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Riflessioni Filosofiche a cura di Carlo Vespa
J. P. Sartre, La Nausea: Riflessioni di Monica - pagina 2/2.: pagina precedente
Diversamente, ciò che
l'autore indica con il termine di vertigine
scaturisce dal per-sé, il quale è consapevole
del fatto che esso può auto-distruggersi.
Tra tali situazioni emotivamente devastanti,
la funzione dell'uomo è essenzialmente questa:
tentare di dare un senso ed una
giustificazione alla propria esistenza,
scegliendo in ogni istante come vedere e
considerare il mondo. Egli è responsabile del
suo farsi, è sforzo perpetuo, è creare il
senso della propria vita per poi scoprire che
quest'ultima, in se stessa, non ha alcun
senso: tutto ciò rientra a pieno titolo nel
tema dell'assurdo, di cui è intrisa
l'intera opera sartriana. Assurdo è il fatto
stesso di non potere fare a meno di essere
libero, in quanto la non-scelta è, a sua
volta, una scelta. Viene in questo modo a
configurarsi un'etica dell'impegno,
inteso come presa di posizione attiva contro
l'impossibilità di evadere dalla situazione
attuale, ossia in atto; è dunque necessario
impegnarsi affinché la totalità delle emozioni
individuali e collettive non siano sopraffatte
dalla melma vischiosa che costituisce la
superficie della Nausea. Il non lasciarsi
travolgere, il ribellarsi di fronte
all'assurdità essenziale del mondo significa
acquisire una nuova libertà, anzi, la
libertà ed aumentare la consapevolezza di sé.
Il verdetto è inappellabile: ciascuno di noi è
condannato ad esistere ed a pensare. Non vi è
speranza - e Sartre lo afferma, sebbene non
esplicitamente - di uscire da siffatta
condizione di insensatezza; bisogna quindi
distruggere la speranza, se si vuole
comprendere, ma soprattutto vivere pienamente
l'autenticità dell'esistenza. L'autenticità si
conquista (a fatica) oltrepassando il muro
dell'indifferenza e del conformismo, baratro
pronto ad accoglierci in ogni istante. Se
davvero Dio è morto - come scriveva
Nietzsche -
allora non è più possibile appigliarsi ad una
realtà oggettiva o scientificamente sicura, in
quanto essa, insieme con la nostra esistenza,
può essere manipolata. Portando alle estreme
conseguenze il ragionamento sinora condotto,
si può affermare che l'uomo viva nella pura
contingenza; ogni individuo è pertanto
solo ed esclusivamente il risultato delle
proprie scelte: se la sua vita ha un senso è
perché egli ha dato un senso alla propria
vita. In pieno nichilismo, il rapporto tra
essere (esistenza) e nulla (infondatezza
dell'esistenza stessa) non trova mai una
sintesi, ma l'uno rimanda dialetticamente
all'altro, senza soluzioni definitive.
In conclusione, ogni esistenza umana si
configura come progetto, inteso come
realizzazione di se stessi in quanto se
stessi; tale progetto, tuttavia, non è mai
statico o già prestabilito: esso, invece, può
essere stravolto, modificato dalle condizioni
esterne o interne all'individuo. Può accadere
che un progetto, che l'individuo aveva in
precedenza realizzato e plasmato in ogni sua
parte, vada incontro alla sconfitta:
ciò significa che un progetto realizzato
smette di essere valido nel momento in cui
esige di essere superato per lasciare spazio
ad un altro, magari più valido e più compiuto.
In quest'ottica, parrebbe quasi che la
condizione umana descritta da Sartre sia
veramente una delle più angosciose e
disperanti e che non offra alcuno spiraglio di
serenità; in realtà non penso sia così. E'
vero che l'uomo è «solo e senza scuse»,
costretto a trascinarsi faticosamente dietro
il fardello dell'esistenza, obbligato a
decidere in ogni istante come agire e cosa
fare, consapevole del fatto che ogni sua
scelta ricadrà inevitabilmente su di lui
soltanto. Ma è altresì vero che questo
significa libertà: libertà di poter
scegliere la propria vita senza che altri -
tranne, naturalmente, in condizioni
particolari - giochino la partita per noi.
L'essere costretti ad essere liberi può
certamente rivelarsi faticoso ed estenuante,
ma una simile condizione mette nelle mani di
ogni essere umano un potere inaudito: decidere
da soli ed in totale autonomia (ovviamente
all'interno delle regole stabilite dalla
società - il che non è contraddittorio, se si
pensa che tali leggi dovrebbero essere
costruite in modo da tutelare i diritti e
preservare la dignità umana) è, per così dire,
una ricchezza che non molti posseggono.
Dunque, a mio avviso, la posizione sartriana
espressa sia ne La Nausea
sia nella maggior parte delle altre opere
dell'autore non suggerisce una visione
pessimistica della realtà, bensì ottimistica,
nel senso che concepisce l'uomo come detentore
di libertà intellettuale e morale.
Naturalmente, la ricchezza di libertà così
come la sua mancanza provocano sentimenti di
ansia, spaesamento e di solitudine che - in
taluni casi ed in soggetti particolarmente
vulnerabili - possono portare al suicidio;
questo avviene in quanto la condizione
esistenziale viene vissuta, come scrivevo
sopra, in modo negativo o pessimistico. Ma il
suicidio non è tuttavia risolutivo: certo, un
uomo è libero di porre fine al dolore della
propria esistenza in quanto la considera
intollerabile e non meritevole di essere
vissuta; ma, in questo modo, la condizione
umana collettiva resta immutata: l'atto di
quel singolo individuo è solo una goccia
nell'oceano; per coloro che hanno deciso di
continuare a vivere, il peso della
responsabilità non si è affatto alleggerito.
Sartre
invita a prendere atto di tutto ciò e pare
voglia invitare a non considerare l'essere
"gettati nel mondo" soltanto come una
condanna, ma anche come una preziosissima
opportunità di avviare progetti che viene
offerta ad ogni singolo individuo, il quale
«si scopre ad ogni passo legislatore e
responsabile».