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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Il grande inganno.

Conversazione con Francesca Sanvitale
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - novembre 2005
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Le chiedo se dopo il suo romanzo, L’ultima casa prima del bosco (pubblicato da Einaudi) ha qualcosa ora nel cassetto. E Francesca Sanvitale, la cui eleganza morale e il garbo antico colpiscono già dall’accoglienza, mi risponde sorridendo: “Nel mio cassetto non c'è mai niente, almeno così dico e così mi pare. Nella mia immaginazione invece ci sono svariate immagini che si moltiplicano, racconti che si complicano e fatti che prima o poi vanno scritti. Vedremo”. Prende così avvio la mia conversazione con questa scrittrice che, nata a Milano, ha vissuto a Firenze e a Roma, dove ormai risiede da molti anni e nella cui casa in Prati è avvenuto il nostro incontro. Tra i suoi romanzi, ricordiamo: Il cuore borghese (Vallecchi, Mondadori), Madre e figlia (Einaudi, Mondadori, Einaudi Tascabili), Verso Paola (Einaudi), Il figlio dell’Impero (Einaudi).


C’è una poesia a cui sia affezionata in modo particolare, signora Sanvitale?
Le poesie che si imprimono nella nostra mente cambiano con gli anni, i giorni, le occasioni, persino i luoghi e i colori. Alcune ritornano, è vero, a cicli più lunghi. Ricordo che negli anni dell'adolescenza e della giovinezza mi ripetevo spesso "Dora Marcus" di
Montale, alla quale, evidentemente, annettevo molti nebulosi significati. E portavo sempre con me, nel portapacchi della bicicletta, "Ossi di seppia". Adesso, forse connessa al periodo altamente tragico che viviamo, è "La ginestra" di Leopardi che ritorna. Ed è Leopardi che ogni tanto mi vien fatto di rileggere. Lo "sterminator Vesevo" mi pare sempre in azione sugli uomini e sulle cose.

“Ci sono poeti e scrittori che ti accompagnano dappertutto. Presenze quotidiane. Non c’è bisogno di rileggerli, sono sempre con te”, diceva Cioran. Per lei, quali sono?
Sì, è vero, portiamo con noi innumerevoli scrittori, ma non sono mai gli stessi. Non credo al nostro immobilismo o fedeltà e fantastico attraverso il tempo. Non credo nemmeno a una fedeltà di gusti a tutta prova. Credo invece a un ricambio continuo di immagini e compagnie, a una sedimentazione naturale. La sedimentazione naturale o di origine sismica ha creato il panorama dei monti e crea pure la nostra vita fino alla sua conclusione. In questi ultimi anni sceglierei per persistenza
Conrad perché è lui lo scrittore che ha capito e descritto profondamente le ombre e l'orrore dell'animo umano, le radici del male, la sua presenza senza scampo nel mondo e in noi. E poi, fin dalla prima giovinezza, i racconti di Joyce e della Mansfield, molte poesie della Dickinson, alcuni personaggi di Balzac e di Tolstoj. Natascia, per esempio, luminosa adolescente poi invecchiata e irriconoscibile, senza l'alone della freschezza e dell'amore, può diventare una compagna amata per chiunque. Ci ricorda, più di tanti discorsi, l'impietosità della vita. E il servo di La morte di Ivan Il’ic ritorna come l'emblema più alto, espresso in narrativa, della pietà e della bontà che non hanno coscienza di sé.

Ha mai conosciuto un poeta che coincidesse esattamente con l’idea che s’era fatto di lui in precedenza?
No. Ma aspettarsi una tale coincidenza tra ipotesi e realtà, oppure rimanere delusi, è sempre frutto di un'attesa in parte innocente psicologicamente e in parte stupida. Questo errore si fa specialmente quando si è giovani. Dopo, le delusioni troppo forti mi sembrano frutto di arroganza, frutto cioè di una presunzione che ignora i meccanismi oscuri, spesso segreti, spesso coperti in superficie, dell'arte e dell'espressività. Comunque, proprio perché so che l'artista e l'essere umano possono apparire profondamente diversi, anche se non lo sono, non ho mai cercato volontariamente di conoscere scrittori o scrittrici che amo. Capita comunque ed è una buona profilassi lasciare l'ammirazione alle opere e la curiosità umana alla persona.

Qual è il ruolo di uno scrittore, di un poeta, in questi tempi di smarrimento, in questi tempi bui, potremmo dire inquisitoriali?
Il ruolo di uno scrittore? Oggi? Non saprei. Qualsiasi ruolo politico, ideologico o sociale del passato è stato annientato perché l'importanza civile dello scrittore è andata diminuendo fino a sparire. A meno che non si reputi un "ruolo", la rinomanza multimediatica, la diffusione dei successi librari. In questo caso è ovvio che la famosa libertà dell'intellettuale, tante volte ricordata, viene immediatamente sottoposta alle leggi del mercato, dell'industria e dei valori comuni in auge. Guai a negarli diventando un nemico del sistema globale. Oggi l'unico impegno, vero e necessario per lo scrittore, è l'impegno verso se stessi; credere nel proprio mondo poetico e nel fatto che le parole possano contare, perché attraverso le parole abbiamo la libertà di comunicare con tutti, raccontare sentimenti e dolori, ingiustizie e bisogni. I personaggi e le azioni che rappresentano questi pupazzi di carta, sono i nostri cartelli di sfida, sono il nostro messaggio nella bottiglia. Perciò in uno scrittore non dovrebbe mancare mai, nonostante i messaggi negativi che arrivano, perdere la fiducia e il rispetto in ciò che si descrive e comunica.

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