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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli
Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera
- indice conversazioni


La morte dell'anima.

Conversazione con Marco Vannini
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - maggio 2005
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Marco Vannini (nato nel 1948) ha curato, con ineccepibile rigore, la prima edizione italiana di alcuni fondamentali testi della tradizione mistico-filosofica: Eckhart, Taulero, l’Anonimo Francofortese, Lutero, Angelus Silesius, Margherita Porete, Gerson, Fénelon, ecc., cui ha dedicato numerosi studi.
Tra i suoi ultimi lavori: Mistica e filosofia (1996), Il volto del Dio nascosto. L’esperienza mistica dall’Iliade a
Simone Weil (1999), Introduzione alla mistica (2000), La mistica delle grandi religioni. Induismo, buddismo, ebraismo, islamismo, cristianesimo (2003).
Ho incontrato lo studioso nella sua città, Firenze, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro intitolato: La morte dell’anima. Dalla mistica alla psicologia (edito dalla Casa Editrice Le Lettere).


Vannini, qual è la tesi del suo libro?
La tesi del libro è che, paradossalmente, vi sono due morti dell’
anima. La prima è quella che, nella tradizione spirituale, significa l’annichilimento dello psicologico e l’emergenza dello spirituale, con la sua libertà e la sua gioia; la seconda morte dell’anima è invece quella operata dalla cultura contemporanea, che ha ridotto l’anima a psiche, con la perdita del “fondo dell’anima”, ovvero della sua realtà spirituale. Da ciò anche l’impotenza terapeutica delle moderne psicologie, psicoanalisi e psichiatrie, che non guariscono quel male che sta nello psichismo stesso, ovvero nell’attaccamento all’io.
Da un punto di vista storico, la tesi fondamentale del libro è che la fine dell’anima è avvenuta alla fine del ‘600, con la condanna del quietismo, ovvero quando la Chiesa espulse di fatto l’esperienza spirituale, il “fondo” dell’anima, concentrandosi sulle sue “potenze”, ovvero sulle sue facoltà: già allora si era di fatto preparata la caduta dalla mistica alla psicologia.

A quando risale il concetto di anima?
Indubbiamente alla Grecia classica, fin dai primi pensatori ionici, da
Talete ad Eraclito, quel “grande maestro che conobbe la verità prima della fede cristiana”, come lo chiama Eckhart. E greci sono i grandi esperti dell’anima: da Platone a Plotino. Solo grazie a loro c’è l’esperienza spirituale del successivo mondo cristiano.

Quale fu il preludio della fioritura mistica nel Secolo d’oro della Spagna?
La acquisizione spagnola delle Fiandre all’epoca di Carlo V°, con la susseguente conoscenza dei mistici renano-fiamminghi del Trecento. Fu soprattutto la conoscenza dei sermoni di Taulero, discepolo di Eckhart, a far noto agli spagnoli l’essenziale dell’esperienza spirituale: vedi ad es. espressioni come “
morte”, “notte”, “fondo”, “castello”, ecc.

Come apparve il linguaggio dei mistici, soprattutto agli occhi dell’Inquisitore? E che tipo di immagini esso adotta?
La mistica è sempre sospetta, giacché è, per sua essenza, esperienza di unione umano-divina, “senza mediazione”, come incessantemente ripete
Eckhart, e perciò invisa a ogni dogmatismo confessionale. Non a caso le immagini che essa adotta sono sempre immagini di libertà, come ad esempio, in Eckhart stesso, la gioia di un cavallo libero di correre in una verde brughiera, “senza perché”, come nel celebre distico silesiano della rosa.

Quali sono state le letture che le hanno offerto un valido apporto per la comprensione dei mistici?
In generale tutte le grandi opere filosofiche e teologiche, retroterra indispensabile (e qui la lista sarebbe infinita, tanto da non tentarla neppure). Però vorrei sottolineare che, come scrive
Margherita Porete all’inizio del suo Specchio delle anime semplici, qui si tratta di “diventare la cosa stessa”, per cui nessuna lettura esteriore può prendere il posto dell’esperienza interiore. I sermoni di Eckhart erano compresi d’un colpo dalle povere suore analfabete, se ricche di amore di Dio, mentre non lo erano affatto da quelli che lui chiama “grossi chierici”, esperti della Bibbia (oggi verrebbe da pensare piuttosto agli psicologi).