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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli

Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera - Indice


L'amore, il più grande motore del mondo.

Conversazione con Maria Luisa Spaziani
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - settembre 2005

"Noi, i più stretti amici di Montale, sentivamo il dovere di fare qualcosa per la sua memoria, di dare una testimonianza non effimera della nostra profonda ammirazione, della nostra gratitudine di lettori, che è quella di tre generazioni" - risponde Maria Luisa Spaziani (poeta, traduttrice e saggista), quando le chiedo qual è il significato del suo Centro Internazionale Eugenio Montale (la cui sede è a Roma). Ella prosegue: "Bisognava quindi creare un organismo, un centro di studi, un terreno di avvicinamento dei giovani. Le molteplici attività del Centro, il suo archivio-biblioteca e il Premio Internazionale che porta il suo nome sono stati ideati e realizzati secondo le sue intenzioni, la sua sensibilità e le sue idee con particolare attenzione a ciò che non vogliamo".

Spaziani, dopo la raccolta poetica uscita nel '96 per Mondadori, "I fasti dell'ortica", come nascono i suoi due libri successivi, "La radice del mare" (pubblicato presso Pironti di Napoli), e "Un fresco castagneto" (edito da Sergio Pandolfini di Roma e che in pochi giorni ha vinto il premio Bergamo)?
In senso profondo, nella loro specificità genetica vorrei risponderle con le parole che la grande Gabriela Mistral riservava a domande del genere: "questo è un segreto fra me e Dio"... Ma non voglio copiarla a quest'altezza! Le dirò semplicemente che nascono, le poesie, in modo del tutto spontaneo e disordinato, ma che con una loro misteriosa legge di aggregazione compositiva, alla fine offrono un risultato di coerenza e armonia. Qualcosa del genere aveva mostrato
Picasso in una famosa sfida registrata dalla televisione dall'altra faccia del vetro su cui dipingeva...

Cosa aveva mostrato esattamente?
Doveva fare un pesce in cinque minuti. Lui cominciò a sciabolare colori caotici a destra, a sinistra, in alto e in basso. Dopo tre minuti s'intravedeva un mulino a vento, dopo quattro minuti un'aquila. Nei successivi trenta secondi cancellò tutto con fregacci senza senso. Soltanto negli ultimi cinque secondi, da un rapido segno di collegamento saltò fuori un pesce perfetto.

Come definirebbe la sua stessa poesia? E come si conciliano quella sua vena sotterraneamente teatrale o almeno dialogica nel verso, la sua ironia e il suo gusto dell'aforisma con due importanti e classici temi come "il mare" e "l'amore"? In un'impresa monotematica del genere, quasi una sfida ai grandi poeti d'amore a cominciare da Shakespeare, non c'è l'agguato della ripetitività?
Sarebbe una sciagura e farebbe cadere l'opera nel noioso, nel patetico o nel ridicolo. Si cammina sul filo della lama, è vero. Ma le variazioni sono costanti, credo. Queste poesie sono un intreccio contrappuntistico su una sola linea, un
labirinto al cui centro (l'occhio del ciclone) c'è, inesorabile, l'amore: il più grande motore del mondo, l'a-mors, vittoria sulla ruota del tempo, sulla morte. Non è un tema "scelto", è un delirio controllato fra sensualità e preghiera, un'energia straordinaria (e ordinaria) che sgorga da regioni sconosciute. Ho cercato d'incanalare quell'energia nella vita, e nel pensiero con i mezzi troppo limitati della parola...

Ma è anche il limite di Dante e dei grandissimi...
Limite che cercano di forzare a rischio della vita o di un'intera vita volta in un'unica direzione anche se vista dall'esterno può sembrare dimentica o distratta o contraddittoria.

Lei ha tradotto una ventina di libri da varie lingue, in prosa e in poesia. È un "lavoro" parallelo o quasi sovrapponibile a quello della creazione?
Qualche volta appare quasi sovrapponibile. Mi è capitato traducendo quattro tragedie di Racine in versi regolari con rima baciata (al limite della febbre) e traducendo Ronsard (alcuni anni fa è uscito negli Oscar Mondadori il mio Pierre de Ronsard fra gli astri della Pléiade), due poeti sulla cui lunghezza d'onda mi trovo con naturalezza. In certi momenti di particolare grazia mi sentivo nascere dentro le parole come se mi trovassi in quelle situazioni e provassi quegli stessi slanci di rabbia o di nostalgia o di passione.

Il ritmo proprio del poeta-traduttore si arricchisce, il mondo si allarga, lo stile si nutre...
Eppure sono infinite le cose da tener presenti, la matrice, il lessico, il timbro, la sintassi, la
musica... Con la prosa è più facile, ma anche qui bisogna scoprire "la chiave" dello stile, non semplificare, non imporsi, non commettere anacronismi nemmeno linguistici, ecc. Sentire se il periodo vibra secondo l'anima dell'autore (che bisogna conoscere tutto e bene).

Fra i grandi critici del Novecento, con chi ha stabilito una profonda intesa culturale e affettiva?
Considero mio maestro il grande Leo Spitzer, l'emblema della "critica stilistica" di cui ho tradotto qualche difficilissimo saggio fra cui quello sulla lingua di
Proust. Fra gli italiani ho molto amato Emilio Cecchi e poi Luigi Baldacci ai quali fra l'altro va la mia riconoscenza per essere stata scoperta e valorizzata. Ma dal momento che lei ha detto intesa anche affettiva non posso non ricordare l'amicizia intensa che mi ha legata a Gesualdo Bufalino. Della mia poesia ha messo in luce certi particolari e certi aspetti subliminali che erano sfuggiti a tutti e certe volte anche a me.

Lei ha conosciuto personalmente il poeta Attilio Bertolucci, recentemente scomparso... che ricordo ne conserva?
Attilio, da vicino e da lontano, è stato per me un "amico permanente", una di quelle presenze che marchiano una giovinezza e poi via via si riconfermano. La nostra amicizia è nata da una irrefrenabile risata.
Eravamo a un grande convegno stendhaliano a Parma forse del 1956 o '58. Fra le molte visite offerte agli studiosi, ai giornalisti e agli appassionati, un troppo solerte "cicerone" ci mostrò un sasso sul quale si era seduto Fabrizio Del Dongo... Sembrava proprio convinto.
Per diversi anni ho avuto il grande
piacere (e naturalmente l'onore) di avere Attilio nella giuria del "Premio Internazionale Eugenio Montale". Il suo senso critico e la sua simpatia umana ci mancheranno terribilmente.
Ecco una breve poesia scritta per lui e per un altro indimenticabile membro della nostra giuria, Bassani:

 

È morto Giorgio, è morto Attilio, i tralci
della mia vigna pendono intristiti.
Ma li ritroverò, dici, magari
abbracciando magìe e religioni.

Li voglio però subito, non posso
aspettare i miei giorni contati.
Anima, sono lì: apri quei libri
e per sempre consòlati


Doriano Fasoli

 

In questa stessa rubrica:
Conversazione con Maria Luisa Spaziani Montale e la volpe.

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