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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Rorty e l'ironia liberale

di Massimo Fontana - Dicembre 2014

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Ironia

 

La filosofia di Richard Rorty non può trovare un dizionario che argomenti e prenda le distanze dalla vecchia terminologia perché ne cerca uno contingente e incommensurabile al vecchio, che distolga l'attenzione dai problemi posti dal primo, vanificandoli.

Abbiamo ricordato come Rorty auspichi dei testi generalizzati nei quali le distinzioni disciplinari siano più sfumate. In questo territorio si affaccia una altra figura di intellettuale che usa il linguaggio per ridescrivere se stesso e le proprie relazioni culturali, che dovrebbe riuscire laddove l'idealismo tedesco ha fallito.

I romantici paiono esprimere la consapevolezza che il mutamento culturale di un’epoca non passi attraverso la rigorosità del ragionamento, ma attraverso l’abilità di riuscire a scrivere e parlare utilizzando parole diverse rispetto al passato. Questo nuovo intellettuale soggetto di credenze, emozioni e speranze assomiglia un po’ meno al filosofo tradizionale e un po’ di più al romanziere.

In Contingency, Irony and Solidarity si considerano Galileo o Hegel come poeti, innovatori linguistici che costruiscono una nuova realtà attraverso l’acquisizione di una metafora che supera quella precedente.

Certo le differenze tra Kant, Proust, Einstein non sono azzerate, ma si tratta di differenze di linguaggio, non ontologiche; questi intellettuali avrebbero fatto ricorso a vocabolari diversi, particolari e più adatti a raggiungere gli scopi che si erano prefissati, facendo semplicemente dimenticare i vecchi vocabolari e i problemi che questi portavano con sé. L’ironico propone un vocabolario inteso come nuovo paradigma per una diversa idea di mondo, edifica la realtà ridescrivendola.

L'ironico rortiano non è però una figura sovrapponibile a quella dell'ironico romantico, anch’egli non prende sul serio la realtà esterna ma è anche costretto a prendere atto della contingenza delle proprie creazioni e del proprio stesso io.

Memore della lezione di Freud e dell’esortazione emersoniana a conquistare un’individualità compiuta coltivando il proprio orto, la propria individualità, dimenticando i grandi geni del passato, Rorty crede in una democratizzazione del genio grazie alla quale il nuovo ironico non è solo l’artista di professione, ma qualsiasi persona desiderosa di ridescriversi attraverso il linguaggio.

Colui che invece predilige il vocabolario affermato, il senso comune, non è attratto dall'innovazione linguistica e oppone il discorso normale. Il senso comune impone chiarezza e corrispondenza diretta delle parole, il dare per scontato che questo sia possibile, l’esigerlo. Questo per Rorty è il prezzo pagato alla comprensibilità, all'oggettività cristallina.

Logica e metafisica sono agli antipodi dell’ironia, inoculano nelle conversazioni proposizioni intoccabili, asserzioni, per porre fine al confronto, privilegiando concetti forti (e vacui allo stesso tempo).

L'ironico è un nominalista disposto a mettere dialetticamente a confronto il suo vocabolario, al quale apporta aggiustamenti continui al fine di adeguarlo alle contingenze storiche e sociali. Egli non crede che il suo linguaggio sia utile alla conoscenza definitiva di qualcosa, come può accadere con il vocabolario scientifico, ma che contribuisca alla ridefinizione dei sui scopi.

“We know what purposes scientific theories are supposed to serve. But we are not now, and never will be, in a position to say what purposes novels, poems and plays are supposed to serve. For such books continually redefine our purpose” (Richard Rorty, The Decline of Redemptive Truth and the Rise of a Literary Culture, Stanford 2000, part I, traduzione italiana di Frances King e Massimo Fontana: conosciamo gli scopi che le teorie scientifiche dovrebbero servire. Ma non siamo ora, e non saremo mai, in una posizione per dire a quale scopo servono i romanzi, le poesie e le rappresentazioni teatrali. Perché tali libri ridefiniscono continuamente i nostri scopi. Richard Rorty, Il declino della verità redentiva e la crescita di una cultura letteraria, Vicenza 2003, parte II).

L'ironico definirebbe ovvietà quelle che per il metafisico sono complicate intuizioni; egli usa il metodo dialettico laddove il metafisico usa esclusivamente quello inferenziale. Per l'ironico conta il vocabolario intero, il contesto, non la proposizione isolata; egli intende la dialettica come una sorprendente ascesa al continuo rinnovo dei termini e della realtà stessa.

Curiosamente, ma forse non tanto, uno dei supposti demolitori della filosofia, Richard Rorty, finisce per apparirci come più socratico di un qualsiasi filosofo analitico (sempre impegnato nella ricerca del linguaggio terminale e poco interessato al dialogo).

Tornando però all’idealismo tedesco, per Rorty la Fenomenologia dello spirito di Hegel rappresenta sia la fine della tradizione platonico-kantiana, sia l'esempio paradigmatico di come l'ironico possa sfruttare tutte le possibilità di un'imponente ridescrizione. Da questo punto di vista il metodo dialettico hegeliano non è una procedura argomentativa o un modo per ricongiungere il soggetto e l'oggetto, ma semplicemente una tecnica letteraria, la capacità di produrre sorprendenti svolte, rapidi passaggi da una terminologia a un'altra. Piuttosto che chiarire, l'Hegel di Rorty è un innovatore dei vocabolari in uso che elude ogni presa di posizione nei confronti della tradizione.

Ricordando Harold Bloom, Rorty definisce canone platonico-kantiano la tradizione metafisica che l'ironico deve eludere e che Hegel provò a dimenticare.

In Contingency, Irony and Solidarity (Autocreazione e affiliazione: Proust, Nietzsche e Heidegger) riappare ancora e da un'altra angolazione, il confronto con Hegel, Heidegger e Derrida. Rorty vede negli autori dell'idealismo e del postidealismo tedesco degli ironici, ma più precisamente degli ironici teorici.

Anche gli ironici teorici praticano la filosofia teoretica, la differenza sta nel fatto che mentre il metafisico scruta dall'alto verso il basso, verticalmente, essi distendono il loro sguardo orizzontalmente, in una prospettiva temporale, Zeit und Sein.

Rorty ritiene che per dimenticare anche questo residuo teorico occorra eludere definitivamente il canone platonico-kantiano.

C’è un paragrafo di Contingency, Irony and Solidarity intitolato Dalla teoria ironica alle allusioni personali: Derrida, in cui Rorty mostra il suo apprezzamento per la parte de La carte postale intitolata Envois (in particolare si tratta di lettere d'amore). Le lettere d'amore sono fatto privato e affidato all'immaginazione nelle associazioni proposte, nei toni, nell'invenzione di nomi. Così Derrida rende la scrittura qualcosa di vicino alla narrazione, tanto da somigliare più a Proust che ad Heidegger.

I giudizi di Rorty sono distinti: da una parte il Derrida "ironista della teoria" (che scrive liberamente, ma occupandosi di filosofi) e dall'altra il Derrida più intimo (che si occupa sempre più di fatti e persone).

Gli ironici ancora teorici sono simili a dei critici letterari che leggono testi particolari, che trattano dell'esistenza di un linguaggio non contingente e fondazionale nel tentativo di liberarsene per sempre (ecco dunque Heidegger, Nietzsche, Hegel). Essi continuano a occuparsi di filosofia, pur nell'intento di superarla.

Rorty sottolinea la differenza tra questo tipo scrittori ancora legati al canone platonico-kantiano e un narratore come Proust, che compie un’opera di ridescrizione del proprio passato, ma anche di chi a sua volta lo aveva descritto; i suo i romanzi sono una fitta sequenza di relazioni interpersonali contraddistinte dal caso e dalla contingenza degli avvenimenti.

Gli ironici teorici ridescriverebbero invece la realtà dando vita ad altre entità sovrumane che costituirebbero, alla fine, una speranza in qualcosa di esterno e più grande al quale consacrare le proprie parole (Europa, dasein, spirito del mondo, Occidente, linguaggio, écriture, différance, postmoderno… ).

Alcuni di loro danno alla propria narrazione un carattere storico e non atemporale, aprendo come Proust alla rivisitazione del passato, ma finendo per prendere in considerazione non il loro individuale e particolare passato, bensì quello dell'umanità, dell'Occidente.

Così essi vedono se stessi come gli ultimi filosofi prima dell'avvento che porrà fine al mondo come noi lo descriviamo ora, filosofi della rivelazione.

La ridescrizione proustiana è invece consapevole, non solo della propria contingenza, ma anche della contingenza delle persone ridescritte. Così non vi sono generazioni del divino e ipostasi, ma solamente innumerevoli trasposizioni di linguaggi eterogenei. Proust non pensa di descrivere qualcuno incommensurabilmente più grande di lui, si sbarazza piuttosto di ogni autorità esterna e si occupa di persone piuttosto che di concetti. Egli crea il gusto in base al quale egli stesso sarà giudicato, crea un mondo e le regole attraverso cui i personaggi delle sue narrazioni saranno giudicati.

L'ironico rortiano è un romantico nominalista, oltre ad essere consapevole che l'unico modo per fronteggiare il mondo è il linguaggio, in particolare il linguaggio autocreativo e poetico della narrazione, non concepisce nulla aldilà di questo e la sua ricerca del sublime è un fatto esclusivamente privato.

 

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