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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

Sartre-Renaissance?
di Massimiliano Sanfedino


Tratto dal Saggio L’esistenzialismo ateo di J. P. Sartre, Piero Lacaita Editore, Manduria (Ta) 2005

 


Tutto si riduce ad un’illusione, ad un continuo rifugiarsi in mondi privi di consistenza, ad un’utopia nella quale anneghiamo e in un sogno dal quale non ci si vuole svegliare, forse consapevoli dell’amarezza di una realtà che non può soddisfare le nostre aspettative.

(M. Sanfedino, L’esistenzialismo ateo di J. P. Sartre)

 

 

 

 

La rinascita del Sartrismo

 

Saggista, intellettuale, ateo, marxista: chi è Jean-Paul Sartre?

In un’intervista all’Unità del 15 Aprile 2000, Paola Decina ha messo in risalto che non ha importanza chiedersi se Sartre sia stato più un narratore, un filosofo o un autore di teatro[1]. Ciò che è certo è che Sartre è stato un “uomo secolo”, come dichiara Bernard-Henri Lévy nel suo voluminoso Il secolo di Sartre. L’opera di Lévy incarna quella rinascita del nuovo interesse per il pensiero di Sartre, una nuova fase negli studi sul sartrismo. A fianco all’opera di Lévy, si sono susseguiti altri importanti contributi: Sartre, le dernier philosophe di Alain Renault, L’adieu à Sartre di Michel-Antoine Burnier, Sartre di Denis Bertholet, Les Trois aventures extraordinaires de Jean-Paul Sartre di Oliver Wickers, Littérature et engagement di Denis Benoît, La cause de Sartre di Philippe Petit, La lettre à Mathilde sur Jean-Paul Sartre di Jeannette Colombel. Si ode un vento di rinascita, che sia finalmente una Sartre-Renaissance? Che sia o meno una vera e propria svolta negli studi su Sartre? Ciò che è certo è che finalmente si respira una nuova aria che potrà aprire sicuramente nuovi orizzonti e campi d’indagine sul sartrismo.

Inoltre, in questi ultimi anni, sono da sottolineare le pubblicazioni delle opere Bariona o il figlio del tuono di Jean-Paul Sartre, uscita nel 2003 a cura di Claudio Tognonato, La mia autobiografia in un film di Jean-Paul Sartre, uscita nel 2004 a cura di Giovanni Invitto, Sartre di Gérard Wormser, L’universo della violenza del 1997 e Sartre et la morale del 2000, opere di Fabrizio Scanzio.

Oggi resta il ricordo di un “Uomo-Secolo”, che ancora rivive in molti, come nell’artista mantovano di Arte figurativa William Tode, il quale da giovane ha avuto modo di conoscere il filosofo francese. Jean-Paul Sartre, il maestro di cosa vuol dire essere liberi, il 15 aprile naufragava nel suo silenzio: il mondo aveva perso il più grande pensatore dell’Umanismo. Con il suo silenzio, Sartre ha raggiunto il suo obiettivo: si è conquistato finalmente l’eternità. Oggi è vivo, non è solo un ricordo, è sopravvissuto grazie alle sue lezioni di vita, e non per merito di un monumento o di un premio Nobel, tra l’altro rifiutato. Sartre se lo è scolpito il suo monumento: “Le Parole”, le uniche cose che lo reggono in vita. Anche se per molti Sartre è risultato scomodo, egli è pur sempre il punto di riferimento per il nuovo millennio, grazie soprattutto ad una nuova e più attenta lettura del suo pensiero, che cerca di cogliere il vero significato del sartrismo, passando attraverso il Sartre nietzscheano di Bernard-Henri Lévy e il caso Bariona esposto da Giovanni Invitto e dallo stesso Lévy.

Che il mondo d’oggi sia finalmente pronto ad accettare Sartre, questo è tutto da verificare. Senza dubbio il 21 Giugno del 2005, ossia l’anniversario della nascita del più grande filosofo francese contemporaneo, è un’occasione valida per comprendere se si può aprire una nuova fase che rivaluti il suo pensiero, penetrando nell’essenza della sua filosofia, affinché venga finalmente recepita nel suo più autentico significato: l’Umanismo.

 

Sartre: un nuovo “Zarathustra” o un altro “torrente di fuoco”

Vi ricordate “di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio! »?[2]. Inequivocabilmente mi riferisco a Friederich Nietzsche, “con il quale si celebra l’inizio dell’ateismo del nostro tempo”[3]. E che dire di quell’uomo che affermava che “il concreto”, in altre parole l’uomo, proiettandosi, non fa altro che creare “l’astratto”, ossia Dio? Non c’é dubbio che io stia parlando del Dio di Feuerbach, quest’ultimo figlio della sinistra hegeliana, il fondatore dell’ateismo filosofico dell’Ottocento, dal quale scaturisce il dilemma se è Dio ad avere creato l’uomo o è quest’ultimo ad avere creato Dio. Per Feuerbach non c’è nessun dubbio che vanifichi il suo giudizio che ad avere creato Dio sia stato l’uomo, come proiezione illusoria e oggettivazione fantastica di qualità umane, poiché, detto in parole sartriane, “l’uomo è fondamentalmente desiderio di essere Dio”[4]. Giovanni Invitto, nel suo Dio: una passione inutile, conclude il suo testo affermando che la risposta al problema dell’inesistenza di Dio è “un ritorno dell’esigenza, già presente in Feuerbach, di interrogarsi sul «perché Dio», se «Dio non è»”[5]. Risposta che ci viene data proprio da Sartre, nel momento in cui egli afferma che l’uomo pensa Dio poiché tende a esserLo, cioè causa sui. Un Sartre che ha come sfondo quella proiezione umana del Feuerbach, di quell’uomo-specchio, il riflesso della sua immagine ideale e divina. Vi ricordate il mito di Narciso, che specchiandosi nell’acqua resta narcotizzato dalla sua stessa immagine? Questo è l’uomo, nel momento in cui celebra la nascita del figlio di Dio. Tutti siamo figli di un essere al di sopra dell’universo: è questo quello che ci hanno fatto credere, una tradizione tramandata sin dalla notte dei tempi, una “folgorante intuizione” - se così si può definire - che nasce dal riflesso trascendentale dell’uomo stesso. L’uomo crea Dio per dare un senso alle cose, poiché non vuole accettare il fatto che il senso sia già dato nelle cose stesse, quella gratuità a cui spesso non sappiamo dare una risposta.

“Tutto è gratuito: questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare […]: ecco la Nausea”[6], ascoltiamo nell’opera teatrale sartriana. Quell’in-sé massiccio, dato, gratuito, non soggetto alla temporalità, alla quale l’uomo ambisce. L’esistenzialismo ateo o “l’ateismo postulatorio”, come lo battezza Gianfranco Morra, ossia quell’ateismo dell’autodeterminazione e della soggettività, trova proprio in Nietzsche “un entusiasta sostenitore”[7]. Per l’ateismo, la coesistenza di Dio e dell’uomo è praticamente impossibile, anzi si escludono reciprocamente, ponendo le basi in quel nietzscheanesimo dell’“autoscavalcamento incessante dell’uomo”[8].

Leggendo le opere di Sartre mi è parso di trovarmi dinanzi ad un Nietzsche dell’esistenzialismo, un nuovo “Zarathustra”. Si tratta di un Sartre che muove i suoi primi passi partendo da quell’Umano troppo umano, passando attraverso quella trascendenza scaturita dal desiderio dell’uomo di essere Dio, per giungere alla consacrazione dell’uomo che non ha bisogno di Lui, annunciando l’Umanismo esistenziale, il suo ateismo materialistico.

«Dio è morto»[9], sepolto, è il momento che l’uomo superi quello stadio dell’umano troppo umano, quello stadio nel quale egli stesso si riduce ad una bestia, che lo rende “più scimmia di qualsiasi scimmia”[10]. Ma per fare ciò, l’uomo deve togliersi gli abiti divini, deve ritrovarsi, deve comprendere che “egli è ciò che si fa”, che nulla può salvarlo, perché non c’è nessun mondo all’infuori di questo.

“Le cose erano sole, e, soprattutto, l’uomo era solo. Era solo come un assoluto. Era una cosa strana, un uomo. Me ne sono reso conto poco a poco, […] come prigioniero nel mondo”[11], dichiara Sartre. E, affinché l’uomo divenga conscio del suo essere uomo, emergendo dal suo grado di inferiorità, deve ritrovarsi nella sua solitudine. Nella solitudine s’intravede il Superuomo, quell’uomo che, nel momento in cui cerca di comprendere cos’è un uomo, attraverso una forsennata ricerca di Dio, si ritrova solo dinanzi a sé stesso: un uomo, solo un uomo, “fatto di tutti gli uomini”[12]. Volgendo lo sguardo oltre la finestra del mondo celeste, l’uomo non trova che sé stesso: tutto intero, condannato all’assurdità della scelta incondizionata, ma pur sempre libero di scegliere. E il suo destino dipende solo da lui, naturalmente dinanzi alle possibili possibilità.

Seguendo il pensiero sartriano, possiamo affermare che è l’uomo ad aver scelto di creare Dio, le divinità, conseguendo un’estensione di sé, come fa l’uomo di Feuerbach. Tutto si riduce ad un’illusione, ad un continuo rifugiarsi in mondi privi di consistenza, ad un’utopia nella quale anneghiamo e in un sogno dal quale non ci si vuole svegliare, forse consapevoli dell’amarezza di un realtà che non può soddisfare le nostre aspettative. L’uomo è nudo dinanzi a sé stesso, è quel per-sé che si scopre mancanza dell’in-sé, quel desiderio che fortifica il fondamento di un Dio, un creatore che deve essere ucciso affinché si possa annunciare la rinascita: l’avvento del Superuomo. L’uomo ha partorito Dio nel mondo e quando egli si rende conscio di esserne l’artefice, abbandona quest’idea. L’uomo ha progettato Dio per spiegare l’inspiegato, ossia quelle manifestazioni che lo abbagliano, lo rendono cieco, e per dare delle motivazioni agli eventi si rifugia nel trascendente creando Dio.

Non c’è dubbio che il sartrismo si esprime in (prima era scritto: si esprima con i termini) termini Feuerbachiani della proiezione umana. Il nichilismo di Sartre non uccide Dio, ma lo trascende (lo supera), riscoprendo quell’umanismo che si ripercuote nell’uomo.

“L’illusione retrospettiva è in briciole; martirio, salvezza, immortalità, tutto si deteriora, l’edificio cade in rovina, ho acchiappato lo Spirito Santo nelle cantine e l’ho discacciato; l’ateismo è un’impresa crudele e di lungo respiro: io credo di averla condotta in porto”[13]. È in questo modo che Sartre manifesta il suo nichilismo, o, se mi è permesso, il suo nietzscheanesimo. Ora è giunto il momento di “lasciarsi vivere”, come dichiara il personaggio de La Nausée, ossia Roquentin. C’è bisogno della gioia di vivere, “il faut de vivre[14], come afferma William Tode nell’intervista inserita nel Saggio dal titolo L’esistenzialismo ateo di J. P. Sartre. Dunque, l’esistenzialismo non è una filosofia della solitudine e del pessimismo, come molti hanno sostenuto, ma è grazie alla solitudine che l’uomo ritrova la propria dignità umana, e per ottenere ciò, deve fare emergere il suo essere “Superuomo”. Quest’ultimo però non vuole sostituirsi a nessuno, e né tanto meno vuole essere il nuovo idolo. Il “superuomo” non è altro che lo scoprirsi di essere solo un uomo.

Uccidere un Dio inesistente, indica riconoscere il fallimento umano nell’avere creato un’illusione e una speranza senza fondamenta, ossia quel presupposto umano: un “delitto” che in realtà non c’è, è solo un risveglio, un tornare alla natura, riscoprire l’orizzonte del nuovo uomo. Dunque, quando parlo del Superuomo di Sartre, inevitabilmente mi riferisco alla figura di quell’uomo senza Dio, all’umanismo ateo del filosofo, che trova in lui la sua massima personificazione, insomma lo “Zarathustra, il senza Dio”[15].

Penso che in ognuno di noi ci sia uno Zarathustra, c’è chi lo ritrova, come è stato per Nietzsche, per Feuerbach, per Sartre - anche se in modi differenti - e c’è chi non riesce a svegliarsi da quel sonno dogmatico.

In conclusione, posso asserire che Sartre, come tra l’altro sostiene Bernard-Henri Lévy, deve essere riletto sia in chiave nietzscheana, sia in chiave feuerbachiana, ossia dal punto di vista ontologico-antropologico, e, citando una frase dei Quaderni per una morale, vorrei ribadire che l’umanismo altro non è che “l’assenza di Dio, la quale non è più la chiusura, anzi essa è l’apertura dell’infinito, […] è più divina di Dio”[16].

- Febbraio 2006

 

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