Riflessioni in forma di conversazioni
di Doriano FasoliInterviste a personaggi della cultura italiana e straniera
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Uno scrittore singolarissimo.
Conversazione con Antonio Gnoli
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - maggio 2005
“Ci sono libri che estendono il loro dominio, si direbbe la loro volontà di potenza, oltre la linea d’ombra che la mente di un lettore può tracciare. Libri assoluti e improvvisi che sembrano arrivati dal nulla. Qualcuno scrive, ma vi è indotto da che cosa? Può darsi che lo scrivere sia una fuga dal nulla. Un’oscurità che si squarcia retrospettivamente” – scrivono nella loro postfazione, “Il cubismo di Stato”, Antonio Gnoli e Franco Volpi, che hanno curato in tempi recenti Blocchi, un breve racconto visionario di Ferdinand Bordewijk (edito da Bompiani).
Proprio per questa occasione editoriale, ho incontrato Gnoli, giornalista della pagina culturale del quotidiano “la Repubblica” e saggista (il quale ha curato, inoltre: Il silenzio della tirannide di Alexandre Kojève, per Adelphi; e Una mattina in libreria. Incontro con Rilke di Carl Jacob Burckhardt, per Bompiani).
Innanzitutto Gnoli, chi era Ferdinand Bordewijk?
Bordewijk è stato uno scrittore singolarissimo. Di professione avvocato, si dedicava alla stesura dei suoi racconti e romanzi come un pittore della domenica ai suoi quadri. Ma il dilettantismo non tragga in inganno. Molte pagine di questo insolito narratore non sfigurano con il meglio della letteratura europea. Bordewijk era nato ad Amsterdam nel 1884. La sua vita non ha conosciuto increspature. La famiglia borghese, la rispettabilità, l’adesione alle istituzioni, non ultime quelle letterarie. Dopo la seconda guerra mondiale fu presidente della Ereraad voor Letterkunde, una consulta incaricata di esaminare i casi di scrittori collaborazionisti in vista dell’eventuale divieto di pubblicare.
La sua produzione, per la quale è considerato tra i protagonisti della moderna letteratura neerlandese, comprende una decina di romanzi, alcuni volumi di racconti, un piccolo corpus di poesie, un libretto d’opera, vari saggi e critiche letterarie. Fino ad oggi niente di tutto questa era mai stato tradotto in italiano. Bordewijk prima che uscisse Blocchi era almeno da noi uno scrittore fantasma.
Cosa ha spinto Lei (e Franco Volpi) a volersi occupare particolarmente di questo racconto, “Blocchi”?
L’assoluta originalità del racconto che fu pubblicato in Olanda nel 1932. Bordewijk immagina una società totalitaria, perfettamente chiusa al proprio interno, autonoma, autarchica, autosufficiente. Niente di quello che vi viene descritto è riconducibile alla nozione di individuo. Tutto è, per così dire, segnato dall’omologazione, dal conformismo, dall’annullamento delle prerogative che un soggetto in quanto libero e pensate può avere. In una tale città-Stato l’ordine regna sovrano. Almeno apparentemente. Ci sono le masse - un concetto che si affaccia prepotentemente - c’è la polizia, l’esercito. Circola nelle pagine di Bordewijk una acuta e inquietante paranoia. L’ordine al quale tutti - dal Consiglio al popolo - devono uniformarsi, è permanentemente minacciato. Le solide strutture rischiano di essere sgretolate dall’interno e dall’esterno. Del resto quale peggiore patologia potrebbe esserci di quella di uno Stato, di un popolo costretti a uniformarsi alla legge del quadrato?
Un delirio geometrico alligna nelle regole imposte da questo Stato: il tondo, la sfera, la curva, in quanto considerati irrazionali, sono aboliti. La città stessa è architettonicamente costruita sul principio del quadrato e del blocco.
Non è difficile scorgere in questa descrizione un implicito riferimento polemico alle teorie pittoriche di Mondrian. Come pure appare evidente che il referente storico cui Bordewijk sembra rifarsi sia quello della rivoluzione sovietica. Anche se l’analisi di una società totalitaria - svolta largamente in anticipo - rispetto a Huxley e soprattutto a Orwell - ha qui i tratti del vero e proprio paradigma.
Qual è la peculiarità della scrittura di Bordewijk e quali difficoltà avete incontrato nel corso della traduzione?
Lo stile di Bordewijk è neutro, conciso, al limite della freddezza chirurgica. Le frasi - spesso spezzate, in ogni caso brevissime come lampi d’acciaio - delineano un ritmo interno al racconto febbrile e parossistico. Ma al tempo stesso spogliano la presenza umana di ogni connotato esistenziale. Le parole sono la dura materia che esse descrivono. La distanza rappresentativa tende ad abolirsi. Nella traduzione si è cercato di assecondare la durezza dei suoni, gli echi di una tragedia sempre prossima.
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