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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Il grande inganno.

Conversazione con Francesca Sanvitale
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - novembre 2005
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Le cito ancora Cioran: “Prendiamo Emily Dickinson, che io ammiro, anzi venero. Parla in continuazione di se stessa. Il poeta oggettivo non esiste e non può esistere. L’ ‘io’ è onnipresente in ogni poesia”. È d’accordo?
Sì, i poeti parlano di loro stessi. Ma nei loro versi si immergono subito nel mondo, come facciamo noi, e lasciano che il mondo si mescoli al loro io e addirittura lo annulli con i profumi e i colori della natura, l'amore, le atrocità, la
morte. Non c'è grande poeta che è rimasto chiuso del tutto in una prigione soggettiva. Basta un filo d'erba e l'egotismo viene invaso, anche cancellato. Leggere Whitman può essere utile per capire una tale simbiosi.

Pubblicare è salutare quanto scrivere? E lei in quali stati d’animo deve potersi trovare per scrivere?
Certo, pubblicare è necessario ma, come è ovvio, prima bisogna scrivere. Questa è l'urgenza fondamentale, e i due momenti vanno tenuti senza contatti perché è bene che mantengono sfere di desideri e di risultati del tutto diversi. In altre parole: non scrivo mai "per pubblicare". Ne va una deformazione dei fini. In quanto agli stati d'animo più "adatti" a scrivere non so rispondere. So che è bene scrivere quando la nostra mente si riempie di immagini estranee che non ci lasciano e ritornano e chiedono chiarimento. Allora sappiamo essere quello che aspettavamo. Di solito preferisco scrivere al pomeriggio perché ho la pressione bassa, ma non ne farei una regola. L'unica regola, che disattendo spessissimo, è quella di scrivere tutti i giorni.

E lei è mai stata tentata dal fare poesia?
No, mai. Solo alcune volte ho scritto delle piccole poesie per scherzo. Sono convinta che la narrativa e la poesia partono da uno studio e da un uso diverso dei mezzi espressivi, addirittura opposto. Un narratore impara presto che non deve congelare il racconto nel tentativo di usare le parole in senso poetico oppure costringere la pagina a seguire valori ornamentali o lirici perché immediatamente ne verrà una falsificazione del ritmo, del racconto, dei personaggi. E il poeta sa che non può rinunciare alla pregnanza di significati che per lui ha ogni parola che sceglie. Narratore per eccellenza è stato
Moravia: non credo abbia mai scritto una poesia. Passare dalla narrazione alla poesia, o viceversa, è naturalmente fattibile ma solo tenendo presente il differente percorso . Molti, come me, lo considerano uno sforzo troppo impegnativo.

 

“Con quella qualità dei grandi pugili:
incassare e rimanere
saldi,
ingurgitare grappa dalla bottiglia
aver preso sbornie
sub e superatomiche,
lasciare i sandali
sul bordo del cratere come Empedocle
e poi giù a capofitto,
non dire: ritorno
non pensare: mezzo e mezzo,
mollare i tumuli delle talpe
ai nani che vogliono farsi grandi,
pranzare allround a casa propria
non scindersi
e saper dar via anche la vittoria”

 

Scriverebbe anche lei “un inno a un uomo siffatto” come fece Gottfried Benn?
Mah. Questa poesia di
Gottfried Benn ha qualcosa che me la rende estranea: una specie di enfasi della volontà. Insomma non mi va questa sorta di virilismo senza un solo inciampo, una sola debolezza, una sola lacrima. No, non la scriverei.

“Oggi la tragedia consiste nel dirsi che non esiste niente dopo la morte, che non esiste un Dio che ricompensa le nostre buone azioni e condanna quelle cattive e che, pure, dobbiamo restare estremamente esigenti quanto all’etica. È il contrario della posizione dostojevskiana che dice: ‘Se Dio non esiste, tutto è permesso’. Io penso che, se Dio non esiste, noi diventiamo del tutto responsabili”. Sono parole di André Green, il quale passa spesso per uno psicoanalista “che non accetta compromessi su questioni di etica”. Lei che può dire sulla questione dell’etica? È per la sua salvaguardia?
Sì, l'umanità pare aver messo in crisi l'esistenza di Dio dispensatore di salvezza e condanne. Eppure mai come ora sono emersi movimenti integralisti, masse che pregano, fanatismi per molti di noi incomprensibili. Il fatto è che la paura del niente è pari alla necessità di credere in una continuità dell'uomo. La connessione tra divinità ed
etica, tra divinità e principi morali è forse la più antica del mondo.

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