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La Scienza dello Spirito

di Tiziano Bellucci   indice articoli

 

Immaginare creativamente

Maggio 2015

 

La concentrazione non ha fini intellettuali o gnoseologici; ci si concentra solo affinché l’oggetto contemplato perda via via il suo significato, sino a che sia cancellato il suo senso umano dialettico razionale ordinario. Ci si serve di esso solo come base da cui partire, per poi elevarsi ad un esperienza superiore.

Si parte dal pensiero usuale di cui si dispone, intensificandone e concentrandone il flusso, così da poterne risalire il flusso sino a superare il punto o centro, ossia il limite in cui da riflesso o morto, in cui è ancora puro e vivente.

Tale tecnica è detta anche della Liberazione, perchè si fonda sulla possibilità umana di far esprimere le forze più profonde del pensiero.

 

L’esercizio di concentrazione parte dall’ordinario pensiero riflesso, il quale si attua tramite l’organo cerebrale; quest’ultimo interagisce come uno specchio deformante, su cui si proietta la vera Luce del Pensiero o Forza dell’Io, che a causa di tale deformazione, diviene riflessa e alterata abnormemente.

 

Dopo essersi sforzati di produrre solo immagini pensiero (rappresentazioni) che si riferiscano all’oggetto, non ci si deve più occupare del senso dell’oggetto: né di ciò che fu la sua utilità e il suo valore, né del suo significato o il suo uso, né della sua immagine; non dobbiamo conservare per esso nessun interesse. Si può dire che quell’oggetto non ci serve più.

L’oggetto deve smettere di essere il centro dell’attività: deve venire considerato solo come uno strumento, un’occasione per poter accedere all’esperienza sovrasensibile del proprio pensato. La sua entità come cosa fra le cose del mondo, deve sparire, smettere di esistere.

Nella coscienza deve permanere per ora, solo ciò che si è prodotto tramite la ricapitolazione volitiva: l’insieme delle rappresentazioni che costituivano il suo concetto.

Vale a dire: il pensiero come Forza.

 

E’ come se si dicesse: “là vi è un uomo che preleva dal fango argilla; in quell’immagine vi è un artigiano che plasma l’argilla; là qualcuno riempie d’acqua il vaso e beve; il totale di queste immagini, tutte insieme, significano per me che nella mia coscienza vive l’idea di ciò che è riconoscibile come “ente vaso.”

 

Nel ricostruire o ricapitolare le rappresentazioni costituenti il concetto di un ente si arriva quindi a sentire di possedere nella coscienza non la forma o l’uso di un oggetto per ciò che si riferisce entro la sua esistenza nel mondo fisico, ma bensì la pura forza dialettica pensante che durante l’esercizio è stata prodotta da noi stessi.

 

Tramite il ripercorrere le rappresentazioni, si produce forza pensante: è questa che deve essere contemplata; è essa l’oggetto su cui mirare la contemplazione.

In altre parole, si deve tendere ad osservare la sostanza pensante di ciò che è stato il nostro sforzo volitivo.

Si muta oggetto del pensare: si sostituisce l’oggetto sensibile con l’insieme dei pensieri pensati.

Si contempla il pensiero e non lo si pensa, perchè lo si vede, così come nel mondo sensibile si vede un colore: che non ha bisogno di essere pensato per darsi come impressione.

Il materiale che si utilizza per la costruzione dell’esercizio (rappresentazioni, ricordi, nozioni, parole) non è la vera forza pensiero che si va cercando, ma ciò tramite cui essa normalmente si riveste per esprimersi, senza di conseguenza farsi mai percepire o afferrare. Tale esercizio tende a far affiorare nella coscienza appunto tale inafferrabile forza pensiero.

 

La forza pensante creata, a tutta prima appare rivestita da immagini: si presenta dapprima come l’insieme delle rappresentazioni che abbiamo estratto dall’iniziale oggetto.

La somma delle rappresentazioni che lo componevano come scheletrica struttura, come squadernamento analitico, deve servirci come mezzo per promuovere una superiore esperienza: l’apparire, il presentarsi, nel caso della concentrazione su oggetti creati dall’uomo, della forza pensante quale presenza del nostro Io, priva di dati o forme sensibili. Qualora si assuma per oggetto un ente della natura si assurgerà invece al congiungimento della nostra forza dell’Io con l’Io dell’ente contemplato, che si darà come conoscenza, incontro, contatto o rivelazione dell’entità spirituale che lo presiede: un’essenza sovraceleste.

 

Il pensiero può afferrare e cogliere se stesso solo mediante la rivisitazione continua delle forme in cui si manifesta: a mezzo delle immagini costituenti un dato concetto.
Esso non manifesta mai se stesso allo stato puro, ma solo mediante temi e concetti; per rinvenire la sua propria attività si deve necessariamente partire dall’osservazione di una qualsiasi di tali forme.

Poiché il concetto è sempre una sintesi di rappresentazioni, si deve analiticamente ricostruire la serie delle rappresentazioni che strutturalmente formano e manifestano un concetto, per ritrovare nella vivezza del processo, l’attività vivente del pensare.

Questo è il motivo del perchè si debba procedere nell’operazione di ricapitolazione, di ripercorrimento: affinché un concetto si accenda della sua reale vita, occorre ripercorrere la serie delle varie immagini che lo compongono. Le forme immaginative evocano la vera vita del pensiero, essendo questo la Forza, la potenza d’immagine che le rende possibili. Se nel creare e pensare immagini non vi fosse in già occultamente in azione il concetto vivente, non sarebbe impossibile pensare o immaginare nulla.

Il ricapitolare le immagini attua l’animarsi, la risurrezione di quell’idea che le contiene e le rende attuabili, la quale non vista, è presente in ciascuna come la sua ragion d’essere, ma non identificabile con nessuna in particolare: essendo Essa la loro unità originaria.

Il pensare rivolto unicamente ad un tema viene portato ad avvivarsi della volontà da cui muove; esso si solleva alla sua reale natura.

Non si potrà mai giungere a concentrarsi su pensieri puri se prima non si passerà attraverso forme tematizzate di un contenuto concettuale (la serie di rappresentazioni analitiche), tratte dal mondo sensibile o dai propri ricordi.

 

Quando si evoca ad esempio l’idea del triangolo, per un attimo essa viene attinta come un impercepibile che non ha bisogno di figurazione per essere quel che è. Tale attimo sfugge alla normale coscienza, le sfugge il momento dell’informalità creatrice.
Similmente, quando si ricorda un decorso di pensiero, o un evento, o un testo che sia familiare all’intelletto, v’è un momento in cui esso è presente nella sua interezza, senza alcuna forma, come totalità globale concentrata; ma affinché esso possa esprimersi occorre convertirlo in una serie di rappresentazioni o concetti, dispiegandolo nel tempo.

Tale momento intemporale e informale dell’idea che normalmente sfugge alla coscienza e che per divenire cosciente deve spezzarsi in spazio e tempo perdendo così la sua vera vita, può divenire esperienza cosciente vivente prima del suo spezzarsi.

Finché l’atto del pensiero ha una forma o un nome è sempre pensiero riflesso, condizionato dalla cerebralità: non è lo stato reale del pensiero. Non è ciò che è: una corrente primordiale di vita indipendente da forma e nome.

 

Per distendere le immagini costituenti un dato oggetto occorre un dato “spazio” animico su cui appoggiarle; per farle susseguire, generandole l’una dall’altra occorre del “tempo”; per evocarle occorre un “nome”, quindi nominare il tipo di immagine che si vuole vedere; per poterle identificare occorre poi che esse abbiano una “forma”.

Nell’attimo in cui si è realizzata l’immagine di sintesi, si presiede con la coscienza all’annullamento dei 4 fattori precedenti; spazio-tempo-nome-forma non sono più necessari, ma in un punto unico, unidimensionale, atemporale, privo di nome e di immagine abbiamo l’intero contenuto concettuale. Si è praticato un superamento della ordinaria dimensionalità umana: i dati convenzionali indispensabili per una qualsiasi esperienza sensibile sono ora cessati. Si è alle porte di un nuovo modo di vedere e di conoscere, di una modalità che non ha bisogno di tempo, spazio, nome e forma per esistere, ma dove tutto è Uno.

Si è alle porte della Vita Una.

 

Da un’altro punto di vista, lo spingersi con forte insistenza a ripetere e a ripercorrere un dato concetto, porta ad un dato momento che per via naturale l’organo cerebrale tenda a perdere l’interesse per l’oggetto della concentrazione. A tal punto la natura nervosa vuole lasciare libero il concetto: e questa è l’occasione affinché si possa affacciare in noi la vera Forza libera del concetto o essere Pensiero, priva di parvenze dialettiche.

Nell’attimo in cui la mente pare svuotarsi e come per effetto di una saturazione si mostra come inebetita e incapace di intellegere, si è creata la condizione ideale per assurgere all’esperienza reale della Forza pensante dell’Io: si sono momentaneamente immobilizzate le forze del pensare, del sentire e del volere automatiche, usuali.

Tale momento corrisponde allo svincolarsi dell’attività pensante dal supporto cerebrale.

Si può dire che la sintesi operata dalla volontà nel ricapitolare varie rappresentazioni e il processo di contemplazione dell’immagine di sintesi derivata, tende come ad addormentare la nostra parte egoica composta da processi fisico-cerebrali e da funzioni animico-emozionali, per porle in uno stato simile al sonno: esse dormono, ma il loro dormire suscita così nella nostra parte sovramentale, un risveglio superiore, che si affaccia alla nostra autocoscienza come esperienza eterica. Essa è inconfondibile qualora vi si giunga, perchè non assomiglia a nessuno degli stati di coscienza conosciuti sinora da noi in condizione di vita di veglia, di sogno e di sonno.

Giungere a ciò significa trovarsi sulla soglia del mondo sovrasensibile: il mondo eterico.

 

E’ importante indicare che molte persone possono essere già giunte alla fase eterica sopradescritta, cioèad uno stato di calma e rilassamento fuori dalla norma, in cui non si pensa e non si sente nulla, ove si è padroni dei propri pensieri e sentimenti; ma ciononostante, per un atteggiamento di aspettativa errata riguardo a ciò che ci si aspetta debba apparire, tale condizione viene sottovalutata o non considerata come una reale esperienza spirituale.

Tale esperienza è tale che, per mezzo di essa, non si vede ancora niente di sovrasensibile. Si vive col pensiero puro nel sovrasensibile; non si sperimenta ancora niente altro di sovrasensibile.”

 

Dal “Suono della luce” di Tiziano Bellucci

 

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