la morale per uno scopo più alto, che sembra la segreta fede dei rivoluzionari. Sì, perfino un dio dell’inferno è un dio che si adora.
Scartiamo le connotazioni superflue: a dio compete l’assolutezza, la sola necessaria per sottrarsi all’oceano del dubitabile – tutto il resto gli è indifferente: che sia un principio od un fine, un essere o un non essere, il santissimo o l’appestato, la fede si prende gioco dei nostri valori e non ha bisogno di giustificarsi. Ma se dio è l’assoluto, perché lodarlo?
E’ uno spreco sentimentale e linguistico credere non solo in un dio ma in un dio come lo vogliamo noi: anche se questo è il dio che ci piace e che la storia cerca prima e dopo di me, tanto da sembrare un’ascesa verso quella luce o quella demenza, verso chi può appagare le nostre attese e glorificare le nostre malizie. Ci sarà sempre la possibilità che l’assoluto sia altro, ma noi vogliamo credere in questo dio, e d’altra parte che valore avrebbe la fede se non vi fosse connesso quest’ultimo rischio, la possibilità di aver perso l’intera partita, se non l’attraversasse una fatale scommessa o l’eroica decisione di varcare l’oceano? Forse la religione è soltanto questo e noi abbiamo in tal modo resa inattaccabile la nostra certezza con questo gettarci incontro a qualcuno, quasi la necessità di provocare il dio che si è osato inventare. Si può pregare anche un dio che s’inventa. Ma se è inventato da noi, perché lodarlo?
Forse la religione non è una volontà di ottenere ciò che si cerca, ma è soltanto un aprirsi di sensi, un sollecitare la verità in qualunque forma essa possa apparire: mostruosa o bellissima. Io ho immaginato che la pietà sia questo abbandonarsi all’essere, questo spalancarsi di membra. Che la pietà sia la salvezza del mondo e di dio, ciò che unisce questo mondo a dio. Ma forse la verità è indifferente ai nostri estetici sentimenti, forse ci porterà davanti all’oscuro e inimmaginabile, oppure alla sorda ed opaca materialità delle cose. Ma se questo è ciò che assomiglia a dio, perché lodarlo?

 

Bestemmia perfetta

...Qual è la bestemmia più alta? Quella che rinfaccia a dio l’ingiustizia è la bestemmia più debole e illogica: perché sei tu che immagini un dio come questo, un dio ingiusto quindi un dio moralista, ragionevole e che dovrebbe essere il raddrizzatore dei torti. Infantilismo di arrabbiarsi se il mondo non va come si vorrebbe nei momenti di paradisiaca infatuazione o soltanto perché si muore.
Una bestemmia più alta è quella del mistico: che non teme di gettare dio al di là di qualunque dogma, anche se non al di là della propria emozione. Forse si può essere più radicali e  rifiutargli non solo l’immagine ma la sostanza: non per una proterva ironia o per una mefistofelica sfida, ma perché solo in tal modo egli è un dio migliore di noi, il dio del sacrificio totale, quello che sconvolge il cristiano e può conquistare anche l’ateo perché lascia la storia a sé stessa con tutti i suoi crimini e l’agognata innocenza. Potrebbe essere questa la bestemmia più alta.
O è una bestemmia imperfetta? Dopo tutto è possibile immaginare che la bontà sia soltanto nostra, che siamo noi a voler redimere dio e ch’egli ignora il nostro fervore, anzi fonda su quest’ignoranza la sua eternità. Demonismo della categoria del possibile: dio come opposto dei nostri ideali, al di sotto non al di sopra del nostro pensiero. Eppure anche questa sarebbe un’adorazione di dio, questa voluttà di colpirlo, questo portare in quel nome il nostro magico scherno, questo chiamarlo dio anche se è un mostro, un non-senso o soltanto la nostra demenza. Ma che è un dio di fronte al pensiero dell’assoluto? Un’ombra, un mito, una grinza – forse è questa la perfetta bestemmia, questo ultimo sacrilegio, questo crocefiggerlo davanti a un potere più grande di lui, indifferente ai nostri ideali e ai suoi tabernacoli. Ma è proprio questo il segno della sua perfezione: l’impossibilità di sentirla come bestemmia. Perché, dopo tutto, egli non c’è: o potrebbe essere solo una questione di nome, ed è inutile che io cerchi di maledirlo, quello che maledico non è il mio dio, il mio dio è oltre, impronunciabile e inoffuscato: il dio che si può credere dio al di là della sua stessa esistenza, che non esiste non per orgoglio ma per orrore dell’essere in tutte le forme: sì, io posso credere solo in un dio che non è, e solo come tale lo posso adorare. Ognuno, almeno una volta, vede il suo dio, quello che può credere dio – in quel punto in cui è veramente libero e che è forse il punto della sua agonia. E’ buono? è cattivo? Dio dell’odio o di carità: dio che non si bestemmia mai.

 

Il sublime maestro

...Sì, per me è questa la fede dell’avvenire. Un misticismo privato delle sue estasi, il credente che assume le fattezze dell’ateo e osa quel “dio non è” che può sembrare una provocazione ed è forse un invito, se su questa testimonianza si sono fondate le religioni e se in essa è il vangelo dell’avvenire; se solo dopo questa dichiarazione di nullità dio può inalberare la propria insegna di fronte a una storia che può reggersi senza di lui e farne a meno per l’eternità.
Non sarebbe una vittoria di dio se il mondo dovesse continuare a negarlo, se la storia fosse un’irrevocabile sconfessione, se dio dimostrasse di essere il fine senza compensi e senza le trombe dell’apocalisse? E’, anche se non è: questa è la fede, in cui le religioni si uniscono. Si dice che l’angoscia deriva dalla lontananza da dio e può essere vinta consegnandosi a lui, ma questo asserto è vero anche se egli non c’è e non ci sarà, anche se è un’aspirazione vuota, inappagabile e perciò intatta. Se non reagisce all’abiura egli è dio, se risponde alle offese senza vendette, esiliandosi dalla storia, lasciando la storia sussistere con le sue smanie e le sue gesta tragiche e vane; è dio se non premia, non punisce e non regna. Eppure, anche questa mitezza è sospetta: potrebbe essere uno sfogo di presunzione, un agitare qualche brandello della nostra morale, una generosità sparsa nei cieli o una grottesca metafora – anche se penso talvolta che una metafora può sfiorare il divino, quel fantasticare estetico-ironico che fu proprio dei Greci.
E, sempre per via di metafora, potrei interpretare questa assenza di dio se, contrariamente alle spinoziane pretese, tutto sfugge alla fissità: materia pensiero etica e dio. E’ dunque una trascendenza che suscita tutto: un dio fuggente, che si dimentica della creazione, che si pente di essa, che le lascia libero il campo o che l’attrae nel suo stesso gioco. O è proprio questa l’essenza divina, una drammatica religiosità che lo spinge non solo a trascendere il mondo ma anche sé stesso, a farsi il supremo asceta. E’ come se dio avesse fede in un dio e lo cercasse fuori di ogni atavica superstizione – per questo non è afferrabile né definibile, corre per  le selve dell’aria e tutto lo segue come un sublime maestro. Come se dio fosse il fine di dio, dio che non è mai dio, che è sempre lontano da sé, olimpico edenico costellato di simboli, sporcato di riti e decaloghi. Un dio che non chiede preghiere e non conclude patti o promesse. Che rifiuta le adorazioni. Noi ne sentiamo il fruscio, vediamo l’ombra che lascia, il nulla vicino alla verità, e in tal modo egli è il nostro stesso avvenire, il nostro cercare e non giungere mai. L’eternità è questo mai. Dio è dio perché non è dio: ma, in una più soave metafora, si annulla per lasciar crescere noi.

 

Principio e fine

...Vorresti immaginare come può essere un mondo che “tende a dio senza credere in dio”: è difficile, hai detto, e a ragione. Non basta togliere un nome dal dizionario per annientarne il potere e io pretendo di più dell’eliminazione di un nome. Quale sarà il dio del futuro, il dio del... millennio?
Non si tratta di sostituire dio, cioè di un’altra teogonia, o di divinizzare l’uomo, quindi di un’altra titanomachia; i fondatori di religioni sono finiti, gli eroi sono tutti morti, l’uomo è cosciente di essere un’effimera nell’universo, come l’universo è un’effimera nel più grande spazio. Forse proprio qui sta il fulcro dell’avvenire, il coraggio di vivere nell’infinito o di morire nell’infinito, poiché di là viene l’ordine, il pensiero, la fede: il valore di un individuo dipende da quanto con le sue forze e le sue debolezze si è avvicinato al tutto al di là di ogni visibile risultato e di ogni aleatoria bontà. Non è un credere in un’umanità più forte e più saggia, in un trionfale umanesimo. Un tempo pensavo che la nostra specie fosse immortale perché ha concepito il pensiero dell’infinito, ora penso che l’infinito esige la fine di tutti. Forse è un credere nella divinità del dolore – nella pietà delle notti stellari, in una redenzione priva di angelici spettri, di incensi e di benedizioni. E’ questo un vivere in dio senza dio? O si può immaginare una realtà più soave, come qualcuno che ci accompagni uscendo di casa o quando torniamo pallidi e sfiduciati? Dopo tutto il sogno non si può crocifiggere e noi potremmo vivere “come se dio ci fosse” senza rinunciare alle nostre piccole usanze: un dio tanto sfigurato e lontano da rendersi familiare. Non uno spettacolare “deus ex machina” – semmai un dio che richiama gli orchi delle nostre fiabe, avido e alla fine giocato, vittorioso e sconfitto – un arcuarsi della storia nel suo continuo procedere, un vagheggiare il passato alla ricerca del nome che non potrà mai essere detto e del volto che non si potrà svelare. No, ancora troppo simile a Zeus: dio come l’impossibile verità, come la smentita che il tempo oppone a tutte le nostre confessioni e risibili liturgie – dio come l’unità irraggiungibile, come la totalità degli eventi, come l’impero dell’essere sulla rovina dell’essere, in questa o in un’altra epoca, in questo o un altro universo, mentre l’orco sarà sempre pronto a ghermirci come una fiera insaziabile e la grazia scendere su di noi come benefica pioggia. Così la speranza rimane, e noi non vogliamo rinunciare a dio ma aspettarlo con qualunque nome e qualunque forma dovesse apparire, sapendo che il mito è in qualche modo la verità. Dopo tutto, la religione può esistere solo all’inizio o alla fine – in mezzo è nulla.

 

Soltanto metafore

...Dio come colui che ha caricato l’orologio del mondo o che gioca a dadi, che sceglie lo spermatozoo da salvare e i predestinati al gaudio celeste: le trovate di coloro che oggi cercano di sposare la religione e la scienza non sono meno stravaganti di quelle di teologi e filosofi del passato, anche se consentono variazioni eleganti e accontentano chi non osa essere espressivamente perfido. Ma c'è un solo modo di porsi davanti a dio, e nessuno l’ha mai ignorato: dio è l’assoluto, fuori di lì non è nulla, è qualcosa da lasciare ai prestigiatori e filosofi, a quelli che giocano sulla scacchiera dell’universo e affinano la scienza coi trucchi di una cattiva poesia.
Ma se dio è l’assoluto e solo come assoluto è per noi dio, che vale giustificare i suoi atti, escogitare ragioni, farsi prendere dall’estro creativo per dimostrare che la fisica non lo sconfessa, che si può non soltanto ammetterlo, ma, con un po’ di accortezza angelica, celebrarlo? Idiote o sapienti non fa differenza: le ragioni di Alioscia non sono meno infantili di quelle di Ivan Karamazov.
Dunque silenzio: o il tormento di esprimere questo silenzio, cercare dio come è al fondo delle parole, come le usarono i fabbricatori di miti, gli eretici di tutte le latitudini, parole pure e rivelatrici, fossero pure parole ambigue e cattive. Forse è qualcosa di più semplice del misticismo o di più coraggioso, che non rinuncia all’immaginazione ma la brucia in sé e per cui tutte le similitudini sono permesse, dalle bestiali alle alate. Dio non c’è, e tu puoi inventare qualsiasi frasario. La storia delle religioni è alla fine questo.
Negare dio, inventare dio. Contro la cattiva la buona metafora: questo tentativo di vincere la materia, di portarsi avanti in una specie di danza o di invitante drammaturgia. Tutto ciò che dico di dio è solo metafora? Dio creatore, io voglio parlarti.
Posso immaginare la tua creazione conservandoti la purezza cioè la tua nullità nell’intero universo: se la tua nullità è la fonte della creazione, quel tuo ritrarti in te stesso. Quel fuggire non per rimorso dell’atto ma per amore di ciò che è nascente e che si lascia dopo l’estasi di un istante. Forse, anzi certamente, una favola, ma come gli antichi mitologi noi possiamo usare il tuo nome per addestrarci, per esprimerci senza la torpidità del credente. Anche nella religione si può essere liberi, come gli uomini della pietra.
Così, io posso dimenticare il gergo rituale e dire che sei al principio coll’essere oltre, al termine della storia: solo allora – ossia mai – potrai riavere lo scettro. Che la direzione possa essere così rovesciata, che un dopo possa farsi un prima e un mai un sempre, è ciò che costituisce il respiro dell’universo. Ma non è una verità: soltanto metafora. Non posso sentirmi esaltato da questa libertà di fingere una religione e perfino un dio? Devo temere l’inferno? Ma non è superbia, non è apostasia; se di fronte alla purezza dell’assoluto dio è ancora una superstizione, se devo oltrepassare il suo incanto e solo allora è la verità, dio senza nome e senza ragioni, superiore a ogni salmo e a ogni offesa – se in questa spogliazione è ancora il suo volto – forme, trasformazioni, cercare oltre il cielo e tutti i suoi vizi l’ultimo paragone, il dio cui sempre si crede e che è in noi perché è fuori, eternamente là. Una teodicea metaforica?
Un dio principio è superstizione, un dio fine è la verità: la macchia della creazione è lasciata interamente a noi, al nostro verbo e al nostro lavoro, ai demoni della storia. Ma al di là di questa c’è una più alta metafora che non concede il piacere dell’espressione e neppure di un patetico gesto. Un’assunzione che fa della scomparsa di dio l’emblema dell’universale irrealtà, della inesistenza dell’assoluto. Solo un cadavere può assomigliare a dio, e l’assoluto è identico al nulla perché non sarà mai raggiunto e in questo sta il suo baleno e la sua ironica strategia. D’altra parte, se non è tutto, che è l’assoluto? I sacri libri non bastano e l’eremita sprofonda nella sua ascetica ebbrezza o cosmica dissipazione. Ma anche questa è metafora, ogni vangelo è metafora, dio è soltanto metafora – sempre più addentro nella tenebra del creato – metafora di quell’assoluto che potrebbe essere un nulla, cancellando salmi ed empie provocazioni. Ed eccoli, i religiosi di tutti i tempi e di tutti i paesi: fedeli a una metafora, martiri per una metafora, sacrileghi per una metafora.

 

L’inattesa

E’ lecito trasformare la morte? strapparla alla sua realtà e alla sua cupida insensatezza? Ognuno ha la sua morte, si dice, ma ciò che io vedo è un’originalità più potente e quasi geniale. Non una morte più bella, forse più dura e più limpida per la coscienza dell’uomo, come fosse creata da lui: non una condanna ma una conquista, un artificio o una metafora, alla fine una vigile trasformazione. Quella che non saprò certo donarmi ma che ogni religione del mondo promette e il fedele spera ed attende. Generazione su generazione, essa può impadronirsi del nostro destino e mutarlo in un destino più alto, doloroso ma forse allettante. Che cosa di più semplice della morte? che cosa di più imprevedibile e magico?
L’idea più comune è quella della morte nemica, del colpo crudele, della fine ingiusta dell’essere. E’ sufficiente questa sentenza a esaltarci: ci sono poeti e filosofi che nascono con l’assillo di questa ingiustizia e in essa si sentono persi e trasfigurati.
Una folgorante invenzione è la morte tragica: quella che non si deve infliggere ma si deve patire. Eppure, neanche nella tragedia ellenica la morte ha una sola figura: se essa è l’araldo della giustizia perché nessuno è libero dell’errore, quella morte è anche purificazione se toglie dalla scena l’eroe, ed è infine morte nel coro, che incapace di agire come l’eroe, gli offre le sue sillabe arcane in un respiro che invade l’immenso teatro.
A mano a mano che la tragedia abbandona quelle mitiche forme e si spande nel mondo cercando altri eroi e un coro più vasto, la morte sembra consumare i suoi dardi: essa non è più una catastrofe purificatrice per la sua virtù negativa, ma è il nutrimento oscuro dell’esistenza, ciò per cui noi non siamo un istante nella catena degli esseri, ma ci allarghiamo al di là di noi stessi, viviamo nella nostra agonia – e che non ci rende meno crudeli ma per così dire ispirati, pieni di linfa feconda e di un’ilarità silenziosa quando, nel nostro ultimo sguardo, è il brulichio delle innumerevoli larve. La storia ci ha preso e non ci farà uscire da lei, ma questo vincolo non è la nostra disfatta. Forse c’è in noi un istinto regale se ognuno deve salire a una morte più alta, lasciare gli artigli terrestri per uno strazio sublime. La morte che stende l’eroe, la morte nel coro, la morte come pietà diviene la morte cristiana, la strada dell’ultimo incontro: se, qualunque forma appaia di là, essa è la verità delle cose.
L’annullamento è sempre una grazia, una cessazione di pianti, uno scioglimento di vecchie e emozioni. Ma la grazia ha un nitore più puro ed è qualcosa d’altro di una carezza finale: è la luce dell’assoluto e ciò che, al di là delle nostre ingiustizie, ci avvicina al dio che avevamo sognato. Al di fuori di ogni consolatoria dottrina le speranze del mondo passano tutte attraverso la morte; senza di essa saremmo legati alla pietra: a tutti piani dell’essere essa è il momento cruciale. E’ la redenzione possibile: dopo tutto, se dio si è sacrificato nel mondo, essa è ciò che ripete quell’atto e rende il volto dell’uomo più vicino al volto divino.
Si racconta che, a chi gli domandava quale fosse la morte migliore, Giulio Cesare rispondesse: “quella inattesa” – ciò presuppone che alla morte non si deve pensare. Ma alla morte si deve pensare, si deve immaginare la propria morte, anche se, arrivati a quel passo, non ci sarà forse concesso né tempo né modo di averla, mentre la tua agonia potrà essere turpe e perfino banale. Ma la tua morte non è quella che ti sorprenderà a tradimento, ma è quella che tu avrai con la tua vita cercato: il tuo suicidio ideale.
Dunque pensare alla morte per dare senso alla vita. Eppure, davanti al dolore dei vivi, proprio il non pensare alla morte sembra essere l’atteggiamento più giusto, il solo che congiunge l’innocenza infantile al bagliore delle resurrezioni. Che cosa vale allora questo trasfigurare la morte, questo castello d’idee per trasformarla in una creazione dell’uomo? Essa è e sarà sempre la stessa, e solo così è la terribile prova, il momento della condanna o della salvezza. O forse neppure questo, se, al di sotto della sua sferza fatale, essa è soltanto una semplice cosa e, rinunciando alle nostre arbitrarie astrazioni, non ci rimane che attenderla.

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