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Riflessioni in forma di conversazioni

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Tra immagine e parola

Conversazione con Giosetta Fioroni
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it

- maggio 2005
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Qual è, secondo lei, il suo libro migliore?
Il libro di Garboli che io amo più di tutti è
Falbalas sottotitolo “Immagini del novecento” (edito da Garzanti nel 1990); è una narrazione romanzesca di “eventi” molto svariati. C’è un pezzo su Rembrandt, uno su Longhi, uno su Calvino, uno su Sereni, uno su Testori, su Parise, su Raboni... e tanti altri. Falbalas è il titolo di un film di Becker degli anni 40/50.
Questa eterogeneità è perfettamente “governata” da Garboli e il lettore è introdotto in un mondo anche di grande divertimento. Il libro poi graficamente è un capolavoro per l’idea Garboliana di far pubblicare piccole foto in Bianco/nero …. precedendo una moda elegantissima che ha culminato di recente nel bellissimo libro di Sebold Austerliz (pubblicato da Adelphi).

Che ricordo ne conserva?
Un grande dolore per la perdita e il senso preciso dell’insostituibilità assoluta di una figura unica e irripetibile come la sua !!

Parliamo ora di Goffredo Parise: come nacque in lui l’idea dei “Sillabari” che ora Adelphi ha ripubblicato in un unico volume? E qual era la sua cifra stilistica?
L’idea dei
Sillabari è l’idea più semplice del mondo: Goffredo vide un bambino leggere nei giardinetti sotto casa a Piazza Igea, un sillabario. Alla lettera E, erba, era scritto: l’erba è verde! Più complesso è definire il suo stile. Così terso e preciso. Garboli ne ha definito così bene… la genesi e riporto qui una lettera di Calvino che ben ne spiega lo stile:

“Tenevo lì il tuo Sillabario e ogni tanto ne leggevo un pezzo, e ora che l’ho letto tutto tengo a scriverti che questa tua poetica, questa tua precisione nel rendere facce, cibi, giornate, funziona molto bene. Finché leggevo le tue dichiarazioni nei colonnini del Corriere potevo dire: ma sì, le solite cose che ogni tanto si dicono per cercare di scrollarci di dosso l’intellettualismo di cui non possiamo liberarci, rimpiangendo un modo di raccontare che tanto ormai non riesce più a nessuno perché è finito con i russi dell’Ottocento. Invece in pratica sei riuscito a fare qualcosa di diverso da come si faceva ieri e da come si fa oggi, proprio nel modo di costruire il racconto, di mettere a fuoco il vissuto attraverso alcuni particolari e non altri, e a dare un taglio alla frase che è molto tuo e serve molto bene a quello che vuoi dire, insomma uno stile. E anche quel tanto di partito preso che ci metti nell’applicare questa tua poetica è proprio il segno del fatto che scrivi oggi, che ‘esegui un’operazione letteraria’ (protesta pure) e il senso di quello che fai è proprio lì. Come esempio di racconto che mi piace (non tutti mi piacciono ugualmente dirò) ‘Amicizia’ e in genere quelli del tipo più indiretto e con movimenti nel tempo”.
(Lettera di Italo Calvino, datata Torino 9 maggio 1973).

Sono molto felice dell’edizione Adelphi dei Sillabari e spero che altri libri di Goffredo usciranno presto dallo stesso editore.

Quando è nato il suo interesse per la poesia?
La mia mamma, Francesca, era un' appassionata lettrice. Aveva un'edizione della Recherche di
Proust del 1930 che io conservo gelosamente. I suoi poeti amati erano Pascoli, D'Annunzio e Baudelaire (Ed. Calmann-Levy del 1924 ). Queste sono state le mie iniziazioni. Dal sublime francese... nei miei giovani anni sono approdata alle edizioni della Fenice, Dylan Thomas, I Cantos di Pound, La terra desolata di Eliot e Lorca. Poi nei ' 70, la scoperta di Montale, Penna, Caproni... e insieme i Sonetti del Belli... e i Lirici Greci (Saffo, Mimnermo, Alemane, Anacreonte e gli altri minori)... come vedi molta confusione... un pasto onnivoro! Nessun vero apprendimento.

Sono parole del pittore e poeta fiorentino Alessandro Ceni:
"La poesia è ed è sempre stata e sarà sempre rara. La poeticità è ed è sempre stata e (purtroppo) sarà sempre diffusa. Il guaio attuale è la totale ignoranza della diversità dei due termini: la poeticità è ritenuta poesia (che è come omologare il fuoco di un camino al fuoco di un incendio). La cosa peggiore è l' aspetto, diciamo, culturalmente doloso del fraintendimento; voglio dire che mi pare sia in atto una vera e propria acquisizione consapevole di quell'ignoranza (anche in certe sedi di critica letteraria), cosicché semplicisticamente (e letalmente) la poeticità viene identificata con la poesia. Una volta di più nel nostro mondo si afferma come degna e meritevole l'immediatezza della superficie, il bagliore del traslato, giungendo alla pacificante e asinina equazione: poeticità = poesia".

Lei è d' accordo con questo punto di vista?
Sono d'accordo che la poeticità, è oggi assai diffusa, (non si intreccia con la poesia) ma si trova in settori come serial televisivi, cartoni animati, tutti generi assai... impoetici! È la glassa-benpensante di molti eventi pseudoculturali. Probabilmente c'è anche una parte di "critici" che asininamente, come tu dici, aderisce all'equivoco. Ci sono però eccezioni... ricordo, molti anni fa, che
Berardinelli teneva su “Panorama” una... paginetta dove ogni volta "presentava" una poesia col suo poeta e li "raccontava"... con astuzia perfetta e coinvolgente per il lettore. Ma oggi penso che la poesia sia più che mai appanaggio di "specialisti" e non di altri.


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