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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


La morte dell'anima.

Conversazione con Marco Vannini
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - maggio 2005
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Anche per lei, come per molto interessati all’argomento, l’antologia “I Mistici d’Occidente”, proposta da Zolla nel 1963 (opportunamente ripubblicata in due tomi per i tipi di Adelphi nel 1997) ha rappresentato una pietra miliare?
Si tratta indubbiamente di un lavoro importante, anche se non condivido il concetto di mistica – misterico, esoterico – che
Zolla sostiene. Vorrei invece ricordare, molto meno noto ma a me molto più vicino, lo studioso fiorentino Arrigo Levasti, con le sue antologie I mistici (Firenze 1926) e Mistici del Duecento e del Trecento (Milano 1935). La biblioteca di Levasti, oggi ospitata nel convento domenicano di San Marco, a Firenze, costituisce un luogo di lavoro essenziale.

Quale contributo possono dare i mistici cinquecenteschi nel rispondere alle domande che l’uomo si pone oggi sul suo destino?
I mistici, non solo cinquecenteschi, ovviamente, rispondono all’uomo di oggi, come a quello di sempre, offrendo quello che
Spinoza offre al termine della sua Etica: beatitudo et salus. Sottolineo i due termini: non la accidentale e banale “felicità”, ma la divina beatitudo; non la altrettanto accidentale “salute”, ma la profonda ed essenziale salus, che è assoluta salvezza e salute insieme.

Conosce l’antologia di “Scrittrici mistiche italiane” curata da due eccellenti studiosi, Claudio Leonardi e Giovanni Pozzi (libro “appassionato e geniale” e che “non ha precedenti”, secondo Pietro Citati)?
Ho avuto il
piacere di conoscere personalmente il padre Pozzi, quando presentai a Foligno il suo libro su "Angela", e sono amico del professor Leonardi: ovviamente conosco la loro opera e condivido il giudizio di Pietro Citati. Non entro però in merito al tema “mistica femminile”, su cui avrei molte riserve da fare.

Ha avuto occasione di conoscere Mino Bergamo (scomparso prematuramente in un tragico incidente di mare in Indonesia il 3 maggio 1991), studioso del Seicento francese e soprattutto del linguaggio e dell’esperienza mistica (ricorderò su tutti “La scienza dei santi”)?
Purtroppo non ho conosciuto personalmente
Mino Bergamo, ma conosco bene i suoi libri. In particolare L’anatomia dell’anima. Da François de Sales a Fénelon è fondamentale per capire quella svolta psicologistica che è avvenuta nel ‘600 all’interno della Chiesa e di cui si parla proprio nel mio La morte dell’anima.

Quali sono le sue predilezioni poetiche?
Rileggo quasi ogni estate La Divina Commedia. Ma ho la fortuna di essere stato amico anche di poeti contemporanei, come
Luzi o Carifi.

Nel primo dei suoi preziosi studi “Sul fantastico” (che ha per sottotitolo “Tra l’immaginario e l’onirico”) lo psicoanalista Salomon Resnik scrive: “Ogni corpo è madre, segnala Meister Eckart, il grande mistico, perché ha come funzione e come missione di contenere il massimo della diversità viscerale, fisica e mentale di ogni essere”; e più avanti leggiamo in una nota: “In Santa Teresa d’Avila il castello interiore rappresenta il mondo interiore, che protegge dal mondo circostante e profano la sacralità dell’anima (Libro de las moradas o Castillo interior, Aguilar, Madrid, 1945)”. Come accoglie quest’interpretazione? Cosa le suscita?
Per quanto riguarda la prima citazione, non v’è dubbio che, come ho accennato prima, il corpo sia importante. Però resta vero il pensiero di
Plotino: non l’anima è nel corpo, ma il corpo è nell’anima, così come l’anima è nello spirito, e non viceversa.
La seconda frase è più complessa. Il “castello interiore” è innanzitutto la versione castigliana del Burg der Seele [vedi domanda 3], ovvero la parte più nobile ed essenziale dell’anima dei mistici tedeschi. Certo è una “fortezza”, ma non sottolineerei la sua funzione di difesa e soprattutto non metterei in contrapposizione sacro e profano, interiore ed esteriore, proprio perché, come dicevo prima [domanda 4], l’esperienza mistica è esperienza di unità, in cui tutto il mondo, tutta la vita, sono sacri.

Qual è il valore dell’opera di Angelus Silesius, “Il pellegrino cherubico”?
È uno dei testi poetici e mistici più alti dell’Occidente, vero “vaso di raccolta” della sapienza spirituale classica e cristiana. Faccio mio il giudizio di
Schopenhauer, che chiamò Silesius “ammirabile e incommensurabilmente profondo”.

 

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