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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

O'Brien

Di Massimo Fontana - Ottobre 2015

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Semplicità e nuovo ordine

“Non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel consenso democratico, si lotta, certo, per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo”. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano 1975, pagine 98-99.

Di fatto, prendendo in prestito qualche concetto, ho impostato una proporzione: il fascismo superficiale descritto da Pasolini sta al bipensiero come il totalitarismo sta alla neolingua.
Se questa proporzione ha un senso e se questo è riconducibile alle due fasi che Orwell riconosceva nel processo che porta allo stato totalitario e al pensiero unico in Oceania, potremmo chiederci se davvero sia mai esistita, esista, possa esistere una classe politica, per quanto cinica e spietata, capace di realizzare un progetto simile. E più precisamente, aldilà delle convinzioni di chi scrive, si tratta di comprendere quanto un romanzo come 1984 possa suggerirne l’esistenza e quanto lo possa un film come V per vendetta, perché appunto qui si gioca una differenza forse poco considerata tra le due distopie.
C’è un episodio nel romanzo di Orwell che torna utile alla comparazione che mi sono proposto di realizzare qui.
O’Brien, per ingannare Winston, gli fa avere “il libro” della resistenza al Socing, il testo di Goldstein, il mitico e segreto oppositore del Big Brother. In realtà questo testo è realizzato dal Socing, è un falso. Winston non lo sa, ma leggendo comprende che questo libro non gli dice nulla di nuovo e conferma la versione che egli stesso nutre ogni giorno, chiarendola giusto un poco. Probabilmente troppo poco… ma il problema è un altro.
A Winston sembra che i migliori libri siano quelli che dicono ciò che già sappiamo. Sono i testi che ci consolano e ci rafforzano nelle nostre già solide convinzioni. Sono parole che ci rassicurano, ma rendendo forse le cose più semplici di ciò che sono.
Se il libro di Goldstein fosse autentico e non fosse stato commissionato da O’Brien per ingannare Winston, allora diverrebbe il libro della resistenza e della liberazione. Fosse così, allora 1984 assomiglierebbe a V per vendetta. Non è così.
Per l’ultimo Orwell non ci sono versioni rassicuranti, abitudini sufficientemente consolidate; niente cui aggrapparsi nei giorni di prigionia, di esilio, di resistenza e anzi, viene il dubbio di essere nel torto. Balena l’idea che non sia una follia opporsi al regime, ma eccentrica banalità. Quale che sia il rischio, non esiste una gloriosa resistenza alla quale unirsi.
Per l’ultimo Orwell l’ipocrisia diffusa potrebbe essere humus per la generazione di qualcosa come il bipensiero. La fiacchezza e il rattrappimento del vocabolario, sempre latenti, potrebbero essere la spia del gradimento di una possibile neolingua futura, che faccia pensare poco e in modo indolore.
Che non ci sia nulla e che una semplificazione del linguaggio, indotta o meno poco importa, possa essere alla base della distopia orwelliana pare verosimile anche solo leggendo di personaggi come O’Brien, il cinico e disinteressato torturatore di Winston.
In fondo, O’Brien, rifiutando ogni canone morale, non riconosce neanche ciò che sarebbe scontato che un membro interno del Partito riconoscesse: l’autorità del Big Brother. La sua è un’azione individuale, autonoma.
Poco leggendo 1984 ci lascia credere che O’Brien sia più devoto al Big Brother di quanto non lo sia Winston. O’Brien può fare a meno della neolingua e spegnere il video nel suo appartamento, cose non concesse a Winston e agli altri membri esterni del partito.
O’Brien esercita la porzione di potere di cui dispone e fa torturare Winston, con apici di crudeltà autentica; non lo fa per servire una causa, ma perché desidera godersi lo spettacolo della volontà di un uomo che si piega sino a negare la propria razionalità.
He loved big brother risuona come annientamento della personalità di Winston, giacché non vi è nulla da raggiungere cercando il Big Brother. Amare Giulia per Winston è rinunciare a sé per la donna che ama. Nutrire amore verso un simulacro vuoto è rinunciare a sé per abbracciare un’ombra, un riflesso unanimemente condiviso.
Certo anche in Brave New World di Huxley, ognuno appartiene a tutti, si ritrovano i segni della dissoluzione della personalità (così come nel precedente The Lord of the World di Robert Hugh Benson, che risale addirittura al 1907). Nella distopia di Huxley, diversamente che in V per vendetta, il totalitarismo è già in atto e si può dire che il controllo sia quasi perfetto, a uno stadio che nel mondo di 1984 potrà stabilirsi solo dopo l’adozione piena della neolingua.
Il mondo immaginato da Huxley nel 1932, prigioniero della programmazione e della produzione industriale, è chiuso in un unico stato e governato da dieci occulti Coordinatori Mondiali ai quali si possono attribuire le sorti del pianeta. Rimane difficile distinguere una personalità verosimile da una fragile proiezione, così tanto che il romanzo di Huxley pare sbriciolarsi via via che lo si affronta, come fossimo oltre il pessimismo orwelliano. Con Huxley le persone sono già simulacri, tanto i rapporti sono evanescenti e privati di pathos emotivo. Ciò probabilmente rende Brave New World un resoconto distopico della disperazione, più che del pessimismo. Nulla passa attraverso una figura reale come quella di O’Brien.
In 1984 poco giustifica un’esistenza reale, non veicolata da uno schermo, del Big Brother. Si può dire che il mondo costruito attorno all’immagine del Big Brother si rivela come una sequenza di punti-individuo collegati, una rete attraverso cui si diffondono dati. Non sembra vi sia un centro in questo formicaio cosmico monocolore.
Dimenticando il centro e la personificazione del male si incontra un conformista, sostiene Hannah Arendt, un essere incapace di concepire una descrizione della vita, un personale progetto. Un individuo solo, a suo modo semplice, che non possiede un’alternativa elaborata e personale.
Il gerarca nazista Eichmann, durante il processo seguito da Arendt, giustifica prima di tutto la propria condizione di esecutore degli ordini alludendo a qualcuno lassù che impartisce. Qualcosa lo sottrae dalla responsabilità. Poi tenta giustificazioni, attraverso i cunicoli del linguaggio burocratico.
Il filosofo Richard Rorty, nel suo Contingency, Irony and Solidarity, immagina che Orwell nei primi due terzi del suo ultimo romanzo si identifichi con la speranza di Winston e nella parte finale con il nichilismo di O’Brien.
Sino ad un certo punto le convinzioni di Winston sono anche quelle di Orwell e 1984 rimane una specie di romanzo di denuncia sociale, nemmeno troppo lontano da V per vendetta. Tuttavia O’ Brien, con la sua comparsa, cambia le cose e giustifica la tesi di Rorty.
Questo potrebbe essere l’epilogo testimoniato del pensiero di George Orwell che, dopo aver coltivato i dubbi di Winston, e la sua segreta speranza, si arrende all’umanità degradata di O’Brien, che nella sua esemplare mancanza di compassione rappresenta un tipo individuale poco rassicurante, ma tristemente credibile.

 

Ministero dell’amore

“Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo, sono i governi che dovrebbero temere il popolo!”. V per vendetta.

Sono i governi a dover temere il proprio popolo e tuttavia, se leggiamo 1984, non per i motivi che intende V.
Probabilmente concepiamo 1984 come un incubo possibile e scongiurabile, ma non come qualcosa che Orwell percepisce attorno a sé.
Big Brother e V sono due potenti proiezioni. Il primo si manifesta attraverso gli schermi, il secondo attraverso una maschera. Due proiezioni mitiche cariche di significati e sospetto che oggi Orwell ne attribuirebbe la genesi a un volgo desideroso di rimandare oltre la concretezza delle cose del mondo la propria responsabilità individuale.
Solo attraverso quelle proiezioni ci sarà un salto di consapevolezza, che sarà collettivo, non individuale e legato a un particolare momento di una singola esistenza.
Ciò che tradisce l’artificialità di queste due figure è la loro natura fredda e concettuale. Appaiono distinte come concetti e sfocate sul piano esistenziale. Troppo definite per non essere colte al volo, troppo semplici per essere vere.
Non due persone, ma due contenitori di qualità che potremmo attribuire singolarmente al malvagio o al benefattore di turno. Tutto ciò, con i necessari distinguo: Big Brother è davvero un fantasma realizzato, che può avere come precursore solo il Felsenburgh di The Lord of the World; mentre V, che ha una propria esistenza, alle soglie della normalità e con sprazzi di verosimiglianza, non lo è compiutamente.
Orwell descrive consapevolmente un simulacro, il frutto compiuto di una mistificazione popolare; i creatori di V per vendetta concepiscono senza saperlo un mezzo simulacro, che si dibatte tra pulsioni di normalità e ricadute nel fantasmagorico.
Nelle ultime scene del film la maschera di V, l’eroe che libera il popolo dalla dittatura, è posta sul viso di ogni cittadino di Londra a significare la condivisione totale e la liberazione attraverso il sacrificio della proiezione collettiva.
Era Edmond Dantès. Ed era mio padre e mia madre, mio fratello, un mio amico, era lei, ero io, era tutti noi. Si dice.
Alla fine il popolo londinese toglie la maschera dal proprio volto per capitalizzare il sacrificio di V. Una prova collettiva e spersonalizzante, che invera l’ognuno appartiene a tutti di Huxley e che riguarda anche l’epilogo di 1984.
He loved big brother. Winston non ama più una persona, ma una proiezione condivisa. Il pensiero è semplice e impersonale, comune.
Solo uomini come Winston dubitano e difendono parvenze di razionalità umana, occorre persuaderli con maniere forti, per gli altri non c’è bisogno di manipolazioni e forzature, il Big Brother è un desiderio condiviso.
E anche i luoghi hanno un significato nelle distopie, ci rivelano l’indifferenza e la semplificazione in atto. Il Ministero dell'Amore è privo di finestre, illuminato da una luce artificiale che non si spegne mai e che toglie la percezione dell'alternanza tra la notte e il giorno, per una dimensione unica e indistinta, che ci ricorda la galleria delle ombre di V, l’asettica mestizia dei luoghi di Brave New World, il silenzio artificiale degli appartamenti sotterranei e le strade di gomma di The Lord of the World.
Ma, di nuovo, il paziente lavoro di O’Brien conduce Winston a un punto avanzato di oblio della propria personalità, sino alla fusione con il Big Brother. Tutto è indistinto, come se potessimo amare una fantasmagoria collettiva scambiandola per nostra.
A condurre il rito d’iniziazione è appunto O’Brien, custode e catalizzatore del risentimento popolare. È lui a rendere incombente 1984, con la forza del suo brutale realismo senza scopi.

 

Conclusione

Richard Rorty, come abbiamo già visto, sostiene che Orwell attraverso O’Brien diviene un pessimista irredimibile. In virtù dello stesso processo sostiene anche che lo stesso Orwell può considerarsi un potenziale manipolatore, un intellettuale che possiede una consapevolezza superiore alla media, che può usare per infliggere sofferenza a coloro che ne sono sprovvisti, non molto diversamente da O’Brien, in fondo…
Secondo Rorty anche lo stesso Orwell percepisce se stesso in questo modo, intendendo dunque mettere in guardia dal rischio che si corre arrendendosi al carisma di certi cattivi maestri. Non per nulla Rorty, in Contingency, Irony and Solidarity, propone una privatizzazione delle capacità ironiche e manipolatorie di alcuni individui a vantaggio di una società meno segnata dalla crudeltà. Crudeltà che una persona simile potrebbe avere la tentazione di esercitare.
Se le cose stanno così, se possiamo attribuire il cinismo nichilista di O’Brien anche al suo creatore, allora presumo che ricadremmo in una ricerca che più che considerare le dinamiche che possono generare un totalitarismo, pure desunte da un romanzo, proporrebbe una lettura psicologica che spiegherebbe 1984 unicamenteattraverso un’analisi dello stato d’animo di chi l’ha scritto.
Personalmente preferirei evitare il paradigma psy, perché credo che qui la sua attuazione lasci insolute più questioni di quante ne risolva.
Trovo più convincente credere ad un Winston che mentre accetta di pensarsi in uno con il Big Brother è ancora consapevole di non amare quella proiezione, anche se allo stesso tempo sa di non avere speranza. Potremmo chiederci perché ritiene di non averne e se si tratta unicamente di un comprensibile scoramento.
E in fondo, se dessimo retta a Rorty, probabilmente dovremmo giustificare pienamente tutti quei popoli che hanno seguito, legittimato o lasciato esercitare un potere dispotico tendente al totalitarismo. Guidati da esseri talmente carismatici e destinali da non lasciare scelta.
Forse Rorty considera la sottile avversione che certi intellettuali, come certi leader politici, possono nutrire nei confronti del popolo come una forma di delirio di onnipotenza, come l’incapacità di separare la sfera della propria soggettività straripante da quella degli interessi collettivi.
Sappiamo, anche da carteggi pubblicati abbastanza recentemente, come George Orwell: A Life in Letters di Peter Davison, che effettivamente Orwell riteneva l’intellighenzia britannica capace di appoggiare i peggiori dittatori, come ad esempio Stalin, tradendo un riflesso totalitario. Tuttavia questo non prova certo che egli si considerasse a un simile livello, semmai il contrario… e non prova nemmeno che la sua fiducia nel popolo fosse molto più alta di quella nutrita per gli intellettuali inglesi.
Questi ultimi erano considerati da Orwell troppo timorosi e poco propensi a prendersi l’impegno di diffondere o lasciar diffondere opinioni poco gradite all’opinione pubblica inglese.
Insomma, se 1984 esprimesse più che altro il timore nei confronti di un possibile conformismo di massa “brutalmente repressivo”?
Sarebbe un punto di vista che oggi non suonerebbe particolarmente originale, giacché se n’è scritto e discusso molto, ma credo sia pertinente.
Ce n’è abbastanza per ritenere che la distopia orwelliana non nasca solo dalla necessità di denunciare la ferocia di un regime politico totalitario, con i suoi gerarchi e i suoi carismatici capipopolo.
1984 porta in superficie il timore che il totalitarismo sia uno sviluppo possibile perché in generale meno temuto di quanto siamo disposti ad ammettere.
Le idee e le iniziative “impopolari” si definiscono tali perché propongono dei contenuti che un popolo, per diversi motivi e contingenti, può non voler ascoltare; se gli intellettuali decidono poi di assecondare quest’indifferenza diffusa, tolgono il “potere” dall’impaccio di perseguire per legge la libertà di opinione.
Per questo mi sembra opportuno finire là dove ho iniziato, perché forse ora abbiamo un argomento in più per comprendere l’affermazione di Orwell, che credo chiuda i giochi dei ragionamenti che qui mi sono proposto di fare.

 Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all'oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale.

   Massimo Fontana

 

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