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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


Gesù e Paolo: un confronto.

Conversazione con Giuseppe Barbaglio
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - novembre 2005
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Il suo prossimo studio s'incentra sul confronto tra Gesù e Paolo: su quali argomenti si sarebbero trovati d'accordo?
È un problema che viene da lontano: Paolo è stato un fedele 'discepolo' di Gesù, oppure se ne è allontanato in modo vistoso così da essere chiamato il vero o anche il secondo fondatore del cristianesimo? Non è mancata una forte corrente di studiosi che ha affermato con forza: via da Paolo e facciamo ritorno a Gesù, all'originale maestro di vita che ha proclamato a parole e con i fatti il primato dell'amore del prossimo, inclusi i nemici, al narratore parabolico di vivaci quadri di vita quotidiana, lui che ha accolto con amore peccatori e marginali privi di ogni speranza, prefigurando davanti ai suoi ascoltatori l'immagine di un Dio che fa sorgere il suo sole su buoni e cattivi e fa piovere sul campo di giusti e ingiusti. Ora è certo che le diversità tra i due, che pure sono separati da un breve tratto di tempo - Paolo si è fatto apostolo 4/5 anni dopo la morte di Gesù -, non sono né poche né lievi: diversità di luogo, di ambiente culturale, di lingua, di linguaggio religioso - poetico e allusivo quello di Gesù, più teorico e razionale quello di Paolo. Eppure li accomuna un fattore importante e direi decisivo: per tutti e due la storia è giunta a un punto culminante, a un vertice, "ai giorni della fine" - non alla fine dei giorni, si badi bene -: con Gesù il tempo ha registrato una decisiva 'sterzata', per usare un termine caro a Strass, famoso autore di una Vita di Gesù: non nel senso che il vecchio mondo è finito e bell'e morto, ma che quanti hanno radicato la loro fiducia in Gesù crocifisso e risorto sono liberi da quel mondo e da quel tempo contrassegnati dal dominio del peccato - di regola Paolo parla di peccato al singolare, una potenza dominatrice dell'uomo e della sua
coscienza, direi il male oscuro che minaccia l'esistenza e la storia - e da quello della morte. Una liberazione che impegna i liberati a vivere responsabilmente la propria libertà ricevuta in dono.

A partire da quali punti intende sviluppare il prossimo lavoro?
Anzitutto mostrerò come è stato affrontato finora il problema dei rapporti tra Gesù e Paolo. È un punto di partenza ineliminabile per prendere voce nel numerosissimo coro di voci degli studiosi di ieri e di oggi: infatti è poggiando i piedi sulle spalle di chi ci ha preceduti che si può fare un giustificato passo avanti. Quindi indicherò tre momenti di passaggio da Gesù a Paolo. Anzitutto, è stato una transizione da Gesù che è stato essenzialmente 'evangelista' del regno di Dio, cioè portatore della notizia di gioia di Dio che ha deciso finalmente di fare il re nella storia - metafora politica questa propria della tradizione ebraica espressiva della potenza divina di vita e di nuova creazione - a Cristo morto e risuscitato, costituito Signore dei vivi e dei morti, come dice espressamente Paolo; più semplicemente transizione dalla fede di Gesù alla fede in Gesù. Inoltre il passaggio è stato una dislocazione di vario genere. Anzitutto geografica: la Galilea per Gesù, il grande mondo dell'impero romano per Paolo. Poi linguistica: l'aramaico era la lingua del primo e il greco del secondo. Quindi socio-culturale: Paolo è un teologo di razza, creatore di linguaggi espressivi tecnici, come per es. giustificazione, riconciliazione, liberazione, redenzione, grazia ecc., mentre Gesù parla soprattutto per metafore, paragoni, sentenze, parabole. Dislocazione anche politica: Gesù visse sotto un governo e un capo che era socius dei romani, Erode Antipa in Galilea e Perea, e sotto il governatore romano (Pontius Pilatus, anni 26-36) che comandava in Giudea (e Samaria), Gerusalemme capitale religiosa con a capo come Sommo Sacerdote Giuseppe Caifa, anni18-36; Paolo invece operò nelle province romane, nelle metropoli dell'impero. Infine il passaggio ha preso la forma di una ridefinizione o riconfigurazione dei parametri religiosi fondamentali: la concezione del tempo e del mondo, l'immagine di Dio, la figura di Gesù, la comprensione dell'uomo. Come vede, un lavoro impegnativo, in cui tenterò di cogliere l'anima profonda del pensare e del credere rispettivamente di Gesù e di Paolo.

Un’ultima domanda, Barbaglio: qual è il suo "giudizio" sul papato di Wojtyla?
Più che un giudizio vorrei esprimere sommessamente qualche rilievo, consapevole della complessità della figura di Giovanni Paolo II. Anzitutto credo che non gli si possa misconoscere il merito di gesti profetici di grande importanza: quando chiese ufficialmente perdono delle colpe secolari della chiesa cattolica, riconoscendo così che questa è sì santa per l'azione santificatrice di Cristo, ma peccatrice per i suoi comportamenti d'infedeltà, casta meretrix recita un ossimoro di antica tradizione; quando visitò la sinagoga di Roma rivolgendosi agli ebrei come a fratelli maggiori; quando fece visita al muro del pianto, ripetendo il gesto di tanti pellegrini ebrei di deporvi tra le fessure un biglietto. Invece non sarei così entusiasta, come tanti, della sua straripante personalità religiosa: una star mondiale di grande richiamo mediatico che ha annullato, in pratica, la realtà della chiesa occupandone, da solo, tutto lo spazio. Dunque un papa senza chiesa, un leader massimo religioso non accompagnato da comunità di persone che credono e verificano nella loro vita la fedeltà del credere. Il segno più evidente in proposito è la chiara disattenzione alla richiesta di collegialità avanzata dal Concilio Vaticano II: i vescovi in unione con il papa, i fedeli in unione con i loro vescovi. Per non dire dell'azione repressiva dell'ex S. Uffizio condotta in prima persona dal card. Ratzinger e con chiaro avallo del pontefice contro non poche voci critiche di teologi. Ancor più critico mi scopro nel valutare la sua religiosità di timbro taumaturgico che sconfinava addirittura in forme di velata superstizione, come quando si crede e si fa credere che la Madonna ha deviato la pallottola di chi gli ha sparato in piazza S. Pietro e la si incastona nella corona della statua della Madonna di Fatima. Una religiosità popolare di marca nettamente pagana che viene contrabbandata come forma di fede, mentre ne è esattamente l'opposto, e che continua ora nelle mille segnalazioni, ci si dice, da tutto il mondo di guarigioni prodigiose operate nel suo nome e nella sua memoria.

Doriano Fasoli

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