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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Gesù e Paolo: un confronto.

Conversazione con Giuseppe Barbaglio
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - novembre 2005
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A che cosa mira, precisamente, il suo libro "Il pensare dell'apostolo Paolo"? È complementare a quello precedente intitolato "La Teologia di Paolo"?
Nel volume La teologia di Paolo (1999, 2001) avevo cercato di dimostrare che Paolo non è un teologo a tavolino che elabori un sistema teologico sistematico, o meglio che nelle sue lettere attinga a un sistema teologico già bell'e fatto. È invece un pensatore occasionale che, alle prese con situazioni contingenti dei destinatari delle lettere ma anche con situazioni implicanti da vicino la sua persona e la sua attività missionaria, elabora
riflessioni ad hoc e presenta argomentazioni convincenti. Infatti avevo sottotitolato il volume "Abbozzi in forma epistolare". In breve, all'occasionalità delle sue lettere corrisponde l'occasionalità della sua teologia. Nel volume successivo, Il pensare dell'apostolo Paolo (2004), ho inteso completare lo studio del pensiero teologico di Paolo, ricercando se i diversi abbozzi teologici presenti nelle diverse lettere hanno un punto focale attorno a cui si dispongono, oppure no. In una parola, Paolo è stato coerente con se stesso, oppure si è lasciato andare a elaborazioni non solo frammentarie, ma anche incoerenti e contraddittorie? La mia proposta è che Paolo è stato un pensatore non sistematico, ma coerente, e la coerenza del suo pensare si fa luce in un costante sforzo mentale di 'interpretare' il vangelo tradizionale di Cristo nelle diverse situazioni in cui si è confrontato con i destinatari delle sue lettere, in modo che quello sia 'vangelo', cioè lieta notizia data da Dio per i credenti di Galazia, per quelli di Corinto, per le comunità di Tessalonica e di Filippi, per i "santi" che abitano a Roma. Interpretare, cioè far emergere le implicazioni racchiuse nel vangelo tradizionale e sconosciute ai suoi interlocutori, le sole capaci di presentarlo come viva e attuale parola di Dio. Per es., per i credenti di Galazia di origine pagana il vangelo di Cristo, dice loro Paolo, vuol dire libertà dalle costrizioni della legge mosaica, in particolare dalla circoncisione, a cui quelli erano spinti da missionari giudeo-cristiani tradizionalisti, libertà di vivere la fede da pagani, cioè da incirconcisi, parificati in tutto ai credenti di origine ebraica che portavano nella carne il segno della circoncisione, che Paolo riduce a pura tradizionale culturale, priva di incidenza sul destino ultimo di vita e di morte dell'uomo.

Paolo parla di conversione o di reintegrazione di Israele?
Paolo è l'unico scrittore del Nuovo Testamento che affronta di petto e con impegno teologico il problema del destino del popolo di Dio delle Scritture ebraiche, come appare nei capp. 9-11 della lettera ai Romani. Il problema nasceva dal fatto che in grande maggioranza gli ebrei del suo tempo avevano rifiutato il vangelo di Cristo, ponendosi così al di fuori del cammino di salvezza tracciato dal Dio di Gesù Cristo. D'altra parte però lo stesso Dio aveva giurato al suo popolo fedeltà perenne, come appare nelle Scritture ebraiche. La domanda drammatica era dunque la seguente: Dio è forse venuto meno alle sue promesse? Una prospettiva, questa, angosciosa per gli stessi cristiani, che pure confidano nella fedeltà divina. La soluzione di Paolo è la seguente: non è neppure pensabile che Dio abbia ripudiato il suo popolo - Non sia mai, esclama l'apostolo (11,1); anzi "tutto Israele sarà salvato" alla fine, quando sarà completata la venuta dalla fede dei gentili (11,26), perché "irrevocabili sono i doni e la chiamata di Dio" (11,29). La chiesa dunque non ha sostituito Israele come nuovo popolo di Dio; gli ebrei restano, a tutti gli effetti, il popolo di Dio, il popolo a cui Dio ha giurato promesse eterne di salvezza. E in questo orizzonte l'antigiudaismo cristiano, fondato su pretese basi di fede o teologiche, è del tutto immotivato. Paolo insegna! Come poi si realizzerà questo futuro di salvezza per tutto Israele, su questo il testo di Paolo appare reticente: per conversione alla chiesa cristiana? per fede in Cristo? per fedeltà alla legge mosaica, come sostiene la teoria delle due vie di salvezza, quella cristiana per la fede in Gesù e quella ebraica per la fede in Jahvè e fedeltà alla legge mosaica? Gli studiosi discutono con forza e una soluzione certa non appare a portata di mano. Resta in ogni modo che per Paolo il tutto avverrà per grazia immeritata di Dio.

Su quali punti Paolo è rimasto inascoltato?
Il destino di Paolo è stato, per lo più, quello di un grande incompreso.
Nella millenaria storia cristiana solo alcune tappe lo hanno visto, come un fiume carsico nascosto, riemergere in stagioni importanti per la chiesa di Cristo. Agostino alle prese con l'eresia di Pelagio - espressiva di una forma di cristianesimo di severo impegno ascetico e di fedeltà pratica, diremmo di un cristianesimo delle buone opere compiute con buona volontà umana, dunque conquista autonoma dell'uomo -, si è richiamato a Paolo e alla sua teologia della grazia, cioè del dono gratuito e immeritato dell'amore del Dio di Gesù Cristo che sostiene il volere e il fare dell'uomo. Lutero poi, padre della riforma protestante, in polemica con il cattolicesimo da lui accusato di essersi traviato, diventando una religione dei meriti e della pratica magica dei sacramenti, nella famosa notte della Torre scoprì che la giustizia di Dio disvelata nel vangelo, di cui parlava Paolo nella lettera ai Romani, non è la giustizia del Dio retribuitore e giudice severo, ma quella salvifica (dico lui che accoglie tutti gli uomini indiscriminatamente suscitando in loro la fede, cioè l'affidarsi fiducioso alla sua iniziativa di grazia). Nel secolo scorso, infine, K. Barth reagì alla teologia liberale di segno protestante, che annacquava lo scandalo della croce e della risurrezione del crocifisso, propugnando una religione razionale della paternità universale di Dio e della immortalità dell'anima, richiamandosi a Paolo, in modo particolare alla lettera ai Romani, per difendere un'immagine di Dio come 'altro' dal mondo. Nella chiesa cattolica, intendo parlare della sensibilità più diffusa e della religiosità più curata, Paolo è messo ai margini; si è più vicini a una voce come quella del vangelo di Matteo che sottolinea l'esigenza delle buone opere, il fare a scapito del contemplativo ascoltare, il primato dell'etica su quello della grazia. Soprattutto, Paolo è ignorato nella sua comprensione della chiesa come corpo sociale animato dallo Spirito che attiva tutti e singoli i credenti elargendo loro i doni carismatici, cioè le capacità di rendere gli essenziali 'servizi' (diakoniai) alla crescita spirituale e maturante della comunità; vi viene preferita invece la prospettiva delle lettere Pastorali, indirizzate a Timoteo e Tito, che portano nell'indirizzo il nome dell'apostolo come mittente ma che in realtà sono scritti pseudepigrafici della fine del I secolo; in esse la chiesa è compresa come famiglia di Dio, simile alla famiglia patriarcale del tempo, strutturata gerarchicamente con quelli che governano (proistamenoi) e gli altri che devono sottomettersi (hypotassesthai). Soprattutto Paolo è alieno alla chiesa cattolica italiana di oggi, perché egli esprime una fede radicale ed estrema che mette in discussione, alla radice, ogni religione, soprattutto quella cosiddetta civile che dà voce e cerca d'imporre valori umani generali specialmente di carattere conservatore per non dire reazionario, ottenendo l'appoggio dei cosiddetti atei devoti e bigotti.

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