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Riflessioni in forma di conversazioni | Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera

Riflessioni in forma di conversazioni

di Doriano Fasoli
Interviste a personaggi della cultura italiana e straniera
- indice conversazioni


Eutanasia della critica.

Conversazione con Mario Lavagetto
di Doriano Fasoli per Riflessioni.it - gennaio 2006
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Quali sono, secondo lei, le vere qualità del saggista letterario? L’immensa cultura? Il desiderio di possesso, il dono analogico, l’arte delle connessioni, una sottigliezza persino tortuosa, la freddezza mentale, il fiuto del poliziotto, che insegue dovunque le tracce del criminale, il dono psicologico, quello che Poe chiama il “metodo di Dupin”?
Vorrei rispondere con una citazione dal terzo capitolo di Ecce Homo, là dove
Nietzsche dice: "Se mi figuro l'immagine di un lettore perfetto, ne viene fuori sempre un mostro di coraggio e di curiosità, con qualcosa di duttile, astuto, cauto, un avventuriero e uno scopritore nato." Naturalmente non credo che possa esistere un lettore perfetto, ma mi augurerei che, in ogni caso, il critico si avvicinasse (o cercasse di avvicinarsi) a quel modello e, viceversa, non assomigliasse in alcun modo al magnifico cane di cui parlava Turgheniev, elegante, mimetico, di razza purissima e, tuttavia, disgraziatamente sprovvisto di fiuto, fiuto per la qualità, ma fiuto anche per le molteplici piste che si aprono all’interno di un testo e lo solcano in tutte le direzioni.

Qual è il modo che deve possedere un critico per contagiare il lettore, come diceva Tolstoj? Quello di essere mobile, veloce, trasparente?
Senza dubbio essere mobile, veloce e trasparente può aiutare moltissimo e tuttavia credo che ci sia qualcosa di altrettanto, se non più, decisivo: la capacità di mettere in scena le proprie argomentazioni, di far vedere cosa si sta cercando e come lo si sta cercando, di esporre i risultati che si sono raggiunti non come risultati acquisiti, ma come traguardi che si inseguono e che costituiscono ipotesi di lavoro, conclusioni provvisorie da cui il lettore potrà ripartire e trasformarsi in un complice.

L’autore di libri comunica di solito assai male, sommerso da altri media e dalla stessa quantità di libri pubblicati. Se vuole comunicare largamente, è costretto spesso a fare troppe concessioni. Se non vuole farle, deve quasi sempre accontentarsi di circuiti medi o piccoli, quando va bene… È della mia stessa opinione?
Credo che molto dipenda dai libri che si scrivono e dalle motivazioni che muovono chi li scrive. Il successo è aleatorio; mi piacerebbe che fosse, anche, preterintenzionale.

“Tutti diventano creatori, c’è una mobilitazione generale che porta al paradosso per cui non c’è più un destinatario, tutti sono trasmettitori. Ognuno crea la propria espressione e non ha più il tempo di ascoltare gli altri. È una forma eccessiva in cui l’arte scompare per eccesso, non per mancanza, creando un cortocircuito al senso stesso”: sono parole di Jean Baudrillard. Anche secondo lei, se la poesia, l’arte, sono ovunque, allora cessano di esistere?
Musil diceva che tutti gli uomini sono narratori nei confronti di se stessi, che raccontarsi storie è un modo per tentare di mettere ordine nel mondo e per tenere a bada una realtà disordinata e angosciosa. Questo spiega solo in parte la mobilitazione generale di cui parla Baudrillard e la conseguente sordità che comporta. Certamente se si crede che la poesia e l’arte siano ovunque, cessano di esistere. Ma è davvero possibile crederlo?

Emilio Garroni ha cercato di dimostrare - proprio in un libro da lei curato qualche tempo fa per Laterza, “Il testo. Istruzioni per l’uso” - che non esistono regole determinate e costitutive per stabilire i modi dell’interpretazione e quindi una vera e propria teoria. Tuttavia, ciò non vuol dire che si interpreti a capriccio e che ogni interpretazione, anche la più soggettiva, vada bene, come ha sostenuto a suo tempo il cosiddetto “decostruzionismo”, di origine derridiana. Il testo, sia pure coglibile solo in un’interpretazione, deve costituire il riferimento primario dell’interpretazione stessa e imporre a questa, se non un principio costitutivo, un principio regolativo. Il che comporta che l’interpretazione deve osservare costantemente lo svolgimento del testo, nel suo senso generale e nelle sue movenze particolari. Per lei cosa significa, precisamente, interpretare un testo?
Le conclusioni a cui arriva Emilio Garroni mi appaiono del tutto condivisibili. Ammettere la possibilità di interpretazioni multiple, non significa né può significare ammettere tutte le interpretazioni. Esiste (dovrebbe esistere) un principio di compatibilità basato sulla lettera e il testo - mi sembra – deve funzionare in ogni caso come un dispositivo di controllo. La polisemia non è mai – ai miei occhi – il preludio a una deriva illimitata e a una affermazione intemperante dei diritti del lettore (e nemmeno della comunità ermeneutica a cui, di volta in volta, si trova a fare riferimento).

Harold Bloom dice di attenersi soltanto a tre criteri, per scegliere che cosa continuare a leggere e insegnare: lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza. Secondo il critico americano, le pressioni della società e le mode giornalistiche possono anche oscurare, per un certo tempo, questi criteri; ma, appunto, si tratta sempre di periodi limitati, e alla fine le opere che non riescono a trascendere il loro particolare contesto storico sono destinate a non sopravvivere. La mente finisce sempre per tornare al suo bisogno di bellezza, di verità, di comprensione. Si sente in sintonia con questo punto di vista?
Vorrei che Bloom avesse ragione, ma non ho altrettanta fiducia nei bisogni naturali della mente. E neppure sono sicuro di possedere la capacità di riconoscere ogni volta lo splendore estetico, il vigore intellettuale e la saggezza. Ho dei dubbi, e rappresentano la sola cosa a cui sono costretto a tornare.

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