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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


La registrazione sonora.

Conversazione con Federico Savina - Gennaio 2010
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Federico SavinaNato a Torino il 9 giugno 1935, Federico Savina ha iniziato la sua attività nel campo della registrazione sonora e di ricerca negli anni ’60 a Roma. Successivamente ha trasferito la sua attività di Fonico Freelance a Parigi e Londra per musica e film, in particolare negli Studi Davout di Parigi e CTS Wembley di Londra, collaborando con i migliori registi e musicisti quali Fellini, Antonioni, Visconti, Morricone e H. Berstein. Da dieci anni è docente nel settore suono per le lavorazioni di studio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, per l’organizzazione e la realizzazione delle colonne sonore. Ha impartito sul suono consulenze e corsi di aggiornamento e perfezionamento per tecnici interni del settore audio e video cinematografico, tra l’altro presso la RAI di Torino e di Roma. Inoltre è responsabile dell’ufficio tecnico all’allestimento e conduzione sale di proiezione della Biennale di Venezia, in occasione del Festival del Cinema.

 

Savina, quando ha iniziato la sua attività nel campo della registrazione sonora?

Alla fine degli anni ’50, dopo un fortunato incontro con Paolo Ketoff, genio artistico e tecnico del suono registrato, “maestro di bottega rinascimentale” in quella nuova concezione di spazialità sonora che la nascente tecnologia stereofonica multicanale rendeva allora disponibile.
In campo artistico era concomitante in quel periodo una trasformazione sonora della musicalità, specialmente cinematografica, ad opera di compositori esteri e italiani come Angelo Francesco Lavagnino, Mario Nascimbene ed altri.  Sulla scia di sperimentazioni avvenute anni prima diveniva possibile inserire nel contesto compositivo classico ambientazioni e/o sonorità, anche artificiali, che allargassero la visione fino allora prevalentemente frontale di una immagine sonora.
Il mio approccio con la registrazione sonora è nato in quel periodo e in quel contesto.
 
Perché da Torino decise di trasferirsi a Roma? Che periodo era? Le sembrò subito una città accogliente? Quali furono le sue prime impressioni?

Terminati gli studi a Torino, mi ero trasferito a Milano per specializzarmi in Elettronica Industriale e contemporaneamente lavoravo in una ditta di telecomunicazioni. Milano era allora paragonabile a Londra per le nebbie e gli inverni piuttosto cupi.
Arrivo per una breve vacanza a Roma il mattino del giorno di Pasqua e trovo una giornata radiosa, piena di sole, Piazza di Spagna piena di fiori, una città viva. Riparto per Milano il lunedì sera; il mattino seguente alle otto mi presento in ditta, mi licenzio e alla sera riparto per Roma dove vivo da allora. Avevo qualche appoggio che mi permise di trovare e iniziare un lavoro nel campo editoriale musicale e quindi autoalimentarmi.
Soprattutto iniziai a conoscere compositori che cercavano di esprimersi con strumenti non tradizionali ma elettronici e quindi cercavano tecnici a prevalente conoscenza musicale che sapessero tradurre in generatori sonori le loro idee. Tra i progenitori di questa scuola romana i Maestri Marinuzzi jr, Peragallo, Maselli, Evangelisti, Macchi ed altri. Le richieste variavano da un basso elettrico (battezzato lo “scopacordo”) a generatori di frequenze multiple accordabili in scale atonali, dip filter ed altre diavolerie, utilizzate in sperimentazioni, registrazioni multiple, concerti ma soprattutto nel commento sonoro di certi film. Questo mi introdusse nel settore musica per film.
Godevo della città la possibilità di “pranzare”, eufemismo giovanile del panino in bocca ad un affamato, nei vari parchi pubblici della città, pieni di verde, di sole e di vita che visitavo avendo una Lambretta F a mia disposizione.

 

Successivamente si trasferì come Fonico Freelance a Parigi e Londra per musica e film…Trovò in quelle città migliori condizioni per svolgere la sua attività?

Prima di trasferirmi, passai una quindicina d’anni in uno dei migliori studi di Roma, la International Recording, dotato delle migliori attrezzature tecnologiche allora disponibili.
Ho lavorato in campo discografico e quello cinematografico a contatto con Artisti, Musicisti e Registi italiani e stranieri e maturando quella grossa e fortunata esperienza di ripresa sonora, di conoscenze personali e di abilità nel lavoro.
La mia abilità acquisita si rivelava utile sopratutto nel settore classico o classicheggiante, dove una certa musicalità era necessaria per riuscire a capire e miscelare correttamente contenuti tematici e armonici in un quadro sonoro come quello sopra descritto. Soprattutto la capacità di riprendere grossi organici e in diretta finalizzare all’ottanta per cento il lavoro finale. Un lavoro di concentrazione molto elevata ma di enorme soddisfazione nel sentire crescere e vedere a portata di mano il risultato finale.
In questo periodo molti Compositori, specialmente americani, venivano a registrare in Italia, perché trovavano orchestre e solisti dotati di una genuina musicalità espressiva.
Passata l’onda classica, a cui si legava il mio naturale humus, mi trovai “spiazzato” sul nuovo suono microforato, suono emergente di una nuova generazione che non “sentivo” emozionarmi. Per questo mi spostai prevalentemente all’estero dove i Compositori e i Registi con i quali avevo lavorato a Roma, continuavano a richiedermi, avendo a disposizione eccellenti esecutori della London Simphony Orchester. Questo periodo fu intenso e caratterizzato da uno studio oculato di partenze e arrivi dei voli tra Roma e Londra, Parigi, Praga, New York per accomodare turni di lavoro e spostamenti a volte massacranti.
Non era facile lavorare come “straniero” in un studio, quasi sempre diverso, avendo a fianco o dietro le spalle i Fonici fissi di Studio; dovevo avere sempre pronte soluzioni, idee che giustificassero o convincessero della necessità della mia presenza. Forse qui ho imparato a coesistere con tecnici di pari valore, non lesinando il loro apporto, ma cercando comunque di far notare il perché della mia presenza: diplomazia e abilità che nel corso del tempo ha reso. Credo.

 
Nel corso del tempo, ha collaborato in più di trecento film con i migliori Registi e Musicisti quali Fellini, Antonioni, Visconti, Argento, Losey,  Polanski, Zeffirelli, Morricone, Rota, Rustichelli, Trovaioli, Bacalov, Jarre, Legrand, Sarde, Goldsmith, H Berstein, Heindorf e tanti altri. Con chi stabilì presto rapporti d’amicizia? E in chi, tra di essi, ha sentito di poter trovare una profonda intesa, sia sul piano umano che in quello professionale?

Forse i film potrebbero essere di più; non ho mai tenuto un libro aggiornato. Ero “nato” come tecnico musicale, quindi di registrazione della musica, e divenni fonico di mixage su richiesta solo di alcuni Registi, quali Losey, Argento, Visconti e pochi altri. Credo che questi Registi mi volessero affidare il loro film perché forse cercavano qualcosa che io ero in grado più facilmente di dare come inventiva al di fuori di quanto formalmente necessario e sapevano che avrei potuto dare. Ero un po’ loro che guidavano me sino a quando non dovevo dare quel qual cosa in più frutto della mia formazione ed esperienza culturale e di una certa inventiva a volte trasgressiva ma utile al film.
Ho mantenuto rapporti con tutti sulla base di un riconosciuto rispetto molto alto per la loro professionalità. Mi faceva piacere il pensare di avere la loro fiducia e la capacità di capire cosa il mio lavoro potesse aiutarli a realizzare le loro opere con il mio contributo. Per questo mi mettevo a loro disposizione sempre con interesse e prontezza. Questo lo capisco ora che studio o rivedo mentalmente cosa ho fatto; allora andavo “dove il cuore mi portava”, parafrasando una celebre frase; vero è che se mi emozionavo in alcuni momenti del mio lavoro, quelli erano momenti magici che certamente trasportavano l’emozione dei contenuti che passavano sotto le mie mani e di cui io ero partecipante fortunato.

 

“In Italia basta voltarsi un attimo e non si è più, non si è più stati” – diceva Carmelo Bene… Secondo lei, è anche il caso di Rota? E che ricordo ne conserva?

Frequentare e lavorare con il Maestro Rota era ed è stato un onore, una scuola di sensibilità, un piacere di essere un Suo collaboratore. Non so se la frase di Carmelo Bene possa adattarsi al M. Rota. Può darsi di si e l’occasione odierna del trentennale della Sua morte potrebbe essere l’occasione per sfatare la frase stessa.
Ho passato molto tempo con il M Rota. Dalle registrazioni di molte sue colonne sonore, di opere classiche, di montaggi di stralci di Sue musiche agli incontri nella Sua casa per riordinare materiali sonori, per chiacchierare un po’ su un qualcosa. Il M Rota non era molto esigente nelle registrazioni. La sua musica non aveva bisogno di tecnicismi esasperati, perché tutto era semplicemente previsto e andava naturalmente a posto, se lo capivi e lo assecondavi.
Ho molti ricordi di Lui; assecondano la figura di un piccolo “grande uomo”. Con la Sua borsa, il cappello, il cappotto; le sue distrazioni che lo caratterizzavano ma di cui Lui forse si compiaceva, così come raffigurato nei molti disegni fatti da Fellini; la facilità, bellezza e semplicità della sua musica tematica e la contemporanea difficoltà armonica nel suonarla.
Un esempio tra i tanti. Dopo il successo del film “il Padrino”, gli regalarono un armadio con più di trecento dischi 45 giri registrati da vari artisti. Me li mostrò e gli chiesi se li aveva sentiti e quale aveva più apprezzato. Mi rispose di averne sentito solo qualcuno, ma mi raccontò che a Verona, al termine di una rappresentazione all’Arena in una serata un po’ nebbiosa, tornando in albergo e camminando in un colonnato, sentì qualcuno che all’ombra di una colonna cantava il tema del film. Lui si fermò, ascoltò e si ritrovò a piangere per la commozione che generava la Sua musica, la musica che Lui aveva composto. Una persona sola, non ubriaca, certamente non un cantante; un piccolo uomo commosso; una atmosfera quasi irreale. Una immagine quasi felliniana.

 

Come considera il successo?

Il frutto di una attività personalmente svolta nella quale si è strasfusa energia positiva, capacità lavorativa, fortuna negli incontri e nelle realizzazioni, una moglie e una famiglia che hanno supportato una mancanza di disponibilità assegnata ad altri, forte e testarda volontà di fare e traguardare sempre il livello superiore adattandolo alla situazione, forse ambizione. Mai pensata e in un certo senso realizzata solo ora quando altri ti mostrano un rispetto e un riconoscimento che tu non ti aspetti. Questo mi fa piacere, non nascondo, perché viene da ciò che hai fatto di cuore e di getto e non cercato in una sorte di alchimia tra chi mi ha fornito il materiale sonoro (Compositore o creativo) ed era di fronte a me e l’ideale ascoltatore che mi è sempre stato presente come destinatario e nel quale mi immedesimavo. Non ho mai chiesto di mettere il mio nome a sigillo del mio lavoro. Qualcuno lo ha fatto, e per questo si può leggere.

 

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