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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Rorty e l'ironia liberale

di Massimo Fontana - Dicembre 2014

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Heidegger e il realismo magico

 

There is, it seems to me, a growing willingness to read Heidegger as the West's final message to the world(Richard Rorty, Essay on Heidegger and Others: Philosophical Papers II, Cambridge 1991, p. 67, traduzione di B. Agnese: Mi sembra che esista una crescente propensione a leggere Heidegger come il definitivo messaggio dell'Occidente al mondo. Richard Rorty, Scritti filosofici II, Roma 1993, p. 95).

Ne L'epoca dell'immagine del mondo, il secondo dei saggi compresi in Holzwege, Martin Heidegger pare sviluppare un discorso antirappresentazionalista.

Il rappresentazionalismo, per Dewey e per Rorty, è l’idea per la quale tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto esiste necessariamente un tertium, che può essere identificato via via da idee, rappresentazioni mentali, logica simbolica e persino dalla mente stessa.

Heidegger concepisce la scienza moderna come ricerca, investigazione al fine di imporre un dominio sull'ente. Anche la matematica è ciò che abbiamo a disposizione per la nostra previsione aprioristica sull'ente. Questa conoscenza aprioristica ci permette di stabilire che un fatto è certo (gewiss), oggettivo. In generale, per la conoscenza scientifica si tratta di stabilire innanzitutto una legge e in un secondo momento una conferma di questa legge sull'ente, attraverso l'esperimento. Ecco dunque il rappresentare come porre-innanzi a sé (vor-stellen) che rende oggettivo l'ente così posto, attraverso la matematica in questo caso.

Del mondo moderno, secondo Heidegger, è l’aver liberato l'uomo da legami medievali e di averlo posto nella posizione in cui esso è soggetto dominante, l'ente su cui si fondano gli altri enti (diversamente, ad esempio, dal Medioevo, in cui l'uomo è causato da un essere sommamente supremo come Dio e da lui riceve legittimazione).

Ecco dunque il mondo ridotto a immagine, rappresentazione. L’ente pone l'altro ente davanti a sé per oggettivarlo, prevederlo e dominarlo.

L'impostazione di Heidegger rispetto a quella rortiana, tuttavia, è dualistica e questo lo si può intendere quando egli si riferisce a una realtà esterna che muta continuamente sembianze ma che è sempre lì e che talvolta pare pronta a sovrastarci.

L'Essere, il Linguaggio, l'Occidente, la Tecnica sono i modi attraverso cui la misteriosa verità originale di Heidegger si manifesta. Differentemente dalla versione cartesiana però, ciò non avviene attraverso una rappresentazione umana, che è l'atto razionale e volontario con cui l'uomo giunge a dominare e prevedere il mondo esterno. In Heidegger la verità è svelamento.

A ben vedere c’è comunque un terzo elemento tra l'uomo e la verità, solo che questo terzo tra noi e la verità è per Heidegger a disposizione di quest'ultima, che decide quando e in che modo concederci l'evento del suo manifestarsi, evidenziando così la finitudine della nostra condizione.

Tolta di mezzo la possibilità di disporre della verità attraverso la ragione, Heidegger ritiene che alla verità in qualche modo ci si arrivi. Cogliere l'evento è il compito del poeta, che lascia essere la cosa nel suo mondo, aprendo al manifestarsi della verità. Più che un accesso alla verità si tratta di un disporsi all'evento che annuncia la verità. Tuttavia è chiaro come Heidegger ribalti una prospettiva. Da una verità dettata razionalmente dall'uomo, a una verità che si concede da sé e attraverso un modo che elude la tecnica e che sembra culminare nella poesia.

Il nuovo eroe heideggeriano è colui che pratica il pensiero poetante e che ha accesso al santuario dell'arte, della verità. Questa figura neoromantica è quella che Rorty definisce, prendendo in prestito da Nietzsche il termine, ascetic priests.

Sempre in Holzwege la riflessione intorno alla cosa intesa come mera cosa (sorta da sé e non costretta a nulla), mezzo (costruita dall'uomo e costretta per un uso dallo stesso), opera d'arte (sempre opera umana, ma non costretta a nulla). Heidegger mette in evidenza come solo attraverso un'opera d'arte, l'esempio è nella pittura di Van Gogh, possa verificarsi l'evento dell'essere.

Quest'essere svelato nell'opera d'arte non è l'ente reso oggettivo dalla scienza e dominato, ma ciò che si sottrae per sua stessa natura, che viene custodito dall'artista-sacerdote dall'invadenza dello sguardo scientifico indagatore.

Per Heidegger vale l'abbandono all'essere e la rinuncia alla ricerca scientifica oggettivante. In questo senso, sempre in Holzwege, Heidegger nota con disappunto come i moderni professori universitari siano divenuti ricercatori, scienziati anch’essi.

Per Rorty questo è il tentativo di proporre, in luogo dell'oggettività scientifica, una non-oggettività fondante. Oltre la ragione nella mistica, oltre l'immagine nel suono, oltre l'essere nel nulla.

E la distanza di Heidegger dai ricercatori universitari non assomiglia molto all’antiaccademismo rortiano e del pragmatismo americano, perché si nutre di motivazioni assai diverse, motivazioni che portano Heidegger a privilegiare escursioni campestri, esercitazioni scoutistiche e l’educazione al nuovo spirito nazionale.

Proprio il pensiero dell’ultimo Heidegger conserva un aspetto oscuro e indefinito che fa del suo cammino un errare pensoso e solitario nell'attesa che una parola si annunci e si impadronisca di noi, piuttosto che essere pronunciata.

Rorty, dopo aver letto Heidegger, invita ad abbandonare il modello scientifico della filosofia senza tuttavia cadere nelle spire del misticismo; egli condivide l'intenzione dell'ultimo Heidegger, come di Derrida, considerando che tutto ciò di cui disponiamo è linguaggio, ma nella convinzione che questo non deve portarci a reificare il linguaggio stesso, sovrapponendolo a cose come “essere” o “coscienza”.

The later Heidegger persistently, and Derrida occasionaly, treat language as if it were a quasi-agent, a brooding presence, something that stands over and against human beings (…)are protests against letting "Language" become the latest substitute for "God" or "Mind" - something mysterious, incapable of being described in the same terms in wich we describe tables, trees, and atom(Richard Rorty, Essay on Heidegger and Others: Philosophical Papers II, Cambridge 1991, p. 3/4, traduzione di B. Agnese: Heidegger e Derrida, il primo con una certa persistenza e solo occasionalmente il secondo, trattano il linguaggio come se fosse un quasi-soggetto agente, una presenza incombente, qualcosa di sovrastante che si oppone agli esseri umani (…) protestare contro la tendenza a permettere che il 'Linguaggio' diventi l'ultimo sostituto per 'Dio' o 'Mente', qualcosa di misterioso, cioè, che è impossibile descrivere negli stessi termini in cui descriviamo tavoli, alberi e atomi. Richard Rorty, Scritti filosofici II, Roma 1993, p. 6-7).

Ne consegue una particolare archeologia linguistica, la parola che conserva più valore è quella meno usata e meno piegata alle esigenze della tecnologia moderna. Per Rorty questo atteggiamento nei confronti del linguaggio fa parte del più profondo desiderio di portare nella filosofia l'atteggiamento caratteristico dei profeti religiosi.

Le parole sono intraducibili e vanno rese al lettore tali e quali, che siano parte del vocabolario tedesco o di quello greco antico non fa differenza. C’è la lontananza di questo linguaggio dalle conversazioni quotidiane, dal linguaggio dei romanzi e dall'originale fiducia socratica nel dialogo. Questi passaggi tra le viscere del linguaggio assumono facilmente la forma della litania, con sequele, cadenze e verità fattesi parola.

Infine, il tentativo heideggeriano di superare la dualità intrinseca della visione realista non sembra essere fruttuoso e cade in una nuova forma di idealismo trascendentale, per il quale alla coscienza possiamo sostituire il linguaggio.

 

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