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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli
Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera
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Il duca di Mantova.

Conversazione con Franco Cordelli
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - giugno 2005
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Castelvecchi ha riproposto di recente - a distanza di trent’anni - un’antologia “storica”, curata da lei e da Alfonso Berardinelli: “Il pubblico della poesia”. Con quale intento la pubblicaste allora e che senso ha oggi rieditarla?
Nel 1975 pubblicammo “Il pubblico della poesia” per molteplici ragioni. La più importante discende dalla percezione che si aveva in quel momento di una società letteraria e culturale asfittica, dominata da una visione, quella cosiddetta avanguardistica, che stabiliva le gerarchie in base alla conseguita conformità al modello da essa dettato. Era possibile muoversi in una sola direzione. Era necessario ubbidire. Oggi è il contrario esatto. Perché sia stato ripubblicato “Il pubblico della poesia” non so. Lo ha desiderato l’editore, lo ha desiderato Giorgio Manacorda. Personalmente non mi sono opposto. A che scopo opporsi? Un’antologia in più o in meno, è lo stesso.

Le sembra più giusto parlare di “crisi della poesia” o di “crisi del lettore di poesia”?
Crisi della poesia, non so. Suppongo non ve ne sia se non nel senso della sua influenza. Ma trent’anni fa eravamo già più o meno, a questi livelli. In quanto alla crisi del lettore, ne so ancora di meno. In compenso sono cresciuti gli ascoltatori. Il pubblico dei reading è cresciuto a dismisura. Sono i miracoli della società di massa, ovvero della presenza, della presenza fisica. Poi si muore, si scompare e tutto finisce (ciò che deve finire).

Facciamo un passo ancora più indietro: come “giudica” l’esperienza del Gruppo 63?
In se stessa, un disastro. Tuttavia è bene specificare. In essa vi sono poeti di rango: Elio Pagliarani o Alfredo Giuliani. Prosatori, nessuno. Importante invece il fenomeno di svecchiamento culturale da esso apportato. Quindi non proprio un disastro. Il punto è non montarsi la testa. (Post scriptum. I tre fratelli Guglielmi mi sono simpatici, erano una famiglia geniale).

Fino a quattordici anni tutti scrivono poesie, diceva Croce. Dopo, egli aggiungeva, continuano a scriverne i poeti e i cretini. Cos’è che differenzia un poeta da un facitore di versi?
Questa è una domanda metafisica. È come se lei mi chiedesse quale sarà il risultato del prossimo Mondiale di Calcio, o del prossimo Arco di Trionfo (corsa di galoppo a Parigi). Si fanno scommesse, ci si approssima alla verità, si studia, si congettura, ci si allena. Tutte cose così.

Quando si chiedeva ad Ungaretti a cosa servisse la poesia, rispondeva perentoriamente: “A niente!”. Lei cosa risponderebbe?
Quella di
Ungaretti era una risposta da poeta. Non solo: da poeta snob, che non aveva più voglia di spiegare. Ungaretti sapeva benissimo, ovviamente che la poesia non serve a niente, ma che questo non è che l’inizio della vera risposta.

Qual è il titolo di una poesia che le sta più a cuore?
Mi piaceva da morire una poesia di William Carlos Williams, che uscì su una rivista presto scomparsa. “Questo e altro”. Purtroppo non ho più quel numero di rivista, né ricordo il titolo. Era dedicata ad un fiore. Era una poesia d’amore: un amore che Williams presumeva eterno, destinato a durare oltre il tempo (o forse nel mero tempo, non lo so più). Poi mi piaceva “Adolescente” di Cardarelli; o mi piacevano gli “Xenia” di
Montale. O quella poesia di Sbarbaro sul padre. O quella di Delfini, in cui si denomina Cavalcanti.

“Tutti diventano creatori, c’è una mobilitazione generale che porta al paradosso per cui non c’è più un destinatario, tutti sono trasmettitori. Ognuno crea la propria espressione e non ha più il tempo di ascoltare gli altri. E’ una forma eccessiva in cui l’arte scompare per eccesso, non per mancanza, creando un cortocircuito al senso stesso”: sono parole di Jean Baudrillard. Anche secondo lei, se la poesia, l’arte, sono ovunque, allora cessano di esistere?
È un mio tema ossessivo. Tutti vogliono esprimere se stessi, una grande babele, un rumore di fondo indistinto e caotico, non ci si capisce più niente, non si sente più. Ma non è uguale al Medioevo, al suo silenzio, al suo buio, o al suo presunto buio?

Caproni, Attilio Bertolucci, Luzi: a quale di questi tre poeti si è sentito più intimamente legato?
Dei tre poeti che lei cita, sono stato legato a Bertolucci, ma per ragioni personali (benché, naturalmente come poeta egli sia notevolissimo).

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