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La Scienza dello Spirito

di Tiziano Bellucci   indice articoli

 

Esperienze sulla Soglia del mondo spirituale

Agosto 2015

 

Alle prime fasi dell’attività di concentrazione, meditativamente si ha un arresto del processo di cerebrazione. La mente è immobilizzata, come stordita. Come avviene durante il sonno, l’anima fuoriesce dal corpo fisico, ma rimane in contatto con il corpo vitale; per un certo tempo risulta impossibile pensare come si fa solitamente: subentra una sorta di atrofia nel pensare, il pensare usuale viene meno.

Subentra poi uno stato speciale, che si può chiamare: stato di chiarezza o di evidenza.

In questo stato non si sperimenta più necessità di ragionare, di concettualizzare. Non sorgono dubbi. Si avvertono solo dei bisogni profondi di conoscenza, ai quali seguono idee con caratteri di rivelazione, di certezza perentoria, assoluta, certa.

Si perviene poi ad un sentimento di mancanza assoluta di terraferma: ci si sente in cima ad un precipizio in un gelido, mortale isolamento.

Poi ci si sente come “sfasciarsi”, distruggersi in mille atomi, tanto da presentire qualcosa come un attacco epilettico che stia per scatenarsi: qualcosa che possa annullarci.

Passata questa fase, anziché il verificarsi dell’annullamento che prima si presentiva, ci si sente permeati da una sensazione di estasi, di dilatazione gaudiosa della coscienza: si avverte come uno stato di liberazione, come di essere entro ad un immenso respiro.

Prima di giungere alla fase liberatoria, che così si chiama proprio perchè si giunge a liberarsi del legame con il corpo fisico e ci si trova fuori di esso, occorre in quegli istanti essere dotati di un certo coraggio per superare tale stadio di coscienza; se si sviluppa una certa presenza di Spirito, allora si sorpassa lo stadio del non pensare, e si sente affiorare in sé un’attività psichica molto più intensa di quella che si svolgeva prima: il pensare riprende e si penetra nella cosiddetta coscienza immaginativa.

Una particolarità della condizione immaginativa è l’avvertire che i propri pensieri acquisiscono come una densità maggiore, più ampia profondità, come se la loro struttura fosse più intensa; i pensieri non hanno più il loro carattere astratto di parvenza, ma divengono come più consistenti in merito di realtà.

Il pensare assume un carattere reale. Ci si sente nel pensare, così come ci si sentiva entro i propri processi vitali: lo si avverte come sostanza di vita. Si manifesta un’attività accresciuta, un’esperienza di pensiero rafforzata.  Si avverte di mettere in moto un pensare differente.

Come prima esperienza reale ci risulta impossibile, come facciamo durante il pensare usuale, poter usare la memoria per evocare i nostri ricordi; nella coscienza immaginativa sembriamo sprovvisti di ricordi.

Sembriamo sprovvisti perchè essi non sono più dentro di noi, ma fuori: tutti i nostri ricordi ci appaiono ora disposti l’uno accanto all’altro oggettivamente, in un quadro che li contiene tutti. Ciò che prima si svolgeva svolto all’indietro nel tempo, ora appare disposto nello spazio, contemporaneamente.

La coscienza immaginativa vive in tempi diversi, ma in modo che i tempi si presentano tutti in una volta.

Quando solitamente ci si volge a ricordare i propri ricordi usuali, essi appaiono tenui e nebbiosi: più sono lontani nel tempo più sono sfuocati; ora invece diveniamo capaci di guardare l’intero corso della nostra vita abbracciandolo in una sola immagine.

Durante la coscienza immaginativa la possibilità di avere una memoria temporale cessa, o meglio muta nella capacità di vedere ciò che si è prodotto, disteso  spazialmente. Così come sulla terra si vedono le cose l’una accanto all’altra, nella coscienza immaginativa i ricordi appaiono le cose che costituiscono il panorama del nostro mondo eterico esteriore.

Il nostro passato non sprofonda nel nulla nè sparisce: cambia solo la prospettiva di percezione.

Di conseguenza a tale mutamento, accade quindi una cosa importante; non si può, in un secondo momento, avere memoria per quello che si è sperimentato durante la coscienza immaginativa: non è possibile ricordare, una volta ritornati nello stato di coscienza ordinaria, ciò che si è percepito durante l’immaginazione. Finita la percezione immaginativa, cessa anche la possibilità di poterla ricordare. Questa è una cosa che scoraggia e delude molto gli iniziandi.

Quando si rievoca un evento passato con la memoria usuale, le immagini-ricordo non sono mai reali e chiare così come lo furono quando si visse quel fatto; esse appaiono sfuocate, nebulose e spesso anche diverse dall’originale: addirittura spesso un ricordo può anche cambiare e non produrre fedelmente i particolari, tanto da apparirci errato.  A volte accade che si ritorni in un luogo che si è visitato nel passato e di questo se ne abbia una particolare immagine-ricordo nella memoria; una volta sul luogo, esso potrà apparire diverso da come se lo ricordava, tanto da accusare che esso sia cambiato nella sua realtà di allora.

In realtà il luogo non è mutato, ma siamo noi che nel tempo non lo ricordiamo veracemente: abbiamo falsato il ricordo, abbiamo modificato la sua realtà.

Questo modificare o falsare non ci è più possibile, nei confronti di percezioni immaginative: essendo esse realtà vive, reali, non possono venire modificate in parvenze, come invece ci è possibile nel ricordare usuale. Possiamo falsare un ricordo che proviene da una percezione sensibile, perchè essa è già una parvenza, un’illusione, ma ciò non è possibile qualora ci si confronti con un essere spirituale reale.

Un oggetto fisico non si ripresenta nella sua forma materiale, reale quando lo si vuole ricordare; per poterlo riavere nella sua chiarezza e nella sua realtà occorre ritornare davanti a quell’oggetto e riguardarlo.

Allo stesso modo, per poter percepire il proprio corpo eterico (ossia il suo contenuto in forme immaginative), occorre ripercepirlo direttamente, perchè esso è qualcosa di assolutamente reale. Le immagini viventi eteriche non permettono di venir tradotte e falsate in ricordi. Falsare significa uccidere, far morire: non è assolutamente possibile uccidere ciò che non è soggetto a morte, che è vita infinita.

L’iniziato non può ricordare ciò che ha vissuto nella meditazione, a meno che non prenda appunti o comunichi ad un altro ciò che sta sperimentando direttamente: solo rileggendo o facendosi riferire il contenuto della sua percezione potrà poi ricordarlo.

Il contenuto veggente deve scaturire vivo dal mondo spirituale, quindi essere prodotto al momento stesso. In questo modo ciò che viene espresso veggentemente riferisce direttamente ciò che appare dalla matrice spirituale. L’uditorio di una conferenza dovrebbe essere cosciente che ciò che viene comunicato non è frutto di un’elaborazione intellettiva, ma si tratta di conoscenze ricavate, in quei momenti, direttamente dal mondo spirituale.”

 

Dal “Suono della luce” di Tiziano Bellucci

 

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