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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

L'uomo e la macchina: osservazioni su "L'anima della tecnica" di E. Boncinelli.

di Alberto Simonetti - Settembre 2013

 

 

È noto come la nostra epoca si caratterizzi peculiarmente nel segno della macchina. Oggetto della discussione è il rapporto dell’uomo con la sua creazione giunta oramai ad un grado di precisione e di perfettibilità senza precedenti. Fin dall’introduzione, Boncinelli mette in luce l’ambivalenza che percorre il concetto di macchina, quindi anche quello di artificialità: la possibilità e la decadenza.

Nessun animale è in grado di produrre un dispositivo ingegneristico capace di supportare e, in certi casi, di sostituire l’uomo nell’operato quotidiano, sia che riguardi il lavoro, sia nello spazio comunicativo. L’autore ravvisa una dinamica fondante nella nascita e progressiva rincorsa miglioristica della tecnica partendo dalla scelta di una determinata facoltà dell’uomo, concentrandone il potenziale, l’energia, e diminuendone il tempo di realizzazione. Passando dalle prime invenzioni alla nostra epoca, Boncinelli denota una formazione sempre più raffinata del concetto di scopo, tratto anch’esso distintivo dell’unicità del genere uomo. La fase che intercorre tra i primi utensili ricavati da rami, ossa, pietre e le nanotecnologie odierne rappresenta il percorso di fusione che tecnica e società hanno avuto; l’evoluzione culturale degli strumenti si accompagna totalmente all’espressione sempre più raffinata del cervello umano, del legame che da esso scaturisce tra “sapere” e “saper fare”. Così è emerso il piano dell’alternativa, della logica che separa l’oggetto individuato dalla sua potenzialità, dalla sua utilità, fornendo in tal modo all’uomo la risoluzione costantemente migliorabile dei problemi dovuti ai limiti della sua mente e del suo corpo.

In questa fase evolutiva si colloca la transizione dal termine greco μηχανή (mechanè) all’odierno “macchina”; tra questi due poli affiora lo spazio pratico-sociale della tecnica, progressivamente distanziantesi dal marchingegno antico per acquisire una connotazione autonoma. L’autore mette bene in luce la caratterizzazione di “macchina”: «La macchina […] rappresenta la materializzazione di una strategia mirante a raggiungere un obiettivo […]. La sua caratteristica fondamentale è l’articolazione, talvolta assai spinta, e la strutturazione in componenti diverse impegnate spesso in azioni ripetute e almeno parzialmente cicliche» (1).

Ovviamente la crescente complessità è rafforzata dalle nuove scoperte, tra cui quella dell’elettricità che ha segnato indelebilmente non solo il corso dello sviluppo tecnico, ma la stessa visione del mondo dell’uomo; un altro segno distintivo nel rapporto uomo-macchina è proprio la decisa volontà dell’individuo e della sua struttura mentale di accettare la modificazione istantanea delle sue abitudini in virtù di una nuova scoperta tecnologica. Assistiamo, infatti, ad una particolarità poiché mentre l’individuo è generalmente refrattario a modificare la sua forma mentis sul piano dei valori etici, politici e civili (come potrebbe essere l’accettazione del processo di secolarizzazione e di perdita dei valori della tradizione), è quasi istantaneamente incline a capovolgere le proprie abitudini sul piano del crescente e costante sviluppo della tecnica. È chiaro come l’essere umano prediliga la lusinga tecnologica alla modificazione radicale della società in senso etico-politico; è come se l’abito mentale medio trovasse più facilita nel conformarsi ad un nuovo strumento tecnologico quasi giornalmente, piuttosto che dialogare con istanze più complesse riguardanti le relazioni sociali e civili.

Boncinelli segnala un passaggio decisivo nel confronto tra macchine mentali e macchine materiali: «La varietà delle macchine materiali possibili è enormemente superiore a quella delle macchine mentali, soggette a maggiori vincoli, e perché la loro marcia è sostenuta da un processo di accumulazione, sostanzialmente irreversibile, dei loro effetti pratici» (2).

Approfondendo le dinamiche storico-evolutive della macchina si può concentrare l’attenzione sulla svolta, dovuta all’informazione tecnicizzata, nel connubio tra scienza e tecnica; la distribuzione costante, quasi ossessiva, dell’informazione raggiunge gli aspetti più interni anche della stessa vita privata degli individui (si pensi ad internet, alle mutevoli forme di riempimento del tempo libero), dove se prima si aveva una netta scissione anche temporale nel rapporto dell’uomo con la macchina, in quanto si tornava a casa dopo ore passate a lavorare in fabbrica e quindi collaborando con la macchina, oggi questa scissione è venuta meno poiché in ogni momento della giornata, l’individuo è in continua relazione con macchine e strumenti tecnologici.

Da questi aspetti si può cogliere lo spunto teorico di Boncinelli riguardo al mutamento, causato dalle macchine, non solo dell’esterno, ma anche dell’interiorità dell’individuo. Anche se l’autore prende le distanze da un’effettiva critica della macchina, si può facilmente comprendere l’aspetto reificante della tecnologia, soprattutto di quella eretta a fine e non misurata alla sua utilità come mezzo. Le facoltà mentali, rette dalla modalità del parallelismo come l’autore stesso precisa, si impoveriscono dal momento che non rivelano il proprio spazio nomade di creatività. Il cervello umano ha bisogno di sottrarsi ad una costrittiva uni direzionalità che perviene allo scopo (vedi la logica utilizzata per costruire una macchina), perché quanto più effettua operazioni di flusso tanto più serberà la sua elasticità che, vista da un piano astratto, preserva e rivendica la libertà dell’individuo stesso. Discorso contrario è applicabile per le innovazioni tecnologiche operate sul campo della medicina, della ricerca, che investono la salute della persona; a questo proposito l’autore afferma: «Un evento decisivo per la più recente affermazione della tecnica in tutte le sue articolazioni è stato infatti l’ingresso delle macchine nel campo della salute e il loro definitivo affermarsi su tale terreno. Da quel punto in poi l’apporto delle macchine materiali non è stato più solamente esterno, ma si è per così dire anche interiorizzato. Esse estendono in sostanza i poteri dell’uomo nel suo agire nel mondo e sul mondo, ma anche nell’agire sul suo corpo» (3).

A ragione l’autore individua l’assoggettamento e l’intrinseca dipendenza dell’uomo nei confronti delle macchine nella crescente pacificazione e stabilizzazione dell’Europa; la diminuzione delle guerre ha favorito la globalizzazione, il mercato globale, l’economia si sono dimostrati conniventi con le istanze della tecnica, contribuendo alla formazione di un vero e proprio sistema politico di potere. Il costituirsi di ciò non è da imputare solo alle minoranze che hanno poteri decisionali, ma alla massa stessa degli individui; infatti, la dilatazione sclerotizzata del nesso produzione-consumo si rafforza grazie alla domanda ossessiva, quindi alienata dell’individuo stesso, quasi alla ricerca di un risarcimento dell’infelicità esistenziale. In merito è chiaro l’autore: «[…] le caratteristiche della “domanda” degli esseri umani, domanda che include anche la necessità di biasimare tutto ciò è di attribuirgli in larga misura la responsabilità della pressione del “male di vivere”» (4).

Connesso a questo evento, è importante sottolineare come l’aumento spasmodico dei consumi abbia contribuito alla decadenza dell’estetica e del paesaggio, sostituiti dal moderno design e dalle paternalistiche iniziative che promuovono l’ecologia. Nel suo progetto di un’“ingegneria trascendentale”, Boncinelli tratteggia storicamente il progresso della tecnica nel solco del passaggio dal trucco al meccanismo; mentre il primo era pienamente inserito in un contesto rituale e magico, velato da una metafisica immediata, utilizzato per accrescere lo stupore dinanzi all’apparizione sulle scene tragiche del deus ex machina, il secondo ha appreso il lato tecnico del trucco attraverso l’esperienza degli ingegneri e degli architetti antichi (vedi Erone di Alessandria), passando attraverso l’esperienza delle grandi costruzioni medievali, della scienza sperimentale del Cinquecento e del Seicento, fino all’attuale connotazione tecnologica.

I problemi che emergono dal confronto con la natura, dal tentativo umano di dominarla attraverso le macchine, segnano sia i limiti che le possibilità del progettare umano, del progresso finalizzato al benessere che spesso, però, non coincide con la felicità. Ed è soprattutto la natura a creare quel saldo rapporto tra tecnica e scienza che l’autore così descrive: «Ci si rende conto per la prima volta del fatto che le macchine, per quanto ingegnose, non possono violare alcun principio delle leggi della natura, nell’ambito delle quali si possono muovere liberamente ma che restano ineludibili […] È il momento, veramente magico, nel quale scienza e tecnica si incontrano quasi su un piano di parità: l’una fornisce all’altra la base di conoscenza e delimita gli ambiti dell’operatività pratica, l’altra mette alla prova principi teorici e regole metodologiche e fornisce le nozioni pratiche che possono derivare soltanto dall’esecuzione di operazioni reali» (5).

L’autore stesso vuole sfatare il luogo comune che vede la scienza con il suo sostrato teorico avere il primato, anche temporale, sulla tecnica, quando, al contrario, la storia smentisce tale impostazione; in effetti, l’uomo, prima di autonomizzare l’indagine sulla realtà nel settore denominato “scienza”, possedeva già l’esperienza di numerose creazioni e lavorazioni manuali di matrice tecnica. Aristotele colse brillantemente queste caratteristiche differenziando l’έπιστήμη (episteme), ovvero il sapere e la teoria scientifica dal suo utilizzo pratico, la τέχνη (techne). Solo con la rivoluzione scientifica e l’edificazione problematizzata del metodo (si vedano Galilei, Bacone, Keplero), si è giunti ad una maturazione dinamica del connubio scienza-tecnica, basata sulla cooperazione nella produttività meccanizzata. Afferma ancora Boncinelli: «La tecnica è allo stesso tempo strettamente correlata alla scienza e indipendente da essa» (6).

Si è realizzato un progressivo trionfo delle macchine, la cui spinta propulsiva è costituita non solo dalle teorie prettamente scientifiche tra Cinquecento e Seicento, ma anche dai grandi sistemi filosofici nei quali la matematica, l’astronomia, la geometria e la misurazione contribuivano alla loro realizzazione (si pensi all’armonia prestabilita di Leibniz, a Cartesio, a Pascal, alla ragione calcolante di Hobbes ed a molte teorie meccanicistiche). L’individualismo atomistico entra in una fase di disgregazione, poiché seguendo l’autore: «Si è cominciato a pensare al mondo come a un gigantesco congegno meccanico, anche se già Lucrezio parlava della machina mundi, e soprattutto agli esseri viventi (7) come ad altrettante collezioni di meccanismi a orologeria» (8).

Mutano le relazioni meccaniche se si entra nel campo della biologia, quindi dello studio sugli esseri viventi; infatti in biologia il concetto di meccanismo è supportato inscindibilmente da quello di funzione. La materia è plasmata tenendo conto della forma come di ciò che deve essere preservato e, in senso medico, curato.

Nella conoscenza del funzionamento della nostra interna macchina naturale, secondo l’autore, ha avuto una grande importanza lo studio della macchina artificiale che, eliminando un approccio verso l’uomo di tipo scontato riguardo alle sue proprie funzioni, ha permesso di farne affiorare la radice, contribuendo alla sua ipotetica cura. Il comun denominatore che prende forma dal rapporto tra le due tipologie di macchine è messo in luce da Boncinelli: «Le macchine artificiali inventate dall’uomo e quelle naturali disseminate nel nostro corpo hanno in comune il fatto di essere volte al compimento di una funzione, cioè di un’operazione materiale finalizzata al raggiungimento di un fine, consapevole o inconsapevole o al limite anche ricostruito a posteriori».

Si apre in tal modo il piano differenziale tra l’ambito biologico e quello meccanico, due diverse concezioni e, nello stesso tempo, potenziali dinamici di organismo; lo scarto risiede nella variazione delle rispettive costanti in quanto in sede meccanica la costante è costituita dalla ripetizione, dalla stabilita e dalla fissità. Al contrario nel contesto biologico la costante è la variazione continua, la fragilità degli stati e la caratteristica di un flusso ininterrotto di processi a salti, paralleli, di produttività creativa in divenire. I modi qui descritti segnano inoltre la separazione tra il nostro sistema nervoso ed il computer; Boncinelli spiega chiaramente come la consequenzialità della logica del calcolatore elettronico non appartiene come costante al nostro cervello. Un simile distacco ci fa capire l’importanza della possibilità di vivere mutevoli esperienze parallelamente come sopravvivenza della nostra vita mentale. L’uomo stesso predispone e rende attiva la tecnica a propria immagine e somiglianza, quasi ricalcandola sul modello del suo stesso organismo. Una siffatta pretesa artificiale proietta il progresso all’interno del germe della sua regressione, del decadimento della funzione-mezzo a vantaggio della sottrazione del particolare umano per eccellenza. Una tecnica dotata di anima, come l’opera indica, sottrae la peculiarità emotiva all’essere umano; ecco il motivo per cui sarebbe opportuna una configurazione della tecnica non intesa come vivente, ma come ponte strumentale per migliorare le condizioni della vita stessa. Un esempio concreto che l’autore mette in luce, un esempio che potremmo a ragione definire di “buona tecnica”, è l’invenzione dell’orologio, della misurazione del tempo. Esso è, infatti, la scoperta che ha segnato una vera e propria svolta nella storia della civiltà; a riguardo così si esprime l’autore: «Pur avendo una vaga nozione del tempo che passa sulla scala dei minuti, e organi di senso che ci permettono di renderci conto dei segni del trascorrere del tempo su scale più estese, non possediamo nessun organo specifico per registrare o quantificare il passare del tempo. La misura del tempo è una costruzione della nostra civiltà» (9).

La macchina si costituisce in sé come depositaria del tempo, del suo movimento nella logica dell’operatività intrinseca ad essa, ma la differenziazione rispetto all’uomo risiede nel tempo come stato emotivo, infinitamente più dinamico dello scorrere meccanico. Da notare non sono solo questi aspetti differenzianti ma anche l’utilità del tempo meccanico come ottimizzazione, i cui fruitori sono prima i grandi centri di scambio del capitale, poi le ossessive reti consumistiche della massa.

Nel penultimo capitolo Boncinelli affronta il problema contemporaneo della mente artificiale, del suo rapporto con il cervello umano e delle sue velleità sociali. Si legga: «Il calcolatore elettronico […] è un po’ il simbolo del mondo degli ultimi cinquant’anni e l’invenzione che più di ogni altra ha dato a ciascuno di noi l’impressione dell’onnipotenza, e più di recente dell’onniscienza. Il calcolatore, o computer, compie operazioni logiche sequenziali a una velocità incredibile. E non sbaglia» (10).

Dietro lo strapotere di questa mente artificiale voluta dall’uomo stesso, si cela quasi una sostituzione di quella che era la dimensione magico-ritualistica e religiosa, ovvero la proiezione di una perfezione che non dimora più nel cielo, nell’iperuranio, ma sulla terra stessa ed è manipolabile, fattore che rende la tecnica ancor più luogo delle speranze umane. Per fortuna, l’àncora di salvataggio per l’esistenza dell’individuo è l’ambiguità, il desiderio, l’emotività inconscia dovuta al parallelismo come modus operandi del nostro cervello. Per quanto possa essere perfettibile, il computer non raggiungerà mai, a mio avviso fortunatamente, il meraviglioso fluttuare e la sublime commistione di intelletto e sentimento caratteristica dell’umano esistere.

L’autore precisa inoltre, in ambito strettamente tecnico, la possibilità delle nanotecnologie, sviluppi di quella che un tempo era la miniaturizzazione; con esse la dimensione medica potrà sicuramente trovare meccanismi in grado di garantire produttività curativa ed ottimizzazione spaziale, fungendo da valido supporto alla biologia ed alle sue sperimentazioni. La complessità mentale dell’essere umano risulta inimitabile tanto quanto la semplicità dei comportamenti che una macchina non può che riprodurre in modo macchinoso e lento; quindi da un lato il parallelismo come struttura cerebrale, dall’altro l’immediatezza dell’agire umano, costituiscono la rivendicazione concreta dell’esistenza individuale nei confronti del tentativo meccanico di usurparne l’autonomia.

Boncinelli, infine, sottolinea la distanza abissale tra la rete neuronale del nostro cervello con quella artificiale del computer, precisando sia l’indiscutibile ed indisponibile primato del patrimonio umano, sia la funzione di sostegno, di semplificazione e di cura della macchina, del computer, della tecnica.

Sul futuro della tecnica in ambito medico, l’autore afferma: «Sembra abbastanza chiaro inoltre che il futuro della nostra salute non sarà affidato solamente agli sviluppi della genetica e della biologia molecolare, ma si avvarrà in maniera significativa di supporti ingegneristici» (11).

In ultimo, possiamo auspicare un costante miglioramento del potenziale della tecnica che permetta all’esistenza una realizzazione dignitosa anche laddove le era stata preclusa, soprattutto quindi nell’ambito medico e della ricerca; tutto ciò non può in alcun modo reificarsi ad assoggettamento per l’individuo, alla sua mera funzione strumentale, preservando lo stesso dalla deriva consumistica falsamente denominata progresso. La tecnica va kantianamente concepita come mezzo, funzione utile agli scopi della vita nel suo complesso, prodotto della psiche come sede della creatività, spazio umano per eccellenza. Una tecnica come supporto in grado di intervenire in favore dell’esistenza, non come entità cui sottomettersi cadendo nell’irretimento tecnocratico-consumistico. Insomma, un atto di fiducia nei confronti del potenziale enormemente produttivo delle facoltà intellettive umane, un suo indiscutibile primato, una volontà di preservarne l’incontrollabile flusso di libertà.

 

   Alberto Simonetti

 

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NOTE

1) E. Boncinelli, L’anima della tecnica, Rizzoli 2006, p. 24.

2) Ivi, p. 33.

3) Ivi, p. 36.

4) Ivi, pp. 42-43.

5) Ivi, p. 56.

6) Ivi, p. 67.

7) Ivi, p. 72.

8) Ivi, p. 80.

9) Ivi, p. 112.

10) Ivi, pp. 118-119.

11) Ivi, p. 157.

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