Riflessioni Filosofiche a cura di Carlo Vespa
Riflessioni sui Vangeli gnostici
di Marco Apolloni
-
Vangelo di
Tomaso
- Vangelo di Maria
- Vangelo di Verità
- Vangelo di Filippo
Premessa
Gli autori dei Vangeli gnostici
sono degli intellettuali cristiani e in
quanto tali non sono facilmente allineabili
tra le fila dell'ortodossia.
La loro conoscenza è eterodossa,
ossia dotata di una forte spinta innovatrice
e proprio per questo non in perfetta
sintonia con una conoscenza ortodossa,
che diversamente si basa su un apparato
strutturale molto più rigido ed ancorato in
salde convinzioni dogmatiche. In questi
testi vi sono delle illuminate
considerazioni sull'operato irreprensibile e
i discorsi illuminanti del Salvatore. Il
loro vero protagonista è il pensiero in
azione del Nazzareno. Qui vi è sapientemente
argomentata una certa prassi di costui. L'insegnamento più utile, secondo
noi, che si può trarre dal vivificante
esempio del Cristo è senz'altro: "Credere
fortemente in noi stessi, poiché ognuno è
Cristo in sé".
In questo nostro scritto non ci occuperemo della Fede vera e propria, che può essere creduta o meno a seconda delle proprie convinzioni. D'altronde essa altro non è che una comprensione sconosciuta che s'occupa di comprendere quelle ragioni talmente profonde, che altrimenti la ragione da sola non può comprendere. La nostra concezione della Verità è ancora ben lungi dall'essere vicina ad alcuna Rivelazione divina ed è, quindi, ancora in cammino verso l'Uomo. Per farla breve, noi crediamo con Socrate che il nostro compito precipuo sia quello di auto-conoscerci per poi conoscere meglio il Mondo che ci circonda. Del resto, presso l'Oracolo delfico vi era impressa questa emblematica iscrizione: «Conosci te stesso». Chiarita questa nostra disincantata concezione, ci agganciamo subito al testo da noi attentamente esaminato. Nel Vangelo di Tomaso, detto 67, Gesù dice:
«Colui che conosce il tutto, ma è privo della conoscenza di se stesso, è privo del tutto» [1].
La conoscenza di sé, infatti, qui rappresenta il primo gradino da scalare nel proprio percorso d'ascesa-elevazione spirituale per raggiungere la conoscenza del Padre celeste. In un certo senso possiamo parlare di volontà di potenza del Cristo. Avere fede in colui che si è immolato per la causa dell'umanità significa avere fiducia nell'uomo. Per far ciò occorre innanzitutto riporre fiducia in noi stessi.
Solo chi crederà nel dio che è dentro di sé, potrà così salvarsi e non gustare il sapore pestilenziale della morte. Il regno del Padre è una mera dimensione interiore. L'essenza profumata di questi Vangeli ci ottunde i sensi e sta a noi riuscire ad assaporarli in pieno: gustando quelli che sono gli insegnamenti di Cristo incarnatosi non per legiferare, bensì semplicemente per indicarci la Via della Salvezza. Cito testualmente dal detto 3 del Vangelo di Tomaso:
«.Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive.» [2].
Il messaggio che trapela da queste parole è chiaro: il Regno è in ognuno di noi, solo che per trovarlo occorre anzitutto trovare il proprio dimenticato sé. Per far ciò, però, occorre prima perdersi infinite volte, poiché è assai tortuosa la Via che conduce al proprio vero sé. La testimonianza messianica dell'avvento del Redentore è un po' come l'invenzione della dinamite: tutto dipende dall'uso che se ne fa! In definitiva essere partecipi della conoscenza-rivelazione divina significa essere: Una cosa sola con il Tutto. E in questo aspetto, almeno, tutte le religioni si assomigliano. Ossia nel riconoscere una dimensione ideal-paradisiaca, dove ciascuno possa eliminare le proprie scissioni o lacerazioni interne per affrancarsi così nell'inter-connessione con tutti gli altri Enti del Creato.
Vangelo di Tomaso
Il
Vangelo di Tomaso è suddiviso in diversi detti. Prendiamo il
detto 2:
Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal
cercare fino a quando non avrà trovato;
quando avrà trovato si stupirà. Quando si
sarà stupito, si turberà e dominerà su
tutto»
[3].
Questa affermazione, che Tomaso attribuisce
al Nazzareno, è molto simile alla concezione
aristotelica
della
filosofia
intesa essenzialmente come
meraviglia.
Secondo Gesù, infatti, solo chi ha stupore
delle cose può turbarsi per poi dominare su
di esse. Chi non si stupisce non ha la
benché minima possibilità di turbarsi e chi
non si turba è condannato a vivere
nell'indifferenza quotidiana: schiavo delle
proprie passioni negative. Chi si renderà
partecipe della conoscenza rivelata, invece,
sarà liberato da esse. Cosicché si ergerà
sopra gli altri e s'incamminerà sul Sentiero
della Rettitudine (ovvero il «Ren» di cui
parlava
Confucio
nei suoi
Dialoghi).
Notiamo ora questa basilare definizione
tratta dal detto 18:
«Avete scoperto il principio voi che vi
interessate della fine? Infatti nel luogo
ove è il principio, là sarà pure la fine.
Beato colui che sarà presente nel principio!
Costui conoscerà la fine e non gusterà la
morte»
[4].
Il principio di tutte le cose coincide,
appunto, con la fine delle medesime. Ciò che
non ha mai avuto un
inizio,
non avrà neanche una
fine!
Dunque dal momento che il Mondo ha avuto
inizio, esso prima o poi finirà; così come
noi dal momento che nasciamo, moriamo pure.
Questa sorta di determinismo è presente
nell'escatologia paolina preconizzatrice della Fine dei
Tempi. Tutto ciò ha origine da una ben
precisa concezione circolare (nietzscheana)
della Storia, con molti eventi tendenti a
ripetersi nel corso dei secoli, avente però
un estremo punto di non ritorno, di
discontinuità, dal quale ci è impossibile
tornare indietro e dove il Giudizio Finale
verrà compiuto secondo le Scritture. Il
Tempo stesso cesserà il suo inarrestabile
fluire, causa ultima di quel flagello in
Terra qual è la Morte, la cui falce
inesorabile è stata calata sul genere umano
sin dalla "notte dei tempi" come conseguenza
del
peccato originale di Adamo ed Eva. Tale peccato primigenio si
dovette all'insaziabile e divoratrice
curiosità di costoro, i quali pretesero a
tutti i costi di essere resi partecipi dei
frutti dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Ecco perché da questo momento in
poi la curiosità stessa ha costituito il
"tratto distintivo" degli uomini-senzadio.
Ossia senza l'indispensabile "bussola
celeste" rappresentata dal Padreterno.
Ritorniamo adesso laddove la nostra
riflessione aveva preso le mosse. Il tema
del Giudizio ha precorso e dominato tutte le
fila della cristianità determinando quella
corrente di pensiero comunemente chiamata
"messianismo". Ovvero quella corrente
basatasi sul presupposto di un ritorno del
Messia per redimere gli oppressi e
condannare i loro oppressori. Tra l'altro
possiamo far notare come tale corrente di
pensiero sia tale anche per un certo
marxismo di stampo benjiaminiano. Per esso,
infatti, è altrettanto plausibile nonché
verosimile l'idea che un Messia un giorno si
materializzerà per ristabilire la cosiddetta
Società Perfetta marxiana, dove le classi
vessate possano finalmente venire da costui
redente. Appunto per questo i paralogismi
tra quel che è il messaggio cristiano e quel
che è, invece, il messaggio marxiano si sono
sprecati per molta parte della critica
moderna. Procediamo ora per gradi e vediamo
il detto 24:
Gesù disse: «Beato l'uomo che ha sofferto.
Egli ha trovato la vita»
[5].
Qui l'insegnamento del Cristo rivela la
preminenza della sofferenza, carattere
irrinunciabile per il cristiano, il quale
domina su tutti ma allo stesso tempo è
soggetto a tutti. La vocazione al martirio,
specialmente nel Cristianesimo delle
origini, è assai emblematica. La pervicace
sottomissione dei cristiani è riuscita a
minare per poi disintegrare nelle fondamenta
la portentosa costruzione dell'Impero
Romano, già peraltro minato da inverecondi
"vizi capitali" su tutti: la corruzione e
l'ozio. Quest'ultimo aspetto, in
particolare, è stato rigettato completamente
dai cristiani, la cui laboriosità cominciò a
delinearsi sempre più nitidamente sin dai
loro primi vagiti. Non a caso la stessa fine
dell'Impero Romano, la fece anche in un
certo qual modo - pur arginando, almeno in
parte le "falle", ed evitando così il
naufragio dell'intera imbarcazione - il
potente papato romano, ferocemente attaccato
da quel "cinghiale selvatico" tedesco di
Martin Lutero.
Questi, profittando anche della
degenerazione dei costumi della curia
romana, diede adito alla
diaspora
fra i cristiani ma anche paradossalmente
alla benefica ristrutturazione dell'intero
apparato della cristianità in decadenza. La
verità è che il Cristianesimo si è sempre
cibato di
eresie
senza le quali non sarebbe mai e poi mai
riuscito a sopravvivere: predicando quasi
tutte il ritorno alle Sacre Scritture, esse
hanno fortemente cementato antiche, ma
altresì preziose, usanze cadute in disuso. A
questo proposito vi è un imprescindibile
libro del sociologo tedesco
Max Weber,
ossia
L'etica protestante e lo spirito del
capitalismo
(1904), che sottolinea la stretta consonanza
tra l'importanza assegnata dal
cristiano-riformato, cioè protestante, al
lavoro e il conseguente sviluppo di quel
fenomeno economico detto "capitalismo".
Richiudendo questa parentesi doverosa, in
effetti, comprendere la
radice
della nostra sofferenza significa
comprendere anche l'essenza
stessa della nostra esistenza, che si
compone prevalentemente di sofferenza.
Infatti quando si viene al mondo lo si fa
piangendo e sin da quel primo "atto di
potenza" compiuto, si diventa
istantaneamente consapevoli che,
fuoriuscendo dal caldo e confortevole utero
materno, si è sì iniziati alla vita che è,
però, costituita sin dal principio da una
sofferenza indicibile. Da ciò si dovrebbe
subito avere un'idea chiara di cosa
significa realmente stare al mondo. Dunque
la sofferenza va intesa - in questo senso -
come condizione stessa dell'essere uomo: il
quale se non soffrisse, nemmeno vivrebbe!
Tornando al
Vangelo di Tomaso,
esso contiene una precisa
morale,
che talvolta affiora improvvisa folgorandoci
letteralmente, come d'altronde avviene in
questo detto 63 ad esempio:
Gesù disse: «C'era un uomo ricco che aveva
molte ricchezze. Disse: Mi servirò delle mie
ricchezze per seminare, mietere, piantare e
riempirò i miei granai di frutta, e non
mancherò di nulla. Così pensava in cuor suo,
ma in quella notte morì. Chi ha orecchie,
intenda»
[6].
Difatti ci sono stati assegnati
appositamente due orecchie per ascoltare
maggiormente e una sola bocca per parlare
minimamente. In questo episodio narrato da
Gesù, il messaggio sembrerebbe sin troppo
esplicito: la nostra vita è molto labile ed
è appesa ad un sottilissimo filo, che
potrebbe spezzarsi da un momento all'altro
destinandoci, così, al
riposo eterno
senz'alcun preavviso e con un'intempestività
davvero impareggiabile. Data, appunto, la
fragile consistenza del materiale con cui è
plasmata la nostra precaria esistenza,
dobbiamo proprio per questo gustarcela tutta
vivendo intensamente ogni singolo istante
datoci in sorte, pur avendo la massima
cognizione di causa che: tutto potrebbe
finire da un momento all'altro! Tuttavia
tale detto non insegna la
pesantezza
del vivere o ancor peggio un infruttuoso
fatalismo
di circostanza, semmai la
leggerezza.
Per certi versi l'etica di Cristo non
differisce granché dall'etica dei samurai,
impavidi guerrieri-medievali giapponesi, ai
quali veniva inculcato il pensiero
incessante della morte; che, tuttavia,
invece di appesantirli, li alleggeriva
notevolmente permettendo ad essi di servire
nel miglior modo possibile, sino alla morte,
il loro signore. Inoltre questa senz'altro
atipica predisposizione mentale, li metteva
anche nelle migliori condizioni di
guerreggiare con la mente totalmente libera
da qualsivoglia cattivo pensiero, che
potesse in qualche modo influire
negativamente sulle loro gesta guerresche
nel bel mezzo del
fulgore scintillante
della battaglia! In questo si può, infine,
scovare un forte richiamo al messaggio
dell'apostolo Paolo secondo cui:
tutto accade una volta
sola;
e proprio in virtù di ciò:
ogni istante è pressoché irrefutabile;
a differenza di quel che dirà, poi,
Nietzsche:
tutto viene
eternamente ripetuto.
Nel detto 87 Gesù afferma:
«Le
volpi hanno le loro tane,
e gli uccelli hanno i loro nidi, ma il
figlio dell'uomo non ha alcun luogo ove
poggiare il capo e riposare»
[7].
In questo detto il Nazzareno sembra
riferirsi allo spirito errante dell'uomo.
Questi non avendo
radici
come le piante o
nidi
come gli uccelli è costretto a navigare gli
oceani burrascosi dell'esistenza. La sua
casa è il vasto Mondo pieno d'insidie. Nella
sua bellissima poesia
Il viaggio,
il poeta francese
Charles Baudelaire
ci fornisce una splendida metafora di quella
che è la condizione umana sulla Terra, e
cioè: l'uomo è simile ad un aerostato che si
libra altissimo nel cielo incontaminato e
non riesce a fermarsi se non per poco tempo
in ogni luogo, dov'egli è solo di passaggio
durante il suo Viaggio esistenziale, che
troverà - prima o poi - il suo estremo
compimento. Infine vorrei citare un'ultima
"perla" di questo primo Vangelo da noi
esaminato, ossia il detto 110:
Gesù disse: «Colui che ha trovato il mondo
ed è diventato ricco, deve rinunciare al
mondo»
[8]
Poiché il cristiano non appartiene a questa
Terra, dove evidentemente egli è solo di
passaggio, essa è semplicemente un transito
verso quello che è il meraviglioso mondo
celeste, che lo attende dopo il suo
irrefutabile trapasso. Alla rinuncia al
Mondo consegue la rinuncia al proprio sé e
ai propri simili. Ciò potrebbe apparire in
stridente contrasto con il suo comandamento
supremo che è
l'amore verso il prossimo.
Come tutti i profeti anche Gesù si
contraddice volutamente più volte, poiché il
suo messaggio ha un significato plurimo.
Ciononostante sempre di
significato,
e non di
significati,
dobbiamo tenere conto. Consideriamo
brevemente quest'affermazione roussoniana:
«Il Cristianesimo è una religione tutta
spirituale, dominata unicamente dalle cose
del cielo; la patria del cristiano non è di
questo mondo»
[9].
Nella sezione
La religione civile,
del
Contratto sociale,
Rousseau
teorizza il suo forte scetticismo a lasciare
il Mondo nelle mani dei cristiani, in quanto
- egli argomenta - non essendo essi
creature di questo mondo
(si consideri la rilettura del messaggio di
Cristo operata dall'apostolo Paolo), che
interesse hanno costoro ad occuparsene?
Apparentemente nessuno, noi diremmo.
Il cristiano è
straniero
a
questo
mondo
- al quale non appartiene. Questo è quanto
sostiene l'apostolo Paolo, appunto, il quale
definisce l'identità del cristiano
intendendola paradossalmente come sorta di
non-identità; come a voler dire che
l'importante per un cristiano deve essere
non sbilanciarsi mai troppo e oscillare tra
potere temporale
e
potere spirituale
stando sempre attenti, però, a tenere i
piedi su due staffe: di modo che quando
viene meno l'una, c'è sempre l'altra su cui
riporre le proprie speranze. È da cristiani,
insomma, star sempre dalla parte dei
poteri più forti
- lo stesso Riformatore, Lutero, è stato
accusato di concussione con i potenti dai
cosiddetti "settari", su tutti dal
rivoluzionario Thomas Muntzer. Proprio
questa, oltretutto, è stata la grande accusa
mossa da un po' tutti gli eretici, a partire
dagli
gnostici.
In sostanza, gli eretici andrebbero
considerati dei
credenti
fuori dal comune e proprio per questo molto
più intransigenti della norma. E il loro
apporto al mantenimento imperterrito
dell'intera cristianità, ribadiamo, è stato
assolutamente decisivo.
Vangelo di Maria
Suggestivo in questo Vangelo è il racconto
dell'avventurosa trasmigrazione dell'anima.
Durante il proprio tragitto d'ascesa fino
all'Altissimo, essa si trova a dover
affrontare delle
potenze ostili,
che la mettono a dura prova. Su tutte la
quarta potenza,
che si compone delle
sette potenze dell'ira:
l'ignoranza,
l'oscurità,
la
bramosia,
l'emozione
della morte,
il
regno della carne,
la
stolta saggezza della carne,
la
stizzosa sapienza.
Purtroppo la narrazione procede in maniera
dissestata poiché il testo ci è pervenuto
con ampi rimaneggiamenti. Riportiamo qui di
seguito un'affermazione che Maria
attribuisce a Gesù:
«Per questo
vi ammalate e morite, perché voi
amate ciò che è ingannevole,
ciò che vi ingannerà. Chi può comprendere,
comprenda»
[10].
Perciò noi viviamo e periamo nell'effimero.
Dunque è un po' come se la morte fosse per
ciascun cristiano il risveglio da un lungo
sogno durato una vita intera. A tal
proposito, ci sembra sufficientemente
ragionevole azzardare l'ipotesi di una
condizione di
fallacia
che domina l'esistenza del cristiano.
Proprio in virtù di tale fallacia si può
ragionevolmente parlare di una sorta di
"velleitarismo" cristiano. Nella fattispecie
si dice così l'atteggiamento di rassegnata e
tacita obbedienza proprio di ciascun
cristiano, che ritiene ogni suo operare al
di fuori della fede del tutto vano. A dire
il vero, questa è l'essenza della teologia
luterana che non fa il benché minimo
assegnamento sulle
buone opere,
in quanto la Salvezza del cristiano dipende
unicamente dalla sua
fede.
In quest'ottica luterana, il cristiano deve
essere timoroso del Padre Celeste e sentirsi
come un "moscerino" nelle mani di Dio.
Perciò questi si rimette alla
grazia
dell'Onnipotente, sinceramente
contrito
per i peccati commessi, poiché talmente
oppresso dal peso schiacciante del
Dio-Onniscente. Riallacciandoci al testo,
Maria riporta la seguente asserzione del
Salvatore:
«.Il Figlio dell'uomo è infatti dentro di
voi. Seguitelo! Chi lo cerca lo trova (.)
Andate, dunque, e predicate il Vangelo del
Regno. Non ho emanato alcun precetto
all'infuori di quello che vi ho stabilito.
Né vi ho dato alcuna legge come un
legislatore, affinché non avvenga che siate
da essa costretti (.)»
[11].
La costrizione è estranea al cristiano.
Ognuno è libero di scegliere autonomamente
quel che ritiene più opportuno credere. Gesù
non vuole essere confuso con il
legislatore
che implica il promulgamento e il rispetto
di determinate leggi da lui stesso emanate.
Il compito di Cristo è semplicemente quello
di farsi
testimone
della Verità, che va soltanto annunziata,
predicata e rivelata. Il suo unico precetto,
per così dire, è quello di amare il prossimo
e di porgere l'altra guancia rendendo
bene per male,
poco importa.
La particolarità senz'altro più
straordinaria di questo Vangelo è l'autrice,
ossia una femmina. Ciò sta ad indicare
l'ampiezza di vedute dello
Gnosticismo,
la cui vena eterodossa è tale da rovesciare
degli autentici "luoghi comuni" sviluppati
nel dogma ortodosso, intendendo con essi
tutti quelli che interpretano "alla lettera"
i Testi Sacri del
canone
cristiano e risalenti alla scuola d'Antiochia.
L'esegetica gnostica risale, invece, alla
scuola d'Alessandria interpretante la Sacra
Scrittura in forma platonica, vale a dire
"al di là della lettera", dunque in chiave
allegorica.
Si pensi a Simon Mago, "illuminato"
rappresentante dello Gnosticismo, che era
solito andare in giro con una certa Elena -
ovvero una prostituta - spacciandola per
l'incarnazione della spiritualità divina in
Terra e dunque in "lieve" controtendenza con
la visione dataci nella
Genesi
della donna, cagione d'ogni male per
l'intero genere umano.
La Maria autrice di questo Vangelo è con
tutta probabilità la Maddalena considerata,
in alcuni Vangeli non ortodossi, la compagna
di Gesù. Nel testo, inoltre, vi è un
episodio estremamente significativo in cui
l'apostolo Levi intercede a favore di Maria,
verbalmente aggredita dall'apostolo Pietro -
lo stesso che verrà poi elevato a rango di
custode della Santa Romana Chiesa. Dalle
testimonianze di alcuni gnostici, come il
già citato Simon Mago, la femmina in realtà
sembrerebbe venire rappresentata come sorta
di
ponte
teso incontro alla divinità. L'apice di
questo anti-femminismo gettato dall'apostolo
Pietro è stato toccato con i tristemente
celebri roghi innalzati in mezz'Europa nel
Medioevo per bruciare, il più delle volte
senz'alcuna prova a loro discapito, delle
giovinette innocenti oppure delle vecchie
farneticanti. Tutto ciò, naturalmente, con
il beneplacito dell'ignorante popolino
acclamante i "molto presunti" giudici di
Dio, ciechi e devoti discepoli dell'irruente
apostolo Pietro. Ma veniamo alla narrazione
stessa dell'episodio:
Levi replicò a Pietro dicendo: «Tu sei
sempre irruente, Pietro! Ora io vedo che ti
scagli contro la donna come (fanno) gli
avversari. Se il Salvatore l'ha resa degna,
chi sei tu che la respingi? Non v'è dubbio,
il Salvatore la conosce bene. Per questo
amava più lei di noi. Dobbiamo piuttosto
vergognarci, rivestirci dell'uomo perfetto,
formarci come egli ci ha ordinato, e
annunziare il Vangelo senza emanare né un
ulteriore comandamento, né un ulteriore
legge, all'infuori di quanto ci disse il
Salvatore».
Quando Levi ebbe detto ciò,
essi presero ad andare
per
annunziare e predicare
[12].
Oltre a ciò che abbiamo sopra detto, in
questo spezzone Levi predica un ritorno al
messaggio originario di Cristo. A noi
posteri non può non venire in mente ancora
una volta il buon Lutero, anch'egli
richiamante un esplicito ritorno alle Sacre
Scritture. Appare sconcertante come il
decreto ereditatoci dal Nazzareno di
non emanare né un ulteriore comandamento, né
un ulteriore legge
sia stato del tutto disatteso dalla curia
romana. Si figurino le innumerevoli bolle
papali e i vari decreti rilasciati dai
numerosi concili di cui si perde il conto -
tanti ve ne sono stati -, assolutamente
inattendibili in quanto scritti da degli
uomini-peccatori, dunque
fallibili,
e proprio per ciò privi dell'originaria
ispirazione divina delle Sacre Scritture,
diversamente
infallibili.
Questo è quel che più dovrebbe farci
riflettere senz'altro sul travisamento
operato da molti dei suoi seguaci
dell'autentico messaggio di colui che
Nietzsche definì
giovane ebreo.
Chissà che forse non abbia ragione il
succitato filosofo tedesco a sostenere che
il Cristianesimo delle origini, vale a dire
l'insegnamento originario del suo fondatore,
sia stato mistificato da alcuni suoi
discepoli: su tutti gli apostoli Paolo e -
aggiungeremmo noi, alla luce di questo
Vangelo di Maria
- anche Pietro.
Vangelo di Verità
Molto presumibilmente questo Vangelo è opera
del vescovo Valentino, il quale per poco non
divenne papa. Infatti questi venne battuto
proprio all'ultimo dal vescovo Aniceto.
Secondo la concezione valentiniana si
possono raggruppare le persone entro tre
gruppi:
ilici,
coloro i quali conducono una vita nella più
imperfetta ignoranza e quindi sono molto
simili a delle bestie, e per cui la Salvezza
è un traguardo pressoché irraggiungibile;
psichici,
coloro i quali invece essendo dotati di
libero arbitrio hanno raggiunto un minimo
livello di comprensione della Rivelazione
divina, ciononostante sono in bilico tra il
credere e il non credere, la loro Salvezza è tutta nelle loro mani;
pneumatici,
coloro i quali hanno raggiunto la pienezza
della comprensione degli Eoni (particelle conoscitive emanate dal Pleroma, che è la
pienezza primigenia del Padre da cui essi
sono stati promanati): la Sofia, Sapienza è
stata il primo Eone a venire al Mondo.
Infine il Logos, cioè Gesù, il quale ha
saputo squarciare il
velo Maya delle apparenze di questo illusorio Mondo
per liberare l'umanità dalla schiavitù
ottenebrante dell'ignoranza, rivelando così la
luce
della conoscenza divina. Quest'ultima prende
il nome di
gnosi,
vale a dire la
conoscenza
mistica del Padre che risiede in ogni
singola particella del Creato. Lasciamo
parlare il testo:
L'ignoranza del Padre fu sorgente di
angoscia e di paura. L'angoscia si è
condensata come una caligine, sicché nessuno
ha potuto vedere. Perciò l'errore si è
affermato: ignorando la verità, ha elaborato
la sua materia nel vuoto. Si industriò a
formare una creatura sforzandosi di ancorare
nella bellezza l'equivalente della verità
[13].
Come disse un famoso poeta romantico
inglese: "La verità è bellezza, la bellezza
è verità". È nostra intenzione rielaborare
tale
sublime intuizione poetica in chiave, però,
gnostica. Ossia Cristo è al contempo Verità
e Bellezza. In lui si concretizza la
Rivelazione del Padre celeste. La
verità-bellezza del Figlio diviene, perciò,
conoscibile e cosicché alla portata di tutti
coloro i quali vogliono colmarsi nella sua
pienezza rinfrescante,
che ridona serenità ai cuori angosciati
dall'ignoranza obliante. Nel testo si
riporta:
L'oblio, infatti, pervenne all'esistenza
perché non conoscevano il Padre: dal
momento, dunque, in cui conoscono il Padre,
l'oblio non sarà più
[14].
Il Dio Sconosciuto si rivela, secondo
Valentino, attraverso gli Eoni. Essi dopo
essere caduti sulla Terra si sono dispersi
in singole particelle conoscitive. Questa
concezione valentiniana ci richiama in mente
il mito dell'oscuro dio greco Dioniso Zagreo.
Questi, secondo il mito, dopo innumerevoli
metamorfosi tentate per scongiurare la
cattura, viene prima scovato dopodiché fatto
a pezzi dai Titani, i quali ne disperdono
poi i brandelli ovunque. Ciò a testimonianza
della commistione nel Cristianesimo
primitivo di alcuni elementi mitologici
riconducibili alla tradizione ellenica.
Proseguiamo nella lettura del testo:
Colui, infatti, che non conosce è nel
bisogno; e ciò di cui ha bisogno è grande,
giacché ha bisogno di ciò che lo rende
perfetto
[15].
L'uomo, dunque, è
bisognoso di conoscere.
Egli necessita di rapportarsi con Dio ed ha,
perciò, bisogno di discernerne la natura
veritiera; liberandosi così dalle proprie
afflizioni in modo da cogliere quel barlume
divino rilucente negli Eoni, che
rappresentano il suo
tramite con la divinità. In essi, infatti, zampilla
rigogliosa la sorgente di pienezza del
Padre. Chi s'immergerà in essa raggiungerà
così l'unità con il molteplice e:
Nell'unità ognuno ritroverà se stesso.
Nell'unità, per mezzo della conoscenza, egli
purificherà se stesso dalla molteplicità;
come una fiamma, divorerà in se stesso la
materia: l'oscurità per mezzo della luce, la
morte per mezzo della vita
[16].
Dalla purificazione del molteplice si
ottiene l'unificazione della conoscenza.
Essendo l'errore la manifestazione più sconcertante del
vuoto
che tutti ci avvolge, esso consiste in
nulla;
come rimedio a ciò, vi è la conoscenza
rivelata del Padre, appunto, che
colma ogni margine d'errore, cioè di nullità.
L'errore ricopre la superficie
effimera delle cose. Perciò occorre
rivestirsi dell'uomo perfetto,
usando un'immagine evocata dall'apostolo
Levi nel
Vangelo di Maria,
e rifugiarci in Dio che è, invece,
riparatore d'ogni errore in quanto
ripieno di perfezione.
In estrema sintesi, Dio è
Volontà!
Infatti:
Nella volontà il Padre si riposa, e si
compiace. Nulla avviene senza di lui, nulla
accade senza la volontà del Padre. Ma la sua
volontà è imperscrutabile. La sua orma è la
sua volontà, ma nessuno la può conoscere, ne
è possibile scrutarla per comprenderla. Ma
quando egli vuole, avviene quanto egli
vuole; anche se la vista di ciò non piace
loro affatto; davanti a Dio questa è la
volontà del Padre
[17].
Vangelo di Filippo
Per entrare nella giusta ottica di questo
Vangelo, ne riportiamo un pezzo davvero
emblematico:
Quelli che seminano d'inverno raccolgono
d'estate: l'inverno è il mondo, l'estate è l'altro eone. Seminiamo in questo mondo per
poter raccogliere nell'estate
[18].
A quanto pare occorre gettare la semina in
questo mondo terreno, per poter poi
raccoglierne i frutti nel mondo celeste.
L'estate sta a simboleggiare il mondo
laddove il Sole della conoscenza splende
imperituro rischiarando il volto degli
uomini savi, la cui
fede nell'Onnipotente li condurrà verso la
Salvezza ultraterrena. Secondo Filippo la
verità è
unità nella molteplicità
e a tal proposito afferma:
Ma la verità addusse nel mondo dei nomi,
poiché è impossibile insegnarla senza nomi.
La verità è una unità, ma è anche
molteplicità per noi, affinché impariamo
tale unità nella molteplicità
[19].
Addurre dei nomi è indispensabile alla
verità per divenire manifesta, cioè di
pubblico dominio. Ossia la verità va
alfabetizzata attraverso l'inestimabile dono del Verbo
incarnatosi nel Figlio, il quale per mezzo
delle proprie "parabole" espresse la volontà
irrefrenabile del Padre. In aggiunta vi è una temeraria affermazione molto
interessante:
C'è chi dice: «Maria ha concepito per opera
dello Spirito Santo». Sbagliano. Non sanno
quello che affermano. Quando mai una donna
ha concepito per opera di una donna?
[20].
Dunque lo Spirito Santoè
femmina.
Proprio qui, a nostro avviso, possiamo
rintracciare la vera eterodossia degli
gnostici. Ossia l'incredibile valenza che
essi assegnano alla femmina. Eva ha sì
offerto la mela ad Adamo, però, questi non
si è fatto alcuno scrupolo a mangiarla senza
minimamente riflettere sulla conseguenza
sciagurata della sua azione. Ciò vuol dire
che essi sono entrambi colpevoli. Perciò
ecco qui che la forte valenza negativa della
donna, fornitaci da una certa ortodossia
largamente prevalente, decade almeno in
parte. D'altronde se la Maddalena è stata
effettivamente la prediletta del Messia una
ragione dovrà pur esserci. Secondo noi
proprio la sua ammissione di colpa, le ha
permesso di entrare nelle grazie del
Salvatore. L'impurità della carne è una
conseguenza inevitabile dell'imperfezione
costitutiva dell'uomo. Quindi il fatto è
che: la natura umana è impossibilitata a
rimanere pura nella carne, poiché il corpo è
corruttibile ed è plasmato nell'errore,
bensì la vera purezza risiede proprio nello
spirito.
Proprio perché ha molto peccato, molto le
sarà perdonato;
dice Gesù riferendosi a Maria. Ecco che
involontariamente ritorniamo a Lutero: solo
passando attraverso una sincera e attiva
contrizione si può essere perdonati. Le
opere da sole non bastano. Esse, infatti,
sono consequenziali, e cioè: in virtù della
propria contrizione si compiono nobili gesta
per riscattarsi dai precedenti peccati
commessi. Le une, le opere, dipendono
dall'altra, la contrizione; ma non
viceversa. I santi non hanno alcun
fondamento nelle Sacre Scritture e dunque
sono una mera invenzione del clero per
avvicinare le persone all'esempio, altresì,
inavvicinabile di Cristo. La condotta
impeccabile è soltanto ipocrisia, come
insegna Cristo.
«Colui che non mangia la mia carne e beve il
mio sangue non avrà in sé la vita». Che cosa
significa? La sua carne è il Logos, e il suo
sangue
è
lo Spirito Santo. Colui che ha ricevuto
questo ha cibo, bevanda, e vestito
[21].
Se lo Spirito Santo è femmina, come abbiamo
già detto, il Logos invece è maschio o
meglio ancora il Verbo fattosi Carne, vale a
dire Gesù. Se Cristo è stato un uomo, come
vi è stato ampiamente documentato, tale deve
esserlo stato a trecentosessanta gradi.
Ossia deve esser stato dominato, come tutti
del resto, dalle stesse pulsioni che
caratterizzano ciascun uomo, tra cui la
concupiscenza. E non è da escludere, perciò,
che questi abbia concupito effettivamente
con Maria, la sua discepola prediletta. Tale
concezione - mettendo da parte una certa
quanto meno "discutibile" ortodossia - non
sembrerebbe poi tanto assurda, semmai
scomoda per alcuni. Tuttavia non è nostro
intento gettare benzina sul fuoco. Altri lo
hanno fatto e i risultati sono sotto gli
occhi di tutti. Leggendo il
Vangelo di Filippo
s'incontrano ripetutamente delle
forze nemiche
rappresentate dagli Arconti, i quali si
frappongono agli Eoni tentando in tutti i
modi di disturbare la loro opera di
chiarificazione dei cuori turbati degli
uomini e di conquistarli alla vera fede.
Generare significa
creare per la prima volta.
Il generare ha una funzione decisamente più
radicale del semplice creare. Perciò un solo
uomo è stato
generato,
tutti gli altri sono stati
creati.
E costui è il Cristo vivente. Seguitando
citiamo alla lettera il testo:
La fede riceve, l'amore dà.
Nessuno può ricevere
senza la fede. Nessuno può dare senza
l'amore. Per questo, appunto, crediamo, per
ricevere veramente; è così che possiamo
amare e dare, giacché se uno non dà per
amore, non trae profitto da ciò che dà
[22].
L'inscindibilità tra fede e amore viene qui
pronunciata in tutta la sua deflagrante
potenza. Il
dare,
a quanto pare, è sinonimo d'amare.
Dunque più si dà e più vuol dire che si ama.
La caratteristica che fa del cristiano
un'autentica "forza della natura" è proprio
la sua incrollabile fede nell'amore verso il
prossimo. Infatti rispondere ad un affronto
con un altro affronto è sin troppo facile.
Mentre molto più difficile è rispondere ad
un affronto con un "atto di amore", poiché
così si disarma letteralmente chi ha
commesso l'affronto. Alla violenza non si
deve rispondere con altrettanta violenza. La
funzione dell'amare il prossimo attuata dal
cristiano serve giusto per placare questo
altrimenti inarrestabile "circolo vizioso".
Infatti:
Se dici: «Sono ebreo», nessuno si commuove;
se dici: «Sono romano», nessuno trema; se
dici: «Sono greco, barbaro, schiavo,
libero», nessuno si agita. Se dici: «Sono
cristiano», trema
il mondo.
Riceva
io questo segno che gli arconti non possono
sopportare,
allorché odono
il suo nome
[23].
Basti pensare all'edificio dell'Impero
Romano sbriciolatosi miseramente grazie
all'azione non-violenta di coraggiosi
martiri, i quali - invece di rendere
pan per focaccia
- combatterono l'odio dei loro persecutori
con
l'amore che tutto comprende,
parafrasando un'espressione tanto cara
all'apostolo Paolo. Inoltre vi è una
magnifica metafora di Gesù come
tintore,
che vorremmo commentare:
Il Signore entrò nella tintoria di Levi,
prese settantadue colori, lì gettò nel
calderone e lì ritrasse tutti bianchi e
disse: «Il Figlio dell'uomo è giunto invero
come un tintore»
[24].
Compito di Cristo è stato quello, fra gli
altri, di riportare il colore nelle
esistenze altrimenti opache degli uomini. E
il colore più neutro di tutti è il
bianco-purificatore! D'altronde anche nella
concezione platonica i
colori qualificavano dei "valori spirituali". Per
giunta da sempre il colore rappresenta
nell'immaginario collettivo la speranza che
tutto ingloba a sé. Infatti le tre virtù
teologali sono in ordine crescente, cioè da
quella meno a quella più importante: la
fede,
l'amore
e, soprattutto, la
speranza.
In fin dei conti una fede così come un amore
senza speranza sarebbero del tutto vani,
poiché tutto
spera
la speranza. Il testo, poi, prosegue:
In questo mondo c'è del buono e c'è del
cattivo: il suo buono, non è buono, e il suo
cattivo non è cattivo. Ma, dopo questo
mondo, c'è qualcosa di veramente cattivo, ed
è il luogo di mezzo. Esso è la morte
[25].
La morte è il "terrificante"
luogo di mezzo.
Ossia: l'oblio vertiginoso che tutto fa
sprofondare, il nulla eterno che tutto
inghiotte, la disperazione angosciante che
annichilisce ogni speranza. E chi non ha mai
sperato è come se non avesse mai vissuto. La
speranza costituisce il "tessuto connettivo"
del quale si compone la fede. Il messaggio
di questo Vangelo è essenzialmente di
carattere ermetico. Infatti, per l'autore di
questo ricchissimo testo, la Verità è un
fittissimo reticolato di "segni" solo
apparentemente indecifrabili, che possono
venire colti nell'intricata foresta dei
simboli e delle immagini solo attraverso il
loro
baluginante scintillio,
che ci svela orizzonti inesplorati dando un
autentico significato alle nostre altrimenti
scialbe e insignificanti esistenze.
Impreziosiamo la nostra osservazione con la
frase-chiave che può volendo racchiudere
l'intero testo:
La verità non è venuta nuda in questo mondo,
ma in simboli e in immagini (.)
[26].
Marco Apolloni
Sito personale:
http://noiperborei.blogspot.com
Contatto personale: escobar17@hotmail.it
