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Riflessioni sull'Antroposofia. La Scienza dello SpiritoRiflessioni sull'Antroposofia

La Scienza dello Spirito

di Tiziano Bellucci   indice articoli

 

La presa dell'impero del desiderio.
Liberazione dalle brame

Ottobre 2014

 

Un punto importante per assurgere alla liberazione di sé è la risoluzione dalla soggezione impostaci dalla nostra natura sentimentale o affettiva.

Un praticante dovrebbe sempre applicare la tecnica della “trasformazione” nei confronti delle emozioni negative. Dovrebbe prima di tutto cercare di non provarle: qualora ci si trovi coinvolti, si deve riuscire a separare i propri sentimenti dalla propria entità come fossero oggetti esterni, cercando di osservarli onde conferire loro un’immagine.

Se capita di arrabbiarsi, non si tratta di trattenere l’ira o di bloccarla, ma semplicemente di proiettarla fuori di sè, per poi osservarla come si manifesta fissandola con attenzione spregiudicata: astenendosi da qualsiasi moto di critica.

Non si deve sopportare l’ira, ma anzi lasciarla crescere: fuori di noi, in un immaginario campo esterno; non ci si deve far prendere, identificarsi con essa. Una volta separata e ravvisata come una cosa esterna a noi, che non ci appartiene, basta solo guardarla attentamente cercando di conferirgli una qualsiasi forma, purché questa rechi un’affinità con essa: ne sia l’espressione immaginativa. Dopo tutto ciò, non si deve esprimere verso di essa o per l’oggetto che l’ha scatenata alcun giudizio. Il farlo ci farebbe di nuovo identificare con il sentimento. Il guardare (sorprendere) da modo di riconoscere l’essere negativo che la anima: e il riconoscere è una potenza magica. Dissolvente.

Una volta fissato, il sentimento crolla da sé: viene privato della possibilità di reggersi su una base (noi).

Essendo tali esseri per loro natura parassiti, possono vivere solo se hanno un qualcosa con cui nutrirsi. Lasciati a se stessi, non hanno più né ragioni, né forze per continuare ad esistere.

C’è chi insegna, una volta generata la controimmagine del sentimento, di sforzarsi a metamorfosarla cercando di mutarla in una forma più arrotondata, più lieve o soave. La si plasma in un’altra forma, cambiandola in qualcosa di positivo.

Solitamente, quando sorge un pensiero o una passione avvengono due processi: prima si sviluppa in noi il sentimento, dopodichè esso viene presentato all’anima per venire criticato o giudicato, generando così uno stato di coinvolgimento.

La sostanza della tecnica si basa sull’eliminazione della seconda fase: volgersi a portare tutta la propria attenzione solo verso il momento in cui non si è ancora iniziato a giudicare. Osservare il moto del sentimento, guardarne il movimento.

Realizzare se stessi non significa altro che liberarsi da ciò che di provvisorio e di momentaneo vive nell’uomo.

L’impossibilità di adempiere coscientemente al proprio destino dipende solo dagli ostacoli che ne impediscono la sua conoscenza. Giungere a conoscere il proprio destino significa illuminare la propria vita, le proprie azioni: superare tutti gli impedimenti transitori.

Vi sono 7 passioni, 7 ostacoli che si intromettono nell’anima umana per impedirgli la sua realizzazione: l’invidia, la gelosia, l’orgoglio, l’avarizia, l’ira, la svogliatezza, l’egoismo.

Ognuna di esse è costituita da legioni di esseri animici: il loro compito è di possedere l’uomo, di obnubilarlo.

Tramite la tecnica sopradescritta è possibile arrivare a riconoscere la loro categoria di appartenenza.

 

Il ricordo di sé o “stato della presenza”

 

La conoscenza svela le regole del gioco, le stanze, le fase e l’obiettivo della partita. Conoscere non è comunque vincere; per vincere occorre azzardare con se stessi.

E’ bene applicare una disciplina che preveda quotidianamente e sistematicamente delle sedute di concentrazione e meditazione, ma ancora più importante è cercare di portare nella vita di tutti i giorni un atteggiamento di perenne e continua presenza dell’io in ogni atto, pensiero quotidiano.

Ci si deve in ogni momento, ricordare di essere un “io” che è davanti alla scena del mondo, e partendo dalla percezione continua della propria individualità, solitamente avvertibile in un punto all’interno del cranio due centimetri entro le sopracciglia, si deve presiedere attivamente ogni atto, pensiero e sentimento che si presenti.

Molto di ciò che consideriamo “io” in noi è costituito da una somma di pregiudizi, abiti mentali e passioni che ci dirigono. Solitamente crediamo di essere noi a compiere un’azione, mentre la nostra educazione, la nostra cultura e le emozioni negative che ci ha inoculato l’ambiente sociale esterno ci spinge a farlo.

Non siamo mai noi i veri artefici che scelgono di fare liberamente una cosa, ma la passione, il desiderio, i pregiudizi precostituitesi in noi. Libera  sarebbe solo un’azione scevra da istinti, impulsi e da meccanicità date dal nostro utilitarismo.

L’uomo non fa mai una cosa perchè la deve fare: la fa se gli conviene, se può trarre da essa qualcosa per sè.

Bisogna imparare a compiere azioni non per noi, ma per lo spirito del mondo. Così come il sole illumina e riscalda ciò che gli è attorno, senza richiedere nulla in cambio.

Deve esser ben chiaro che l’uomo non è i suoi istinti e le sue passioni; è qualcosa oltre ad essi, che non ha bisogno di nulla: è uno Spirito e ha in sè già la completezza. Il problema è che l’uomo è identificato non con il suo Spirito, ma con la sua anima.

Ad uno spirito non manca nulla, perchè esso è il Tutto.

Non è lo Spirito che deve perfezionarsi, perchè esso è già perfetto: lo deve fare l’anima.

 

Tutte le tecniche iniziatiche servono a distaccarci da tale identificazione animica, per portarci allo stato di intuizione: che vuol dire presenziare la vita non come essere animico, ma come essere Spirituale.

Perchè ciò avvenga è necessario che vi sia una struttura su cui lo Spirito umano possa affacciarsi e riflettersi, altrimenti non potrebbe mai arrivare alla coscienza di sè. Tale struttura è l’anima: ma come è ordinariamente precostituita per natura, non può asservirsi a ciò.

A tal pro, si insegna ad osservare ogni movimento, ogni percezione, ogni sentimento e pensiero che appaia nella coscienza, “seguendolo” attentamente, in modo che non vi sia nulla che facciamo, pensiamo o desideriamo che non passi sotto la “supervisione”, il “controllo” autocosciente di noi stessi.
La chiave è: “smascherare ogni automatismo animico in noi”.

Qualsiasi cosa si faccia non deve essere eseguita distrattamente e senza una diretta, chiara e continua consapevolezza del suo farsi da parte nostra: se ci accorgiamo di aver agito o pensato automaticamente, dobbiamo ri-compiere l’azione accompagnandola coscientemente in ogni sua fase.

“Automatico” è qualsiasi atteggiamento che non viene accompagnato e eseguito senza la nostra presenza attiva, consapevole. Automatica è qualsiasi cosa appaia in modo meccanico: gesto, pensiero, movimento, abitudine, reazione.

Se ad esempio ci si alza a prendere qualcosa, ci si deve osservare in ogni atto; sentire il contatto dei piedi con il pavimento, il moto dei muscoli delle gambe, come si allunga la mano per prendere un oggetto.

Ogni momento della nostra vita dovrebbe essere in una continua attenzione dell’osservazione di sè. E significherebbe attuare in ogni attimo lo stato di contemplazione.

Con il tempo questo sforzo di attenzione diverrebbe spontaneo: saremmo entrati nel perenne stato della presenza.

 

Dal “Suono della luce” di Tiziano Bellucci

 

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