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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


La ferita dello sguardo.

Conversazione con Lucio Russo
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - luglio 2005

“L’indifferenza dell’anima evoca un’interiorità della psiche indifferente alla vita, ed ogni forma di legame affettivo, alla comunicazione. Indifferenza ha in primo luogo, dunque, il significato esistenziale di una mancanza di interesse innanzitutto per se stessi e poi per ciò che si fa, per ciò che si ha” – spiega Lucio Russo (psicoanalista con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana), incontrato a Roma nel suo studio di Trastevere. Autore di numerosi articoli e saggi, del libro Nietzsche, Freud e il paradosso della rappresentazione (1986), egli ha pubblicato tempo fa da Borla L’indifferenza dell’anima, un testo ricco di suggestioni, anche letterarie e filosofiche.
“Indifferenza è in secondo luogo un concetto psicoanalitico” – prosegue Russo -, “che definisce una parte inconscia della personalità immatura, che rimane in una condizione indifferenziata di assoluta dipendenza dall’altro.
Nel mio ultimo libro che lei citava ho inteso verificare quali teorie e quali concetti psicoanalitici sono più adeguati a definire questa interiorità indifferente e quali modalità della cura sono più idonee ad aiutare alcuni pazienti a diventare maggiormente interessati alla vita”.

Si chiama invece “La ferita dello sguardo – Una ricerca psicoanalitica sulla melanconia” il saggio collettivo curato da Patrizia Cupelloni per Franco Angeli (con scritti di Albrigo, Algini, Bernini, Cruciani, Cupelloni, De Silvestris, Fraire, Luchetti, Rocchi). Lei ne è uno degli autori. Come viene vista in questo caso la melanconia?
Lei ricorda, non a caso il libro La ferita dello sguardo, perché è un libro dove vengono affrontati gli interrogativi, gli enigmi che la melanconia pone al centro della nostra attenzione. Perché la melanconia ispira il pensiero, l’arte, la letteratura, la filosofia, ma nello stesso tempo a volte pietrifica il soggetto che cade nella sua trappola mortifera? Quali traumi precoci avvengono nella storia psichica di un individuo perché si ammali di melanconia? Cosa ci sta comunicando il melanconico nello stare sempre in lutto, nell’affezionarsi alla sua tristezza? Quali sono gli strumenti clinici di cui oggi gli analisti dispongono per affrontare la parte melanconica dell’essere?
Dieci analisti si sono posti questi interrogativi e per anni hanno ricercato a tutto campo, mettendo in gioco anche se stessi, come parti in causa del dolore melanconico. Mi sembra che i risultati evidenziati nel libro siano pregevoli, anche se problematici.
Vuole che ne indichi brevemente uno? Il melanconico simula difensivamente di piangere un oggetto perduto, che ha un tempo avuto, per negare il fatto invece che qualcosa che doveva avvenire non è avvenuto quando egli era in una condizione di immaturità psichica, assolutamente bisognoso dell’aiuto dell’altro, della madre. Per non subire un crollo psicotico il melanconico si mette in una condizione di lutto permanente; perché nel lutto egli vive almeno la sicurezza che l’oggetto c’è stato, che qualcosa è avvenuto.

Qual è la condizione esistenziale del melanconico?
L’elemento dominante della condizione esistenziale del melanconico è l’isolamento autarchico, il ritiro autistico; isolamento e ritiro che si manifestano spesso nelle continue interruzioni dei legami affettivi da parte del melanconico. Un altro elemento esistenziale è la negazione del passare del tempo, il tempo del melanconico è fermo perché nulla di generativo deve avvenire. Il melanconico, inoltre, si autosvaluta e non riesce a dare alcun valore ai suoi oggetti. C’è infine nel melanconico una mancanza di
piacere integrato nella sua vita.

Cosa chiedono i melanconici all’analista?
Questa è una domanda insidiosa, perché c’è in essa un non detto che riguarda un’altra domanda: la melanconia è analizzabile? Da noi analisti vengono a chiederci aiuto coloro che, immalinconiti, poco interessati alla vita, privi di piaceri, hanno tuttavia una potenzialità generativa, direi erotica, che è rimasta bloccata da uno strato spesso di ghiaccio. Ebbene in questi casi l'analista può veramente aiutare il melanconico a sciogliere il ghiaccio, a restituirgli il piacere di pensare e di amare. Come fa l’analista ad aiutare il melanconico? Mettendosi innanzitutto al posto di quell’altro che è mancato al melanconico, quando era un bambino, quell’altro che avrebbe dovuto – come affermiamo nel libro La ferita dello sguardo - essere un oggetto responsivo capace di riconoscerlo e di valorizzarlo come persona degna di vivere, come un essere interessante, importante. L’analista si assume così il fallimento, che quell’altro non volle assumersi, contiene e comprende la rabbia del melanconico, per poi ripartire per costruire il desiderio di vivere.

Psicoanalisi e psichiatria: vede la possibilità di un dialogo?
Rispondo telegraficamente dicendo che l’analista è certamente interessato ad un dialogo con la psichiatria, ma non con la psichiatria organicistica che taglia fuori dalla cura la singolarità dell’esperienza umana, il senso soggettivo della sofferenza. Mi chiedo a cosa serve una concezione biologistica della melanconia, se non a difendere la psichiatria dal coinvolgimento affettivo con il suo paziente.

Depressione e stato melanconico: esiste una precisa differenza?
Il termine melanconia indica per noi analisti un particolare affetto diverso dal dolore, dall’angoscia e dalla paura, che
Freud molto acutamente descriveva nei termini di un investimento nostalgico dell’oggetto perduto. Credo che Freud volesse indicare lo stato di attesa eterna, di sospensione di ogni interesse per il presente e per il futuro, che immobilizza il melanconico in una sorta di limbo.
Il termine
depressione mi appare un termine saturo, troppo connotato dal punto di vista psichiatrico. La malinconia inaugura negli anni ‘20 una nuova epoca della psicoanalisi, l’epoca in cui gli analisti cominciano a capire che molti disturbi non possono essere catalogati né nelle psiconevrosi, né nelle psicosi. Si tratta di disturbi narcisistici complessi dove confluiscono aspetti melanconici, autistici e problemi gravi di identità.

Quali sono stati, per lei, i riferimenti indispensabili (nell’ambito della letteratura psicoanalitica e non) nell’affrontare il tema della melanconia?
Dopo Freud, c’è da sottolineare l’importanza di tutti quegli autori che, pure attraverso diverse teorie e diversi modelli, si sono impegnati a valorizzare la soggettività umana che intanto esiste in quanto entra in una particolare tipo di relazione con l’altro, fin dai primissimi tempi della vita.
Mi riferisco in particolare a Winnicott e Lacan; noi autori del libro La ferita dello sguardo abbiamo tenuto presente anche psicoanalisti che vengono dopo come N. Abrahm e M. Torok, Laplanche, Lambotte, Aulagnier, Pontalis e Green. Ma gli analisti possono apprendere molte verità sul funzionamento psichico della melanconia anche dalla letteratura, dall’arte e dalla filosofia.

Doriano Fasoli

 

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