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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

La risposta
Si può aver fede in un dio che non c'è?
di Mario Cialfi
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Forse nella mia mente passava quell’atavico desiderio di ascendere dal Due all’Uno, che attraversa religioni e filosofie e, prima di esse, non solo la coscienza comune, nella sua aspirazione a radunare i frammenti, a superare i conflitti e a trovare pace, ma la carne e il sangue nell’esultanza sessuale. Anche se alla mente e al sangue dell’uomo quell’esultanza sembra assomigliare alla morte. “Chi ama muore” – ha detto qualcuno. Edipo? Freud? Qualcuno cui sembra che si esprima in quell’erotico grido non il coronamento ma la rovina dell’impulso che ci fa sognare l’Uno e l’impossibilità di un ricongiungimento totale.
Così la visione di quella piaga aperta nella sostanza, quella separazione di trascendenza e immanenza mi è sembrata allora quasi l’immagine di quella “morte di dio” che non è stata inventata o scoperta dal filosofo dei nostri tempi ma che ha sempre turbato la mente dell’uomo, che ha avvelenato, almeno una volta, il gaudio dei più devoti e intemerati fedeli.
La morte, ma che cosa è la morte? Non una antitesi della vita. E se oggi si cerca qual è la sua causa nell’illusione di poterla domare, di poterla respingere un poco più oltre, e la scienza cerca di identificarla in comprensibili fatti come l’usura di un meccanismo o il comando di un gene che decreta la fine di un essere che non gli serve perché non è più in grado di riprodursi, forse si può andare più a fondo riconoscendo nell’agonia naturale ma forse anche nella morte violenta l’incontenibile impulso dell’essere che non rispetta nessun individuo cioè nessun fantasma dell’unità, fosse pure un dio, fosse il dio dell’amore, che viene ucciso nell’estasi dell’accoppiamento come il prodotto di un effimero inganno e parodia di quel raptus che spinge il selvaggio a ghermire il bagliore dell’assoluto – quindi un atto idolatrico, come quell’ebbrezza dell’Uno che deve ogni volta essere vinto per trascorrere al Due, anzi all’innumerabile, a quello che, in opposizione al raptus selvaggio, io identificavo come la vera vita, la vita-morte di una storia che non ha fine. Morire vuol dire vivere nell’infinito arrivando – non ora, non io – a ciò che potrà riscattare l’amore al di là dell’urlo di mistici e amanti. Ma chi di noi ha dimenticato quell’estasi dalla quale è nato e che porta dentro di sé? Chi ignora la tristezza della passione e il bisogno di riallacciarsi a quel sogno? Ancora una volta, una dialettica di trascendenza e immanenza , che, comunque si voglia giudicare questa metafora,  non incrina il significato di un monito rivolto a chi crede di potersi gettare in quell’Uno, che solo attraverso il molteplice e il franare di corpi e di ore può, tra le sponde dell’universo,  condurre alla rivelazione: che in quei giorni mi pareva di poter interpretare come un incontro con dio, che, quasi evocato dalla nostra fede, potesse avvicinarsi alla storia, intrecciando alla nostra ascesa la sua raggiante potenza creatrice e il favore dell'ultima grazia.

 

Sì, c’è stato un momento che la parola pietà mi è sembrata la parola suprema, capace di chiudere quella ferita, saldare la separazione fra trascendente e immanente, quindi costituire la prova dell’esistenza di dio, che attraverso un lampo invisibile ha lasciato libero il mondo di fondare da sé le sue leggi e spiegare la sua sostanza, finché alla pietà di dio rispondesse la pietà del mondo e in quell’incontro potesse sciogliersi l’ultimo velo. La pietà come forma ultima dell’evoluzione, come margine della storia, come fine dell’infinito e preludio di un metaforico ritorno nel paradiso. Eppure mi suonava dentro l’insistente monito “ancora una mitologia!”, perché ero ben convinto che l’assoluto evade da ogni definizione, quindi anche da ogni moralità, dal bello dal vero dal bene nella tenebra della sua intangibile essenza. E il brillio dell’icona, cioè il compimento della civiltà degli astri nella grazia sognata dall’uomo doveva apparirmi e mi appare vietato per sempre.
E poi, che cosa significa grazia? La grazia di dio – così pensano i suoi fedeli – è grazia per noi, come il favore di un signore potente che ha ascoltato le nostre preghiere. Ma c’è qualcosa di torbido in questi fedeli, poiché tutte le qualità che attribuiscono a dio, le attribuiscono in fondo a sé stessi: è il loro modo di impadronirsi dell’assoluto. E se si dice che dio è creatore, è l’uomo creatore, se si dice che dio è perfetto, è l’uomo perfetto, se si dice che dio è sublime, è l’uomo che si crede sublime, anche se pecca o proprio se pecca e sembra allontanarsi da dio. Perfino l’atto più puro nasconde questo artiglio impudente, anche se non prende forma e va al di là di ogni unzione e codice sacerdotale. E, in ogni caso, che cos’è questo persistente odore di sacrificio? Non volteggiano in quel vapore devoto i baleni dei roghi accesi dai conquistatori, inneggianti a quel dio che ora innalza la sua bandiera morale dopo aver imposto di uccidere e di fornicare? Eppure, che valgono tutte queste accuse? che vale la denuncia di Ivan Karamazov? Tutto si spegne, ogni accusa, lode o preghiera si affloscia nel vacuo seno di dio – se dio è l’assoluto.

 

Ma se respingo ogni religioso sapere, non sollevo la storia terrestre, riconoscendo la grandezza dell’uomo che non rinuncia a cercare la verità attraverso il suo stesso martirio? Così la storia mi appariva come la creazione titanica opposta alla creazione celeste, una creazione più degna purché si osasse di riconoscere che il titano riassume ogni corpo del mondo, che da lui dipende il destino di tutti ed egli ambisce affermare la superiorità della legge che ha in mente tenendo fede a sé stesso e affrontando le ingiuste sentenze senz’altro compenso che la luce del suo pensiero, libero dalle catene e dalle lusinghe del dogma. Eppure, che vale questo eroismo, che vale quest’idea della storia di fronte alla folgore dell’assoluto?
Ancora una volta mi lasciavo sedurre dalla mitologia: soltanto una rivolta, soltanto un’allucinazione, mentre l’assoluto si ritraeva più avanti, dove non arriva nessun corpo o ideale, dove s’infrange l’estrema finzione, il fatuo impulso titanico, l’angelica sfida, la pretesa che la propria morale sia più alta di quella che regna sopra l’Olimpo e che pertanto io ho il diritto di lottare con dio. E se dio si crede assoluto, anche il titano lo crede: a dio non si può contrapporre un diverso dio, a Zeus un altro Zeus in un interminabile succedersi di dinastie e di comandamenti. Forse il titano è colui che respinge da sé quest’ultima tentazione, lacerando il tessuto del mito.  E’ stato questo il momento più audace. Egli ha osato mettere a confronto dio e l’assoluto e quel gesto mi ha affascinato perché mi appariva il più puro gesto del mondo, ma alla fine devo ammettere che anche il titano ha desiderato di sedersi sul trono, farsi servire dall'aquila, e rinuncio alla bellezza di questi fantasmi, e con essi al sortilegio dei nomi e delle figure, di chiunque abbia mostrato di abbracciare il mondo ma in realtà ha preteso di essere il vincitore e di impadronirsi dell’assoluto come hanno fatto, fin dal loro primo vagito, stregoni e profeti. No, la storia stessa, se è animata dall’eroica illusione, non è che un lubrico sogno e le sue parole sono menzogne.

 

Più volte mi sono chiesto se c’è e come può essere intesa una storia del sacro – quando questa non può che risolversi, più che in una comprensione, in un allontanamento da esso, cioè una sconsacrazione. All’inizio non poteva essere che un’intuizione dell’assoluto, che l’uomo o la tribù dell’uomo pretese rapidamente di imprigionare – in una forma terrestre od eterea, alla fine nei suoi stessi tratti, qualcosa che non poteva che essere là per divenire un qui, rendendo la religione un’idolatria, servendosene per fini profani e torcendo nella propria orbita tutti gli atti sacrali, compiendo immolazioni a sé stesso e riducendo la fede a pura magia, invocando dio per benedire le armi e far fiorire la propria stirpe, sentirsi invincibili e immuni dal male nemico – è questa la funzione di un dio e per questo si adora mentre, come i popoli si succedono, così dio muore e rinasce con un altro nome, per una nuova alleanza con l’uomo e per essere sostituito da un dio ancora più pronto e potente. Il vantaggio di tutto questo è che in un certo modo, e per una sorta di provvidenziale ironia, l’uomo in tal modo ammette la verità e la virtù della storia e non si perde in uno sterile rapimento. Ma il vizio originario permane, le religioni continuano a vivere di superstizione, violenza e inevitabili compromessi, e anche quando dio sembra sublimato, purificato e privo di armi e di connivenze, o quando il mistico lo spoglia di terreni attributi e può crederlo superiore a ogni maschera antropomorfica, unico nella sua imperscrutabile specie e raggiungibile, più che dall’intelligenza dell’uomo, da un grido o un amore – quel dio non può ancora essere ritenuto il signore assoluto. Ho cercato di proseguire su questa strada, con le ali e la logica del nichilismo, ma che cosa ho ottenuto? No, mettere a confronto dio e l’assoluto mi ha ancora una volta accecato, spingendomi a cercare parole, sempre più vorticose e scontate parole – togliendo dio alla mitologia per ornarlo di una corona che è ancora mitologia. Perché, infatti, togliergli il nome ma dedicargli salmi e parole? E’ solamente umano ciò che richiede parole – fino alla delirante retorica del misticismo.
Quindi ritorno al giudizio essenziale: l’assoluto rifiuta di essere pensato ed espresso per quello che è o non è – per noi può essere solo cercato in un processo (una storia) che usa i mezzi possibili al ricercatore e, al di là delle infatuazioni profetiche e della sfida effimera dei rivoltosi, conservi la forza libera di pensare ed agire in un processo incessante di demolizione e di costruzione e una dedizione alla verità che spesso dovrà rivolgersi contro di sé, in uno scostamento inesorabile dalla propria mitologia, ossia dall’ebbrezza del suo divino potere. Sì, qualunque metodo segui, dio è soltanto un ostacolo. Per un doppio sogno di libertà, sulla terra e nel cielo.

 

Eppure proprio la mitologia mi aveva spinto, in anni lontani, a staccarmi dalla verità religiosa: parlo della mitologia della Grecia, in cui vedevo il primo, fondamentale effetto di una scelta cosciente della storicità. Potrebbe sembrare più facile dubitare del senso religioso di stelle o animali piuttosto che di un popolo umano, eppure è stato qui, in questo proliferante lussureggiare di fantasie, ciò che mi ha illuminato e mi ha fatto intuire la possibilità che le trame mitiche elaborate dai Greci esprimessero, piuttosto che un anelito verso il divino,  il genio e la libertà della storia. Non dunque l’imperativo incontestabile della natura, l’enfasi dei riformatori scagliata contro i fedeli di un falso dio, non l’inesorabile forza dei secoli e delle idee, ma l’acutezza di quella tribù degli Achei, che io consideravo come l’iniziale genos dei Greci e che a me era improvvisamente apparsa come quella che aveva osato superare la religione nel mito, eroicizzare cioè umanizzare il mito, fare del mito una prova della fantasia o delle capacità creative dell’uomo, fare di quelle trame addirittura la vita del mondo. Dunque una Grecia gettata fuori dalle ossessioni sacrali e da preghiere che diventano nella poesia pure rime e cadenze retoriche, una Grecia indotta a cercare con le proprie forze il vero, quindi piuttosto a consacrare sé stessa fino a diventare lo stemma della civiltà del mondo.
Dunque mitologia contro religione, quando da questa mitologia è potuta nascere, e solo da questa, l’arte nelle sue forme esemplari e perfino una suprema inversione della paideia che Omero aveva dato alla Grecia – quello smascheramento dell’eroismo che da allora fu detto tragedia, l’indimenticabile scena in cui la Grecia ha osato superare  sé stessa denunciando negli dei e negli uomini un’uguale follia e un’identica specie votata alla morte.
Dunque la mitologia come nodo di schiavitù e liberazione, prova della falsità in cui ci avviluppa il sentimento divino e mezzo che lo traduce nella bellezza dell’arte, nel fervore instancabile della filosofia, nella ricerca critica e storica. Qualcosa che stimolava l’inventività del popolo, scioglieva le superstizioni e i deliri di un primordiale passato senza gettare via il nocciolo della religiosità, quel groviglio di logica e fede da cui avrebbe potuto uscire una più elevata intuizione dell’assoluto nella contemplazione delle forme del mondo.  E infatti proprio qui si concentrava l’impegno della filosofia come perseguimento del vero e vanificazione di qualunque dogma.
Dalla Grecia al mondo: assorto in uno sforzo di imitazione o in un’inconsapevole gara a raggiungere ciò che non può essere considerato vanto di un popolo ma ideale di tutti, modello di una civiltà totale, mentre mi sembrava concesso, andando al di là della Grecia, di riconoscere i popoli creativi dalla capacità di ascendere a religioni più alte, trasformare il mito in cultura e allargarsi da esso alla storia, quando gli altri – cioè i veri barbari  -  si aggrappavano al mito come al loro unico primitivo tesoro, consumandolo in un’automatica varietà di forme e parole sospese tra il delirio e una logicità elementare; intanto nei popoli creativi passava una misteriosa influenza, una vena di illuminismo che pareva dissolvere gli idoli nell’ambizione di assomigliare alla Grecia: anche se il potere dei religiosi avrebbe per secoli dominato azione e pensiero. Stilemi, canoni, mortificazioni. Così perfino gli araldi della storicità poterono lasciarsi incantare da simili liturgie, come Vico dal mitico ritmo epocale e il trasvalutatore di tutti i valori dal suo beatificante “eterno ritorno”.

 

Questo pensavo negli anni, ormai lontani, in cui la Grecia fu per me l’inizio. Ma ora mi trovavo io stesso allacciato dalle braccia del mito. Ho detto e ripetuto che dio non esiste, ma ho ceduto al piacere di fare del suo annullamento la dimostrazione della sua verità, ho voluto vedere nella pietà il seme della creazione, o la magnificenza di un dio che permetteva al mondo di crearsi da sé, tanto che le sue leggi raggianti e crudeli non erano che leggi del mondo e dio ne era completamente affrancato in una sorta di paradossale teodicea, mentre intrecciavo in quella arbitraria difesa corone di immagini e di parole nella speranza o nell’idiozia di portarlo al di là di qualunque critica o attentato terrestre, di qualunque giudizio, fino a conferirgli l’onore di lasciare a noi la libertà di fabbricare dio – mitologia soltanto mitologia (cattiva mitologia) o forse manifestazione di orgoglio, fino ad ispirare il dubbio che un tale ateismo fosse paragonabile a quello dei mistici, perfino più puro di quello dei mistici, che quasi obbligavo a riconoscere la convenienza di un passo più audace, cioè il riconoscimento che la fede ha sempre contenuto, nella sua essenza, la certezza dell’inesistenza di dio – unica condizione per adorarlo e insieme poter vivere sulla terra, alimentarsi e morire, e che fosse quindi dovere del mistico rinunciare ad un credo perché il solo dio cui si può prestar fede è quello che non esiste, cioè quello che non parla e non regna, e forse solo traspare nelle onde di una storia infinita.
Ma se di fronte all’inconcepibilità di un assoluto divino sempre più mi attraeva la verità della storia come ricerca  di un sapere potenzialmente totale che in questa tensione sembrava riflettere l’assoluto e suggerire un ritorno, attraverso l’oceano delle cose, alla patria perduta, ora mi sembra che questa fosse solo un’aggraziata metafora o, per dirla in termini di farsa o di sacra rappresentazione, è come se l’umanità, respinta nel suo tentativo di arrivare a dio fosse costretta – per un capriccioso destino o un’incomprensibile decisione sovrana – a cercare una strada più lunga ed impervia. Un’eco di bibliche o medievaleggianti mitologie, mentre la storia deve essere accettata nella sua desolata laica potenza, abbandonando come vano ripiego quell’idea dell’infrangersi dell’assoluto in trascendenza e immanenza, quel suo rovesciarsi nell’infinito cioè nell’evoluzione dei mondi, in quell’ambiguità del concetto di dio che mi sembrava identificarsi con l’essenza stessa della religiosità, che è insieme logica e fede, fede nell’assoluto e conosenza della realtà della storia, arrivando a pensare che solo su questo equivoco portato alle sue ultime conseguenze potesse reggersi una religione dell’avvenire contro tutte le religioni finite o destinate a finire – una religione che possa resistere per l’eternità, anche se la specie umana dovesse tramontare e l’universo mostrare il suo nulla.
Ma anche al di fuori di quelle avventurose metafore, argomenti più razionali mi portavano a compromettere l’autonomia e la severa linearità della storia, come quel tema della ritmicità che ora mi pareva rinascere e pervadere l’universo dal livello fisico a quello biologico e umano, regolando lo sviluppo di tutte le forme e che non si manifesta unicamente nel ripetersi di orbite astrali, ma in un cercare come fine ciò che in qualche modo è già dato, come un dover curvarsi per poter procedere, come un essere già compiuto che pur deve incominciare ad esistere….quel “divenire ciò che si è” caro ai romantici e a Nietzsche, che coinvolge individui, popoli e civiltà e si può interpretare come un tutto che deve diventare tutto, o un principio che è un fine, anzi un fine assoluto – unica vera ermeneutica, unica teleologia possibile in un universo che non ha fini. E se questo poteva essere considerato ancora arbitrario, una subdola fede sembrava tentare altre note e altre figure, vedendo nell’universo un fiorire di simboli anzi un unico simbolo – simbolo di che cosa se l’universo è il solo autore delle sue leggi, quindi simbolo di sé stesso? E’ arduo strappare dalla propria mente le favole del passato e riconoscere che la verità, fisica o metafisica, non ha bisogno di dei, comunque essi cerchino di sedurre i figli degli uomini ed eccitare la loro avida lingua.

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