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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Il grande inganno.

Conversazione con Francesca Sanvitale
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - novembre 2005
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Questa totale connessione tra le leggi divine che gli uomini dovrebbero seguire e che variano all'interno delle diverse religioni, permettono di delegare, in fondo, l'ultima e totale responsabilità del singolo o del genere umano. In conclusione significa: non siamo soli e ciò che facciamo o pensiamo viene valutato "altrove" ed esiste una giustizia divina che ci regola. Se l'uomo ha bisogno, sempre, di una guida, è per forza di cose un debole che non sa attenersi a regole, da lui stesse create, che dovrebbero regolare i rapporti tra gli umani e noi stessi. Non è possibile quindi, secondo moltissimi, seguire un codice di autocoscienza che determini i nostri errori "a noi stessi" e detti un castigo. Il rimorso, ad esempio, dovrebbe provenire non da una fede religiosa ma da autocoscienza e dal proprio senso di responsabilità. Esiste, di conseguenza, un insieme di regole laiche che dovrebbe altrettanto bene quanto una religione, dividere il bene dal male, dettare all'individuo e alla comunità punizioni e premi. Molti, che pure non credevano a nessuna religione, hanno perseguito le regole dell'autocoscienza, della dignità umana, della fratellanza fino alla morte. Perché, dunque, questa risposta alla domanda "che cos'è un uomo" non dovrebbe avere pari diritto e pari rispetto della fede in Dio? La salvaguardia non sta nel ripetere troppe volte che senza Dio non c'è più divisione tra bene e male, e quindi tutto precipita, ma nel ripetere che questa differenza deve stare dentro di noi; nell'insegnare fin da piccoli il senso interiore di responsabilità poiché, prima che a Dio, nel caso che non ci si creda, dobbiamo rispondere a noi stessi e agli altri.

La medicina è la cura del corpo; la psicoanalisi, la cura dell’animo: qual è la sua posizione nei confronti di quest’ultima?
Per fare un discorso piano e tranquillo sulla
psicoanalisi prima bisognerebbe in breve riassumere un percorso che ha più di cent'anni. Questo percorso sembrerebbe quasi statico. Si basa, come agli inizi freudiani, sulla teoria edipica, sulla scoperta e sull'analisi dell'inconscio e dei sogni, sul concetto di "invidia del pene" per quanto riguarda le donne. In realtà in un secolo molte cose sono cambiate e poiché le teorie freudiane, pur essendo geniali e rivoluzionarie, rispecchiavano i problemi di una precisa società borghese che non c'è più, sempre più negli ultimi trent'anni si è sentito il bisogno di un aggiornamento. E contro la dichiarazione di scientificità fatta da Freud per il suo metodo di indagine, cura e risoluzione dei disturbi della mente, si sono creati molti rifiuti, attacchi e polemiche. A parte quello che possiamo teorizzare oggi, la psicoanalisi ha aperto un cammino di conoscenza clamorosamente essenziale per il quale noi abbiamo visto indagato e rivoluzionato i rapporti tra genitori e figli, l'approccio alla sessualità, e l'approccio ai disturbi della mente è sicuramente cambiato in meglio da parte di tutti. Freud, quasi contro se stesso, fu considerato e fu un grande scrittore, gli venne attribuito il premio Goethe, ma fu molto ostacolato invece in quanto scienziato. L'oppositore più autorevole nel definire la psicoanalisi una scienza è stato Karl Popper, filosofo della scienza, che ha dimostrato come nessun sistema risolto in se stesso, che pretende una coerenza totale di causa effetto, può essere considerato scientifico perché la scienza si alimenta dal dubbio, dalla confutazione e dalla ricerca. Popper aveva ragione in questo, pur riconoscendo a Freud la grande importanza di precursore e anche, con la sua opera, di aver creato una sistematicità dell'approccio alla psiche umana.
Dunque ci doveva essere, nel corso di un secolo, partendo dall'analisi freudiane, una necessità di evoluzione. Infatti così è stato. Delle molte personalità, formati sulle teorie freudiane, e dopo allontanatisi, cito i due che per me sono stati più importanti e di sicuro anche per il mio lavoro. Il primo e più conosciuto è
Carl Gustav Jung, quindi lo psichiatra inglese John Bolwby che ha approfondito specialmente i processi dei legami affettivi. E sempre basandomi sulla mia esperienza e su quanto ha contato per me e per la mia narrativa questo tipo di approccio culturale, i comportamentisti hanno un posto a parte e particolarmente importante. La loro indagine, che si basa non sull'inconscio ma sull'indagine del pensiero, può avere, ed ha avuto per me, una parte di rilievo nella costruzione dei personaggi. Basti considerare come nei nostri pensieri passi un continuo flusso di immagini oltre a tracce continue di passato e presente e, naturalmente, tracce sconosciute a noi che vengono dall'inconscio. Il fatto davvero importante è che per merito della psicoanalisi, da un secolo a questa parte, l'attenzione verso i processi psicologici è diventato un bene comune.
Per quanto mi riguarda ho sempre considerato che una conoscenza, non superficiale dei proprio processi psicologici e una cultura psicoanalitica e analitica é, come quella storica, necessaria a uno scrittore. Un corredo che rende più ricchi l'
istinto e la fantasia, dà corpo alle azioni e ai personaggi.

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