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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

J. P. Sartre, La Nausea: Riflessioni

Di Monica
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Diversamente, ciò che l'autore indica con il termine di vertigine scaturisce dal per-sé, il quale è consapevole del fatto che esso può auto-distruggersi.
Tra tali situazioni emotivamente devastanti, la funzione dell'uomo è essenzialmente questa: tentare di dare un senso ed una giustificazione alla propria esistenza, scegliendo in ogni istante come vedere e considerare il mondo. Egli è responsabile del suo farsi, è sforzo perpetuo, è creare il senso della propria vita per poi scoprire che quest'ultima, in se stessa, non ha alcun senso: tutto ciò rientra a pieno titolo nel tema dell'assurdo, di cui è intrisa l'intera opera sartriana. Assurdo è il fatto stesso di non potere fare a meno di essere libero, in quanto la non-scelta è, a sua volta, una scelta. Viene in questo modo a configurarsi un'etica dell'impegno, inteso come presa di posizione attiva contro l'impossibilità di evadere dalla situazione attuale, ossia in atto; è dunque necessario impegnarsi affinché la totalità delle emozioni individuali e collettive non siano sopraffatte dalla melma vischiosa che costituisce la superficie della Nausea. Il non lasciarsi travolgere, il ribellarsi di fronte all'assurdità essenziale del mondo significa acquisire una nuova libertà, anzi, la libertà ed aumentare la consapevolezza di sé. Il verdetto è inappellabile: ciascuno di noi è condannato ad esistere ed a pensare. Non vi è speranza - e Sartre lo afferma, sebbene non esplicitamente - di uscire da siffatta condizione di insensatezza; bisogna quindi distruggere la speranza, se si vuole comprendere, ma soprattutto vivere pienamente l'autenticità dell'esistenza. L'autenticità si conquista (a fatica) oltrepassando il muro dell'indifferenza e del conformismo, baratro pronto ad accoglierci in ogni istante. Se davvero Dio è morto - come scriveva Nietzsche - allora non è più possibile appigliarsi ad una realtà oggettiva o scientificamente sicura, in quanto essa, insieme con la nostra esistenza, può essere manipolata. Portando alle estreme conseguenze il ragionamento sinora condotto, si può affermare che l'uomo viva nella pura contingenza; ogni individuo è pertanto solo ed esclusivamente il risultato delle proprie scelte: se la sua vita ha un senso è perché egli ha dato un senso alla propria vita. In pieno nichilismo, il rapporto tra essere (esistenza) e nulla (infondatezza dell'esistenza stessa) non trova mai una sintesi, ma l'uno rimanda dialetticamente all'altro, senza soluzioni definitive.
In conclusione, ogni esistenza umana si configura come progetto, inteso come realizzazione di se stessi in quanto se stessi; tale progetto, tuttavia, non è mai statico o già prestabilito: esso, invece, può essere stravolto, modificato dalle condizioni esterne o interne all'individuo. Può accadere che un progetto, che l'individuo aveva in precedenza realizzato e plasmato in ogni sua parte, vada incontro alla sconfitta: ciò significa che un progetto realizzato smette di essere valido nel momento in cui esige di essere superato per lasciare spazio ad un altro, magari più valido e più compiuto.
In quest'ottica, parrebbe quasi che la condizione umana descritta da Sartre sia veramente una delle più angosciose e disperanti e che non offra alcuno spiraglio di serenità; in realtà non penso sia così. E' vero che l'uomo è «solo e senza scuse», costretto a trascinarsi faticosamente dietro il fardello dell'esistenza, obbligato a decidere in ogni istante come agire e cosa fare, consapevole del fatto che ogni sua scelta ricadrà inevitabilmente su di lui soltanto. Ma è altresì vero che questo significa libertà: libertà di poter scegliere la propria vita senza che altri - tranne, naturalmente, in condizioni particolari - giochino la partita per noi. L'essere costretti ad essere liberi può certamente rivelarsi faticoso ed estenuante, ma una simile condizione mette nelle mani di ogni essere umano un potere inaudito: decidere da soli ed in totale autonomia (ovviamente all'interno delle regole stabilite dalla società - il che non è contraddittorio, se si pensa che tali leggi dovrebbero essere costruite in modo da tutelare i diritti e preservare la dignità umana) è, per così dire, una ricchezza che non molti posseggono. Dunque, a mio avviso, la posizione sartriana espressa sia ne La Nausea sia nella maggior parte delle altre opere dell'autore non suggerisce una visione pessimistica della realtà, bensì ottimistica, nel senso che concepisce l'uomo come detentore di libertà intellettuale e morale. Naturalmente, la ricchezza di libertà così come la sua mancanza provocano sentimenti di ansia, spaesamento e di solitudine che - in taluni casi ed in soggetti particolarmente vulnerabili - possono portare al suicidio; questo avviene in quanto la condizione esistenziale viene vissuta, come scrivevo sopra, in modo negativo o pessimistico. Ma il suicidio non è tuttavia risolutivo: certo, un uomo è libero di porre fine al dolore della propria esistenza in quanto la considera intollerabile e non meritevole di essere vissuta; ma, in questo modo, la condizione umana collettiva resta immutata: l'atto di quel singolo individuo è solo una goccia nell'oceano; per coloro che hanno deciso di continuare a vivere, il peso della responsabilità non si è affatto alleggerito. Sartre invita a prendere atto di tutto ciò e pare voglia invitare a non considerare l'essere "gettati nel mondo" soltanto come una condanna, ma anche come una preziosissima opportunità di avviare progetti che viene offerta ad ogni singolo individuo, il quale «si scopre ad ogni passo legislatore e responsabile».

 

Monica

 

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