Riflessioni Filosofiche (Testi) a cura di Carlo Vespa
Idea di Dio e Rivelazione
Beppe Fragomeni
In questi ultimi tempi si è notato un crescente interesse dei giovani per la ricerca spirituale. Per contro, un crescente disinteresse per le dottrine “esoteriche”. Secondo un libraio di Torino, queste nuove leve di “cercanti” si rivolgono di pre
Secondo Karl Rahner l’atteggiamento che caratterizza l’uomo spirituale è questo: ”Apertura all’essere e, nello stesso tempo, in misura uguale, apertura a ciò che egli è o non è. Queste due aperture, all’essere universale e a se stesso, costituiscono i tratti fondamentali dello spirito umano e si mani
“La Parola di Dio (o insegnamento di Gesù) - ha af
La visione di questo giovane è da condividere senz’altro, purché, col tempo, non degeneri in rifiuto di quanto gli si prospetterà come “diverso”: ogni creatura compie il massimo sforzo per essere ciò che è, proprio come facciamo noi, e bisogna averne rispetto.
Scrive al riguardo san Massimo il Con
“..….Per amor nostro egli si cela misteriosamente nelle essenze spirituali degli esseri creati [...], con tutta la sua presenza:
-in tutto il diverso è celato colui che è uno ed eternamente identico;
-nelle cose composte colui che è semplice e senza parti [...];
-nel visibile l’invisibile;
-nel tangibile colui che è intangibile.
Ecco che bisogna aprirsi al “diverso” ed apprezzare (se c’é) quanto di analogo al messaggio cristiano si trova nelle altre religioni. Queste, come avremo modo di vedere, non ci sono del tutto estranee.
La Parola di Dio
Con l’espressione “Parola di Dio” la tradizione cristiana si ri
Secondo questi brani, al Logos compete la preesistenza; egli è (dall’eternità) presso Dio ed è Dio; “per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla. Egli era la vita e la vita era luce per gli uomini. Colui che è la Parola è diventato un uomo. È venuto nel mondo che è suo ma i suoi non l’hanno accolto”.
E ancora: “La Parola che dà la vita esisteva fin dal principio: noi l’abbiamo udita, l’abbiamo vista con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con le nostre mani”
Il Vangelo, o Buona novella, ci parla della nascita di Gesù, della sua vita, delle sue opere, del suo insegnamento, e ci ri
Scrive Ignazio di Antiochia
Vi è un solo Dio
mani
che è il suo Verbo uscito dal Silenzio (Ai Magnesii, 8,2, (Sch 10, p. 102).
Dio, in Cristo, viene a cercare l’umanità, la “pecorella smarrita” della parabola evangelica, fino nella “profondità della terra”, espressione di una finitudine diventata opaca e ribelle, sepolta nel nulla.
Nel Logos, trova fondamento e realizzazione nella misura più alta, irripetibile e assoluta il fatto che Dio sia (finalmente) esprimibile, sia dicibile. Ne parla il Verbo, il Figlio suo, sua “autorivelazione”, sua “espressione”, sua “immagine”, sua “Parola” come fatto del suo “autopossesso spirituale”.
Ecco come il mistico tedesco discepolo di Eckhart Giovanni Taulero (1300 ca.-1361), parla della generazione del Figlio:
“Il Padre nel suo modo di essere si rivolge in sé stesso con la sua divina intelligenza: penetra in sé stesso, in chiara comprensione, il fondo essenziale del suo essere eterno e per la nuda comprensione di sé stesso si esprime totalmente; e questa parola è il Figlio suo, e la conoscenza di sé stesso è la generazione del suo Figlio nell'eternità. Egli resta in sé stesso in unità essenziale e si effonde in distinzione personale. Cosí egli entra in sé stesso e si conosce, esce poi da sé stesso nella generazione della sua immagine che in sé ha riconosciuto e compreso, e rientra infine in sé in una per
Per mezzo del Figlio, dunque, il Padre parla agli uomini; per mezzo dello Spirito santo illumina il loro intelletto e libera il loro cuore dai falsi problemi e dal fascino delle cose del mondo.
Innumerevoli sono, nel Vecchio Testamento, i ri
La medesima sollecitudine e una presenza se possibile più diretta si avvertono nel Nuovo Testamento: Dio si fa uomo e viene tra i suoi, nella Terra promessa e data a Israele ! Il contesto è lo stesso, Dio lo stesso..
Scrive san Paolo sulla provenienza di Gesù e quindi sulla continuità del rapporto tra Dio e il suo popolo (Rom. 9, 4-5):.
-“Dio li ha scelti come figli e ha mani
stato loro la sua gloriosa presenza. Con loro Dio ha stabilito i suoi patti e a loro ha dato la Legge, il culto e le promesse. Essi sono discendenti dei patriarchi e da loro, sul piano umano, proviene il Cristo che è Dio e regna su tutto il creato”.
Dunque, il Dio ebraico e il Dio cristiano sono un solo Dio, lo stesso Dio del Vecchio Testamento che stringe una alleanza particolare con un piccolo popolo, perchè questa via di un’alleanza particolare si sviluppasse e si tramutasse nella storia in una via universale, il cui compimento si ravvisa nell’unità di Dio con tutta l’umanità nel Dio fatto uomo.
Evitiamo di proposito un commento sulla separazione tra ebrei e cristiani, che non sarebbe mai dovuta essere l’occasione perché cristiani si lanciassero contro gli Ebrei e in qualità di cristiani commettessero indescrivibili ingiustizie contro i cosiddetti deicidi, motivando tale condotta con ragioni pseudo teologiche e pseudo religiose. Una teologia cristiana e cattolica, che sul piano riflesso della storia della salvezza elimini radicalmente l’ostilità nei confronti del giudaismo, è appena sul nascere. Noi possiamo e dobbiamo operare e sperare che cresca e si af
A noi cristiani capita sovente, proprio come stiamo facendo adesso, di argomentare sul Verbo di Dio, sul Figlio di Dio, sulla Parola di Dio, dicendo che è Espressione di Dio, Immagine di Dio, Autorivelazione di Dio, ecc..- E ne parliamo con tale naturalezza da dare l’impressione di possedere una certa idea di Dio, una certa (nel senso di sicura) idea dell’ Inconoscibile. Ma non è sempre così.
In genere, chi non è portato alla speculazione (filosofica, teologica o mistica) si fa di dio un’idea molto lontana da Dio.
Il Dio di queste persone - scrive Marco Vannini - ӏ il Dio determinato nei modi; il Dio di ogni religione positiva, il Dio di ogni invocazione e ri
In altra occasione, trattando dell’idea di Dio, sempre citando Vannini, ci siamo occupati di quella particolare negligenza razionale che ci porta a volte ad “appoggiarci ad un preteso trascendente, senza vedere cosa esso significhi realmente per noi, quali radici abbia nella nostra psiche, nei nostri bisogni, nei suoi legami, nelle sue attese”. Questa superficialità porta ad un credo che a detta di Eckhart “lungi dal costituire una
Per spiegare agevolmente questo pensiero, abbiamo preso come filo conduttore della nostra breve indagine un “luogo” classico del cristianesimo, ovvero la antropologia tripartita di San Paolo soma, psyche, pneuma e, in particolare, la opposizione tra psyche e pneuma.
Vediamo brevemente
Soma (Il corpo inteso nel senso di carnalità)
Che la carnalità sia opposta allo spirito e lo spirito opposto alla carnalità, non è necessario spiegarlo. La natura animale è libìdo, mero egoismo, volontà di appropriazione. [...]. La carnalità non è la corporeità originariamente creata come sacramento della divinità, come luogo di incontro e di comunione con Dio ed il fratello ma la sua oggettivazione, il ripiegamento dell’amor proprio, della filautìa su un corpo ridotto così a strumento di possesso ed autopossesso e non di
Nella “carne” non si conosce altro che cupidigia o timore - due facce della stessa medaglia - e le eventuali rappresentazioni di Dio sono meramente idolatriche, nel senso che quella immagine è dipendente e al servizio della stessa volontà appropriativa.
Psyche
Meno consueta invece, più fine ed interessante, è la riflessione sulla psiche, sullo psicologico.
Esso è tutto l’universo di contenuti, di volizioni, di pensieri, che costituiscono l’orizzonte entro cui si muove il soggetto, l’io psicologico, appunto. Tra tali pensieri c’è anche quello di Dio, variamente determinato a seconda delle condizioni del momento, e la religione in generale.
La consapevolezza di vivere in un universo di condizionamento storico, sociale, ambientale, culturale, ecc., è ampiamente diffusa. Tutti comprendono di essere e di pensare, in misura non indagata fino in fondo, secondo le forme culturali del luogo, del tempo, secondo l’educazione ricevuta, ma anche in dipendenza dei rapporti sociali in cui si trovano e dei bisogni e desideri del momento.
La connotazione negativa che psyche ha in San Paolo, e che si mantiene in Eckhart, dipende dal fatto che essa è strettamente legata alla carne (non al corpo che è struttura relazionale aperta al compimento nello Spirito-Amore delle sue virtualità comunionali); anzi, è la stessa carne nel suo emergere ideologico, emozionale, rappresentativo, culturale. La sua logica è sempre quella della forza, della concupiscenza, della autoaf
Occorre pertanto liberarsi del divino come contenuto determinato, corrispondente allo psicologico, frutto dei bisogni personali - il dio del sentimento, prodotto dalla debolezza, dalla paura, dalla attesa, dalla cupidigia e avidità di dominio - perchè appaia il Dio vero.
In questo senso, Eckhart dice la paradossale frase: “Prego Dio che mi liberi da Dio”. Ma, si noti ancora, “prego Dio” egli dice, perchè non si può superare lo psicologico che nella
Così, il Dio che ne deriva, è il Dio sine modis, senza determinazione alcuna: non connotabile dunque sub specie essendi, ma al di là dell’essere.
È il Dio del distacco e della rinuncia a se stessi; il Dio vero che sta oltre le religioni storiche e oltre i bisogni psicologici, il Dio che sfugge sempre al nostro tentativo di impossessarci dell’essere e di metterlo a nostro servizio.
Alcuni maestri dicono che Dio è un essere, un essere dotato di intelletto, che tutto conosce. Ma io dico che Dio non è né un essere né un essere dotato di intelletto e neppure conosce questo o quello, ed è privo di tutte le cose”.
Perciò Eckhart scrive che Dio è un ente solo per i peccatori (Commento alla Genesi), ovvero per coloro che sono legati al tempo e allo spazio, alla fruizione e ai “perché”, e, dunque, in ultima analisi, a quell’impasto di menzogna che è la volontà individualistica, il peccato come “autoaf
“A tale menzogna corrisponde un modo di pensare e di parlare che rende Dio un soggetto agente, il quale fa, non fa, manda, non manda, ecc. - il linguaggio banale e untuoso, veramente insopportabile, della superstizione, religiosa o laica che sia” (Vannini).
L’incarnazione del Verbo, il dirsi e darsi della Parola nel linguaggio umano pur senza esaurirvisi lo apre ad un’ulteriorità simbolica che, se pure già costitutiva il suo statuto di “casa dell’essere”, di apertura rinviante al mistero del mondo, resta tuttavia arrischiata ad una declinazione oggettivante, strumentale o ad una ermeneutica dell’inesauribile o dell’inesorabile (Pareyson) alfine vacua ed estetizzante laddove non sia radicato nel simbolo cristologico e triunitario come sua origine e patria. Tanto un’ingenuo e superstizioso ripiegamento sulla “lettera” univocamente considerata, quanto un orgoglioso superamento apofatico di ogni parola verso il silenzio di un’ineffabilità ai limiti del mutismo sfuggono alla novità che la cristo-logìa imprime al dire Dio.
“Perciò essa affonda nel dolore [...] quando intravede il nulla del suo fondamento, il rimandare senza fine verso la morte, la assenza di verità e di valore che le è alla base - e perciò si affretta ad occultare questa scoperta.
Una delle forme di occultamento è la rappresentazione del divino, che “serve” alla vita: in questo senso la “
Le esigenze “religiose” – premio, merito e soprattutto salvezza – sono frutto della egoistica af
La onestà e verità del distacco, che non vuole cogliere nulla, ma continuamente si spoglia del falso riconoscendolo come determinato, altro dall’Assoluto, elimina ogni preteso sapere di Dio, ma soprattutto permette di riconoscere la radice appropriativa della cosiddetta “ricerca di Dio”, che approda sempre al terreno psicologico, dove la rappresentazione “serve” a qualcosa.
Ma la nobiltà dell’anima è tale che essa può andare oltre la propria volontà personale, ovvero oltre la propria creaturalità, riscoprendo l’identità originaria con Dio, che dunque non è più il Dio-altro in rapporto alla creatura, ma (essenzialmente) l’io stesso che noi siamo” (Vannini), o meglio ancora quell’
Pneuma
Lo spirito è il luogo dei santi, il santo è il luogo dello spirito.
(Basilio di Cesarea, Trattato sullo Spirito, 26 - PG 32,184)
Non abbiamo qui il tempo di spiegare compiutamente l’origine e il significato di “spirito”, nella sua duplice discendenza dal nous greco, da Aristotele a Plotino, e dal biblico ruah (ricordiamo solo che a partire da Filone Alessandrino, è consueto rendere con pneuma quello che era il nous aristotelico). [...]
(Pneuma) indica – in Paolo, in Plotino, in Eckhart – una realtà diversa, superiore a quella della psyche. Indica il terreno della verità e della carità opposto a quello dell’utilitarismo; il terreno della libertà, opposto a quello del condizionamento.
Nel linguaggio paolino e agostiniano, l’uomo spirituale è l’uomo nuovo, mentre l’uomo carnale e psichico è l’uomo vecchio: questo è l’uomo della naturalità animale, quello l’uomo della grazia di Dio.
Più specificamente, troviamo in Eckhart la dottrina del “fondo dell’anima”, ovvero di quella parte dell’anima – la più profonda e la più alta, descritta con molte immagini e metafore - che non è soggetta al determinismo spazio-temporale, che permane identica a se stessa in ogni condizione e situazione (anche nell’in
Scrive Plotino ri
“Là …essi vedono tutto, non nel suo divenire, ma nel suo essere, e vedono se stessi nell’altro. Ciascun essere abbraccia in se stesso tutto il mondo spirituale, e lo contempla di nuovo tutto quanto in ogni altro essere. Perciò tutto è dappertutto. Là ogni cosa è tutto, e tutto è in ogni cosa”. (Enneadi 5, 8)
Desideriamo ora dare evidenza alla [...] singolare logica della mistica, che esclude le due leggi fondamentali della logica naturale, che sono il principio di non contraddizione e quello del terzo escluso [...].
La razionalità decaduta dal suo originario statuto di ragione - di logos intesa come capacità di legare, di re-ligere, di unificare i distinti e di percorrere i nessi che compongono le dif
Scrive Sant’Agostino ne Le Con
Riuscissimo a superare gli interessi contrapposti del mio e del tuo, che tanto spesso portano al rifiuto dell’altro (“ama il prossimo tuo come te stesso”) e le “maschere” caratteriali, culturali e sociali che generano distinzione e negazione, nulla più ci separerebbe, e ci ameremmo come Dio comanda (“amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” cioè spiritualmente). Realizzeremmo allora in breve quella unita nella diversità che, seppure paradossale per la logica comune, è ciò che Dio vuole da noi.
La ragione - logos e non loghismos - [...] permane rigorosamente orientata alla verità, anche quando questa comporta l’annientamento dell’io, proprio perché tale ragione è coestensiva alla
Scrive Meister Eckhart:
“Per l’anima contemplante, là è tutto è uno e uno in tutto.
L’essere mondano porta in sé contraddizione.
Cosa è la contraddizione ? Amore e dolore, bianco e nero, questo ha contraddizione e questo non può sussistere nell’essere.
In questo sta la purezza dell’anima, che essa è purificata da una vita divisa ed entra in una vita unita.
Tutto quel che è diviso nelle cose in
Quando l’anima giunge alla luce della ragione, essa non sa più niente dei contrari. (Rudolf Otto, Mistica orientale, mistica occidentale, a cura di Marco Vannini, Marietti Editore, 1985).
L’idea di Dio
Come dice Berdjaev, “la verità assoluta della rivelazione si rifrange e si assimila variamente secondo l’ organizzazione (cui si fa capo) e il livello spirituale di chi la riceve”.
L’idea di Dio ne dipende.
Tra le tante, alcune significative idee di Dio.
Meister Eckhart:
L’idea che Meister Eckhart ha di Dio la si può desumere agevolmente dalla conclusione cui giunge Marco Vannini commentando l’ antropologia tripartita di san Paolo (Soma, psyche, pneuma). Ci sembra tuttavia il caso di puntualizzare che una buona chiave di lettura, per quanto riportato prima e quanto diremo adesso, si può cogliere nel famoso assioma eckhartiano: ”Tutto ciò che è nell’Uno, è Uno con l’Uno”.
Egli, infatti, nel sermone “Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum coelorum” risale a quando era ancora nella Causa prima, ed af
“Quando ero nella mia Causa prima - egli dice -, non avevo alcun Dio, e là ero causa di me stesso. [...]. Ma quando, per libera decisione uscii e presi il mio essere creato (quindi relativo), allora ebbi un Dio; infatti, prima che le creature fossero, Dio non era Dio, ma era quello che era.
Quando le creature furono e ricevettero il loro essere creato, Dio non era Dio in se stesso, ma era Dio nelle creature, (ossia, l’altra polarità del rapporto Dio-uomo).
Ora diciamo che Dio in quanto è Dio, non è il più alto fine della creatura. Infatti anche la più piccola creatura in Dio ha una altrettanto alta dignità. E se avvenisse che una mosca avesse intelletto, e potesse ricercare per mezzo di esso l’eterno abisso dell’essere divino dal quale è venuta, allora dovremmo dire che Dio, con tutto ciò che è in quanto Dio, non potrebbe dare a questa mosca compimento e soddisfazione. Perciò preghiamo Dio di diventare liberi da Dio, e di concepire e godere eternamente la verità là dove l’angelo più alto e la mosca e l’anima sono uguali; là stavo e volevo quello che ero, ed ero quel che volevo. (Egli, altrove, considera coincidenti l’essere e l’azione del divenire senza fine dal quale occorre affrancarsi).
Cosa invece sono secondo il mio essere nato dovrà morire ed essere annientato, perchè è mortale, e perciò deve corrompersi con il tempo.
E prosegue con espressioni inusitate, certamente non comuni:
· “In quell’essere di Dio, in cui Egli è al di sopra di ogni essere e di ogni dif
· Perciò io sono non nato e, secondo il modo del mio non essere nato, non posso mai morire. Secondo il modo del mio non esser nato, io sono stato in eterno, e sono ora, e rimarrò in eterno.
· Nella mia nascita eterna nacquero tutte le cose, e, se non lo avessi voluto, né io né le cose saremmo; ma se io non fossi, nemmeno Dio sarebbe: io sono causa originaria dell’essere Dio da parte di Dio; se io non fossi, Dio non sarebbe Dio”.
Il sermone si conclude così:
“Quando io fluii da Dio, allora tutte le cose dissero: Dio è.
Ma ciò non può rendermi beato, perchè in questo io mi riconosco come creatura.
Ma nel ritorno, in cui sono libero dal mio volere proprio, e dal volere di Dio, e da tutte le sue opere e da Dio stesso, là io sono al di sopra di tutte le creature, e non sono Dio né creatura, ma piuttosto sono “Quello che ero”, e quello che sarò ora e sempre.
Là ho ricevuto uno slancio, capace di portarmi sopra tutti gli angeli.
In questo slancio ho ricevuto una ricchezza tanto grande, che Dio non può bastarmi, con tutto quello che è in quanto è Dio, e con tutte le sue opere divine; infatti in questo ritorno mi è toccato in sorte essere una sola cosa con Dio.
Allora io sono quello che ero, e non aumento né diminuisco, perchè là sono Causa prima immobile, che muove tutte le cose.
Qui Dio non trova alcun luogo nell’uomo, perchè l’uomo (spogliandosi di ciò che lo fa creatura mortale) conquista con questa povertà (di io, di mio, di creatura) quel che è stato in eterno, e che sempre sarà.
Qui Dio è una cosa sola con lo spirito, e questa è la povertà più vera che si possa trovare.
Chi non comprende questo discorso non affligga per ciò il suo cuore. Perchè l’uomo non può comprendere questo discorso, finchè non diventa uguale a questa verità. Infatti si tratta di una verità senza veli, che giunge dal cuore di Dio, senza mediazione.
Dio ci aiuti a vivere in modo da poterla conoscere in eterno. Amen”.
(Meister Eckhart, Sermoni Tedeschi , a cura di Marco Vannini, Adelphi 1985).
In questo sermone Meister Eckhart, con l’arditezza del linguaggio speculativo che ne contraddistingue un teologare pur sempre radicato nel dato Scritturistico, sottolinea con un vigore quasi senza pari, all’interno della tradizione cristiana occidentale, l’attingimento di quella che per i Padri greci ed orientali è definita la theosis, la divinizzazione per grazia, il “divenire per grazia ciò che Dio è per natura” (Atanasio). Non semplicemente una relazione estraposta tra Creatore e creatura ma, all’interno di questa che ne è per così dire la condizione di possibilità, la realizzazione della filiazione eterna, “l’acquisizione dell’Amore quale sostanza divina” (Pavel Florenskji). Non la partecipazione a “qualche cosa” di Dio, ad una grazia creata, all’operare soprannaturale delle potenze dell’anima ma l’unificazione di ogni potenza dell’anima nel suo fondo e nella trasparenza di tutto l’essere creato trans-figurato nello Spirito santo, divenuto la Vita della vita dell’uomo, il respiro stesso di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio, in un’unione così profonda da non essere semplicemente prodotta dallo Spirito Santo ma da identificarsi con lo Spirito Santo stesso come af
Unità divina e Trinità
Olivier Clément (Alle fonti con i padri, mistici cristiani delle origini, Città nuova Ed.):
“Gregorio Nazianzeno parla della Trinità come moto immobile dell’Uno che non resta chiuso nella sua solitudine, ma neppure si diffonde indefinitamente; perchè Dio è comunione, non diffusione impersonale. La stessa per
Ma quì non c’è affatto opposizione, composizione, come nel gioco dei numeri. Il Terzo, Altro non-Altro, permette il superamento infinito dell’opposizione nella per
Gregorio Nazianzeno
“Quando io parlo di Dio, voi vi dovete sentire immersi in un’unica luce e in tre luci [...]. Lì c’è divisione indivisa, unità con dif
San Massimo il Con
“Anche se la divinità, che è al di là di tutto, è da noi celebrata come Trinità e come Unità, non è né il tre né l’uno che noi conosciamo come numeri”. (Sui nomi divini, 13 (PG 4, 412).
Olivier Clèment
“L’essenza divina non esiste altrimenti che nelle Persone.
La fonte della divinità, il principio unico del Figlio e dello Spirito, è il Padre.
La Chiesa dell’antichità non parlava affatto di “Dio” nel quale poi si distinguessero le Persone.
Parlava del Padre, perchè “il nome del Padre è superiore allo stesso nome di Dio”.
L’
L’antinomia apofatica è anche antinomia tra il Padre origine-abissale e il Padre abbà, “papà”.
Dionigi l’Areopagita
“Il Padre è nel seno della divinità l’elemento generatore, Gesù e lo Spirito sono in certo modo i divini germogli della divinità
(Nomi divini, II, 7-8 (PG 3 645).
“Se accade che, vedendo Dio, si capisca ciò che si vede, significa che non si è visto Dio [...] Perchè in sé egli supera ogni intelligenza. Egli esiste in modo sopraessenziale ed è conosciuto al di là di ogni intellezione solo in quanto è totalmente sconosciuto e non esiste affatto. Ed è codesta non conoscenza, presa nel miglior senso della parola, a costituire la vera conoscenza di colui che supera ogni conoscenza”. (Ambigua PG 3, 1065).
“Noi dunque diciamo che la Causa universale, posta al di là dell’uni- verso, non è né materia [...] né corpo, non ha né figura né forma, né qualità né massa, che non è in alcun luogo, che sfugge ad ogni presa dei sensi [...]. Diciamo che questa Causa non è né anima né intelligenza, [...] che non si può esprimerla né concepirla, che non ha né numero né ordine, né grandezza, né piccolezza, né uguaglianza, né disuguaglianza [...]; che non è né tenebre né luce, né errore né verità; che non se ne può af
(Teologia mistica, IV e V (PG 3, 1047-1048).
“Il mistero che è al di là di Dio stesso
l’Ineffabile,
colui che da tutto è nominato
l’af
la negazione totale
l’al di là di ogni af
(Nomi divini, II, (PG 3, 641).
“Dobbiamo ora celebrare quella perpetua Vita da cui procede ogni vita e per mezzo della quale ogni vivente, secondo la propria capacità, riceve la vita [...].
Sia che tu parli della vita spirituale, razionale o sensibile, di quella che nutre e fa crescere, o di qualsiasi altra vita che possa dirsi, essa vive e vivifica grazie alla Vita che trascende ogni vita [...]. Infatti è troppo poco dire che codesta Vita è vivente. Essa è principio di vita, sorgente unica di vita. Essa per
Datrice di vita e più che vita, merita di essere celebrata con tutti i nomi che gli uomini possono attribuire a codesta Vita indicibile”.
(Nomi divini, VI, I e 3 (PG) 3, 856-857)
Olivier Clément: (breve commento ai brani di Dionigi l’Areopagita sopra riportati)
“Codesta simultanea negazione dell’af
Dio trascende la sua trascendenza non per perdersi in un astratto nulla, ma per
Il simultaneo superamento dell’af
Egli non è l’Essere, ma contiene l’Essere e con i suoi atti lo comunica. (Alle Fonti con i Padri, citato.).
(*) ANTINOMIA: Compresenza in un ragionamento, di due soluzioni reciprocamente esclusive e contraddittorie, entrambe ugualmente dimostrabili. Dal gr. antinomia, comp. di antii=contro e nòmos=legge.
San Massimo il Con
“Dio è Spirito, perchè lo spirare del vento è partecipato a tutti attraverso tutto, niente lo rinchiude, niente lo imprigiona”.
Giovanni Climaco
“Dio è Amore. Chi volesse definirlo sarebbe come un cieco che vuole contare i granelli della sabbia del mare”.
(Scala del Paradiso, 30° gradino, 2 (6), p. 167).
Gregorio Nazianzeno
“O tu, l’al di là di tutto,
come chiamarti con un altro nome?
Quale inno si può cantare di te?
Nessun nome ti esprime.
Nessuna intelligenza ti concepisce.
Tu solo sei infallibile;
tutto ciò che si pensa, da te è uscito.
Tutti gli esseri ti celebrano,
i parlanti e i muti.
Tutti gli esseri ti rendono onore
i pensanti e i non pensanti.
L’universale brama, il gemito di tutti
verso te si protende. Tutto ciò che esiste ti prega
e verso di te ogni essere che sa leggere l’universo
eleva un inno di silenzio.
Tutto in te solo dimora
e in te, con unico slancio, tutto approda.
Il fine di tutti gli esseri tu sei.
Unico tu sei.
Sei ciascuno e non sei alcuno..
Non sei un essere, non sei il loro insieme,
hai tutti i nomi: come ti chiamerò,
Te, il solo cui non si può dare un nome .
[...]Abbi pietà, o tu, l’al di là di tutto:
Come chiamarti con un altro nome ? (Poemi dogmatici, (PG 37, 507-508)
Dobbiamo proprio prenderne atto: l’uomo, qualunque sia il suo grado di sviluppo, ha ben presente Dio nella sua vita !
Mentre non stupisce che Dio riempia la vita dell’uomo spirituale, fa un certo ef
Rivelazione di Dio, idea di Dio e storia della salvezza
(DIO: lat. Deus, gr. Theos, ebr. El, Eloim e Jahweh)
Nella testimonianza dell’Antico Testamento Dio si rivela come colui che non è limitato da alcun confine (Is. 6; I Re 8, 27), l’Incomparabile in senso assoluto (Sal. 139, 7 -12), il radicalmente Vivo (Sal. 90), con potere assoluto nell’essere (Es. 3,13 s). La sua onnipotenza non si mani
Dio è per essenza invisibile (Rom. 1, 20; Giov. 1, 18; 6, 46), conosciuto solo dal Figlio (Giov. 1, 18 s), ma comunicandosi al Figlio, e da questo ai fratelli, è conosciuto come amore (1 Giov. 4, 16 s), mentre è diventato visibile in Gesù, sua immagine
In una conoscenza ontologica analogica la filosofia e teologia cristiana lo vede come l’Essere assolutamente santo, supremo, trascendente il mondo, personale, incondizionatamente necessario, incausato, esistente di per se stesso e perciò eterno e infinitamente per
(Karl Rahner, Dizionario di teologia, TEA - Dizionari Utet, 1998).
Storia della Parola, economia (razionale gestione) della rivelazione
“Il Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi nei pro
Il solenne prologo della Lettera agli Ebrei, evidenziando l’unità della storia della rivelazione fondata nell’unicità dell’iniziativa divina in essa, presenta i tempi della Parola fino al loro compimento escatologico nell’evento dell’incarnazione del Verbo, e indica in questo evento il luogo dove è possibile percepire in tutta la sua densità la forma della Parola, le strutture e le caratteristiche fondamentali, cioè, dell’atto dell’autocomunicazione del Dio vivente, venutosi a compiere nel tempo attraverso la mediazione delle parole e degli eventi, intimamente connessi, che costituiscono la rivelazione come Parola di Dio.
I tempi della parola: l’Antico Patto
Il Dio, che aveva parlato anticamente ai padri molte volte e in molti modi nei pro
L’Antico Testamento non ha un termine unico che renda l’idea di rivelazione : la comunicazione divina, tuttavia, è espressa in maniera privilegiata con la formula “parola del Signore”, che non solo è molto frequente, ma è anche significativa e caratterizzante per l’esperienza che Israele fa del suo Dio.
Se altre religioni e culture hanno ricercato ed esaltato la “visione” del divino, il popolo eletto è stato educato a dare il rilievo più grande - anche se non esclusivo - all’ “ascolto, al punto che nelle stesse “teofanie” la mani
Attraverso la parola si compiono tutti i grandi inizi della storia della salvezza: così la vocazione di Abramo : “Il Signore disse ad Abramo...” (Gen. 12,11): così quella di Mosè: “Dio lo chiamò dal roveto e disse: Mosè, Mosè !” (Es. 3, 4); Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “
Mosè converserà con Dio come con un amico (cfr. Es 33, 21- 23): l’intimità espressa dalla parola e non la visione è alla base dell’esperienza che fa di lui il pro
Tutta la storia del pro
Le clausole fondamentali del patto fra Dio e il suo popolo sono raccolte nelle “dieci parole”, i comandamenti (Es. 34, 28), le “parole dell’alleanza”, in cui si mani
Veramente “il popolo di Dio, nel quale Gesù è nato e del quale è come il fiore supremo e il frutto che sorpassa la promessa dei fiori, è il popolo della Parola”. E come tale ha riletto nella sua
Che idea veicola (porta con sé) il termine dabar (parola) nell’uso che ne fa l’Antico Testamento?
Anche da un semplice approccio ai testi risulta il duplice carattere della comunicazione che il dabar stabilisce: è la parola carica di significato, ricca di un contenuto noetico (*); ed è parola che opera, che fa quel che dice, evocando e provocando la vita, incidendo sulla trasformazione del cuore e sugli eventi della storia.
Il carattere “
“Tale è la parola di Javeh, nello stesso tempo noetica e dinamica: discorso del Dio di verità e atto salvatore del Dio vivente; annuncio e attuazione di salvezza; luce e potenza.
Da una parte la parola di Dio crea il mondo, impone la legge, suscita la storia;
dall’altra essa mani
La parola di Dio opera infallibilmente ciò che dice. Dio la manda come un messaggero vivente e veglia su di essa per realizzarla. La parola di Dio rimane sempre,
(cfr. H. Fries, Teologia fondamentale, Brescia 1987, 245 ss.).
Col suo valore noetico,
Con la sua forza performativa, dinamica, la parola realizza i disegni dell’Eterno:
-“Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla
(*) NOETICO: (dal gr. nòesis = comprensione , intuizione): nella filosofia antica indica l’attività propria dell’intelletto e quindi si ri
È per questa ricchezza e densità della parola che l’esperienza della sua essenza ne provocherà il desiderio struggente: “Ecco verranno giorni - dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno” (Amos 8, 11 s).
Ed è in forza di questa stessa densità che si comprende quanto sia stretta la connessione fra le parole e gli eventi nell’economia della rivelazione: la parola non solo interpreta l’evento, ma anche semplicemente “si dice” attraverso l’evento.
Così, se da una parte tutte le tappe decisive della storia di Israele sono introdotte dalla parola, dall’altra la
L’idea di rivelazione, trasmessa mediante il rilievo dato alla “parola di Dio” nell’Antico Testamento, può essere determinata attraverso il triplice aspetto, proprio dell’esperienza umana dell’autocomunicazione divina nella parola:
· l’iniziativa del Signore;
· la risposta umana;
· l’effe tto della parola sulla vita e sulla storia degli uomini.
È l’idea della rivelazione come autocomunicazione di Dio mediante la parola storica, che viene accolta o rifiutata, ma opera comunque ciò che dice e per cui è stata mandata.
[...] L’iniziativa del Dio che parla esige l’attitudine di attenzione e di apertura da parte dell’uomo, il suo esodo da sé senza ritorno, la sua disponibilità a uscire da se stesso e a lasciarsi guidare verso l’ignoto: -solo così la rivelazione realizza il suo carattere di comunicazione interpersonale, di evento dialogico che congiunge la profondità dell’avvento divino al cuore dell’uomo, cui il Signore si rivela. È grazie all’ascolto che diviene possibile la risposta al Dio che parla, e cioè la “ripetizione” della Sua parola, lo stupore del riconoscimento dell’evento di rivelazione, che porta a pro
“La vera risposta al dabar di Dio è ripetere questo dabar, essere il portavoce di Dio. Prolungare, dunque, il dialogo con un dialogo esterno. Mettere alla prova il senso del dabar introducendolo nel mondo. La pro
(A.Neher, L’essenza del pro
( Brani tratti del cap. 9 di Teologia della storia di Bruno Forte, Edizioni Paoline 1991. L’Autore è ordinario di teologia dogmatica nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale. Molte delle sue opere sono apparse finora in sei lingue ).
Tra gli autori che con più vigore hanno evidenziato ed approfondito il carettere teandrico, divino-umano della Rivelazione, figura il filosofo religioso russo Nicolaj Berdjaev le cui opere, recentemente riscoperte in tutto il loro spessore speculativo, sono percorse dalla sensibilità della tradizione orientale cristiana e dall’idea cardine della divinoumanità e della divinizzazione dell’uomo e del cosmo in Cristo, nello Spirito Santo, attraverso il percorso ed il dramma della sinergia tra libertà umana e divina. L’umanizzazione di Dio in Cristo ha inaugurato l’orizzonte della divinizzazione dell’uomo nello Spirito, ha liberato la libertà umana implosa su se stessa in una sterile anarchia rivelandone ad un tempo la destinazione ultima ed i tragici arrischi
Rivelazione
“La Rivelazione avviene nell’ambiente dell’uomo, si produce attraverso l’uomo, cioè dipende dalla condizione umana.
In questo processo l’uomo non si mostra mai totalmente passivo.
La sua attività nella s
La rivelazione presuppone la mia libertà, il mio atto di scelta, la mia
La trascendenza della Parola divina è per Berdjaev indiscutibile, ma resta il problema della sua recezione e di quanto d’umano, della sua umanità peggiore, in questa recezione l’uomo vi mescoli.
Indiscutibile è la storia della Rivelazione, ma resta il problema del suo irrigidimento in forme storiche che si danno come esaurienti invece di essere assunte nella loro infinita apertura all’Altro che in esse si annuncia, e mai si esaurisce”[...]
“La critica (che si può fare) alla Rivelazione è (dunque) critica alle rappresentazioni antropomorfiche, cosmomorfiche e sociomorfiche della divinità, alle rappresentazioni cioè che vorrebbero portare Dio nel mondo dell’obiettivazione facendone un elemento di esso.[...]
Non possono essere prese come rivelative dell’eterno rappresentazioni che nate nel tempo in nessun modo lo trascendono.
Ancora non possono essere prese come rivelative della divinità rappresentazioni che sono espressive di quanto nell’uomo vi è di inumano, come sadismo, spirito di vendetta, ecc.; assurdo infatti sarebbe attribuire a Dio ciò che neppure si può attribuire all’idealità umana, all’umanità quale si trova congiunta nella divinità del Cristo.
In un suo capitolo sull’ateismo Berdjaev giunge addirittura a riconoscere l’ateismo come reazione a queste rappresentazioni umane troppo umane di Dio” (Brano tratto dalla presentazione di Giuseppe Riconda a: Verità e Rivelazione di Nokolaj Berdjaev, Rosenberg & Sellier, 1996)
Potremmo dire che la Rivelazione non cancella la densità delle parole e dei linguaggi umani ma si eventua in essi, tra le fibre delle esperienze profonde di senso dell’uomo, all’interno di tutta la gamma delle sue percezioni, intuizioni, sogni riflessioni, invocazioni, domande, suppliche (s)comparendo in essi “come orizzonte trascendentale e condizione del nostro conoscere, attendere e simboleggiare; un orizzonte che fa sì che tutto possa apparire come metafora e trapasso precario tra res e parola, essere e significato, soffrire e risorgere, come epi
Libertà
“Per Berdjaev la libertà è quanto v’è di più originario, essa è “anteriore all’essere” e si deve parlare di un “primato della libertà sull’essere” obiettivato, mentre resta aperta la via ad una af
Chiara è tuttavia la direzione del suo pensiero, il quale insistendo sul fatto che Dio esige dall’uomo un amore libero, che l’atto creativo umano come risposta all’appello divino passa attraverso la libertà, mette in luce la tragicità di una situazione che riguarda tanto l’uomo che Dio: l’uomo che è continuamente in bilico fra la realizzazione dell’immagine divina che porta con sé e la sua negazione, il suo offuscamento, e che nei confronti di Dio si trova in un rapporto che in ogni momento deve essere con
Dio come amore inesauribile, che si espone al rifiuto umano, ponendo all’uomo al di là di ogni sviamento un’esigenza di conversione e rinascita. Penso che questo voglia dire Berdjaev quando af
Obiettivazione
“[…] Lo stato dell’uomo dopo la caduta si esprime nel fatto che il Sole che l’illumina interiormente si è staccato da lui per muoversi nella s
L’uomo avrebbe dovuto essere il Sole dell’Universo, splendente di luce, ma sono tenebre quelle che egli diffonde sull’estensione intera di una vita cosmica che ha cessato di sottometterglisi.
Oggi l’Adamo decaduto può ben ricevere luce e calore da un sole che gli è ormai esteriore, nonostante tutto egli si dibatte nelle tenebre e nel freddo.
Tutto ciò significa propriamente l’obiettivazione della vita spirituale.
L’obiettivazione appare quì in tutta la sua portata come qualcosa di denso ed oscuro che nella sua viscosità implica il concetto di peccato.
[...] Si tratta di uno stato reale, che fa sentire i suoi ef
Alcune considerazioni:
“Dio e il divino si rivelano in Spirito e Verità.
Lo Spirito è nell’uomo Verità, Senso e Luce. Ma nell’uomo allo stesso modo lo Spirito può subire una menomazione un deprezzamento nel corso del processo raggelante e deprezzante dell’obiettivazione.
La
Non si deve pensare l’epoca dello Spirito come legata ad un tempo, ad un ordine cronologico: gli uomini non procedono in accordo e non recepiscono la rivelazione di Dio nello stesso tempo allo stesso modo.
“Creature dello Spirito sono esistite in tutti i tempi; in tutti i tempi si sono trovati dei precursori e dei pionieri dell’epoca dello Spirito, uomini animati da un soffio pro
Sempre ci furono dei saggi per riceverne la luce e anche ne apparvero nel mondo pre - cristiano.
Sempre sono esistiti mistici di portata eccezionale.[...]
Questo non vuol dire affatto che dobbiamo ammettere, seguendo gli gnostici dell’antichità, l’esistenza di due specie, di due razze umane distinte: quella degli pneumatici e quella degli psichici predestinate entrambe a restare nei propri limiti. Questo stato di cose sarebbe in flagrante contraddizione con l’universalità della rivelazione e la libertà dell’uomo.
L’umanità intera è in cammino, liberamente, e ogni essere umano ha un suo procedere, un suo passo.
La rivelazione di Dio, una e indivisa, viene colta dall’ “occhio intellettivo” dell’uomo nella misura in cui questo è capace di “vedere” le cose dello spirito.
Non si può pertanto af
Si può fare lo stesso discorso per la comprensione del senso della Scrittura. Af
È sempre l’uomo a dare senso alle cose, e lo fa con i talenti di cui dispone. Così, è ragionevole pensare che l’uomo abbia avuto in ogni tempo la sua idea di Dio e la sua divina rivelazione in base ad una sorta di autoregolazione spontanea dipendente dalla sua capacità di recepirla: la rivelazione, in quanto atto divino, è unica e copre ogni tempo. E’ inoltre fondamentale che l’interpretazione della Scrittura non sia affidata alla soggettività emotiva o agli psicologismi vari ma all’azione ed al discernimento dello Spirito in noi che riconosce ed interpreta se stesso attaverso la lettera e la lettura del dato Scritturistico, in una sinergia in cui la Parola che riposa al fondo e come fondamento stesso del nostro essere è, nello Spirito, evocata dalla Parola della Scrittura che ci interpella e ri-chiama a noi stessi, alla nostra identità più profonda di “avverbi nel Verbo” (Eckhart), di parole viventi e di viventi commenti del Vangelo per le strade del tempo, tra i fratelli.
Scrive al riguardo Nicola Berdjaev:
”Laddove il divino si mani
Ora, il divino si mani
L’intera diversità della vita religiosa dell’umanità non è che un’ascesa continua verso l’unica rivelazione cristiana.
E quando gli specialisti della storia scientifica delle religioni si sforzano di dimostrare che il cristianesimo non è originale, che le religioni pagane conoscevano già il dio sof
La rivelazione cristiana è universale e tutto ciò che è analogo nelle altre religioni è soltanto una parte della sua rivelazione.
Il cristianesimo non è una religione dello stesso ordine delle altre; è, come ha detto Schleiermacher, la religione delle religioni.
Che importa se nel cristianesimo, riguardato in ciò che ha di diverso, non c’è nulla di originale al di fuori della venuta del Cristo e della sua persona? In questa particolarità originale si realizza appunto la speranza di tutte le religioni.
Le rivelazioni anteriori sono solo un’anticipazione, un presenti- mento della rivelazione cristiana. E il cristianesimo è apparso nel mondo appunto come la realizzazione di tutti i presentimenti e di tutte le prefigurazioni.
La distinzione stabilita fra le religioni della natura e dello spirito è profonda e anche giusta. Queste religioni appartengono a dif
(Nicola Berdjaev, Spirito e libertà, cap. III, Edizioni di Comunità, 1947).
La rivelazione cristiana non annulla ma invera profondamente le intuizioni, i barlumi e la scintille che di essa le tradizioni religiose hanno colto ed accolto. Liberate dalla giustapposizione reciproca tali intuizioni trovano spazio e composizione all’interno dell’abbraccio triunitario esteso in Cristo, nell’amore dello Spirito ad ogni creatura. Nell’abisso della triunità si unificano oltre ogni confusione o separazione tanto le mistiche dell’immanenza quanto quelle della trascendenza, tanto la vertiginosa ricerca dell’Uno senza secondo quanto la straziante tensione e relazione all’ineludibile A/altro, nell’esperienza integrale di una comunione con il Dio che è contemporaneamente al di là di tutto – ed è l’abisso paterno, il pelagus infinitae substantiae – attraverso tutto – ed è il Figlio-Verbo in cui è accolto e raccolto il progetto creativo e divinizzante dell’umanità e del cosmo che Egli struttura e in-forma di Sé – ed in tutto – ed è lo Spirito Santo, il Dio interiore, il respiro di Dio nel mio respiro che tutto conduce a compimento, che fa gravitare ogni intuizione di bellezza di bontà e di senso all’interno del Regno che in Lui emerge e si compie. In Cristo si trovano riconciliate e liberate dalla giustapposizione e dall’inimicizia le più sublimi intuizioni sull’umanità e sulla divinità, non più concorrenti ma reciprocamente inabitantisi nella divinoumanità, nel divinoumanesimo lontano tanto dal dramma e dai drammi dell’umanesimo ateo (De Lubac) dalla deriva ideologizzante e violenta quanto da un teismo superstizioso, entificato, mortificante e non liberante le virtualità spirituali di comunione e di pienezza deposte nell’umanità “ad immagine”.
Da quanto detto finora, “appare chiaro che l’uomo del progetto divino è un uomo spirituale e che il progetto di Dio si può attuare soltanto con l’avvento dell’uomo spirituale, dell’uomo nuovo, dell’uomo divino-umano. Il Creatore ha soffiato il principio spirituale nelle narici dell’uomo e questo principio spirituale non è affatto una realtà simile a quelle che appartengono al mondo naturale. Il Padre Sergej Bulgakov - dice Berdjaev - che era sempre preoccupato di mantenersi nei limiti dell’ortodossia, dichiara che l’uomo è Spirito, anche se non solamente spirito, il che significa che nell’uomo la persona è di origine divina. Vladimir Solov’ev pensava la stessa cosa. L’uomo trascendentale è in perpetua creazione nell’eternità, o, per esprimermi meglio, è in Dio, dimora in Dio da tutta l’eternità. È l’uomo celeste, ma non l’uomo dell’Eden, nel quale la coscienza non si era ancora risvegliata. L’uomo è l’idea, il disegno di Dio [...] La realizzazione della persona è proprio la realizzazione nell’uomo del suo essere spirituale; e questa realizzazione significa lo svolgersi in lui di un processo teandrico (divino-umano)”. [...] (Verità e Rivelazione, già citato)
Accenniamo ora al rapporto del Dio di Israele col suo popolo.
La storia della rivelazione e della salvezza ha il suo centro nell’esodo dall’Egitto e nell’alleanza del popolo eletto d’Israele con Dio, sul Sinai, sotto la guida di Mosè, patto che designa il rapporto tutto particolare di Israele, con Jahveh, frutto di benevola elezione da parte di un Dio che s’impegna come partner di tutto Israele, e si ha il vero patto, con la legge, e soprattutto con il decalogo: (Es. 20, 34).
Ma una ricerca attenta sulla storia della salvezza nell’Antico Testamento ci dice che questo patto viene descritto come conseguenza di patti singoli (con singoli), anteriormente a Mosè: con Noè (Gen. 9, 8-17) si ha già un “patto perpetuo”; con Abramo (Gen. 15, 9-12; 17 s), al quale si connette la circoncisione. Con
Altri resoconti vanno intesi piuttosto come con
Puntualizzazioni
Come già detto (pag. 22), “ La rivelazione avviene nell’ambiente dell’uomo, si produce attraverso l’uomo, cioè dipende dalla condizione umana. In questo processo l’uomo non si mostra mai totalmente passivo. La sua attività nella s
La sua assimilazione richiede riflessione.
Essa, pur non essendo una verità di ordine intellettuale, implica tuttavia l’attività intellettuale dell’uomo.
È impossibile concepire, una volta preso il partito di ragionare, la rivelazione come un fatto che l’uomo accetta automaticamente in virtù di uno speciale atto divino.
La rivelazione presuppone un previo consenso dell’uomo, consenso che si estende del resto alla creazione stessa.
I protestanti ortodossi sostengono che la Parola di Dio contiene una risposta a tutto. Ma resta nondimeno il problema del criterio che consente di separare quel che ha veramente detto Dio e quel che è stato aggiunto dall’uomo.
Il fatto che gli uomini abbiano sempre cercato di esporre e spiegare la rivelazione e che la Chiesa abbia al contempo subìto un processo d’evoluzione parallelo al suo tradizionalismo, significa che la rivelazione fu e resta sempre soggetta al giudizio della ragione e della coscienza, ma di una ragione e di una coscienza illuminate dalla rivelazione dall’interno, al giudizio cioè di una umanità che essa illumina spiritualmente.
E ci sono molte altre cose soggette a questo tribunale:
-il concetto delle pene eterne dell’in
Certe accezioni e certe esegesi della rivelazione urtano incessantemente non solo la nostra coscienza filosofica e scientifica, ma anche il nostro senso morale; la nostra umanità nel senso etico e emotivo del termine.
Ora, per noi, non si tratta di correggere la rivelazione e aggiungervi un elemento di saggezza umana, il che ci sembra una questione assolutamente oziosa. Il vero problema è che nella rivelazione storica noi incontriamo qualcosa di molto umano, di troppo umano e pertanto totalmente estraneo al divino. In quel che gli ortodossi di tutte le con
Possiamo parlare di esoterismo ed essoterismo del cristianesimo senza dare a questa relazione delle sfumature specificamente teosofiche ed occultiste.
È impossibile negare che nella comprensione della cristianità vi sono dif
Il Cristianesimo della classe intellettuale dell’umanità è lo stesso di quello degli strati
Le forme
Ma si sente in esse la religione socializzata, la persistenza dello stadio primitivo della socializzazione che precedette l’apparizione dell’esperienza religiosa individuale e del dramma religioso individuale.
Questa è una forma di obiettivazione molto più arcaica e primitiva di quella che troviamo nei sistemi teologici e nella coscienza ecclesiastica più evoluta. La difficoltà del problema sta in questo: in che modo si può sfuggire a queste due forme di obiettivazione, in che modo si può raggiungere uno stato di purificazione che si situi ad un livello superiore a queste forme, nelle quali la rivelazione religiosa riveste un carattere sociologico e pretende di avere una validità universale per questo stesso fatto ?
L’esperienza ci suggerisce che siamo in presenza di una razionalizzazione e una razionalizzazione del concetto di Dio.
La difficoltà e l’aspetto veramente doloroso della questione di cui ci occupiamo sta nel fatto che Dio, per rivelarsi all’uomo, deve umanizzarsi: ma questa umanizzazione è ambivalente, positiva e negativa allo stesso tempo:
- Dio può essere compreso come persona antropomorfica;
- Dio può essere compreso sotto le specie della verità che si eleva al di sopra di tutto ciò che è umano e di tutte le limitazioni che nascono dal mondo delle creature.
Queste le conseguenze:
a) Una concezione della divinità puramente apofatica, come Assoluto astratto, porta alla negazione di ogni possibile rapporto vivo tra Dio e l’uomo. Si verifica allora una confusione: l’assimilazione di Dio al concetto logico della divinità, da Gott a Gottheit per usare i termini di Eckhart. C’è una Verità della teologia apofatica suprema e purificatrice.
b) Questa Verità possiede un’altra faccia, un’altra fonte della verità teologica, a cui si riaggancia l’esperienza della comunione con Dio e la divino-umanità. Questa è la verità della pura umanità di Dio.
La concezione di un Dio autosufficiente, di un Dio atto puro, potente, autocratico è in
L’idea di un Assoluto in sé è un concetto gelido.
In realtà il processo che abbiamo sopra descritto dovrebbe essere duplice: da una parte dovrebbe esserci un cammino di purificazione che liberi l’idea di Dio da un erroneo antropomorfismo che lo presenta con i tratti di un essere of
Ancora una volta la coincidenza in Cristo, nella simultaneità e trasparenza dello Spirito-Amore, dell’umanizzazione di Dio e della divinizzazione dell’uomo che crescono in maniera proporzionale e non contraria. In Lui, nella sua morte e resurrezione, coincidono l’apofatismo più radicale - la trascendenza della stessa trascendenza, di un’ “assolutezza” di Dio inteso come semplice negazione di ogni traccia creaturale, un’unità monistica e immota ancora tutta negata da ciò che pretenderebbe a sua volta di negare – e la vicinanza più intima, la com-passione del dramma della libertà deviata dell’uomo, la condivisione reale degli in
Nella bellezza sfigurata e trans-figurata dell’umanità di Dio e della divinizzazione dell’umano, nel volto di Cristo si mani
“L’umanità in questa concezione è in realtà d’essenza divina [...]
Dio è mistero e libertà.
Egli è amore e umanità.
Ma non è né potenza, né potere, né dominio; non è né giudice né castigo, ecc. In altre parole è completamente sprovvisto di questi attributi umanizzati, sociomorfici.
Dio agisce non con la forza e il dominio ma in modo affatto umano. La rivelazione è umana non foss’altro che perchè dipende dalla
Dio si eleva assolutamente al di sopra dell’obiettivazione, non è in alcun senso un oggetto o un essere oggettivo.
Il carattere contraddittorio e il paradosso delle relazioni tra il divino e l’umano si eliminano solo nel Mistero Divino che parole umane non possono né definire né esprimere.
Ma l’effusione della luce divina è sempre limitata dallo stato dell’uomo e della massa del popolo, dai limiti della coscienza umana, dal momento e dalle condizioni storiche e geografiche” (op.cit), in una sinergia tra libertà divina ed accoglienza umana. “Essendo Dio stesso libertà e libertà in sé, il suo proporsi in quanto verità nella libertà non può che essere accolto come verità nel momento in cui la libertà che lo accoglie si affida alla verità stessa che incontra” (Piero Coda).
Ma, ci si potrebbe chiedere, il dramma della libertà è arrischiato anche ad un libero rifiutarsi dell’uomo alla rivelazione? Potremmo rispondere che l’azione libera di Dio può essere rifiutata, ma non liberamente: l’uomo esercita libertà soltanto accettando la Verità di Dio che lo fa libero.
“L’uomo è spirito - af
Ha infatti due nature, una psicofisica ed una spirituale., entrambe portate alla libertà. Sant’Agostino, seppure indirettamente, con
- libertas minor e libertas maior.
-la libertà minore, quella del primo Adamo;
-la libertà maggiore, quella del secondo Adamo, cioè in Cristo, della quale si dice nel Vangelo: “Conoscete la Verità, e la Verità vi farà liberi”.
La libertà minore, detta anche libertà iniziale, si ha nella verità e nel bene, ovvero scaturisce dal conseguimento di ciò che è bene e vero.
Quando questa libertà non è più orientata verso la Verità, degenera in anarchia, nella sottomissione dell’uomo agli elementi in
La libertà maggiore, libertà ultima, è la libertà in Dio, la libertà nel bene senza perchè, libertà della ragione.
Quando diciamo che l’uomo deve liberarsi dagli elementi in
Tuttavia, se questa libertà non rimane orientata verso la Verità, conduce alla costrizione nella verità e nel bene, alla virtù imposta, ove la libertà dello spirito è annientata per sempre.
La Verità fa l’uomo libero, ma l’uomo deve accettare liberamente la Verità; deve accettare liberamente Cristo o rassegnarsi a vivere fuori dalla Verità, schiavo di se stesso e del mondo.
La storia (secondo la letteratura classica e secondo la pro
Oggi si fa un gran parlare dell’acquisizione del senso della storia come una conquista del mondo moderno nei confronti dell’epoca classica.
I classici, per la civiltà che essi posseggono, possono ritenersi modelli per
Non possono invece essere considerati modelli da imitare per ciò che riguarda il senso della storia, perchè la letteratura classica non ha il senso della storia, non conosce la ragione di un tempo irreversibile, di un tempo che è continuo cammino in avanti. Per loro, il tempo è un continuo ritorno. Pur essendo più grandi, i classici religiosamente sono ancora dei bambini: appartengono infatti ad un’economia cosmica che non conosce l’intervento di un Dio nel mondo.
La storia è possibile solo là dove da un’economia cosmica, in cui tutto è concluso nella natura, si passa ad un’economia pro
Tucidide (Storico ateniese 460-396 a.c.) scriveva perchè gli uomini, domani, in condizioni che si sarebbero ripetute, sapessero come comportarsi: quello che è avvenuto, avverrà. La storia per Tucidide aveva un solo insegnamento da dare, l’insegnamento di un’esperienza che ti deve servire perchè tu passerai ugualmente per gli stessi avvenimenti per i quali altri sono passati.
Non così vede la storia Israele, ma come cammino che va verso Dio, come continuo superamento nel tempo. Per questo, col cristianesimo che si fonda sull’incontro con Dio, la storia intesa classicamente dovrebbe essere consumata, non dovrebbe esistere più.
Ci si potrebbe domandare se anche nel Nuovo Testamento la pro
Il cristianesimo si fonda sull’incontro con Dio, non sulla preparazione all’incontro con Dio, fatta di un lento svolgimento, di un lungo cammino. Se la Parola ha una sua funzione anche nel Nuovo Testamento, il carattere pro
E la rivelazione non crea un lungo svolgimento di storia, ma crea la fine della storia, la fine di un cammino, l’incontro con la morale della favola che conclude ogni storia, come ben sanno i bambini.
In realtà, colui che realizza la sua
Il cristiano più che a compiere un cammino, è chiamato a precipitare nell’abisso divino in ogni istante, perchè in ogni istante l’uomo che ascolta la divina Parola si trova di fronte a Dio. E oltre Dio non vi è cammino per l’uomo : Dio e l’uomo si sono incontrati e non ci dovrebbe essere altro cammino da fare.
E invece noi vediamo che l’economia cristiana importa la coesistenza di questa fine con la coesistenza di un tempo che procede ancora.
Siamo ancora in un tempo pro
(La Parola pro
Una rivelazione malintesa carica il divino di umano, a volte del peggior umano e ci dà di dio un’idea tanto lontana da Dio quanto la terra lo è dalla luna.
Non siamo ancora capaci della sua purezza, ed essa, senza una esplicita rinuncia all’io e alle sue ristrette capacità intellettive, non può restaurare i nostri cuori.
Si può quindi dire che il mondo perdura perchè l’uomo abbia modo di aprirsi a quella rivelazione che, se accolta nel giusto modo, ne determinerà la fine.
Dice un proverbio cinese: “I buoi sono lenti, ma la terra non ha fretta”).
Di per sé la pro
Gli uomini non lo sanno, ma sono condotti a questa meta da una sapienza che si serve di loro anche contro di loro, se necessario, per compiere un’opera stabilita fin dall’eternità.
(Divo Barsotti, Meditazione sull’Apocalisse, Queriniana Ed. 1971)
Dice bonariamente Hans Urs von Balthasar:
-“Siamo stati concepiti come esseri a cui è consentito di volere volontariamente ciò che involontariamente dobbiamo volere”.
In breve, la storia della salvezza si potrebbe riassumere così: Dio ci sospinge inarrestabilmente verso il superamento di noi stessi, verso il distacco completo dalle cose del mondo, per riportare a somiglianza la sua immagine, ora distorta, celata in ciascuno di noi.
Accoglienza dell’avvento
“L’apertura alla misteriosità dell’essere costituisce la disponibilità radicale della creatura ad accogliere l’avvento della Parola: l’ineli-minabile esperienza della finitudine, che trova nel misterium mortis la sua cifra più drammatica, è il pungolo continuo dato all’uomo per confrontarsi con la limitatezza del suo orizzonte, con la caducità del suo esistere. [...]
L’esperienza del quotidiano morire, dell’inesorabile ac-cadere degli eventi, fa avvertire la dif
È sulla via di questa “destinazione” che è possibile riconoscere un “essere implicito” di Dio nel creato, un originario esser-fatto-per-Lui della creatura razionale, che non dà pace al cuore dell’uomo: “Hai fatto il nostro cuore per Te, ed è inquieto il nostro cuore fino a che non riposi in Te”, scrive sant’Agostino (Le Con
“Questo “essere implicito” di Dio non è altro che la forma della rivelazione di Dio nella creazione: svelato in un velamento sempre più grande, [...] il mistero dell’essere che si rivela invita lo spirito creato ad affidarsi, a consegnarsi, via da sé e al di là di sé al mistero.
Ora, questa apertura al Mistero è contemporaneamente apertura a un accadimento, in cui la “destinazione” originaria della creatura venga raggiunta e segnata da una indeducibile “
La libera “autodeterminazione” di Dio per l’uomo nel dono della (*)rivelazione non forza mai l’accoglienza libera: il segno di credibilità non è mai costrizione alla
Se all’iniziativa divina non corrisponde una consapevole e responsabile “auto-destinazione” dell’uomo per il Dio che si rivela, la gratuita “auto-destinazione” di Dio per l’uomo cui si rivela resta luce non accolta dalle tenebre, parola cui risponde il silenzio dell’indif
Gradualità
La libera azione di Dio si mani
La rivelazione non toglie la dif
(*) PREAMBULA FIDEI: preamboli della
Questo significa allora che, se nella rivelazione Dio si mani
Questo Silenzio divino è anzitutto la Non-Parola, l’ulteriorità misteriosa e sorgiva da cui la Parola proviene e presso cui la Parola è stata ed è nell’eterna storia di Dio: “In principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio” (Gv. 1, 1). Il testo greco di questo versetto distingue mediante l’articolo le due volte in cui ricorre il termine Dio: la Parola era “presso il Dio” (prsz tsn qesn)- la Parola era Dio (qesz). Questa distinzione dice la comune appartenenza della Parola e di Colui che è il Dio al mondo divino, la loro comunione nell’essere della divinità, ed insieme la distinzione fra il Dio presso cui la Parola era e la Parola stessa di condizione divina. La Non-Parola, il Silenzio del principio, è dunque il Dio, quello che nel Nuovo Testamento è identificato col Padre di Gesù Cristo, mentre la Parola, il
Verbo, è quello che - esistendo da sempre presso il Padre come Dio - si è fatto carne, risuonando nella storia (cfr Gv. 1, 14).
La Parola della rivelazione rimanda quindi al Silenzio dell’origine, alla profondità da cui eternamente proviene e presso cui eternamente è: il Dio fattosi visibile al Dio invisibile, di cui è immagine
Come sul piano dei contenuti del messaggio rivelato si dice che il Figlio procede dal Padre ed è da Lui inviato in questo mondo, così dal punto di vista della forma della rivelazione si può dire che la Parola procede eternamente dal Silenzio divino e ne esce per essere inviata agli uomini in vista della loro salvezza: il Padre “si è rivelato attraverso il suo Figlio Gesù Cristo che è il suo Verbo procedente dal Silenzio” (Ignazio di Antiochia, Ad Magn., 8, 2: PG 5, 669 s).
E come il Figlio è uno col Padre, pur essendo distinto da Lui, così il Verbo è uno col Silenzio divino pur essendo distinto dal Silenzio: se non fosse una cosa sola col Silenzio dell’origine, la Parola non sarebbe autocomunicazione- di Dio; ma se non fosse distinta dal Silenzio eterno come Parola detta nell’eternità e incarnata nella storia, l’Origine divina e la destinazione mondana verrebbero a confondersi. Partendo dalla rivelazione del Figlio si perviene al Padre: partendo dal fatto che questa rivelazione è la Parola eterna detta nella storia, si perviene al divino Silenzio, da cui essa procede, con cui essa è uno e da cui essa si distingue.
La Parola esce dal Silenzio e viene a risuonare nel Silenzio: come c’è una provenienza della Parola dalla silenziosa Origine, così c’è una destinazione della Parola, un suo “avvenire”, come luogo del suo avvento. Questo “avvenire” della Parola è chiamato nel Nuovo Testamento lo Spirito Santo, lo Spirito della verità: “È bene per voi che io me ne vada, perchè se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò... Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perchè non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future”.(Gv. 16, 7 -13).
Anche lo Spirito è in certo senso, il Silenzio: egli segue alla Parola, così come la Parola segue al primo Silenzio. Ma lo Spirito non è il Silenzio dell’Origine, il silenzio dell’uscita: Egli è il Silenzio della destinazione, il Silenzio del ritorno.
Egli è il Silenzio in cui nell'eternità di Dio riposa la Parola uscita dal
Silenzio della pace e Silenzio dell'estasi, il Silenzio dello Spirito può essere detto Silenzio dell'Incontro: in Lui si incontrano il Dio creatore e il mondo creato; in Lui si incontra la Parola fatta carne col cuore dell’uomo che crede e con l’intera vicenda umana, perchè è Lui il testimone del Cristo, la vivente e attualizzante memoria di Lui: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv. 14, 26); “Egli mi renderà testimonianza” (Gv. 15, 26).
Dice Ignazio di Antiochia (ad Eph. 15, 1-2: PG 5, 657s) :
“Chi possiede veramente la Parola di Gesù, può percepire anche il suo silenzio, affinchè sia per
(Bruno Forte, Teologia della storia, Ed. Paoline, 1991)
