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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

IL NONESSERE TRA PARMENIDE E PLATONE

di Carlo Vespa

 

UN DIFFICILE RAPPORTO

 

Platone e Parmenide

Del pensiero di Parmenide si hanno solo pochi frammenti, per altro espressi sotto metafore poetiche, di  difficile interpretazione. Ciononostante il suo principio filosofico, che da essi in qualche modo si può ricavare, ancora oggi mostra con brillante classicità tutta la sua importanza: “essere o non essere questo è il problema”.
E se Shakespeare ne fu così tanto ossessionato nell’Amleto, per Platone non dovette essere certo un problema di poco conto il tentativo di risolverlo poichè, da come ci dice nel Sofista, fu costretto a schierarsi contro “il grande Parmenide”[1], commettendo il famoso parricidio filosofico.
Il tentativo di Platone non era finalizzato alla pura comprensione della filosofia eleatica, bensì alla protezione della propria, visto che il tema dominante di Parmenide oltre a paralizzare lo scorrere della realtà, risultava difficilmente attaccabile.

 

Sulle orme di Parmenide

Nel frammento 2 Parmenide indica  due vie di ricerca come le “sole pensabili”[2]. La prima ha per oggetto l’essere, o meglio ancora cio’ che è, la verità; la seconda il non essere, “ ciò che non è e non è possibile che non sia”, illustrata come un “ sentiero del tutto inindagabile”[3] in quanto “ il non essere né lo puoi pensare (non è infatti pensabile), né lo puoi esprimere perché “ il pensare implica l’esistere[del pensato]”[4], e ciò che non è , non esistendo, non vi può rientrare.
Un rovescio della medaglia che Emanuele Severino con solenne lucidità così illustra: “Parmenide, negando il divenire dell’essere, non solo ha evocato per la prima volta il senso dell’eternità dell’essere, ma ha evocato anche il suo avversario. L’avversario autentico del pensiero di Parmenide si presenta  cioè per la prima volta , in modo esplicito, all’interno di questo stesso pensiero.”[5] Come dire che solo con la rivelazione di Dio, si palesa al contempo la presenza del demonio.

 

Un’interpretazione complessa

Mario Untersteiner nella sua introduzione ai frammenti di Parmenide descrive la Doxa, senza esitazioni, come “il reale nella temporalità”[6], affiancando ad essa la Aleqeia come un mondo eterno, e sottolineando il particolare rapporto tra di loro: “La Doxa e l’Aleqeia di Parmenide stanno in  modo indubbio sulla medesima e unica via che comprende la temporalità e l’atemporalità […] perciò i due mondi […] sono complementari e del pari necessari”[7]. Untesteiner pare dunque non voler tanto sottolineare il contrasto tra le due vie, che pure è presente tra temporalità e eternità, quanto trarre la continuità espressa da entrambe, come lui stesso dichiara nelle ultime righe della sua introduzione: “Credo ormai evidente che la Doxa di Parmenide è concepita dal filosofo come la temporalità  del reale di fronte all’atemporalità dell’eon nell’Aleqeia e che tutte e due ‘sono’ nella odos, h estin.”[8]
Data la complessità del senso di questi frammenti, risulta utile e forse più saggio non allontanarsi troppo dal testo, con interpretazioni pindariche. Dicendo che ciò che non è non può non essere, Parmenide fissa un sigillo, un divieto, una sorta di principio di non contraddizione, con cui chiunque osi dire o pensare che ciò che non è, è, deve inevitabilmente scontrarsi duramente.
Questo è esattamente il dilemma che Platone tenta di risolvere nel suo “ Sofista”, e che Movia così illustra: “Togliere il sofista dal nascondiglio in cui si è celato, l’oscurità del Non-Essere, e far risplendere nella sua vera luce l’idea dell’Essere, è tutto lo scopo e tutta la prospettiva in cui si colloca il nostro dialogo. Come è stato scritto, se il Non-Essere non è, allora niente è falso; ‘se Parmenide, allora Gorgia’ ”[9].

 

Aporia del falso

Opinare ciò che non è, o meglio: “ opinare che le cose che assolutamente non sono (ta mh onta; ta mhdamws onta), in qualche modo sono (einai pws) o che le cose che sono sotto tutti gli aspetti, in nessun modo sono”[10], trova una perfetta analogia con le caratteristiche del discorso falso. Il discorso falso è una cosa che non è vera. Ammettendo dunque insieme con Movia, nella sua analisi del Sofista, che “ il falso è nelle opinioni e discorsi falsi”, l’aporia del falso mostra tutta la sua intaccata freschezza, nonostante l’età, poiché “saremo costretti  ad attribuire l’essere (“ciò che è in qualche modo”) al non essere”[11], cioè appunto al falso che non è, e a ritenere oggetto di discorso, ciò che non lo può essere.
È da questo groviglio di difficoltà che vuole, deve uscire Platone per non cadere in contraddizione, o peggio per non essere obbligato dal sofista, tramite Parmenide, al vuoto silenzio.
La diatriba con il sofista insiste infatti su una questione centrale cui il filosofo fondatore dell’Accademia dà il giusto importantissimo peso; difendere cioè sé, la propria filosofia che, ridotta al vuoto silenzio, certo non avrebbe giovato a nessuno.
Il coraggio, che spesso egli ‘osa’ esprimere nel corso del dialogo, risiede a ben vedere nel volere giustificare e fondare l’errore, la possibilità umana di sbagliare, alla base di cui sta l’affermazione dell’ “esistenza del falso” negata da Parmenide. Platone vuole, deve “sfuggire al ridicolo, quando si parli intorno ai discorsi falsi e alle false opinioni”.[12]
Riguardo a tale dimostrazione platonica del falso, è illuminante il contributo critico di Movia il quale, rifacendosi al Taylor, dice che “è interessante osservare che, anche qui, come nel Teteeto, l’errore sembra possibile ad un livello puramente intellettivo, in cui le percezioni sensibili non figurano affatto.”[13]

 

Una difficoltà insormontabile

Ma chi è colui che ‘direbbe’ “è e non è”?; e che significa dire che è ciò che non è?, e soprattutto questo Non-Essere postulato da Parmenide che caratteristiche ha?
A questa domanda corrisponde l’ analogia che Platone instaura nel Sofista, tra il modo di ragionare del sofista e quello di Parmenide contro cui lo straniero eleate platonico si avventa.
Il suo fine è smascherare il sofista come una contraffazione del filosofo; una meta che gli si presenta ostica da raggiungere, se non impossibile perché dietro il sofista sta appunto il venerando e terribile Parmenide e il suo principio.
A tal riguardo è d’uopo riprendere il passo 236 E del Sofista in cui più livelli finiscono per confluire nello stesso punto: una conclusione a dir poco inattaccabile, un’armatura di cui il sofista si veste con comoda fiducia per sferrare pesanti attacchi a chiunque , anche a Platone: “ Il fatto che una cosa appaia e sembri in qualche modo, ma non sia, che si dica qualche cosa e non sia cosa vera, tutto questo comporta difficoltà innumerevoli, e ciò sempre nel passato e ciò oggi ancora. Come debba uno che parla affermare e pensare che il falso veramente sia, senza cadere così in una contraddizione, questo, Teeteto, è assolutamente difficile da indicare. Perché quel discorso osa fondarsi sull’ipotesi che è ciò che  non è.[…] Il grande Parmenide, figlio mio, dal principio alla fine della sua opera questo ha testimoniato.”[14]

 

NON ESSERE RELATIVO E ASSOLUTO


La seconda via

Il non essere, la seconda via da tener presente seppur nella sua lontananza dal pensiero e cioè dalla sua realtà, assume nei frammenti di Parmenide dei contorni piuttosto variopinti che, evidenziandone le caratteristiche principali, mettono in risalto tuttavia degli elementi contrastanti tra di loro. Il non essere è da una parte il nulla assoluto opposto all’Essere secondo buona parte della critica, come riassume il Movia: “Il Non-essere come nulla, l’analisi dell’esatto contrario dell’essere, è possibile solo in relazione all’essere; di fatto il nome ‘essere’, per opposizione al Non-essere, sembra riferibile, per Platone, a ciò che comunque esiste, ovvero possiede un’essenza, e dunque ha un senso comprensivo dell’essere esistenziale e di quello predicativo.”[15]
E tuttavia nel frammento VI Parmenide parla anche di una via percorsa da uomini che “volgono a due mete contemporaneamente” per la loro “doppia testa”[16] e che per tanto, incapaci di giudizio, non sanno decidersi; è la via dell’incertezza, il mondo delle sensazioni opposto al raziocinio, o per usare le stesse parole di Parmenide: “essi vengono trascinati insieme sordi e ciechi, istupiditi, gente che non sa decidersi, da cui l’essere e il non essere sono ritenuti identici e non identici”[17], e, secondo la traduzione a cura di Mario Unterstainer,: “ per essi di tutto vi è una strada che si rivolge in senso contrario”[18].
Quest’ultima più che essere il nulla assoluto sembra piuttosto avere in sé il principio della relatività, “per  cui di tutte le cose reversibile è il cammino”[19]; il non essere assoluto infatti, proprio nella sua assolutezza mostra l’impossibilità di essere percorso in duplice e opposta direzione.

 

La svolta di Platone

Sull’ambivalenza del Non-Essere assoluto\relativo gioca tutto il discorso che Platone orchestra nel Sofista: “dobbiamo osare di pronunciare queste parole: ‘ ciò che assolutamente non è’?”[20]
Durante l’intera discussione centrale tra lo straniero eleate e Teeteto, assistiamo infatti proprio ad un sottile cambiamento: una metamorfosi che, con l’accrescere delle difficoltà, si fa sempre più reale al punto da convincere Platone della sua efficacia; l’unica via per poter attuare il suo attacco a Parmenide è infatti quella di inquadrare ciò che non è in un altro modo, di reimpostare i suoi parametri, i suoi profili. E così al non essere assoluto, punto di partenza , “impronunciabile, indicibile” in pratica “assolutamente impossibile”[21] subentra quello relativo, più duttile e malleabile.
Il contrario dell’essere, il suo opposto, che è stato la causa della difficoltà tematizzata nella disputa con il sofista, ora non è più materia d’esame, non è più il centro della questione.
“ E’ tempo di decidere”, dice Platone, “dovremo sostenere con forza che ciò che non è, in certo senso, è esso pure, e che ciò che è, a sua volta in certo senso non è”[22]. La strategia è stata presa, il parricidio è in atto, ma su un terreno diverso, su un Non-Essere tale da poter subire inerme l’attacco platonico, e che per forza di cose non può essere il nulla assolutamente privo di qualsiasi tipo di commistione con ciò che è, e in alcun senso.
È decisamente il caso di fare qui una precisazione importante: Platone è cosciente dello scarto operato sul  Non-Essere parmenideo; infatti, nel riepilogare il successo della sua impresa confutativa della filosofia eleatica, abbandonata e superata nei suoi obblighi e divieti[23], egli precisa altresì che “nessuno dica di noi che, indicando in ‘ciò che non è’ l’opposto di ‘ciò che è’, osiamo sostenere che esso in tal senso è. Noi infatti è già gran tempo che diciamo di non occuparci  di un opposto di ‘ ciò che è’ ”[24], cioè del nulla.

 

Non essere relativo come Altro

Termini come mh e ou assumono una nuova valenza derivante non più dall’identificazione di negazione e opposizione: “ammetteremo che qualcosa di altro indicano le particelle negative”[25]
L’alterità si propone come ottima candidata atta a chiarire il senso di tale non essere che , di lì a poco, Platone identifica definitivamente con il genere (eidos) del diverso, tirando quasi un sospiro di sollievo : “occorre dire ormai coraggiosamente che ‘ciò che non è’ è saldamente ed ha una sua propria natura […] ed è un genere da annoverare fra i molti altri che sono”[26]
O come Movia sintetizza : “il senso della clausola è abbastanza chiaro: Il Non-Essere, come diverso, ‘è’ ed è definibile e pensabile senza implicare alcuna contrarietà”, senza peraltro tralasciare il nulla assoluto; “quanto al Non-essere come contrario , a ciò che ‘assolutamente non è’, al non essere parmenideo, il ‘niente’, Platone sembra lasciare aperta qualche possibilità che esso ‘sia’, nella misura in cui noi possiamo parlare di esso e ‘descriverlo’ in un certo modo.”[27]

 

Rispettabilità ontologica

Il ruolo del Non-essere e del Diverso fornisce la “base ontologica rispettivamente, dei giudizi di non identità e delle predicazioni negative”[28].; avendo così il Non-essere una natura ed un significato è quindi compatibile con l’Essere nella misura in cui il Non essere ‘partecipa dell’essere’, sicchè per questo è data a buon diritto la possibilità del giudizio : “il Non essere è”, che in ultima analisi risulta sensato, ma soprattutto vero.
Su tale traguardo e conquista raggiunta dal Non-Essere si esprime con grande chiarezza e precisione Martin Heidegger: “Platone ha conquistato il punto di vista secondo cui il non-essere, il falso, il male, l’inconsistente, e dunque ciò che non è, anche è. Ma,  con questo, il senso dell’essere doveva trasformarsi, giacchè ora lo stesso non essere doveva, nello stesso tempo, venir introdotto nell’essenza dell’essere. Ma se l’essere è fin da principio l’Uno (en), questa irruzione del Non-Essere nell’unità significa il dispiegarsi dell’unità nella molteplicità. Ma, con questo, il molteplice ( i molti) non è più semplicemente separato dall’Uno, dall’unico, ma i due vengono riconosciuti nella loro coappartenenza.”[29]

 

NON ESSERE PLATONICO

 

Discorso falso e opinione falsa

Nella prossimità della conclusione del dialogo risiede uno dei momenti più importanti della rilettura platonica del Non-Essere. Al filosofo accademico manca un ultimo passaggio che consta in  un’ennesima applicazione di ‘ciò che non è’; Platone deve infatti ancora stabilire se il ‘discorso’ si mescola con il Non-Essere, giacchè solo per questa via si potrà dimostrare che il falso esiste e si potrà legarvi saldamente il sofista[30], il quale infatti  è reo di sostenere il contrario: “appunto perché l’opinione e il discorso  non si uniscono a ciò che non è […] , non esiste assolutamente il falso.”[31]
Platone conclude che: “ bisogna che noi dimostriamo che può esserci il falso sia nel discorso che nell’opinione”, affermando che “è falso quello che dice cose diverse da quelle che sono”, ovvero “ che dice che sono le cose che non sono”[32]. Incappare in un discorso falso significa dunque trattare di cose che sono, e che tuttavia sono diverse e non attinenti all’argomento in questione[33]: “ una simile connessione fatta di nomi e di verbi, assolutamente, mi pare, senza alcun dubbio, costituisce realmente e veramente un discorso falso.”[34]
E poiché “il pensiero ed il discorso sono la stessa cosa, con la sola differenza che quel discorso che avviene all’interno dell’anima, fatto dall’anima con se stessa, senza voce, proprio questo fu denominato da noi ‘pensiero’”[35],  questo fatto che avviene nell’anima, non è null’altro se non opinione. Così anche l’opinione, se mal costruita, può risultare falsa.
Era questa l’unica via ricercabile per contrastare il sofista ‘dalle cento teste’ e ‘mago delle imitazioni’: “ ma ora  che noi abbiamo visto che c’è sia il discorso falso che l’opinione falsa, ne consegue la possibilità che ci siano imitazioni delle cose che sono e pure la possibilità che un’arte dell’inganno risulti dal modo di agire di chi fa quelle imitazioni”[36]

 

Procedere del Non-Essere

Si è già esplicitato il  fine platonico, che sta nel salvare la possibilità dell’errore. Il Non-Essere, il falso, diviene il diverso; attenendoci alle parole di Movia : “ L’opposizione’, ovvero la parte del Diverso contrapposta all’Essere, ‘è’ tanto quanto l’Essere, perché essa significa non un contrario , ma un diverso dall’essere; il Non-bello non è il contrario (‘ciò che assolutamente non è’, il niente impensabile e impronunciabile;), ma il diverso dall’Essere”[37].
E si badi, Movia giustamente precisa che il Non-Essere in questione non è il nulla parmenideo, bensì uno relativo, sicchè “non ha affatto meno essere di nessuna delle altre cose”[38]
Così l’errore è salvo, e con esso la realtà del discorso, minacciata dal sofista, infatti: “ Privati di esso noi saremo privati della filosofia, che è la cosa più grave […] non saremo più in grado di dire niente”[39], e dunque Platone può con lucidità riassumere: “ Ciò che non è ci è apparso or ora partecipe di ciò che è, cosichè da questa parte io direi che quello non può più opporci resistenza”.[40]
Il Non-Essere magicamente diviene in qualche modo essere; uno tra i tanti. Parmenide è confutato, e la filosofia platonica resa libera dall’ingombrante peso di quella eleatica.
Ma forse è più esatto usare il termine ‘superato’ che fidarsi delle dichiarazioni dell’allievo di Socrate circa quel  ‘parricidio filosofico’ prodotto appunto da una confutazione che, a ben vedere, non intacca il principio eleatico ma va oltre quest’ultimo, per inseguire mete ed orizzonti più ampi ed estesi; e dunque non si scontra con esso sullo stesso piano, ma su un livello, su un mondo che non  appartiene più al filosofo eleatico.

 

Non-Essere come Idea

Il Non-essere è un genere determinato che pervade tutti gli enti: “ ‘cio che non è’ appariva a noi essere uno tra gli altri generi e diffuso in tutte le cose che sono”[41].
Non ci deve stupire allora che il diverso venga annoverato come uno dei generi sommi, delle 5 idee (essere, moto, quiete, identico, diverso): “ Dobbiamo dunque porre la natura del diverso come quinto fra i generi da noi prescelti […] Ed essa è diffusa attraverso tutti gli altri, dobbiamo affermare; infatti ciascuno di essi è diverso dagli altri, non per sé, ma per il fatto che partecipa al carattere proprio del diverso.”[42]
Il concetto di ‘partecipazione’, la cosiddetta “comunicazione con il Diverso”[43] fonda infine la giustezza e la possibilità che qualcosa sia diversa per un aspetto, e non lo sia per un altro: “in un certo senso quindi non è diverso e nel senso del discorso testè fatto lo è”[44], dice a tal riguardo Platone riferendosi al moto, definito come diverso dal Diverso.
L’ultimo approdo del Non-Essere, che dà a Platone ottime garanzie di stabilità, e che si fissa saldamente nella sua filosofia, risiede così nell’essere un genere sommo, come Movia evidenzia: “ un’idea unica spiegabile intenzionalmente come irriducibile e sui generis.”[45]; e dunque “l’Essere e il Diverso si estendono l’uno nell’altro, si pervadono reciprocamente, partecipano l’uno dell’altro”[46], in virtù dell’interazione reciproca che si verifica tra tali idee.
Nelle sue conclusioni generali, ancora il Movia puntella il momento culminante del Non-Essere platonico, e di alcune sue importanti conseguenze, in questa sintesi: “Un’idea (compreso l’essere) è distinta da un’altra (e, quindi, è ‘non-essere’) non per la propria natura intensionale, ma per la partecipazione al Diverso. Di qui alcune conseguenze di grande rilievo. In primo luogo, il Diverso indica relazioni determinate di alterità. In secondo luogo, il Diverso è condizione necessaria della molteplicità dei generi.”[47]

 

Legami con il principio di non contraddizione

In chiave aristotelica si direbbe che Platone ha reso l’essere più articolato: “l’essere si predica in molteplici modi”[48]; per Aristotele sono le dieci categorie, per Platone le idee o generi sommi; entrambi, a modo loro e con le dovute differenze, mirano a fornire all’essere il giusto e adeguato apporto di qualità, salvaguardandolo dalla contraddizione in cui incappa ciò che è e non è, nello stesso tempo e sotto lo stesso rispetto.
Nel descrivere la deduzione dei generi sommi, e della loro ‘Mescolanza reciproca’, Platone risolve definitivamente il problema della contraddizione a cui conduceva il tema del Non-Essere parmenideo introdotto dal sofista; e lo fa nel passo 256 A del suo Sofista, peraltro  anticipando Aristotele: “Allora bisogna che noi conveniamo, senza protestare, che il moto è identico e pure non è identico. Infatti quando diciamo che esso è identico e non è identico, ciò non diciamo dal medesimo punto di vista.”[49]Il ‘medesimo punto di vista da evitare attentamente per non contraddirsi, è in perfetta simmetria con “la medesima relazione” di cui ci parla Aristotele nel libro G  della Metafisica: “è impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione […] è impossibile infatti supporre che la medesima cosa sia e non sia”[50].

 

Carlo Vespa

 

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BIBLIOGRAFIA

 

Scritti dell’autore

Parmenide, Testimonianze e frammenti (1981), in AA.VV.,
I Presocratici, vol. I, trad. di P. Albertelli, Bari, Laterza, 1983

Platone, Teeteto (1982), in Platone, Opere complete, vol. II, Roma-Bari, Laterza, 1984

Letteratura critica

Giancarlo Movia, Apparenza essere e verità, Milano, Vita e pensiero, 1991

Parmenide, Testimonianze e frammenti (1958), a cura di M. Untersteiner, Firenze, La Nuova Italia, 1967

Emanuele Severino, Il giogo, Milano, Adelphi, 1989

Letteratura complementare

Aristotele, Metafisica (1973), trad. di Russo, Roma-Bari, Laterza, 1995

Gabriele Giannantoni, La ricerca filosofica (1968), Vol. I, Torino, Loescher, 1996,
Sergio Moravia, Pensiero e Civiltà (1982), vol. I, Firenze, Le Monnier, 1984,
Emanuele Severino, Il nulla e la poesia, Milano, Rizzoli, 1990


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