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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa    Indice

 

 

Breve saggio sulla società moderna
di VanLag

 

E ciò che è bene e ciò che non è bene, Fedro, dobbiamo chiedere agli altri queste cose? (Socrate)

***

Il diritto divino dei re è una perifrasi che si riferisce alle dottrine politiche e religiose europee dell'assolutismo monarchico. Queste sono largamente, ma non esclusivamente, associate con l'epoca medioevale e basate sulla credenza di matrice cristiana dell'epoca, che un monarca dovesse il suo potere alla volontà di Dio, non a quella del popolo, del parlamento, dell'aristocrazia, o di ogni altra autorità, e che ogni tentativo di restringere i suoi poteri fosse un atto contrario alla volontà divina. (http://it.wikipedia.org/wiki/Diritto_divino_dei_re)

 

Nel mondo antico, agli albori della civiltà, le religioni si sono trovate a guidare l'uomo nel suo sviluppo indicando la via del bene all'umanità. L’influenza religiosa nella storia egizia è documentato col sorgere della V dinastia, (2400 a.C.?) come riportato da Jean Delorme (1):

 

La leggenda narra che i primi 3 re della V dinastia, erano figli del dio Ra, del quale il primo era gran sacerdote quando salì al trono. Pare non esserci dubbio che il clero di Eliopoli, centro del culto del dio Ra, abbia avuto una parte importante nell’ascesa della nuova dinastia. Il faraone dovette manifestargli la sua riconoscenza a scapito del suo potere assoluto sia materiale che morale.

 

Ma realtà del tutto simili si manifestavano in civiltà vicine sia per tempo che per locazione. La Mesopotamia, già nel 2600 a.C. circa, presenta una struttura della società in cui la divinità col suo clero avevano già un forte impatto nel tessuto sociale.

 

Nelle città stato il vero sovrano era il dio, del quale, il capo temporale (patesi o isag), era il diretto rappresentante. Era dunque precipuo dovere del fedele sottomettersi, conoscere la volontà del dio attraverso la divinazione, conformarsi mediante la pratica del culto, per ottenere i beni di questo mondo. L’esercizio di questa religione presuppone l’esistenza di un clero numeroso ed il tempio era sempre il principale edificio della città. Esso rappresentava un’organizzazione potente, arricchita dai sacrifici sui quali prelevava una "decima" dalle donazioni pie, e dal bottino delle guerre. (Jean Delorme "Storia Universale" ediz. Rizzoli Larousse)

 

Parliamo concordemente di quasi 5000 anni fa ma è pensabile che questo fenomeno fosse già presente da millenni e sfortunatamente non ci è dato tracciarne l’inizio. D’altro canto è comprensibile che coloro i quali avessero sviluppato maggiori capacità di pensiero si elevassero automaticamente a guide per le moltitudini inconsapevoli, il cui unico pensiero era la sopravvivenza e quelle guide, grazie alla loro lungimiranza, avevano una loro funzione benefica per la società.

 

"Uno dei primi esempi testimoniati di diritto divino sosteneva che fosse immorale pascere più di sette pecore per collina nell'antica Palestina. All'insaputa dei contadini palestinesi questo codice religioso ha avuto semplicemente l'effetto economico e pratico di assicurare lo sviluppo sostenibile della società palestinese" (Bertrand Russell, - Storia della filosofia occidentale). Era realmente un atto dannoso sovrappopolare la propria collina, poiché, se questa pratica si fosse diffusa, il terreno semiarido si sarebbe poi trasformato in deserto, causando la fine della civiltà palestinese.

 

Questa commistione è sopravvissuta non priva di conflittualità fino a qualche secolo fa, quando cioè le scoperte scientifiche riportarono rapidamente a terra la concezione che l’uomo aveva costruito di se stesso. Koyré, uno dei massimi studiosi della rivoluzione copernicana, scrive che il 1543 - l'anno in cui appare il “De Revolutionibus orbium coelestium di Copernico - rappresenta la fine di un lungo periodo che abbraccia l'antichità e il medioevo ed apre un'età radicalmente nuova: dopo Copernico, e "Solo dopo Copernico” l''uomo non è più al centro del mondo. L'universo non ruota più per lui". (introduzione al De revolutionibus orbium, Einaudi)

 

La rivoluzione copernicana ha davvero segnato un punto di rottura nell’evoluzione dell’uomo perché ha intaccato, demolendola, l’immagine che avevamo costruito di noi stessi. La nostra attuale visione di noi stessi è quella che stiamo su di un pianeta insignificante, su un braccio di una spirale d'una galassia ugualmente insignificante, in un universo apparentemente senza Dio; che abbiamo il 98% del DNA di uno scimpanzé, nessuna funzione o scopo apparente, e una impressionante sequela di barbarie alle spalle. (Dalla tesi di laurea di  Rory FitzGerald  www.moq.org/italia/index.html)

 

E se ci pensiamo, se facciamo mente locale, vediamo che, quell’essere nobile al centro dell’universo, condanna giornalmente a morte per fame migliaia di persone, ha affamato 4 quinti dell’umanità, fa commercio di organi presi a bambini del terzo mondo, ha inventato bombe intelligenti che spiaccicano i bambini come fotografie sui muri, ha lasciato nazioni che hanno più mine che abitanti, ha costruito atomiche in grado di cancellare la vita sul pianeta, ha distrutto l’habitat della maggior parte delle forme viventi ed inquinato e distrutto buona parte del globo. La chiesa per “sacro furore” ha armato i crociati mandandoli ad invadere altri popoli. Sempre per sacro furore si è macchiata dell’infamia dell’inquisizione. I bianchi conquistatori hanno distrutto altre razze come I Maya, gli Incas, gli Aztechi, per non parlare dei, forse, più di venti milioni di Indiani pellerossa. Due guerre mondiali di cui l’ultima con l’orrore e l’infamia dei campi di concentramento, con l’annientamento sistematico di un popolo, ha definitivamente tolto ogni velleità di crederci veramente civili. L’unica cosa in cui siamo davvero bravi è l’arte di portare violenza organizzata come dice Samuel P. Huntington, (scienziato, politico, nonché professore all’università di Harward):

 

Nel corso dell'espansione Europea la civiltà andina, e centroamericana furono letteralmente spazzate via, quella indiana e islamica soggiogate al pari dell'Africa e anche la Cina venne subordinata all'influenza occidentale. Solo la civiltà russa, giapponese ed etiope, tutte e tre governate da autorità imperiali fortemente centralizzate, riuscirono a resistere ai furiosi attacchi dell'occidente ed a preservare un certo grado di indipendenza. Per quattrocento anni i rapporti tra civiltà si ridussero in pratica alla subordinazione di altre società alla civiltà occidentale. La chiave del successo occidentale nella creazione tra il 1500 ed il 1750 dei primi imperi realmente mondiali va ricercata precisamente in quei progressi nell'arte di fare la guerra definiti come "la rivoluzione militare". L'occidente conquistò il mondo non grazie alla forza delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione (ai quali ben pochi esponenti delle altre civiltà furono convertiti), ma in virtù della superiore capacità di scatenare violenza organizzata. Gli occidentali dimenticano spesso tale circostanza; i non occidentali non la dimenticano mai. (Samuel P. Huntington - Scontro di Civiltà, edizioni Garzanti)

 

 

Il contratto sociale.

 

Con la rivoluzione copernicana, la concezione che l'uomo aveva di se stesso si è frantumata ed assieme ad essa si è disgregato il diritto divino dei monarchi che, fino ad allora, aveva rappresentato per l’uomo l’indicatore della via del bene. Questa esautorazione delle religioni come protettrici del valore rischiava di fare perdere i progressi che l’uomo aveva fatto nel regno animale evolvendo dalle bestie, ma l'evoluzione umana era ormai troppo avanti per permettersi questo ed in aiuto dell'uomo è venuta la ragione, (cioè quel 2% di DNA che ci distingue dagli scimpanzé) che ha schiuso all’uomo il “secolo dei lumi”.

 

Nel 1750 apparve il “Discorso sulle scienze e le Arti” di Jean-Jacques Rousseau(2); primo manifesto contro la società corruttrice. Seguendo il ginevrino si penserà alla natura come guida morale; reagendo ad un’arida ironia si esalterà la sensibilità del cuore. Condillac che pubblicò nel 1754 “Il trattato delle sensazioni” riportava alle sensazioni le facoltà dello spirito apostolo di un empirismo scientifico che andava incontro nello stesso tempo alla corrente spiritualista ed a quella razionalista. La stessa tendenza portava Hume allo scetticismo assoluto e Bentham ad una morale utilitaristica del piacere, concezioni alle quali reagì alla fine del secolo, Kant definendo un idealismo critico.

 

La corrente antirazionalistica provocò anche lo sbocco di un misticismo illuminato, esemplificato dalle opere esoteriche di Sweden-Borg, dalla moda dei maghi, Messmer, Cagliostro, dalla diffusione di sette esoteriche come quella della Rosa Croce. I costumi si trasformarono, si ammorbidirono: per filantropia ci si dedicò alle cause umanitarie. Il Contratto sociale di Rousseau più che lo spirito delle leggi fu il vero breviario delle idee rivoluzionarie, democratiche, ed ugualitarie; esso conteneva il germe dei movimenti nazionali. (Storia Universale ediz. Rizzoli Larousse).

 

Ma l’intelletto è soggetto al limite del positivismo scientifico, cioè si rifiuta di considerare ciò che non è pesabile o misurabile, in questo senso nell’illuminismo si rischiava di perdere tutti quei valori etici e morali che prima erano appannaggio delle religioni. Le leggi, le istituzioni, gli obblighi, i contratti non sono né costruzioni puramente individuali, come per esempio un ricordo o un giudizio, né oggetti altrettanto solidi che alberi e sedie. Come gestirli? In base a che criteri renderli credibili? Come dare loro la forza per sostituire il dogma? La risposta venne dalle “convenzioni” su cui si basò il “contratto sociale”.

 

- Col contratto sociale l'uomo perde la sua libertà naturale e un diritto illimitato a tutto ciò che lo tenta e che egli può raggiungere; guadagna invece la libertà civile e la proprietà di quanto possiede.  (Rousseau - Il Contratto sociale Libro Primo).

 

Il contratto stabiliva una via del bene che era il frutto della “convenzioni tra gli uomini” e non più il frutto di un dictat della divinità. Esso andava onorato non perché il non farlo era immorale, bensì perché onorarlo era conveniente per tutti, cioè era il solo sistema che l'uomo aveva per rimanere nel posto gerarchico che aveva conquistato nel mondo. Esso enunciava, tra le altre cose, il rispetto della proprietà. Tutta la cultura occidentale, compresa la costituzione degli stati uniti, si basa su questi concetti di diritto e di ragione.

 

Sempre Rousseau nel suo "Contratto sociale” dice: - Lo stato civile" ci dice:  Questo passaggio dallo stato di natura allo stato civile produce nell'uomo un cambiamento di grande rilievo inserendo nella sua condotta il concetto di giustizia in luogo dell'istinto e dando alle azioni umane quel valore morale, di cui esse erano prive in precedenza. È solamente allora - subentrando la voce del dovere al puro impulso fisico, e il diritto al desiderio - che l'uomo, il quale fino a quel momento non aveva considerato che se stesso, si vede costretto ad agire in base ad altri principi e a consultare la ragione prima di ascoltare le sue tendenze. Per quanto in questo nuovo stato egli perda parecchi dei vantaggi che gli derivavano dallo stato di natura, tuttavia ne guadagna di così grandi, le sue facoltà si applicano e si sviluppano, il campo delle sue idee si allarga, i suoi sentimenti si nobilitano, l'intera sua anima si eleva in modo tale che, se gli abusi di questa nuova condizione non lo degradassero spesso sotto il livello dal quale era uscito, egli dovrebbe benedire continuamente il momento felice in cui fu strappato dallo stato di natura e in cui si trasformò da animale stupido e ottuso in un essere intelligente e in un uomo.

 

Il concetto che si debba agire bene, non perché è immorale il non farlo, ma semplicemente perché quella è la via più conveniente per tutti, è una qualche cosa che ancora oggi non tutti hanno assimilato e non bisogna stupirsi di questo perché, i tempi di evoluzione del pensiero collettivo, (cultura), è più simile ai tempi evolutivi di darwiniana memoria che a quelli del singolo individuo.

 

Faccio un esempio pratico.

Non ho dubbi che nel pensiero di molti di noi risulti orrenda l’idea che noi, o la nostra nazione, parta per fare una guerra al solo scopo di soggiogare e dominare un altro popolo, eppure per i greci di 2500 anni fa esercitare il dominio era addirittura legge e per loro sarebbe stato immorale il non farlo, come risulta evidente da questo brano storico che riporta il dialogo intercorso tra gli ambasciatori Ateniesi ed i Meli, durante la guerra del Peloponneso del 415 a.C. (www.presentepassato.it)

 

Gli dei, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze. Questa legge non l'abbiamo istituita noi e non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla; così, come l'abbiamo ricevuta e come la lasceremo ai tempi futuri e per sempre, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto.

 

I concetti di ragione e diritto sono ancora così alieni che anche le persone che ricoprono cariche di rilievo nel mondo sociale e politico li ignorano. L'attuale governo di destra italiano, con la legge 366/2001, ha fatto un enorme passo indietro in questo senso, ripristinando un clima di illegalità secondo la quale è possibile e naturale frodare lo stato.

 

Il governo, con l'approvazione di uno dei tre decreti legislativi attuativi della legge 366/2001, di fatto ha cancellato il reato di falso in bilancio, allargando, rispetto al testo approvato dalle Camere e contestato dalle opposizioni e da molti giuristi ed esperti finanziari, le maglie della illegalità. (l'Unità del 30.03.2002)

 

Ci si potrebbe chiedere come mai l'intellettualità italiana non si sia ribellata in massa a questo massacro del diritto e, per capire, (anche se non basta a giustificare), occorre focalizzare l’attenzione sul momento di transizione che stiamo vivendo a causa dell’evoluzione vorticosa delle nostre società e considerare come in questa stasi intellettuale si sia insinuato oggi più che mai l’individualismo.

 

 

Individualismo, liberismo e Laissez_faire.

 

Benché le radici dottrinarie del pensiero individualista sia da ricercarsi nella Riforma protestante, con la sua ribellione all’istituzione ecclesiastica e con le sue tesi sul “libero esame” esse sono esplose come dottrine economiche e sociali verso il XVIII secolo.

 

Contro quello che si potrebbe pensare, l'individualismo si pone come una filosofia morale in mezzo alle altre forme pensiero, esso si ammanta di dottrine filosofiche ed economiche che seguono un proprio filo conduttore che parte dall’illuminismo, con Thomas Hobbes, Loche, Hume, Rousseau, Adam Smith, su, su fino a Friedrich August von Hayek, (3) premio nobel per l’economia nel 1974.

 

Dice John Maynard Keynes(4): Alla fine del secolo XVII il diritto divino dei monarchi dava luogo alla libertà naturale ed al Contratto, ed il diritto divino della Chiesa dava luogo al principio della tolleranza ed al concetto che una chiesa «è una società volontaria di persone» le quali si riuniscono «in modo assolutamente libero e spontaneo» (Locke - A Letter Concerning Toleration). Cinquant'anni dopo l'origine divina e la voce assoluta del dovere davano luogo ai calcoli dell'utilità. Nelle mani di Locke e Hume queste dottrine originavano l'individualismo.

 

Il Contratto presupponeva diritti nell'individuo; la nuova etica, non essendo niente di più di uno studio scientifico delle conseguenze di un egoismo razionale, poneva l'individuo al centro. «Il solo disturbo che domanda la virtù», disse Hume «è quello del calcolo esatto ed una preferenza costante della maggiore felicità» (An Enquiry Concerning the Principles of Morals, sezione LX). Queste idee andavano d'accordo con le nozioni pratiche dei conservatori e dei giureconsulti. Esse offrivano un fondamento intellettuale soddisfacente ai diritti di proprietà ed alla libertà dell'individuo abbiente di fare ciò che gli piacesse di sé e dei suoi beni. Questo fu uno dei contributi del secolo XVIII a quell'ordine di idee nel quale ancora viviamo. (John Maynard Keynes - La fine del laissez-fair)

 

Ad esempio quello che ha ispirato Bush ad intraprendere il rischioso cammino di una guerra preventiva con l'Iraq, molto probabilmente, non era più un sentire istintivo di dominazione simile a quello degli antichi greci, e non era ancora la voce del diritto e della ragione. Le motivazioni del governo conservatore americano erano un puro calcolo di convenienza individuale, (o di un singolo popolo), dettato, presumibilmente, dalla volontà di non volere fare ricorso alle proprie riserve petrolifere in Alaska, scelta che si è poi prospettata come inevitabile per l'America.

 

Alla caduta verticale del messaggio religioso si è unito anche il naufragio delle idee marxiste e socialiste dopo  l’esperimento disastroso della loro applicazione nell’Unione Sovietica e questo ha favorito ancora di più il revanscismo dell’individualismo. Sebbene con segni profondamente opposti, sia la religione che il marxismo, recavano un messaggio sociale che sosteneva valori di uguaglianza, solidarietà, reciproco aiuto, rinuncia allo sfruttamento, etc. Cadute queste speranze, dottrine economiche e sociali, date ormai per morte, sono tornate a fare sentire la loro gracida voce. Queste dottrine sono note col nome - laissez-fair - Perifrasi che pare sia nata da un dialogo tra il mercante Legendre e Colbert (5).

 

Colbert, preoccupato per l’economia Francese,  chiese a Legendre: - «Que faut-il faire pour vous aider?» e Legendrer ispose: - «Nous laisser faire». (John Maynard Keynes - La fine del laissez-fair)

 

Nello stesso saggio di Keynes -  troviamo questa definizione esaustiva di (John Eliot Cairnes 1823-75) sul laissez-fair: - La nozione prevalente è che l'economia politica si prefigge di mostrare che la ricchezza può venire più rapidamente accumulata e meglio distribuita, ossia che il benessere umano può essere promosso più efficacemente, grazie al semplice sistema di lasciare la gente a sé stessa; cioè lasciando che gli individui seguano i suggerimenti dell'interesse egoistico, senza limitazioni da parte dello Stato o della pubblica opinione, purché si astengano dalla violenza e dalla frode. Questa è la dottrina nota comunemente come laissez-faire.

 

Ora, se noi riteniamo che un mondo dove quattro quinti della popolazione vive in condizioni di indigenza e di povertà e dove il 5% degli abitanti della popolazione mondiale detiene da solo il 95% delle ricchezze del pianeta; se riteniamo questo mondo giusto allora i postulati del laissez-faire erano giusti e lasciare la gente a sé stessa coincide veramente ad un elevamento del benessere di tutti.

 

La verità vera invece è che l'occidente oggi gode di un benessere maggiore e più diffuso grazie alla rivoluzione industriale e tecnologica che ha determinato la facilità di produzione dei beni e non certo grazie al laissez-faire.

 

Il laissez-faire, nelle nostre società, è responsabile del fatto che, nonostante l'aumento vertiginoso della capacità produttiva, a godere i benefici della produzione, siano ancora oggi poche sacche di privilegiati, i quali, non hanno altro titolo che quello di avere usato la proprietà per ricattare gli altri.

 

Ma la cosa più assurda è il paradosso che il laissez-faire contiene in se. In pratica, chi possiede i beni di produzione, si auto-conferisce il diritto di fare ciò che vuole, dimenticando che il concetto di proprietà, quindi il possesso di quei beni di produzione, è sancito dal "contratto sociale", cioè da quelle stesse convenzioni, regole e leggi, che il laissez-faire vorrebbe togliere di mezzo.

 

Questo porta anche subito alla luce un’altra evidenza. Fino al secolo scorso lo spettro della fame e della povertà si chiamava carestia, raccolti andati a male, calamità naturali incolmabili, che determinavano la mancanza dei mezzi minimi di sussistenza, producendo fame, miseria. Oggi queste realtà non ci sono più, grazie alla capacità di importare velocemente, di produrre con ancor più efficacia. Oggi buttiamo il latte in esubero, buttiamo le arance, perché quelle magrebbine costano meno. Buttiamo un sacco di cibi anche a casa nostra. I supermercati hanno interi scaffali pieni di cibo per cani, gatti, canarini, pesci tropicali, etc.

 

Una volta costruire un frigorifero costava fatica, e ore e ore di lavoro e quando lo si comprava si pensava che dovesse durare anni se non una vita. Oggi i beni sono fatti in serie, sono "usa e getta", cioè se si guastano vanno sostituiti perché è più facile produrli che riparali.

 

Se lo spettro della fame oggi esiste è perché ce lo impone il mercato. Lo spettro della fame, della povertà e della miseria, non è più dovuto alla durezza della terra, ma all'avidità illimitata di alcuni ed al permissivismo o alla mancanza di presa di coscienza degli altri.

 

Economia di mercato, economia liberale, salvaguardia del mercato e della libera iniziativa, slogan che hanno assunto la stessa effige terrea con cui le religioni usavano la morale in nome del bene. Guai andare contro ad essi. Ma se il diritto divino salvava la civiltà palestinese dalla dissoluzione ed il contratto salava l’uomo dal naufragio ideologico, il liberismo e l’economia di mercato riportano l’uomo non a 2500 anni, quando era morale sottomettere gli altri popoli, ma lo riportano agli scimpanzé azzerando quel 2% di DNA che ci diversifica da loro.

 

Contro l’assoluta fallacità ed inapplicabilità del laissez-fair in una società civile e progredita, gia agli inizi del secolo scorso, si scagliò, l'economista inglese John Maynard Keynes (1883-1946), che per primo diede forma all'ipotesi dello stato sociale (welfare-state).

 

Maynard individua nell'insufficiente capacità di consumo delle grandi masse i motivi reali della grande crisi. Conseguentemente, contrario alla compressione salariale, vede nell'innalzamento delle retribuzioni una ricetta per scongiurare i pericoli di un futuro crollo dell'economia. Anche i tassi di interesse operati dagli istituti di credito devono essere tenuti bassi per agevolare i prestiti alle imprese. Importante ancora l'investimento dei capitali industriali in attività produttive e non in speculazioni bancarie.

 

Il sistema di tassazione dei redditi e dei profitti da parte dello Stato avrebbe, poi, creato le condizioni per assicurare al potere esecutivo il ruolo di centro di coordinamento dell'economia nazionale. Il programma keynesiano, alla base del cosiddetto Welfare State è adottato nel New Deal rooseveltiano e in parte da alcuni governi europei, come quelli inglese e francese. Prevede il superamento del Gold-standard (valutazione della moneta in rapporto alla quantità di riserve auree) attraverso un sistema di collaborazione e di scambi internazionali che faccia riferimento alle reali capacità economiche di ciascun paese. (www.studenti.it/didattica/storia/newdeal4.php)

 

Il welfare state ha condotto egregiamente l'occidente nel dopo guerra, fin quasi ai giorni nostri, nei quali è iniziato un attacco strisciante contro di esso.

 

D’altro canto anche la scienza è arrivata a conclusioni che sconfessano le teorie economiche liberiste. John Forbes Nash jr. matematico e premio nobel per l’economia, con la “teoria dei giochi” ha dimostrato formalmente che vi sono un'enormità di situazioni dove la scelta ottimale non è quella di competere, ma di cooperare. Questo ha rivoluzionato l'approccio sino ad allora basato sulle teorie di Adam Smith, considerato fino a quell'epoca "padre dell'economia moderna". Secondo Adam Smith, un gruppo ottiene il massimo risultato quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé stesso: "l'ambizione individuale serve al bene comune", e di conseguenza "il risultato migliore si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé". L'intuizione di Nash, lo porterà ad intuire che tale enunciato è incompleto: "il risultato migliore si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo, secondo la teoria delle dinamiche dominanti". (http://it.wikipedia.org/wiki/Equilibrio_di_Nash)

 

 

C’è una variabile che non vediamo.

 

C’è un dato che chi analizza le società moderne non tiene nelle dovute considerazioni ed è il delta tra la società contadina e la società moderna.

 

Alla fine del secolo scorso, ingenti cambiamenti hanno mutato il nostro modo di vivere di relazionarci. Grandi masse di popolazione sono migrate dalla campagna alle città. L’elettricità ha trasformato la notte in giorno. Il vapore ed il petrolio hanno messo in moto le macchine e le macchine hanno aiutato l’uomo a costruire, ponti, viadotti, autostrade, grattacieli, ferrovie, porti, centri commerciali, etc. Navi, aerei, treni ed automobili, hanno reso possibili in poche ore spostamenti che precedentemente richiedevano mesi se non anni. La carta stampata, la radio e la televisione ci hanno portato in casa mondi lontani ed i computer ed i cellulari ci hanno aperto la strada ad una pluralità di  comunicazioni che i nostri avi neppure potevano immaginare.

 

Prima di questo la società contadina è stata la nostra realtà. Chi di noi ha più di cinquanta anni facilmente ricorderà i cortili col pozzo, gli animali nell’aia, ed i carri che tornavano carichi di fieno dai campi oltre la semplicità delle relazioni del paese o anche della città non ancora industrializzata. Ma oggi più nulla è più come prima.

 

Per millenni le città sono state piene di carrozze lente, di gente cortese che si muoveva pigra scambiandosi i saluti dopo la messa la domenica mattina.

 

Le città oggi sono gente che si sposta nervosamente sulle auto o sulle metropolitane andando spesso verso un “nessun dove”. Sono occhi a mandorla, pelle scura, idiomi diversi di gente che non si conosce e non si parla.

 

Per millenni il lavoro è stata la fatica ed il sudore che cadeva dalla fronte del contadino a fecondare la nuda terra, o le mani spellate nelle botteghe artigiane in una realtà dove, se una mattina avevi voglia di fare l’amore, potevi ritardare ad aprire bottega.

 

Oggi il lavoro sono routine e ruote, chiusi in capannoni o in uffici, legati dai vincoli di un orologio che ti misura i tempi, supervisionato da responsabili ed in continua competizione con chi lavora con te.

 

Per millenni la nostra istruzione sono state le informazioni dei “maestri” ed i pochi scambi con amici e conoscenti.

 

Oggi la nostra istruzione è un bombardamento mediatico senza precedenti, dove gli schermi delle TV e dei computer ci riversano addosso, a getto interrotto, ogni tipo di informazioni.

 

Per millenni la guerra è stata lo scontro faccia a faccia di eserciti più o meno cavallereschi.

 

Oggi la guerra arriva senza volto, con gli aerei ed i missili, che superano ogni sbarramento e lanciano bombe “intelligenti” ed il terrorismo è andato persino oltre questa concezione avveniristica della guerra. Il terrorismo il nemico lo costruisce in casa.

 

Il progresso ci ha liberato dallo spettro della miseria ma, per contro, ha creato delle strutture tremendamente fragili quali le grandi città. Oggi non solo l’energia ed il cibo, ma persino l’acqua, ci è garantita da una “benevola” entità invisibile che sembra provvedere ai nostri bisogni. Giriamo una manopola ed ecco l’acqua calda, schiacciamo un bottone ed ecco la luce. Un altro bottone e la casa si riscalda e tutto questo ci sembra la cosa più normale del mondo. Quell’entità invisibile, che ci permette di vivere nel contesto moderno, potremmo chiamarla “il sistema”. Il sistema è indubbiamente una tremenda macchina produttiva ma, come tutte le macchine, ha lo svantaggio che il fermo di un componente blocca il funzionamento dell’intero. Proviamo a pensare ad una città con un milione e mezzo di abitanti che si sveglia alla mattina senza acqua ed i cui componenti non hanno neppure i campi dove andare a svuotare l’intestino.

 

Queste considerazioni portano con se un’implicazione importante da capire. Cioè laddove i nostri nonni avevano migliaia di anni di back-ground per gestire il loro tipo di società, noi non abbiamo nel nostro back-ground, o nel nostro DNA, o nella nostra memoria collettiva, informazioni analoghe, cioè viviamo in un mondo nel quale il nostro inconscio non può aiutarci.

 

Anche un giovane che tipicamente riceve “gratis amore dei” il sommario delle esperienze dei genitori e parte dal punto in cui loro sono arrivati, avrà certo maggiore familiarità col mondo moderno, (basta guardare la confidenza dei giovani con la tecnologia), ma anche lui è sprovvisto di quel back-ground, perché neppure i genitori l’avevano. Questo ci pone in una condizione che è nuova nella storia dell’uomo perché i nostri avi hanno sempre avuto il tempo di formarsi la conoscenza dei lenti cambiamenti che trovavano nelle loro vite.

 

 

I valori.

 

Questi cambiamenti così repentini, provocano la frantumazione di quei valori condivisi che prima aggregavano la società.

 

Nella società contadina tutto gravitava attorno al bene materiale, perché non solo esso conteneva in se la fatica ed il sangue dell’uomo, ma era legato addirittura alla sopravvivenza dell’uomo stesso. Valori fortemente legati alla produzione come senso del dovere, serietà, impegno, affidabilità, erano quindi ampiamente riconosciuti ed incoraggiati. La religione cattolica stessa, dimenticando gli ammonimenti che Gesù aveva rivolto ai dottori della legge - "Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!” (Lc 11,42-46) - ha difeso il sacrificio ed il senso del dovere, appunto perché  questi valori erano valori funzionale alla sopravvivenza di quella società.

 

Ma ora che la produzione è fatta in serie e la capacità produttiva è garantita dalle macchine, valori come senso del dovere, serietà, impegno, affidabilità, non sono più interessanti. Persino la genialità dell’inventore, dello scopritore, oggi non interessa più granché. (Chi come me ha vissuto l’evoluzione delle aziende può facilmente verificare quanto dico sulla sua pelle), perché le macchine producono beni in esubero e quello che interessa oggi è la capacità persuasiva per vendere il bene prodotto, sono cioè le strategie di marketing.

 

E questo porta ad un altro paradosso dell’era moderna: oggi invece che creare beni per colmare delle necessità siamo costretti a creare necessità per vendere i beni prodotti.

 

Si potrà obbiettare che così ragionando si rischia di bloccare il mercato produttivo e con esso il mondo del lavoro ma non è affatto vero. Fino al secolo scorso eravamo costretti ad ammazzarci di lavoro per sopravvivere ma ora, che la più parte del lavoro lo fanno le macchine e la produzione è garantita, potremmo tranquillamente interessarci a cose che ci attraggono maggiormente lavorando meno e gustandoci il frutto del progresso. Oppure potremmo tornare ad occuparci della qualità dei prodotti e dei servizi che oggi è vergognosamente trascurata.

 

Usare le macchine per vivere meglio può sembrare utopia ma già agli inizi del secolo qualcuno aveva visto questa prospettiva. Nell’essenza “dell’evoluzione dell’umanità in 12 punti” tratta dal libro di Martinus: - Il destino dell’umanità - al punto 8 l’autore esprime questo concetto:  - L'uso delle macchine per ridurre l'orario di lavoro materiale - a favore di giorni di studio e di tempo da dedicare alla ricerca spirituale. –  (www.martinus.it/destino.htm)

 

Di fronte ai cambi indotti dalla società industriale ci sono state nel secolo scorso reazioni profondamente diverse. Nella vecchia Europa c’è stato l’esperimento comunista sovietico con la sua reazione fascista e nazista. Mentre l’America tentò un approccio di tipo illuministico che per un certo periodo ha gestito ed ammortizzare i cambiamenti.

 

Riporto da miei appunti liberamente tratti dal libro "Lila" di Robert M. Pirsig.

 

In America a gestire questi enormi cambiamenti c’erano fino ad allora solo gli schemi statici della società vittoriana. Una società chiusa nei suoi valori ormai stagnanti che esaltavano la forma negando l’essenza. Proprio per i suoi valori rigidi e stantii la società vittoriana con la sua cultura fatta di pruderie e di ipocriti moralismi si trovò incapace di gestire questo enorme cambiamento e  sotto l’inesorabile spinta del nuovo che avanzava, delle guide “illuminate” scelsero di chiedere l’aiuto dell’intelligenza. E gli intellettuali risposero alla sfida.

 

Colti e brillanti accademici presero il posto dei ricchi aristocratici ed iniziarono a sprimacciare gli schemi rigidi della società vittoriana dando vita a mille iniziative culturali. Seminari e dibattiti, scuole ed università iniziarono a prosperare. La scritta Dott. davanti al nome divenne più ambita del blasone di vittoriana memoria e tutto il paese divenne una fucina di idee nuove a caccia del “valore”. L’intelligenza e la conoscenza passavano da fattori subordinati al valore sociale a fattori dominanti.

 

L’antropologia balzò improvvisamente agli onori della cronaca, ed andò a riscoprire i valori della gente semplice. Orde di antropologi si riversarono nelle riserve degli indiani pellerossa, gli stessi indiani che la cultura vittoriana avrebbero voluto sterminare perché il "libero e selvaggio" era l’esatto opposto del loro conservatorismo.

 

La nuova intellettualità cercava la fonte dei valori culturali nella "gente semplice", anziché nei vecchi modelli europei. Artisti e scrittori degli anni Trenta, come Grant Wood, Thomas Hart Bentos, James Farrel, Faulkner, Steinbeck e decine di altri scavarono il terreno della cultura americana dei bianchi non istruiti alla ricerca della nuova moralità, senza tuttavia rendersi conto di come proprio quella cultura fosse la più affine ai valori degli indiani.

 

Perfino la lingua stava diventando più simile a quella degli indiani. La lingua vittoriana era iperdecorata, come le loro tappezzerie: piena di volute e di riccioli e di motivi floreali che non avevano alcuna funzione pratica, anzi distraevano l’attenzione degli eventuali contenuti. Ma il nuovo stile del ventesimo secolo era indiano nella sua semplicità e immediatezza. Hemingway, Sherwood, Anderson, Dos Passos, e molti altri scrivevano in uno stile che in passato si sarebbe definito rozzo ma che adesso incarnava l’immediatezza e la franchezza dell’uomo semplice.

 

Un altro esempio è il cinema western, dove venivano rappresentati i valori degli indiani diventati i valori dei cowboy, diventati infine valori americani per eccellenza. Tutti sapevano che i cowboy dello schermo non assomigliavano ai loro corrispettivi della realtà, ma che importanza aveva? Ciò che contava erano i valori, non la fedeltà storica".

 

I valori morali che stavano sostituendo quelli vittoriani mutuati dall’Europa erano i valori degli indiani d’America: indulgenza e tenerezza verso i bambini, libertà, franchezza nel parlare, amore per la semplicità, affinità con la natura.  (Robert M. Pirsig – Lila - edizioni Adelphi)

 

Di fronte al mondo che cambia si può fare due cose. La prima è avvilirsi e rassegnarsi. La seconda è cavalcare il progresso. Sia il comunismo che l’approccio illuministico americano di inizio del secolo scorso sono stati due grandi tentativi di dominare i cambiamenti, ma oggi è subentrata la paura ed un senso di impotenza e di fatalità. Oggi si sceglie la conservazione di un qualche cosa che, per altro ormai non c’è più.

 

Fenomeni come le due vittorie consecutive di Bush, sostenuto dai conservatori, in America. L’elezione di un Papa fortemente conservatore, il sorgere di revanscismi locali come la lega Nord in Italia, sono emblematici di questo tentativo di resistere al disgregamento di identità, arroccandosi attorno ai vecchi valori. Sfortunatamente i vecchi valori non possono funzionare perché erano rispondenti ad un contesto diverso, ma questo molta gente non lo ha ancora capito.

 

 

Favorire la transizione.

 

Non amo formulare ricette ma mi rendo conto che se non fossi propositivo non sarei credibile ed a fine scritto, butto lì una ricetta in 5 punti, anche se è chiaro che è solo un esempio e che una ricetta vera va elaborata da gruppi di studio come visto, poco sopra, nella citazione del libro Lila.

 

1) Occorre ripristinare “il contratto” e con esso la legalità riaffermando la centralità della ragione del diritto ed esautorando in maniera più assoluta quell’insieme di dottrine che vanno sotto il nome di laissez-faire. Questo è ampiamente dimostrato nel corso dello scritto e credo che non occorra aggiungere altro.

 

2) Occorre un governo, autorevole, snello e soprattutto laico, perché un governo fortemente influenzato dal pensiero cattolico non favorirà mai gli scambi e la crescita del nostro paese e sprecherà forze ed energie per gestire problemi di morale invece che “la cosa pubblica”.

 

La soluzione dell’”invadenza” islamica, ad esempio, non si attua facendo prevalere i valori cattolici su quelli dell’Islam, perché nell’attimo stesso in cui la nostra “prevalenza” venisse meno ci troveremo a dover lapidare le adultere ed a dover portare il burca. La soluzione è capire che l’uomo prima di essere cattolico o islamico, o buddista, etc è un essere umano e che la religione può esistere come fatto personale di fede, ma non può prendere il posto della ragione e dell’intelligenza, nella guida delle nostre società. Il seguente schema è un tentativo di dimostrare quanto affermo.

 

Analizzando la società ed i rapporti tra le persone, potremmo definire delle categorie di insiemi che sono in rapporto tra loro attraverso una gerarchia basata sulle “dimensioni dell’insieme”, evidenziando come la propagazione dei valori di una categorica gerarchicamente più bassa (o più piccola), sulla più grande non è realistico e, laddove avviene, assume contorni di prevaricazione e di violenza. Per dare sostanza al mio pensiero, provo a fare un’ipotesi di possibili categorie:

 

Gruppo A esseri viventi

 

Gruppo B esseri umani

 

Gruppo C credenti

 

Gruppo D cristiani

 

Gruppo E cattolici

 

Ogni gruppo include in se il successivo, cioè gli esseri umani ossia il gruppo B è una parte del gruppo A cioè degli esseri viventi, così come i credenti, o gruppo C, sono una parte del gruppo B cioè degli esseri umani. I Cristiani sono a loro volta una parte di un gruppo più grande, cioè quello dei credenti o gruppo C e così via.

 

Se i cristiani (gruppo D), cercano di propagare l’amore per Cristo al gruppo dei credenti (gruppo C), questo si traduce in una terribile coercizione. Se i credenti pretendono che tutti gli esseri umani credano nell’esistenza di Dio, questo genera violenza…etc.

 

Le cose sono diverse per i valori del gruppo più ampio verso quello più ristretto, per il semplice motivo che, ogni gruppo sottostante è inclusivo dei sistemi di valore del livello più alto. Cerco di spiegarmi: Come esseri umani, (gruppo B) non sentiamo coercizione nell’attaccamento alla vita che può essere il valore primario di tutti gli esseri viventi, (gruppo A). Come credenti, (gruppo C), non sentiamo violenza nell’amore dell’intelligenza che può essere uno dei valori fondanti dell’essere umano, (gruppo B). Come cristiani, (gruppo D), non sentiamo come violento l’amore verso Dio che è un valore fondante di ogni credente (gruppo C).

 

Ecco perché è sbagliato che esista un’imposizione di valori da un gruppo gerarchicamente più piccolo verso uno più grande, anche se quel gruppo rappresenta una maggioranza numerica all’interno del gruppo superiore. Il valore sul quale basare la convivenza non sono i valori del gruppo più forte ma quelli del gruppo più ampio. I valori del gruppo più forte e non di quello più ampio genera di fatto una dittatura che creerà inevitabilmente degli oppressori e degli oppressi con tutte le conseguenze che gli squilibri sociali comportano, perché i valori che lo popolano non sono i valori di tutti.  Solo attestandosi ai valori comuni al gruppo gerarchicamente più elevato si evita violenza e prevaricazione.

 

Questo non preclude che in ambiti”sottostanti”  ogni gruppo coltivi dei valori specializzati che ne nutrano spirito ed ambizioni ed il gruppo gerarchicamente superiore non sentendosi minacciato ne garantirebbe lo sviluppo.

 

Inoltre la pesantezza che sentiamo oggi soprattutto in Italia da parte della legge è proprio dovuta alla commistione tra elementi di valutazione morale ed elementi di valutazione economica e gestionale della cosa pubblica. La legge ci aiuta a vivere bene, non è pesante se applicata al campo che le compete.

 

3) Occorre rilanciare l’intellettualità per favorire la piena comprensione di ciò che sta avvenendo. Questa è veramente l’unica possibilità che abbiamo di fare fronte all’ondata disgregatrice del cambiamento. Non ci serve più la produzione di beni che hanno saturato il mercato, ci servono idee che aiutino la comprensione del fenomeno. Occorrono discipline mirate a capire e comprendere l’entità di quanto ci sta succedendo attorno. Occorre la valorizzazione, nelle scuole e nelle università, delle discipline umanistiche come l’antropologia, la psicologia, la letteratura, la storia, la filosofia etc. Si devono creare gruppi di analisi per dibattere possibili soluzioni. Si deve fare spazio ai pensatori nuovi, nuove idee, nuove filosofie.

 

4) Occorre favorire l’integrazione tra le etnie diverse creando scambi culturali, incoraggiando la curiosità verso il diverso, come successe miracolosamente durante l’illuminismo:

 

Soffiava il vento dello spirito di Voltaire. Lo svedese Minneo, il francese Buffon, fecero l’inventario della storia naturale. Le scoperte gli esperimenti di fisica, di chimica, l’astronomia, erano seguiti appassionatamente. Questa curiosità non conobbe frontiere: ci si interessava agli indigeni dei paesi esotici, ci si innamorava della Cina, ci si rendeva conto dell’esistenza di altre civiltà fuori del cristianesimo. IL XVIII nonostante quel tanto di cinismo che lo caratterizzò fu tutto preso dal grande sogno di unificare l’umanità, e questo cosmopolitismo si integrò di pacifismo. L’abate di Saint_pierre, fondatore del club “De l’Entresol” nel quale dal 1726 al 1731 si riunirono gli spiriti più originali di Europa, pubblicò un progetto di pace perpetua che è la prefigurazione della società delle nazioni. (Storia Universale ediz. Rizzoli Larousse).

 

5) Occorre che i media si mettano al servizio dell’intelletto. I media sono i riflettori che possono accendere o spegnere il valore. Sono loro che possono favorire la transizione oppure ostacolarla, per fare questo devono smettere di sciorinare la lista delle disgrazie durante i notiziari perché fa audience e devono interessarsi a diffondere e promuovere gli slanci culturali.

 

Loro possono dire: - tu promuovi scambi culturali tra diverse etnie quindi sei bravo, tu sei contro l’integrazione razziale quindi non vai bene - Loro possono premiare chi produce qualità e oscurare chi invece produce malessere. Sta al potere mediatico, aprire la strada all’intelligenza e dischiudere un nuovo “secolo dei lumi” per tutta l’umanità.

 

***

 

Note e referenze sui personaggi citati:

 

1) Jean Delorme membro del CADIR (Centro per l'analisi dei discorsi religiosi) à Lione (Francia) e professore  d'esegesi del Nuovo Testamento.

2) Jean-Jacques Rousseau (Ginevra, 28 giugno 1712 - Ermenonville, Dipartimento dell'Oise, 2 luglio 1778) filosofo.

3) Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 - Friburgo di Germania 1992), Premio Nobel per l'economia nel 1974, è stato uno dei più grandi esponenti del liberalismo del secolo XX ed uno dei maggiori critici dell’economia pianificata e centralista.

Thomas Hobbes (5 aprile 1588 - 4 dicembre 1679), filosofo inglese, è l'autore del famoso volume di filosofia politica intitolato Leviatano (1651).

John Locke (Wrington 29 agosto 1632, Essex 28 ottobre 1704), filosofo inglese

David Hume (26 aprile 1711, Edimburgo - 25 agosto 1776, Edimburgo). Filosofo e storico scozzese.

Adam Smith (Kirkcaldy, Scozia, 5 giugno 1723 - Edimburgo, 17 luglio 1790) fu un celebre economista scozzese.

4) John Maynard Keynes, primo Barone Keynes di Tilton (Cambridge, 5 giugno 1883 - 21 aprile 1946), da molti considerato il più grande economista del XX secolo, ha influenzato grazie alle sue idee sia l'economia che la politica.

5) Colbert era il “ministro” dell’economia sotto il regno di Luigi Luigi XIV.

 

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